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domenica 11 marzo 2012

Così l’Italia fascio-sportiva stregò anche gli Stati Uniti.



A confermare l’indole poco italiana del governo Monti è arrivato  il no alle Olimpiadi a Roma. Il ricordo inverso risale all’Italia democristiana che volle le Olimpiadi nel 1960 e soprattutto al regime fascista che fece dello sport la sua bandiera e celebrò il suo trionfo alle Olimpiadi del 1932 a Los Angeles, dove fu l’Italia fu prima in medaglie dopo i padroni di casa.

Lo sport dava al fascismo la possibilità di celebrare la volontà di potenza e incarnare il mito del superuomo, esaltare il vitalismo e il culto della giovinezza, concepire la vita come la continuazione della guerra con altri mezzi e mobilitare il popolo, le donne, i giovani nella partecipazione attiva a eventi e parate che creavano coesione sociale e rito collettivo. Con lo sport il fascismo riprendeva il culto classico, greco-romano, dell’agonismo e il mito dell’atleta, come un eroe in tempo di pace, caro agli dei e ai popoli; l’elogio del corpo muscoloso e armonioso, il mito dell’educazione fisica e la nascita degli Istituti, poi Isef, il valore pedagogico della ginnastica. Mens sana in corpore sano.

Ma il fascismo partecipava pure al mito d’epoca, lo sport di massa e il culto del record, la concezione anglosassone poi americana dello sport come grande catalizzatore di energie e di simboli, fattore di coesione sociale e di salute pubblica. Nello sport si celebravano i miti della modernità: il culto della velocità e il corpo liberato, lo spettacolo della forza e la forza dello spettacolo, il primato dell’azione e il pragmatismo, l’emancipazione femminile, il prolungamento della giovinezza e l’esuberanza delle energie vitali. In questo, il fascismo era figlio di quel tempo che aveva ripristinato le Olimpiadi e aveva reso lo sport un formidabile strumento di ricreazione e divertimento. Lo sport inseriva appieno il fascismo nella corrente della modernità, pur nel culto classico dell’atleta. C’è un sottinteso paganesimo nel regime che esalta il corpo, il vigore e la bellezza, la salute e l’ardimento e considera gli eroi dello sport come divi o semidei.

Il culto dello sport ha attraversato le culture civili e politiche del novecento, a cominciare da quelle più rivoluzionarie: difatti, il mito dello sport fioriva nelle società in cui si celebrava il mito dell’uomo nuovo e dell’ordine nuovo. Vale a dire l’americanismo e il nazionalismo, il comunismo e il fascismo; accomunate da quella passione futurista che contagiò Roma e Parigi, Mosca e New York e che fu il pendant artistico-letterario del mito sportivo e dinamico. Anche il consenso al comunismo di Stalin e dei paesi dell’est, di Mao e poi di Castro non è immaginabile senza la mobilitazione agonistica. Le società di ginnastica, i Wanderwogel e i club sportivi furono formidabili incubatrici del nazionalismo in Germania. Sono noti i testi di George Mosse sul nesso tra l’esaltazione e la propagazione dello sport e l’esaltazione e la propagazione del nazismo. Nel culto dello sport si ritrovava l’album ideologico e letterario che aveva portato al fascismo: l’ardito dannunziano e malapartiano, lo spirito nietzschiano e lo stil novo marinettiano, il mito imperiale della romanità e dei circenses.

L’Italia fascista fu attraversata da miti sportivi popolari e valorizzati dal regime e dai suoi mezzi di informazione e propaganda: da Girardengo all’olimpionico Pavesi, mitici eroi a pedali, all’atleta Beccali che trionfò a Los Angeles, il mito di Carnera, le trasvolate atlantiche di Balbo, le imprese di de Pinedo e Locatelli, le gare in auto di Tazio Nuvolari, la Nazionale di Vittorio Pozzo, Piola e Meazza, le dinastie calcistiche dei Ferraris e dei Caligaris. Pozzo faceva cantare negli spogliatoi prima di ogni partita ai calciatori gli inni nazionali e i canti del fascismo. Era la loro cocaina. La Nazionale di Pozzo nell’arco di quattro anni vinse due campionati del mondo e un’olimpiade.

Lo sport si inserisce nell’estetizzazione della politica fascista: l’apologia dello sport, intrecciava vitalismo, culto della bellezza e culto del corpo tornito, muscoloso, senza adipe. Ma nell’esaltazione dello sport vi era anche il tratto etico, quasi platonico, del fascismo, la convinzione di poter educare tramite la disciplina e il gioco, la rinuncia e il sacrificio, la dura ascesi e l’esercizio faticoso. Non solo estetica ma etica. Lo sport diventava così il volto ludico dello Stato etico, in cui la funzione ricreativa e dopolavoristica si univa a quella etica e formativa. L’ideologia plasmava i corpi, la rivoluzione cominciava dalla vita all’aria aperta. Lo sport alimentava poi il senso della gerarchia, l’attenersi alle regole e seguire un ordine; insomma dare un limite, una forma e un’espressione armoniosa alla propria esigenza vitale.

Nell’esortazione allo sport vi era l’ideologia fascista del dovere, del coraggio e del sacrificio, ordine, gerarchia e disciplina. Ma vi era anche un sottinteso riscatto popolare e antiborghese. Lo sport era accessibile a coloro che erano già abituati ai sacrifici e alla vita dura, al lavoro manuale e allo sforzo fisico, dunque adatto ai ceti popolari.

E più ostico ai borghesi panciafichisti, come allora si diceva. Lo sport esaltava chi sapeva sopportare il duro regime atletico e si sottoponeva a esercizi pesanti e a diete ingrate. Così lo sport diventava un formidabile fattore di promozione sociale del proletariato; tramite lo sport trovavano possibilità di emergere anche i figli del popolo.

Lo sport generava una meritocrazia fondata sulle sole risorse personali e sulla disciplina, una specie di socialismo aristocratico, naturale, ardito e ascetico. Abissale resta la differenza tra il culto del corpo tramite lo sport e il mito razzista del sangue.

La mitologia sportiva investe anche Mussolini che figura come un grande atleta e sportivo mentre i gerarchi saltano nel cerchio di fuoco (E per il primo scudetto della Roma si parla di un intervento del regime per celebrare la romanità).
Il culto del Capo era al centro di un olimpo politeista di divi dello sport e del cinema, dell’arte, della guerra e della rivoluzione. Il fascismo voleva dare di sé la rappresentazione di un regime di giganti. Il culto fascista della personalità ammiccava al divismo di marca americana: un tratto di modernità neopagana.

Il fascismo fu un regime sportivo. Cercando la romanità virile e la grecità olimpionica, trovò l'America sportiva e cinematografica. Come piaceva l’Italia fascio-sportiva all’America olimpionica del ’32...

di Marcello Veneziani

venerdì 17 febbraio 2012

C’è stato un sogno una volta che era Roma... 2020



“C’è stato un sogno una volta che era Roma”, questa è una delle frasi più famose tratte da film capolavoro di Ridley Scott “Il Gladiatore”, che sembra calzare a pennello con lo stato d’animo di molti italiani quando hanno saputo che il premier Mario Monti ha bocciato il progetto di candidare la Capitale d’Italia a ospitare l’edizione delle Olimpiadi nel 2020.

Roma, dopo aver perso l’edizione del 2004, allora fu scelta Atene, aspettava un momento per ospitare un evento sportivo di tal portata visto che l’ultima Olimpiade, togliendo quella invernale di Torino 2006, ospitata in Italia è stata proprio nella città eterna nel lontano 1960.

Mario monti ha spiegato che la sua scelta, pur dolorosa (parole sue), è stata dettata dal fatto che la cifra necessaria per coprire tutte le spese organizzative sarebbe potuta esplodere ed arrivare fino a 30 miliardi di euro. Un costo troppo elevato per l’Italia di questo periodo, sebbene fosse stato per i Giochi Olimpici di Roma. La paura, poi, che sulle infrastrutture si fossero gettati i falchi del cemento con il ritorno della cricca Anemone-Balducci era reale e Monti è riuscito a dire no alle Olimpiadi 2020 a Roma. Anzi, sarebbe meglio dire alla candidatura di Roma per i Giochi 2020.

I dubbi montiani sono smentiti dai dati della commissione Fortis, secondo cui, la spesa complessiva per organizzare le Olimpiadi sarebbe stata stimata in 9,8 miliardi, in parte coperta da privati. Ospitare i Giochi avrebbe determinato una crescita del Pil di 17,7 miliardi e la creazione di 29 mila posti di lavoro

A questo punto però sembra che in Italia, a differenza degli altri paesi, c’è paura ad investire su un evento sportivo che sicuramente avrebbe portato tante entrate a Roma da coprire tutte le spese fatte, tutti i paesi che hanno organizzato grossi eventi sportivi, vedi il Sud Africa con i Mondiali di Calcio 2010, hanno si fatto sacrifici per riuscire a creare una manifestazione degna di tal nome, ma poi hanno anche raccolto i frutti di tali sacrifici ed oggi si trovano con infrastrutture all’avanguardia. Questa volta per Roma sembrava la volta buona vista la rosa delle altre città candidate ovvero Baku (Azerbaigian), Doha ( Qatar), Istanbul (Turchia), Madrid (Spagna), Tokyo (Giappone). Bene leggendo i nomi delle altre città candidate viene proprio da ridere, perché senza togliere nulla alle altre pretendenti alle Olimpiadi 2020, ma difficilmente questa volta i commissari del CIO avrebbero resistito alla bellezza e al fascino della Capitale Italica. Ma purtroppo Roma non si è neppure candidata e chissà quando l’Italia avrà un’altra occasione di questo tipo, forse tra cento anni, quando forse la nostra Patria riuscirà a colmare il debito che le banche ci stanno costringendo a sanare. È vero in passato l’organizzazione di grandi eventi sportivi ha lasciato molto a desiderare vedi i mondiali di Calcio 1990, dove gli sprechi e le opere incompiute sono stati così tanti che perdiamo il conto e gli stadi sono rimasti vetusti, mentre molte infrastrutture come metropolitane o strade sono per lo più opere non incompiute ma rimaste sulla carta da progetto. La stessa cosa vale per i Mondiali di Nuoto 2009 che si sono svolti, pure a Roma e dove molti edifici sono rimasti ancora da completare. Questa volta, però, le sensazioni erano molto diverse, stavolta si è persa un’occasione di rilancio per Roma e per l’Italia tutta, un’occasione per dimostrare che l’Italia nonostante le mille difficoltà che lo attanagliano rimane e può essere un paese efficiente. Stavolta l’Italia era seriamente favorita e non sarebbe stata preferita ad altri Stati di dubbia affidabilità com’è successo per la scelta dei paesi ospitanti per gli Europei di Calcio del 2012 dove al Belpaese furono preferite Polonia - Ucraina da quel Michel Platini che se è diventato qualcuno deve dire grazie solo all’Italia.

Roma 2020 è rimasto un sogno e come tutti i sogni deve fare i conti con la realtà, con la realtà dove un primo ministro predica austerità e intanto però non toglie un soldo dalle tasche di quei politici e da quei banchieri padri di questa crisi, con la realtà dove anche degli “italiani” come Umberto Bossi esulta per una bocciatura che non è solo per Roma, ma lo è per tutta la Patria, ma scusatemi Bossi e amici questa parola non la conoscono proprio  e quindi  è meglio lasciar perdere.


mercoledì 15 febbraio 2012

No di Monti a Roma 2020, il Pdl: “Danno d’immagine per l’Italia”.



Insiste il Professore: bisogna guardare al futuro senza slacciare la cintura di sicurezza. Ma il suo No alla candidatura di Roma alle olimpiadi del 2020, pronunciato a 24 ore dalla scadenza fissata dal Cio per la presentazione della documentazione di garanzia, rischia di restituire l’immagine di un Paese con il freno a mano perennemente tirato. “Noi abbiamo avuto la prudenza di esaminare il decorso post olimpico degli ulltimi 20 anni – ha spiegato il presidente del Consiglio – e quasi sempre abbiamo notato uno spostamento rilevante tra preventivi e consuntivi. Forse in altre situazioni della vita economica dell’Italia avremmo considerato questo rischio accettabile, in questa situazione – ha concluso – abbiamo valutato questo rischio come non responsabile”. La Capitale esce quindi di scena, lasciando il posto ad altre candidature come quella della Spagna, che certo non vivono situazioni dissimili sotto il profilo della contrazione economica. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha lasciato Palazzo Chigi incassando il No del professore al termine di un lungo colloquio. Lapidario il suo commento: “Monti ha dato motivazioni molto chiare, ma non condivisibili”.
Mario Monti

Decisamente contraria alla decisione del governo è Giorgia Meloni, che nei giorni scorsi aveva sottoscritto l’appello firmato da 60 atleti per dare il via libera alla candidatura di Roma. “Il No del premier è un danno considerevole all’immagine della nostra Nazione nel mondo, in termini di credibilità, solidità e coesione. Mi domando – ha aggiunto l’ex ministro della Gioventù – come sia possibile chiedere a un qualsiasi investitore internazionale di credere nell’Italia se un governo chiamato a rilanciare la nostra economia decide di bloccare una candidatura forte, autorevole e condivisa da tutte le Istituzioni. I Giochi – ha concluso Meloni – avrebbero rappresentano una grande occasione di crescita e sviluppo economico, per guardare al futuro con ottimismo. L’Italia ha perso oggi un’irripetibile opportunità”.

Parole condivise da Altero Matteoli, secondo il quale “l’Italia ha bisogno di dare un’immagine di tranquillità in Europa e nel mondo, e rinunciare alle Olimpiadi del 2020 è una cosa profondamente negativa”. E conclude con un auspicio: “Spero che il mio partito si faccia sentire con Monti per dire che non accettiamo questa sua decisione. A rimetterci sarà l’immagine dell’Italia intera”.

Il consigliere del Pdl alla Provincia di Roma, Federico Iadicicco, arriva a chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio, domandandosi “come può il Premier di una nazione avere un così alto tasso di sfiducia nelle capacità del suo popolo da non credere nell’opportunità che le Olimpiadi potevano rappresentare, non solo per Roma, ma per l’Italia intera”. “Siamo stufi delle lezioni del professor Monti, lezioni che offrono fra le altre cose ricette economiche vecchie di almeno vent’anni. Confido – ha concluso Iadicicco – in un sussulto d’orgoglio del Parlamento e del mio partito per chiudere tempestivamente questa triste esperienza del governo dei tecnocrati”.