Salviamo i nostri Marò

Salviamo i nostri Marò
I nostri due militari devono tornare a casa

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

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venerdì 22 marzo 2013

Caso Marò, Latorre e Girone oggi rientrano in India.



Il governo italiano ha richiesto e ottenuto dalle autorità indiane l’assicurazione scritta riguardo al trattamento che sarà riservato ai fucilieri di Marina e alla tutela dei loro diritti fondamentali. Alla luce delle ampie assicurazioni ricevute, il governo ha ritenuto l’opportunità di mantenere l’impegno preso in occasione del permesso per partecipare al voto, del ritorno in India entro il 22 marzo.



 UNA NAZIONE CHE VENDE I SUOI MILITARI NON MERITA LA LORO FEDELTA'.
VERGOGNA!
 I NOSTRI MARO' DEVONO RESTARE CASA!

giovedì 26 luglio 2012

Io dico: aboliamo le Regioni, non le Province. E vi spiego perché.



di Andrea Fluttero. (Secolo d’Italia)

Consapevole di sostenere posizioni che non godono di grande popolarità in questo periodo, ho però piacere di inviarvi alcune mie piccole considerazioni sul tema dell’eliminazione delle Province. Dal 1985 al 2011 sono stato consigliere comunale e assessore in un piccolo Comune, poi consigliere provinciale, e poi ancora sindaco e consigliere comunale in un Comune di medie dimensioni, vivendo quindi dall’interno il sistema degli enti locali. Semplificando possiamo dire che oggi ci troviamo di fronte a cinque livelli di governo: l’Europa, lo Stato nazionale, le Regioni, le Province e i Comuni. Tre di questi livelli legiferano, Europa, Stato e Regioni, due amministrano, Province e Comuni.
Partendo dal basso mi pare evidente che, escludendo le grandi città metropolitane, gli oltre 8mila Comuni italiani hanno bisogno di un livello sovracomunale nel quale gestire i servizi di area vasta e trovare economie di scala non raggiungibili a livello comunale. Tale livello è naturalmente e storicamente la Provincia, che potrebbe efficacemente diventare un organo di secondo livello, composto dai sindaci dei Comuni che vi apportano i servizi da far gestire. Con tale configurazione dovrebbero essere eliminate tutte le altre forme intermedie di gestione sovracomunale come Ato, Consorzi e Società varie. Le Province così definite non avrebbero la necessità di essere accorpate forzosamente e in modo innaturale, ma seguirebbero la naturale e storica propensione di un territorio di avere come riferimento la città più grande, che, spesso fin dal medioevo, ne rappresenta il capoluogo e ne definisce l’identità culturale e socio-economica.
Partendo dall’alto, invece, lo sviluppo e la concretizzazione del progetto europeo ha reso gli Stati nazionali sempre più “regioni d’Europa” che hanno, e dovrebbero sempre più avere, nella dimensione e nell’omogeneità culturale, linguistica ed economica gli elementi di forza per rappresentare in ambito europeo gli interessi dei propri cittadini. Dopo aver partecipato in fase ascendente alla definizione delle Direttive europee, il Parlamento nazionale si incarica di introdurne i principi nella legislazione. Due livelli che amministrano il territorio, Comune e Provincia, due livelli che legiferano, Europa e Stato nazionale.
A me pare, a questo punto, che il livello ridondante sia quello regionale, con 20 Regioni, per altro di dimensioni molto diverse tra loro, che legiferano su svariate materie, creando confusione normativa per chi vuole investire in Italia. Le Regioni sono storicamente poco definite, perché nate per scelta politico-amministrativa negli anni Settanta, e spesso disomogenee da un punto di vista sociale, culturale ed economico. Mi chiedo, per esempio, cosa leghi sotto questi aspetti Cuneo con Novara, Varese con Piacenza o Foggia con Taranto. Inoltre, la vicenda dei trasferimenti di competenze dallo Stato alle Regioni dimostra la scarsa utilità di questi enti. Infatti ogniqualvolta lo Stato ha trasferito competenze, come nel caso delle strade ex Anas o degli Uffici di collocamento, le Regioni hanno rapidamente trasferito queste competenze alle Province. Ancora più incomprensibile la gestione della sanità, che assorbe circa l’80% dei bilanci delle Regioni e che dovrebbe essere uno di quei servizi rispetto ai quali si deve garantire ai cittadini il massimo della omogeneità su tutto il territorio nazionale, anziché modelli qualitativamente diversi per ogni Regione.
Le Regioni che “giocano” a fare gli Stati, con presidenti che si credono “governatori” e aprono sedi di rappresentanza all’estero e a Roma, che legiferano in modo caotico e con frequenti conflitti di competenza con lo Stato, che sfondano regolarmente i budget di spesa sanitaria e che si indebitano con mutui per pagare la spesa corrente sono, come dimostra la recente cronaca e come dimostrano i preoccupanti dati di bilancio di molte di esse, non solo al Sud, il vero e grande problema da affrontare. In un’epoca caratterizzata da internet e video conferenze, da facilità di collegamenti aerei e ferroviari, il dialogo tra Europa e Stato, che legiferano, e Comuni e Province, che amministrano il territorio, può essere risolto settore per settore con meccanismi di confronto tra i ministeri dello Stato centrale e coordinamenti di Province che di volta in volta si formano in funzione della materia e non dei confini amministrativi. Capisco che dopo mesi di campagne mediatiche per l’eliminazione delle Provincie possa sembrare strano proporre di eliminare le Regioni, ma eliminando le Province a me parrebbe ancora più strano e discutibile il modello organizzativo nel quale ci verremmo a trovare, con tre che legiferano, Europa, Stato e Regione, e uno solo che amministra, il Comune. Sarà magari perché mi ricorda quelle vecchie barzellette nelle quali in tre dirigono e uno lavora...

martedì 24 luglio 2012

Tecnocratica e senz'anima. L'Europa così non funziona.


Nel 1998, Mario Monti, in un suo breve libro, Intervista sull'Italia in Europa (Laterza), auspicava una sostanziale dissoluzione degli Stati nazionali a vantaggio di un superstato europeo. Il pamphlet era dato alle stampe nei mesi cruciali della fase di avvio per l'approdo all'euro e il professore, commissario a Bruxelles, tratteggiava le sue idee sull'Europa, non certo il continente dei popoli, sedimentato in una cultura millenaria comune, bensì una sovrastruttura tecnocratica che doveva mirare alla gestione economica del mercato. Tra Maastricht e i primi anni del Duemila l'idea neoilluminista di un'Europa a direzione centralista e tecnocratica è stata egemone nei giornali, nelle università, nei luoghi dove si è formata l'alleanza tra salotti giacobini e “poteri forti”. Cosa non solo teorizzata ma avvenuta nei fatti quando agli Stati nazionali è stato sottratto il governo dell'economia, tratto distintivo della sovranità accanto all'esercizio della forza militare. Europa forza gentile fu il titolo di un altro libro, a firma di Tommaso Padoa-Schioppa, che uscì in occasione del varo dell'euro e che vedeva in Bruxelles una forza buona chiamata a domare il senso di nazionalità. Nondimeno, un anno prima di diventare Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano pubblicò Altiero Spinelli e l'Europa (il Mulino) dove si auspicava il «mettere insieme delle sovranità, delle funzioni, dei poteri, per esercitarli a livello sovranazionale», contro le «forme di nazionalità esasperata».

Alla prova dei fatti l'Europa così concepita si è dimostrata un fallimento, non solo perché ha prodotto una spaventosa crisi economica, non ciclica ma epocale, ma soprattutto perché - come ha scritto Giorgio Israel - sta «sgretolando le culture nazionali che dovevano essere i mattoni costitutivi dell'identità culturale del continente». In altre parole, quella pluralità nazionale che per secoli è stata la ricchezza dell'Occidente, parte essenziale della civiltà europea, è stata distrutta dal burosauro tecnocratico.

Se è vero, come ricorda, Federico Chabod, nel suo classico L'idea di nazione, che dire senso di «nazionalità, significa dire senso di individualità storica», il sedimento storico non può essere generato in laboratorio. Per secoli la forza dell'Occidente è stata la libertà degli individui, consacrata dalle costruzioni giuridiche e soprattutto da un potere riconoscibile ed emendabile. Il potere delle tecnocrazie, invece, appare indistinto e lontano. Scruton salda in un binomio indissolubile nazione e democrazia: «Le democrazie devono la loro esistenza alla fedeltà nazionale». E aggiunge che «dovunque l'esperienza di nazionalità sia debole o inesistente, la democrazia ha mancato di attecchire». Lo storico polacco Ernst Kantorowicz fa risalire a Federico II l'origine dell'unità giuridica e culturale dell'Occidente attraverso la nozione di Europa imperialis, una res pubblica universae christianitatis, dove il potere non è tirannia ma è chiamato a rappresentare la communitas, un popolo unito dalla storia. Un ruolo che valse a Federico II il riconoscimento postumo di Nietzsche che lo definì: «Il primo europeo di mio gusto». Lo jus publicum europeaum, ben descritto da Carl Schmitt nel Nomos della terra, come «diritto interstatale», che delimita «l'ordinamento spaziale della respublica cristiana medievale», non ha avuto, dunque, quella modernizzazione evolutiva che necessitava come base della costruzione europea. L'Europa dei tecnocrati ha evidentemente tradito i postulati culturali della possibile unità europea, negando quello che Scruton definisce il «dono principale delle giurisdizioni nazionali».

E non si esagera nel ritenere che l'Europa giacobina dei poteri forti sia antidemocratica, priva di radicamento popolare. L'Unione di oggi, quella di Bruxelles è un dato solo formale che ha distrutto le virtù delle nazionalità ed è priva di «quell'anima» dei popoli teorizzata da Charles Péguy o del Volksgeist caro e Herder e Fichte. E non gode neanche di un fondamento plebiscitario: in Italia non c'è mai stato un referendum sull'Europa, mentre le consultazioni popolari di Francia e Olanda hanno bocciato la Costituzione europea.

Per secoli lo Stato nazionale, grazie al suo radicamento culturale, si è dimostrato un modello di prosperità economica e di democrazia. E occorre domandarsi quanto della crisi dell'Occidente sia da imputare all'abbandono delle strutture nazionali. Il peggio ammoniva Gustave Flaubert è quando la bêtise (la stupidità) di un certo universalismo si allea con la canaille, che per mantenere i propri privilegi economici, mira a sovvertire le gerarchie della storia.

di Gennaro Sangiuliano.

martedì 10 luglio 2012

Fiscal compact, lo spettro di una nuova dittatura europea?



Cos’è, cosa prevede, come modificherà la nostra esistenza il trattato di stabilità tanto caro alla Merkel. Tutte le difficoltà che i Piigs incontreranno nel sottostare a questo patto e come uscirne. L’atto internazionale entrerà in vigore dal 1 gennaio 2013 se almeno 12 dei 25 paesi che lo hanno sottoscritto lo ratificheranno. A  breve il Parlamento italiano srà chiamato alla ratifica
di Francesco Filini


ROMA – Oltre a quello che istituirà il Meccanismo Europeo di Stabilità (dei mercati finanziari a discapito dei popoli, aggiungiamo noi), il Parlamento italiano sarà presto chiamato alla ratifica di un altro trattato europeo di cui – a differenza dell’ESM – si sente spesso parlare nei mezzi d’informazione canonici, anche se in maniera superficiale e soprattutto confusa: stiamo parlando del famigerato Fiscal Compact tanto caro alla Merkel, che da qualche mese a questa parte non fa altro che ripetere, come fosse un disco rotto, ai paesi “P.I.I.G.S.” quella parolina che riassume perfettamente il significato del nuovo trattato: rigore!

L’ABC DEL FISCAL COMPACT – Ma cos’è questo Fiscal Compact? Cosa prevede? Come modificherà la nostra esistenza? Prima di rispondere a queste domande c’è da ribadire ancora una volta che tutte queste misure urgenti che la tecnofinanza europea sta imponendo agli stati membri servono a garantire la stabilità dell’euro, ovvero della moneta che rappresenta la nuova ideologia, la nuova religione del terzo millennio: un dogma che non può essere messo in discussione, anche se sta distruggendo l’Europa dei popoli. Il Fiscal Compact, anche conosciuto come Patto di bilancio o Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, è un atto internazionale che entrerà in vigore dal 1 Gennaio 2013 se almeno 12 dei 25 paesi che l’hanno sottoscritto l’avranno ratificato tramite i rispettivi parlamenti. Attualmente sono 9 i paesi che già hanno votato la ratifica del trattato: Danimarca, Grecia, Irlanda, Lettonia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Svezia. Mancano all’appello – tra gli altri – Francia, Germania e Italia.

UN FUTURO DI MANOVRE LACRIME E SANGUE – In soldoni, il Fiscal Compact prevede che i paesi aderenti riducano il proprio debito pubblico portandolo al 60% del PIL e che il rapporto deficit/PIL rimanga sotto il 3% annuo, in caso contrario partiranno delle sanzioni nei confronti dei paesi che non rispetteranno i vincoli fiscali. L’Italia ha un debito pubblico che, grazie alle manovre di Mr. Monti e dei suoi degni compari, ha superato abbondantemente la soglia del 120% rispetto a quanto la nazione produce. Per arrivare ai parametri imposti dalla Germania nel Fiscal Compact saremo costretti a tagliare il nostro rapporto debito/PIL del 3% ogni anno per 20 anni. Come si fa a ridurre il deficit? Semplice, basta tagliare e nello stesso tempo imporre manovre aggiuntive di oltre 40 miliardi l’anno, ovvero mettere nuove tasse e al tempo stesso mettersi a produrre per favorire la crescita. Ecco come cambierà la nostra vita il nuovo trattato: nuove lacrime e sangue.

MISSIONE IMPOSSIBILE – C’è però un “piccolo” problema a cui si sfugge, lo stesso problema che un tale Arthur Laffer spiegò a un tale Ronald Reagan all’inizio del suo mandato nel 1980: se togli i soldi ai cittadini con una tassazione eccessiva, questi non avranno fisicamente la liquidità per gli investimenti e di conseguenza, lavorando di meno, contribuiranno di meno. Questo semplice principio economico viene spiegato in tutte le università del mondo a tutti gli studenti di economia ed è conosciuto come “curva di Laffer”. Quindi è facile pensare che i vincoli di bilancio non consentiranno alcuna crescita e che di conseguenza sarà impossibile ridurre il rapporto debito/PIL. Se ci si aggiunge che con l’entrata in vigore dell’ESM dovremo indebitarci per versare i 125 miliardi che poi l’Esm ci ripresterà imponendoci le misure di politica economica, gli obiettivi che “Angelona” vuol farci raggiungere sono matematicamente impossibili. E questo i tecnici lo sanno benissimo. Mr. “Goldman” Mario Monti e la pletora di professori e banchieri al suo seguito, conoscono bene la curva di Laffer, probabilmente l’avranno insegnata a migliaia di studenti. Solo un folle può pensare che l’attuale Presidente del Consiglio non sia consapevole di tutto ciò. Con tasse e recessione come sarà possibile garantire la puntualità dei pagamenti? Tranquilli, l’Italia è un paese ricco di risorse: basta svenderle e siamo a posto. Fanno gola alla finanza internazionale le italiane Eni, Enel, Finmeccanica, Poste etc.., presto ce le toglieranno insieme a tutte le municipalizzate: la distorsione neoliberista del capitalismo mondiale ha assunto, nell’Europa in mano ai banchieri, i tratti di un neocolonialismo di stampo tedesco.

UNA SOLUZIONE? LA SVENDITA – La paura è che la svendita dei nostri beni non sia sufficiente a placare la cupidigia della “lupa finanziaria” che, per dirla con le parole del Sommo poeta “ha natura sì malvagia e ria, che mai non empie la bramosa voglia, e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.“ I nuovi trattati internazionali sono destinati a cancellare lo Stato sociale, alla privatizzazione di ogni servizio, allo stradominio delle èlite finanziarie e bancarie sui popoli. Se ci si aggiunge che gli organismi che prenderanno le decisioni saranno sempre più avulsi da qualsiasi tipo di controllo e che i vertici saranno sempre più emanazione diretta della finanza internazionale, la dittatura è l’unico futuro che è possibile intravedere all’orizzonte.

I trattati ESM e Fiscal Compact devono ancora essere ratificati, la politica è commissariata ed è sotto il ricatto dello spread, di speranze ce ne sono davvero poche. Abbiamo comunque il dovere morale di informare più persone possibili, iniziando dai deputati e dai giornalisti: la nostra libertà è a rischio insieme alla nostra cultura e alla nostra civiltà. Che i nostri padri ci perdonino se rimaniamo inerti di fronte un simile scenario, perché i nostri figli non lo faranno.


domenica 8 luglio 2012

Perché la Destra non è montiana.



Caro Galli della Loggia,

non è affatto strabiliante, come tu scrivevi  sul Corriere della Sera, che la Destra non si riconosca in Monti, così sobrio e moderato come i notabili della destra storica.

Lascio da parte le ragioni arcinote e contingenti: il governo dei tecnici fu calato da fuori e dall’alto e scalzò un governo di centro-destra eletto democraticamente. E lascio da parte anche la delusione per il suo operato: molte tasse e pochi tagli, troppe incertezze e scarsa attenzione anche a un elementare principio di destra liberale: anche se aumentano le tasse il prelievo fiscale diminuisce se si punisce chi investe, se si colpisce chi compra. Ma lasciamo da parte tutto questo, e veniamo al cuore del problema che sollevi. Ci sono buone ragioni di principio e di fatto che rendono incompatibile Monti con la destra, anche nella versione estesa del centro-destra. Il centro-destra ha avuto vita e consenso solo quando non è stato espressione di minoranze, di salotti e di poteri, ma quando ha sposato il primato della decisione politica e della sovranità nazionale e popolare. Non solo in Italia, anche in Francia con De Gaulle, in Spagna con Aznar, in Germania con Kohl.

L’antagonista della Destra di oggi non è il comunismo operaio e il proletariato ma la nuova borghesia radicale. Anzi per essere più precisi, l’antagonista della Destra è il patto tra la sinistra politico-ideologica e la destra tecnico-economica, che idealmente fu sancito a Bologna tra Monti e il partito de "la Repubblica" ; a una cosa del genere, che potremmo chiamare la Bolognetta, dopo la svolta della Bolognina, siamo arrivati tramite Napolitano, con Casini e Fini nel ruolo di mosche cocchiere. La destra economica da sempre è stata avversa alla Destra politica ed estranea alla Destra morale. E Monti è un commissario rispettabile, ma legato per indole e curriculum ai circoli internazionali che sappiamo.

Possiamo accettarlo come Eduardo accettò ’A nuttata , sapendo che passa, e che farlo cadere peggiorerebbe ulteriormente le cose. Ma non chiederci di sposarlo. La destra che tu e il Corriere ogni tanto profilate, è una destra di minoranza liberale, che odora di cent’anni fa, cioè prima della democrazia di massa, sobria e rigorosa quanto inefficace e impopolare. Senza tirare in ballo il Fascismo, la «Destra» nella Repubblica italiana si è affermata o col centro cattolico-popolare, cioè con i democristiani, o con la Destra sociale, cioè nazionale e popolare, a volte anche monarchica ( il caso Lauro a Napoli). I liberali, pur degni, non incisero mai in modo significativo nella storia della Repubblica italiana, a parte alcuni isolati galantuomini. La Destra, anzi il centro-destra, in Italia ha una sua storia e anche precisi riferimenti. Vuoi i nomi? Una destra larga e viva nel quadro bipolare si può richiamare, secondo le diverse sensibilità, a politici come Fanfani, Craxi, Pacciardi, Almirante, a tecnici come Enrico Mattei o Ettore Bernabei, perfino a leghisti come Miglio (e a qualche Papa). Tutti accomunati da quella linea decisionista, nazional-popolare, che assegnava alla politica la sovranità, non alla tecnica, alle banche o all’economia. E non è solo un retaggio fascista o peronista: anche i conservatori, da Burke a Tocqueville, fino a Fisichella, hanno sempre criticato il potere del denaro sulla politica e hanno sempre difeso la sovranità della tradizione su quella finanziaria. Quando degenera, quella linea si fa populista o popolana; ma se si parla di deriva populista nel centro-destra italiano si deve avere l’onesto coraggio di dire che dall’altra parte non si contrappone la democrazia liberale, bensì la deriva oligarchica, ovvero il patto implicito o esplicito tra i poteri economici e le caste intellettuali e giudiziarie, partitiche e sindacali di sinistra. E quanto a deriva populista, Di Pietro, Grillo e Vendola non ne sono certo immuni. Perciò, caro Ernesto, non possiamo dirci montiani.

di Marcello Veneziani.

giovedì 5 luglio 2012

Non uccidete il nostro futuro!



Caro parlamentare,
ci rivolgiamo a te perchè in questi giorni dovrai approvare, in Parlamento, la "Spending Review", che tra i tanti tagli che propone, cancella di fatto 42 provincie accorpandole a quelle più grandi.
Tra le 42 provincie c'è anche quella di Crotone e noi, giovani di Crotone, e dei comuni della nostra provincia, ti scriviamo per convincerti a votare contro questo progetto.
Ci rivogliamo a te, oggi, per nome e per conto di tutti quei ragazzi della nostra provincia che ogni giorno lottano e combattono per evitare di emigrare. Ti scriviamo a nome di tutti coloro che sognano di poter costruire il proprio futuro nella Terra dei propri Padri.
Cos'è la Provincia secondo noi? Per noi la provincia è futuro, è sviluppo, è sicurezza.
Nessuno di noi sogna il posto statale, nessuno di noi vuole difendere i nostri amministratori.
Queste cose non ci interessano. Le cose importanti per noi sono altre. Sono i presidi di democrazia e sicurezza come la Prefettura, la Questura, i Comandi Provinciali di Carabinieri e Guardia di Finanza, perchè nel nostro territorio non ci può essere futuro senza sicurezza, non ci può essere sviluppo senza legalità. E tutto questo non può essere minimamente immaginato se lo Stato abbandona questo territorio, regalando terreno alla 'ndragheta. Il nostro, caro parlamentare, è un territorio strano, che qualcuno ha reso debole, per poterlo gestire con facilità, che qualcuno ha usato come bacino elettorale promettendo futuro, ma seminando miseria. Ma oggi tutto questo è terminato. Oggi su questo territorio esiste una generazione che lavora in silenzio, che comincia ad occupare ruoli istituzionali, che comincia a crescere professionalmente.
Oggi questo territorio vuole e può cambiare, ma può farlo solamente se oggi non gli vengono tagliate le gambe. Noi sogniamo e vogliamo uno Stato forte, che cancelli gli sprechi e che basi la propria azione quotidiana su due semplici ma importanti concetti: qualità e meritocrazia. Ma la cancellazione della nostra provincia non risponde a nessuno dei due criteri. Anzi sembra quasi il soppruso di un bulletto che fa il forte con i deboli e il debole con i forti. Noi sogniamo un altro Stato, che sappia ridare dignità al proprio Popolo. Noi sogniamo un altro Stato, che abbia la forza di cambiare, di rigenerarsi, di ridisegnare il proprio assetto istituzionale, per diventare più dinamico e capace di affrontare le sfide del nuovo millennio. Oggi, caro parlamentare, ti chiediamo uno sforzo: abbandona le logiche di palazzo, dimentica di essere stato nominato parlamentare, e ricordati di una parte di quel Popolo che tu rappresenti, e dimostraci che il domani può essere realmente diverso dal presente, accendi di nuovo la speranza, dai una seria picconata al concetto di "casta".


venerdì 29 giugno 2012

Esm, l’ultima creatura-mostro dell’eurocrazia finanziaria.



Tra una settimane sarà discusso in Parlamento per la ratifica, ma nessuno osa parlarne e in pochi sanno cos’è. Si tratta del “Meccanismo Europeo di Stabilità” che servirà – almeno così viene dichiarato – a salvare gli stati dell’Unione sull’orlo del default. È un organismo intergovernativo e sovranazionale e sarà gestito da persone che godranno di immunità da qualsiasi giurisdizione

di Francesco Filini.

ROMA – Fra poche settimane il Parlamento Italiano sarà chiamato a ratificare la modifica all’art. 136 del trattato sul funzionamento della UE che istituirà l’ESM (MES la sigla italiana), il “Meccanismo Europeo di Stabilità” che servirà – almeno così viene dichiarato – a salvare gli stati dell’Unione sull’orlo del default. L’ultima creatura uscita dalla fabbrica dell’€urocrazia finanziaria andrà a sostituire i fondi “salva stati” (leggi banche) EFSF e EFSM, concepiti negli anni in cui la finanza internazionale pensava che solo Portogallo e Irlanda erano i paesi sull’orlo del precipizio.

ESM, MOSTRO GIURIDICO – Il Trattato ESM prevede la creazione di un organismo intergovernativo e sovranazionale con sede in Lussemburgo, al quale gli Stati affideranno la gestione di un fondo iniziale di circa 700-750 miliardi per aiutare i membri UE in difficoltà finanziaria. Fin qui nulla da eccepire, sembrerebbe quasi un fondo comune nato dalla solidarietà reciproca tra stati per far fronte alle difficoltà della crisi.Nulla di più falso. Quest’organismo sarà gestito da persone che godranno di immunità da qualsiasi giurisdizione e i documenti che l’ESM produrrà saranno inviolabili e inaccessibili a chiunque: nell’Europa ex-democratica si istituisce un organismo sovranazionale che gestirà la politica economica dei membri che aderiscono al trattato. Nessuna trasparenza, nessuna garanzia e nessun controllo: tutti i poteri all’ESM.


COME FUNZIONA L’ESM – Il funzionamento è semplice: gli Stati “azionisti” dovranno versare la rispettiva quota all’organismo, quando un Paese si troverà sull’orlo del fallimento si rivolgerà all’ESM che provvederà ad erogare la somma necessaria a scongiurare il default, ovviamente sotto forma di prestito ad interesse. Ovvero l’organismo sovranazionale presterà ad interesse i soldi degli stati agli stati stessi. Geniale. Ma c’è di più. Quando uno stato chiederà al MES un prestito questo assumerà il controllo della sua politica economica imponendo scelte finalizzate a garantire la “stabilità”, una parola tanto rasserenante sempre più in voga nel linguaggio delle elite europee. Peccato che la stabilità di cui si parla non sia riferita all’economia ma alla finanza: le scelte che il MES imporrà agli stati ex-sovrani non saranno altro che misure di “macelleria sociale”, privatizzazioni e tassazioni orizzontali necessarie a garantire la solvibilità di uno stato.L’Italia, ratificando il trattato, si obbligherà a versare ben 125 MLD nei prossimi cinque anni. Soldi che l’Italia non ha. Quindi? Non c’è alcun problema, le banche sono state inventate apposta: ci indebiteremo oltremisura per versare soldi su un fondo che ce li ripresterà dettandoci quali misure di politica economica dobbiamo adottare. No, purtroppo non siamo su scherzi a parte.

CHI NON PRODUCE NON HA DIRITTO A ESISTERE - Il nome che l’eurocrazia ha voluto dare a questo nuovo mostro giuridico è davvero appropriato, la parola “meccanismo” ci fa intendere che le scelte di politica economica che ESM imporrà agli stati saranno semplicemente il risultato di un freddo calcolo matematico, privo di qualsiasi contenuto umano: se la sanità diverrà un costo insostenibile bisognerà privatizzarla, chi non potrà permettersela… tanto peggio per lui! Nell’Europa trasformata in un ammasso di ingranaggi finanziari mossi dal pensiero unico del profitto (delle elite bancarie, obviously), chi non produce non ha diritto ad esistere. Nel modello di società imposto dal nuovo ordine mondiale, tutto viene misurato in funzione del costo e del profitto. Persino le malattie o la disabilità saranno piaghe da estirpare perchè rappresentano un costo, una remissione. L’ESM è il trattato che mette nero su bianco la dittatura finanziaria sui popoli europei.

A BREVE IN PARLAMENTO MA NESSUNO OSA PARLARNE – Il trattato doveva essere ratificato entro la fine del 2013 ma la finanza, visto il precipitare della crisi, ha chiesto e ottenuto che venga ratificato entro Luglio 2012. Il nostro Parlamento ha già in calendario il provvedimento, fra un paio di settimane comincerà la discussione e il voto. Eppure nessuno osa parlarne. Esattamente come per Maastricht e Lisbona, i due trattati che hanno cambiato radicalmente l’assetto politico-istituzionele, anche per la legge che istituisce l’organismo di stabilità il silenzio è d’ordinanza. La misura della tragedia europea sta nel constatare che la maggior parte dei politici non sa minimamente cosa sia l’ESM, e quei pochi che lo sanno pensano che sia addirittura un’opportunità per mettere in riparo l’Italia dalla crisi. Nell’indifferenza, nell’ignoranza e nel silenzio di gente messa a rappresentare – dietro lauto compenso – il popolo italiano nelle istituzioni, è possibile ascoltare i rintocchi delle campane a morto che celebrano il funerale di secolari lotte all’insegna dei diritti e della democrazia. Benvenuti nell’era della dittatura finanziaria.


giovedì 14 giugno 2012

Diciamola tutta: Monti ha fallito.



Diciamola tutta, il mandato salvifico dato a Monti sette mesi fa sta inesorabilmente fallendo. Ricordate quel giorno di novembre in cui le tv trasmettevano il lancio di monetine all’auto su cui viaggiava un Berlusconi in procinto di dimettersi? Sembrava un nuovo 25 aprile. Tutti (quelli che erano lì) a far festa, tricolori sventolati e clacson strombazzati come se avessimo vinto i Mondiali. E poi bava che colava per Monti, l’uomo chiamato da Napolitano a salvarci. Prima è stato nominato senatore a vita, quindi investito dei massimi poteri per traghettare l’Italia fuori dalla crisi. I partiti, indeboliti e incapaci di fare il loro mestiere, si sono accodati.

Sembrava che il pericolo fosse scampato, che il Paese fosse finalmente sulla strada giusta. E come dimenticare i titoli di giornali e tg che strillavano la notizia che “Obama consultava il nostro premier per questioni economiche“. Eh sì, per qualche settimana addirittura abbiamo avuto l’impressione che il nostro algido professore, il Preside, avesse ammansito e addolcito la Cancelliera Merkel. Sarkozy prometteva di venire a riverirlo in Italia, il presidente degli Stati Uniti meditava di far aprire a Monti la sessione economica del G8. Poi, però, tutto è sbiadito. Lentamente, ma inesorabilmente. Vuoi per i ministri un po’ così in cerca di visibilità e di spazio, vuoi per un sistema politico che non ce la fa più, Monti si è imballato.

Mediare, trattare, smussare in Italia significa logorarsi. Il premier non lo sapeva, o era convinto che il suo profumo di santità gli permettesse di fare quello che nessuno prima di lui è riuscito a fare: cambiare tutto, sparigliare le carte. Oggi, sette mesi dopo l’ingresso trionfale a Palazzo Chigi (quando Repubblica apriva su sondaggi che attribuivano a Monti il 60-70 per cento di popolarità), siamo a un passo dal baratro. Come e più di prima, quando al governo c’era il puttaniere incapace di fare i conti.

Monti è costretto a convocare vertici notturni d’urgenza perché la situazione è drammatica, i bilanci non tornano, il contagio è dietro l’angolo. C’è chi parla di arrivo del Fondo monetario internazionale, una sorta di commissariamento del governo tecnico che ha commissariato l’Italia. Una commedia in cui ci sarebbe da ridere, se la situazione delle nostre tasche non fosse sempre più triste.

Fonte: Daw-Blog.

sabato 19 maggio 2012

Monti tassa cani & gatti ma si dimentica dei porci: i banchieri infatti non pagano mai.



di Francesco Filini

L’ultimo capolavoro del Governo tecno-eurocratico del prof. Bilderberg, Trilateral e affini, Mario Monti si chiama tassa sui cani e gatti. La proposta a dire il vero, nasce da due carneadi della politica nostrana, Jole Santelli e Fiorella Rubino Ceccacci, entrambe del Pdl. Da quanto si apprende, per abortire l’ipotesi a dir poco strampalata, ci sono voluti ben tre anni, tanto che la poposta nasce nell’ormai lontano 2009. Arrivata al vaglio del sottosegretario all’Economia nominato da Monti, trova subito l’apprezzamento sul principio: per i tecnici allo sbaraglio tassare i gli animali domestici è eticamente (i principi trovano la loro scaturigine dall’etica) giusto. Servirà, fanno sapere i “luminari” poco luminosi ma molto “illuminati” che occupano senza titolo gli scranni di Palazzo Chigi, a finanziare gli interventi contro il randagismo. Prendo in prestito una battuta di Enrico Montesano citata in uno dei film più divertenti della cinematografia tricolore per dire che “questa è la più grande stronzata da quando l’uomo ha inventato il cavallo”. Esattamente come un tale Arthur Laffer spiegava a Reagan, oramai trent’anni orsono, che aumentare le imposte fa diminuire il gettito
semplicemente per il fatto che senza liquidità la produttività ne risente, oggi ci tocca spiegare ai “professoroni per mancanza di prove” che tassare ulteriormente una famiglia solo per il fatto di avere un animale domestico, non può che comportare inevitabilmente il randagismo che si vorrebbe contrastare: quanti che già non arrivano a fine mese decideranno di liberarsi del miglior amico dell’uomo? A noi quest’ennesima trovata suono davvero molto molto strana. Stiamo attraversando la peggiore crisi planetaria che l’uomo abbia mai conosciuto e i sedicenti tecnici pensano a combattere il randagismo come fosse il male principale da combattere? Forse qualcuno dei ministri è stato recentemente morso da un cane randagio? Non credo, per la rabbia contro l’uomo che questi esseri che ci ritroviamo al Governo del Bel Paese covano dentro, qualsiasi cane eviterebbe di mordergli i polpacci per evitare di essere contagiato dall’idrocefalofobia di lor signori professori.
Se consideriamo che i bocconiani hanno deciso di tassare orizzontalmente tutti i cittadini italiani privandoli del sangue necessario a permettere la reciprocità degli scambi (volgarmente chiamato denaro), che queste tasse non servono a rimpinguare le disastrate casse degli enti pubblici che anzi vengono tagliati indiscriminatamente con la mannaia (spesso nei settori più delicati come quello dei servizi sociali e alla persona), la logica vorrebbe che i soldi che vengono portati via dall’intera nazione italiana servano a ripagare questo maledetto debito pubblico, che viene ripetuto come un mantra giustifica-crisi in ogni ridicola trasmissione televisiva che ospita sedicenti politici e affini. Ma vi do una notizia: non è così. Se guardiamo il debito pubblico italiano, vediamo infatti che da quando l’emissario della Goldman Sachs è arrivato per tramite di Napolitano al Governo, ci accorgiamo che questo è aumentato toccando il record assoluto di 1955 MLD! Ed è aumentato dopo che l’altro “Mr Goldman” Mario Draghi ha creato dal nulla 1000 MLD freschi per indebitare i popoli dell’europa intera. Di questi, 139 sono destinati ad essere caricati sul debito pubblico e privato italiano, con la solita maggiorazione d’interessi che le banche commerciali caricano sul denaro-debito 
creato ex nihilo. Lo scenario è raccapricciante e la domanda è legittima: se le tasse non servono ad avere servizi, se i tagli alla spesa pubblica non servono a risparmiare per pagare il debito, che cavolo ci fanno dei nostri soldi Monti e la pletora di tecnocrati???
Non posso pensare bene di questo Governo, la disperazione che sale dai quartieri della mia città me lo impedisce, quindi il sospetto che stiano facendo operazioni poco trasparenti si fa sempre più pesante. Soprattutto se si pensa che la prima cosa che ha fatto Monti appena nominato Premier è stato l’aver bonificato 2,5 MLD alla banca statunitense Morgan Stanley, dove casualmente – e sicuramente per merito – lavora i figlio. E nessuno ne ha chiesto conto!
E’ evidente che questo Governo al servizio dei parassiti globali che oggi vestono i panni eleganti dell’alta finanza, dopo aver tassati i poveri cani e gatti si sia dimenticato dei porci: i banchieri infatti sono gli unici a cui non vengono imposti sacrifici “lacrime e sangue”, perchè sono gli unici a beneficiare della crisi che loro stessi hanno indotto. D’altronde un vecchio detto popolare recita: “simile non mangia simile”. Quindi un porco non può recar danno ai suoi amici porci. L’unica speranza che ci rimane è che l’uomo comprenda questo disegno orribile e si liberi al più presto di questi subumani che lavorano di notte, nelle stanze delle loro logge, al disegno che vede i popoli sotto il dominio del debito che loro stessi hanno inventato. Che Dio ci aiuti.

sabato 12 maggio 2012

ECCO COME MONTI, NEL 1981, FECE SCHIZZARE IL DEBITO ITALIANO.



di Piero Laporta - prlprt@gmail.com 

La Germania conquista la Sicilia con l'usura, sottraendola agli Usa, ovvero effetti geostrategici d'un collasso economico. Un usuraio agisce aprendo crediti insostenibili alla vittima, accrescendone poi il debito attraverso ulteriori prestiti, resi inestinguibili proprio perché a tassi usurari e a lungo termine. Per l'Italia, tale processo cominciò nel 1981, col credito pubblico italiano in ascesa, ma non ancora incontrollabile. Nel giugno 1981, una commissione di studio, presieduta da Paolo Baffi, direttore generale di Bankitalia, deliberò di seguire lo schema d'un giovanotto, molto stimato dai Rothschild, tale Mario Monti, il quale propose l'emissione di titoli a lungo termine, con aste mensili e quindicinali, in modo che il rendimento cedolare fosse fissato dal mercato, con scadenze tra i 5 e i 7 anni. Il che, a detta del professorino, garantiva il potere d'acquisto e, secondo gli esiti delle aste, un piccolo rendimento dell'1-2%. Il Tesoro, zufolò Monti, avrebbe avuto da 5 a 7 anni per programmare e finanziare meglio la spesa pubblica. La proposta passò con standing ovation. Il deficit andò su come un proiettile. Le spese aumentarono invece di diminuire. Mentre Mario Monti procurava il credito a tassi impossibili, aumentarono tasse e benzina, le spese sanitarie sfondarono di mille miliardi di lirette il finanziamento statale. In parallelo, s'aggiunse la situazione internazionale, con una tacita sotterranea alleanza fra i complessi militare industriale statunitense e sovietico, dai cui effetti antidemocratici e inflazionistici il generale Dwight Eisenhower, lasciando la Casa Bianca, mise inutilmente in guardia gli statunitensi. C'erano già state altre nequizie economiche, come il verme solitario della legge Mosca (ItaliaOggi 28.02.2012) che dal 1972 aveva slabbrato i margini del debito pubblico, dando pensioni (mai pagate da versamenti) a un esercito di galoppini partitici e sindacali che sono quindi andati in pensione a sbafo, a spese cioè di tutti gli altri italiani. Altre innumerevoli elargizioni agli amici e agli amici degli amici s'aggiunsero, sulle quali è inutile dilungarsi. La sottomissione dell'Italia al Patto Atlantico, attraverso il debito pubblico, si perpetua da allora con la vana pretesa di rimediarvi solo attraverso tasse iperboliche e accrescendo il debito e, con esso, il legame alle banche statunitensi. Questo tuttavia oggi offre una sponda alla Germania per scalzare gli Usa dalla Sicilia ed entrare nel Mediterraneo. Le banche tedesche battono l'isola palmo a palmo, offrendo finanziamenti ipotecari annuali al 12% ai possidenti che non sanno come fronteggiare l'IMU e le altre tasse. Agli interessi, trattenuti alla fonte, sommano 4,5% per spese, commissioni e assicurazioni. I beneficiati offrono in garanzia ipotecaria immobili di valore doppio dell'importo nominale del prestito. Un edificio da 200mila euro garantisce un prestito nominale di 100mila euro dei quali il contraente riceve 88mila per restituire, entro un anno, 104.500euro, pena l'esproprio dell'immobile. Bankitalia sa e sta a guardare. Entro uno o due anni la presenza tedesca nel centro del Mediterraneo sarà concreta e pesante di gran lunga più avvertibile di statunitense, nonostante le basi militari. Dopo si vedrà.


venerdì 11 maggio 2012

La “Spendig review”? Tutto cominciò con “l’Austerity”.



In principio fu l’austerity. Ma proprio in principio. Quando la maggior parte di voi, naviganti in rete, eravate nella mente di Giove, non eravate manco nati e quell’Italia degli anni ’70 (del secolo scorso) stringeva la cinghia. Era il tempo in cui non si poteva andare in automobile la domenica. Fu in quei giorni che si vide affisso sui muri un manifesto che fece epoca. Venne ideato da un grande giornalista, Giorgio Pisanò, direttore de “Il Candido”, fu proprio un progenitore dell’antipolitica. Ci stampò sopra gli emblemi dei partiti del cosiddetto “Arco Costituzionale”, e ne ricavò uno slogan assai efficace: «POPOLO BUE, LI HAI VOTATI? ADESSO PEDALA!».

In principio fu l’austerity, dopo di che, certo, siamo così provinciali che l’imprinting sulla economy ce lo siamo procurati per tramite di Alan Friedman. Gli stessi economisti assai in voga, oggi, non scrivono dal suolo patrio ma, come minimo, sempre dagli Usa. Redigono in coppia come Giavazzi & Alesina, inzeppano di economics facendo perfino comics ogni dettato ma, soprattutto, non è possibile ricavare una frase di almeno dodici parole che non abbia almeno dieci in slang anglo-usury.

E dunque: spread future, factoring, fair price, fair value, joint venture, blue chip, bond, capital gain, cable, yield, limit high, naked position, zero coupon, day order, dealer, kick-off meeting, key reversal day, AAA (american accountant association), head & shoulders, hedging, capital asset, irr (internal rate of return), grey market, bear, broker, bull, cash & carry, day-trader, duration in the money, nasdaq, range, stock of exchange, warrant…

Quando si tratta di seminare confusione o, ancora meglio, impastare vaselina per meglio fregare il prossimo, specie in tema di portafoglio, l’uso della lingua bank offre utili eufemismi, la signorina Spread ci assilla da non poco, sull’onda di Pisanò ancora oggi sottoscriviamo, con una glossa, la santa massima di Bertold Brecht «Fondare una banca è più criminale che svaligiarla».

Ecco, adesso la glossa, da Franco Battiato: «Il giorno della fine non ti servirà l’inglese».

di Pietrangelo Buttafuoco.

lunedì 7 maggio 2012

Sapelli: il nemico è l’euro, non il debito. Monti? Ignorante.



Le banche italiane già tutte fallite? Sto solo dicendo che questa grande ondata di liquidità è andata alle banche, non è finita all’economia reale. Questo spiega perché noi siamo davanti a un pericolo di deflazione gravissima: vuol dire che si abbassano i prezzi e nessuno lavora più, le imprese non hanno più nessun interesse a lavorare. E’ quello che sta capitando adesso: non hai più marginalità. E un’impresa su tre, dopo Natale, ha chiuso. Quindi: l’ossessione del debito pubblico è una fola degli economisti neoclassici che scrivono sul “Corriere” e dicono cose teoricamente non sostenibili. Nel 2008 dicevano che la crisi non esisteva. Io, avessi detto una cosa così, non sarei più uscito di casa per la vergogna.

E invece siamo entrati nella più grande crisi che sia mai esistita. La crisi è appena cominciata, ragazzi. Perché? Perché c’è questa ossessione del debito pubblico. E non si ha la forza – questo è il fallimento – di riformare la Bce, di trasformarla in una banca federale, come la Federal Reserve. L’euro è un’enorme scommessa: non è mai esistita una moneta senza Stato, nella storia del mondo. Si è fatta una moneta, e le terribili rigidità che una moneta unica ha creato sono state occultate dalla crescita. Adesso che la crescita non c’è più, viene fuori la follia di aver fatto una moneta unica senza una politica unica. E gli Stati dell’Europa del Sud sono i primi ad essere colpiti.

Allora, bisogna trasformare la Bce in una banca federale che abbia di mira la stabilità e la crescita. Mario Draghi fa una politica che non è quella dello statuto; Draghi è lì perché ce l’ha messo Tim Geithner, il ministro del Tesoro americano – non l’ha messo la Merkel, perché gli americani hanno tutto l’interesse perché l’Europa non vada a catafascio, come andrebbe se la Merkel avesse il potere assoluto. Quindi il signor Monti la prima cosa che deve fare è rinegoziare il Trattato di Maastricht. E noi dobbiamo sperare che Hollande vinca, che l’Spd vinca, che la sinistra europea vinca e che la signora Merkel vada a casa.

Il fantasma della spesa pubblica “eccessiva”? Il Giappone ha il 280% di debito pubblico: pensate che sia un’economia così disastrosa? Se non ci fosse stato lo tsunami, nessuno se ne sarebbe accorto. Questa tesi in base alla quale il problema viene dal debito pubblico è teoricamente insostenibile. Lo dicono solo quattro ragazzotti che, appunto, scrivono delle cose non giuste: sui giornali, perché libri non ne scrivono – teorie non ne scrivono: Keynes non ha trovato un suo successore e, fino a prova contraria, l’onere della prova che Keynes avesse torto spetta ai suoi avversari.

E per favore, non mettiamolo insieme al professor Monti, che di teoria non sa proprio nulla: sa quelle quattro formulette dell’economia neoclassica, che ci stanno portando alla rovina. Ad esempio? Che il problema è il debito pubblico, e il pericolo è l’inflazione: questo lo può dire un tedesco scioccato da Weimar e dall’iper-inflazione degli anni ’20. Ma un uomo ragionevole non lo può dire, perché la storia non va in questo senso. Coi nostri disoccupati, un 10% di inflazione in più curerebbe il debito pubblico molto più delle tasse che stanno mettendo. Come si può pensare che una piccola impresa cresca, quando paga il 50% di tasse? Ma dove vivono? Quello che contesto è che siano tecnici.


venerdì 4 maggio 2012

Non solo suicidi: ora c’è anche chi prende ostaggi in Equitalia. Monti ti rendi conto dell’esasperazione della gente?



Un uomo si è barricato nella sede dell’Agenzia delle entrate a Romano di Lombardia, in provincia di Bergamo, dove ha preso una dozzina di ostaggi, alla fine tutti sono stati fatti uscire. L’ennesimo episodio legato alla disperazione di non riuscire più a pagare i debiti e le tasse.

Intanto i suicidi di imprenditori, piccoli artigiani e disoccupati continuano, al ritmo di quasi uno al giorno.

Le tasse aumentano e gli italiani non sanno più come andare avanti. Non è facile populismo o demagogia ma la realtà dei fatti.

Ma al Governo vediamo un’arroganza inumana di chi considera le persone in difficoltà dei poveri falliti da spremere. Lo Stato può tutto ma non concede nulla in cambio. E il presuntuoso Monti minimizza o addirittura fa finta di nulla, come se le morti in serie fossero degli episodi di cronaca nemmeno da sottolineare sui giornali.

Viene quasi il dubbio che Monti, vivendo da nababbo tra Palazzo Chigi e le sue ville, non si renda affatto conto dell’esasperazione della gente, le cui grida di dolore sono considerate meno di uno starnuto di Bersani.

Il Paese è allo sbando, la disperazione della gente incomincia a essere evidente e continua… Fino a quando i professoroni faranno finta di nulla?