Salviamo i nostri Marò

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I nostri due militari devono tornare a casa

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

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venerdì 9 novembre 2012

Ventire anni fa cadeva il Muro di Berlino.


 
Ventitre anni fa cadeva il muro di Berlino e nasceva simbolicamente una nuova Europa. Con il venir meno di quella barriera si riaccendevano le speranze di libertà per le nazioni dell'Est europeo e si iniziava a delineare il fallimento del modello marxista-comunista. Il crollo del muro rappresentò sicuramente la miccia per la sgretolazione dell'Unione Sovietica, ponendo così fine alla guerra fredda. Al contempo, il 9 novembre 1989 rappresentò il giorno in cui migliaia di giovani ebbero il coraggio di superare una linea di confine e di fare una scelta fondamentale per il proprio futuro, schierandosi dalla parte della libertà e della costituzione della nuova Europa. "Sappiamo fin troppo bene che il 9 novembre 1989 fu un momento epocale. Sancì la vittoria dell'Occidente sull'Est che fu di Breznev, Krusciov e Stalin.
Ancora oggi bisogna condurre la lotta per la libertà e per l'edificazione di un'Europa dei popoli, che sappia andare "oltre ogni muro". E benchè il muro fisico che un tempo la divideva sia stato abbattuto, restano ancora altri "muri", che devono essere tirati giù. Pensiamo a un continente che è schiavo della sua stessa burocrazia e della propria timidezza politica, che è vittima di una deriva nichilista e relativista che punta allo sradicamento dell'uomo e all'annientamento dell'identità.
L'Europa che volevano i nostri padri, quella che vogliamo noi, non è purtroppo quella che abbiamo oggi a ventitre anni di distanza. Stiamo avvertendo la debolezza politica dell'Europa proprio in questa crisi economica: tanti ordini, ma poco impegno a contrastare la disoccupazione giovanile, a sostenere la natalità e ad alleggerire la stretta al credito delle imprese, per esempio.
L'Occidente deve decidere da che parte stare: se stare dalla parte della libertà dei diritti civili o piuttosto abdicare al suo ruolo per difendere interessi economici. E' altresì innegabile che la caduta del Muro di Berlino diede il via definitivo a un processo di globalizzazione imponendo il primato dell'economia sulla politica. Ma proprio in nome degli stessi principi etici ripetutamente violati e violentati dal comunismo che si richiede alla politica, alla buona politica, di riprendere il primato sull'economia.

mercoledì 19 settembre 2012

IO SONO EUROPEO...

 
Sono nato qui dove è nata la civiltà, ho messo insieme le pietre a Stonehenge per avvicinarmi al cielo, ho costruito il Partenone e combattuto alle Termopili. Ho vinto con Costantino contro Massenzio e costruito un arco che è divenuto pilastro della storia.
Ho unito il quadrato, simbolo della terra, con il cerchio, simbolo dell'infinità del cielo per costruire l'ottagono del castello del monte. Ho vissuto lassù tra il grigio del castello di bamburgh, e riflettuto all'ombra del monastero benedettino di Subiaco.
Sono arso vivo per difendere le mie idee come Giovanna D'arco in Piazza del Mercato Vecchio.
Sono tornato a combattere la guerra di Cipro,ho poi raggiunto Apremont per raccogliere il bianco giglio nel campo dei ribelli. Sono tornato in Italia per vegliare sui fratelli del Monte Grappa.
Sono tornato a bruciare ancoro in piazza a Praga con Jan Palach per veder nascere dalle lacrime la primavera della Libertà.
Ho picconato il muro a Berlino per poter dire Io Sono Europeo, sono nato qui, dove è nata la civiltà, nell'Europa con il cuore senza rating.
 

martedì 24 luglio 2012

Tecnocratica e senz'anima. L'Europa così non funziona.


Nel 1998, Mario Monti, in un suo breve libro, Intervista sull'Italia in Europa (Laterza), auspicava una sostanziale dissoluzione degli Stati nazionali a vantaggio di un superstato europeo. Il pamphlet era dato alle stampe nei mesi cruciali della fase di avvio per l'approdo all'euro e il professore, commissario a Bruxelles, tratteggiava le sue idee sull'Europa, non certo il continente dei popoli, sedimentato in una cultura millenaria comune, bensì una sovrastruttura tecnocratica che doveva mirare alla gestione economica del mercato. Tra Maastricht e i primi anni del Duemila l'idea neoilluminista di un'Europa a direzione centralista e tecnocratica è stata egemone nei giornali, nelle università, nei luoghi dove si è formata l'alleanza tra salotti giacobini e “poteri forti”. Cosa non solo teorizzata ma avvenuta nei fatti quando agli Stati nazionali è stato sottratto il governo dell'economia, tratto distintivo della sovranità accanto all'esercizio della forza militare. Europa forza gentile fu il titolo di un altro libro, a firma di Tommaso Padoa-Schioppa, che uscì in occasione del varo dell'euro e che vedeva in Bruxelles una forza buona chiamata a domare il senso di nazionalità. Nondimeno, un anno prima di diventare Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano pubblicò Altiero Spinelli e l'Europa (il Mulino) dove si auspicava il «mettere insieme delle sovranità, delle funzioni, dei poteri, per esercitarli a livello sovranazionale», contro le «forme di nazionalità esasperata».

Alla prova dei fatti l'Europa così concepita si è dimostrata un fallimento, non solo perché ha prodotto una spaventosa crisi economica, non ciclica ma epocale, ma soprattutto perché - come ha scritto Giorgio Israel - sta «sgretolando le culture nazionali che dovevano essere i mattoni costitutivi dell'identità culturale del continente». In altre parole, quella pluralità nazionale che per secoli è stata la ricchezza dell'Occidente, parte essenziale della civiltà europea, è stata distrutta dal burosauro tecnocratico.

Se è vero, come ricorda, Federico Chabod, nel suo classico L'idea di nazione, che dire senso di «nazionalità, significa dire senso di individualità storica», il sedimento storico non può essere generato in laboratorio. Per secoli la forza dell'Occidente è stata la libertà degli individui, consacrata dalle costruzioni giuridiche e soprattutto da un potere riconoscibile ed emendabile. Il potere delle tecnocrazie, invece, appare indistinto e lontano. Scruton salda in un binomio indissolubile nazione e democrazia: «Le democrazie devono la loro esistenza alla fedeltà nazionale». E aggiunge che «dovunque l'esperienza di nazionalità sia debole o inesistente, la democrazia ha mancato di attecchire». Lo storico polacco Ernst Kantorowicz fa risalire a Federico II l'origine dell'unità giuridica e culturale dell'Occidente attraverso la nozione di Europa imperialis, una res pubblica universae christianitatis, dove il potere non è tirannia ma è chiamato a rappresentare la communitas, un popolo unito dalla storia. Un ruolo che valse a Federico II il riconoscimento postumo di Nietzsche che lo definì: «Il primo europeo di mio gusto». Lo jus publicum europeaum, ben descritto da Carl Schmitt nel Nomos della terra, come «diritto interstatale», che delimita «l'ordinamento spaziale della respublica cristiana medievale», non ha avuto, dunque, quella modernizzazione evolutiva che necessitava come base della costruzione europea. L'Europa dei tecnocrati ha evidentemente tradito i postulati culturali della possibile unità europea, negando quello che Scruton definisce il «dono principale delle giurisdizioni nazionali».

E non si esagera nel ritenere che l'Europa giacobina dei poteri forti sia antidemocratica, priva di radicamento popolare. L'Unione di oggi, quella di Bruxelles è un dato solo formale che ha distrutto le virtù delle nazionalità ed è priva di «quell'anima» dei popoli teorizzata da Charles Péguy o del Volksgeist caro e Herder e Fichte. E non gode neanche di un fondamento plebiscitario: in Italia non c'è mai stato un referendum sull'Europa, mentre le consultazioni popolari di Francia e Olanda hanno bocciato la Costituzione europea.

Per secoli lo Stato nazionale, grazie al suo radicamento culturale, si è dimostrato un modello di prosperità economica e di democrazia. E occorre domandarsi quanto della crisi dell'Occidente sia da imputare all'abbandono delle strutture nazionali. Il peggio ammoniva Gustave Flaubert è quando la bêtise (la stupidità) di un certo universalismo si allea con la canaille, che per mantenere i propri privilegi economici, mira a sovvertire le gerarchie della storia.

di Gennaro Sangiuliano.

domenica 3 giugno 2012

Una nuova stagione dogmatica. Laica però…


Reginald Garrigou Lagrange
di Francesco Natale.

Così scriveva Reginald Garrigou Lagrange, studente in medicina e poi frate Domenicano: «La Chiesa è intransigente sui principi, perché crede, è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui principi, perché non credono, ma poi intransigenti nella pratica, perché non amano. La Chiesa assolve i peccatori, i nemici della Chiesa assolvono i peccati».
Non ce ne voglia la buona anima del frate domenicano Garrigou, ma…quanta sana politica in sole quattro righe epigrammatiche.
Vediamo nel dettaglio perché: c’è stata una stagione, italiana e non solo italiana, durante la quale ogni dogma, fosse esso laico o cattolico, è stato messo in discussione.
Qualcuno (Mario Capanna per citare il più famoso) ha chiamato quegli anni «formidabili». Tutto in discussione, tutto demolito, morte alla «morale borghese».
Fine dell’ipocrisia, quindi, almeno istituzionalmente: abbiamo legalizzato per mandato popolare tutto il “legalizzabile”, perché i dogmi avevano fatto il loro tempo.
Lo slancio iconoclasta, manco ci fossimo tutti risvegliati con l’irascibile contegno di Leone l’Isaurico, ha portato a riconoscere come legittimi comportamenti ed azioni che tali prima non erano, grazie al bieco ed abusato strumento referendario.
Con questo, fine della discussione su aborto e divorzio e, finalmente, cominciamo a parlare di “cose serie”.
Se per attitudine politica media l’assetto consolidato della nostra società è stato una volta (formidabili quegli anni!) passibile di discussione, oggi non è più così.
Oggi non solo abbiamo perso la voglia e la verve, ma pure riteniamo impraticabile dal punto di vista operativo e filosofico mettere in discussione situazioni ben meno problematiche della legge 194, della legge 180 (o Basaglia che dir si voglia) o della legge Merlin.
Siamo di fronte a nuovi dogmi che, pedissequamente, accettiamo.
Manco fossero Vangelo.
L’Europa è un dogma.
L’euro è un dogma.
Il primato “senatoriale” (qui inteso come se parlassimo fantascientificamente di Stati Uniti d’Europa) della Germania è un dogma.
L’impossibilità di tornare a regimi economici con moneta propria e, soprattutto, con banche proprie magari nazionalizzate (vedi Ungheria) è un dogma.
La rimozione stessa della memoria, nella fattispecie la prima idea di Europa concepita da soggetti un pochino più significativi di Lady Gaga, ovvero De Gasperi, Adenauer e Schuman, è divenuta dogma.
Anche perché per i soggetti soprammenzionati, dei quali più nulla si insegna nella scuole italiane, l’idea di Europa era fortemente identitaria rispetto al concetto di Europa carolingia e, quindi, cristianamente connotata.
Non so, sinceramente, se fosse un concetto migliore in assoluto, ma so per certo che sarebbe stata una concezione politica di Europa migliore rispetto alla inconoscibile, incensurabile, invisibile (agli occhi dei più, almeno) “Europa” finanziaria.
Della quale, in fondo, noi comuni cittadini non sappiamo niente. Di niente. Di nulla.
Ma l’organigramma stesso della Comunità Europea è un dogma parastatale.
Ma che dico: ultrastatale.
È oltre lo “Stato”: supera quel concetto di «identità tra Popolo, Istituzioni, Territorio» che chi ha pratica di diritto pubblico ha imparato a conoscere come requisito necessario perché di “Stato” possa parlarsi.
Come Mercuzio, insomma, parliamo di nulla.
Peggio di Mercuzio, crediamo nel nulla.
In un qualcosa che, formalmente non c’è.
Ma che, empiricamente, incide nel nostro vissuto quotidiano. E pesantemente.
Un dogma europeista che, allo stato attuale delle cose, nulla porta se non peste, tempesta e morte.
Un dogma che tenta di rendersi tollerabile sbandierando lo specchietto per le allodole dei cosiddetti “diritti civili”: sopportate le tasse al 65% perché in cambio avrete PACS, DICO o “matrimoni gay”. Sopportate l’IMU, perché in cambio vi daremo (nel 2135) le “centrali eoliche” (anche il cosiddetto “ambientalismo” è un dogma. Non lo sapevate?). Sopportate il neogermanismo, perché un domani non lontano potrete pagare le tasse tramite bancomat (E ‘sti cazzi, che fortuna…).
Tutte cose che indurrebbero a sonore e crasse risate (almeno in quell’Italia che ancora si ricorda di Novello e Flaiano….) ma che nella nuova, moderna, “europea” italietta del “dogma” suonano come terribilmente serie.
Ora, con semplicità, il sottoscritto si chiede: ma un “eretico” tout court che spacchi dalle fondamenta codesti “dogmi laici” e dica la più semplice delle cose, ovvero «abbasseremo le tasse di dieci punti in barba alla Kraft (la pitonessa ha fatto il tempo suo…) no?» . Questo si che sarebbe “formidabile”!

P.S.
Lo sapevate che la mia, evidentemente “dogmatica”, versione di Word non riconosce la parola “identitaria” e tenta di correggerla?

mercoledì 2 maggio 2012

Europa, la civiltà prima dei sacrifici.


di Franco Cardini.

Che cos’è, insomma, l’Europa?  Lontano da qui, disseminata tra Bruxelles e Strasburgo, c’è una selva di  edifici in acciaio e cristallo, di uffici lussuosi, di sale da riunione e da conferenza; una pletora di dirigenti, di parlamentari, di funzionari, d’interpreti e di consulenti ben pagati, qualcuno strapagato; una Commissione Europea, un Consiglio d’Europa, un parlamento Europeo, ma nessun leader nel quale la gente possa identificarsi o col quale possa prendersela  se e quando le cose vanno male. C’è una Banca Centrale Europea che non è pubblica, quindi è in mano ai suoi anonimi o semianonimi azionisti: stampa euri e detta legge sui nostri bilanci e sulle nostre tasche.

C’è una bandiera azzurra e stellata, bella ma àlgida, sulla quale non ha mai pianto nessuno, che non ha mai avvolto la bara di un ragazzo morto per difenderla, che quando sventola fa un bell’effetto ma non commuove. C’è un inno preso in prestito da Beethoven, bellissimo, ma le parole di Schiller che lo accompagnano quasi nessuno le conosce e comunque sarebbero inadatte a esser cantate: e nessuno ha mai pensato sul serio a scrivere un testo che potrebbe rappresentare i sentimenti collettivi di tutti i ventisette stati membri ed esser tradotto in tutte le loro lingue. Non c’è un esercito europeo, perché l’organizzazione militare comunitaria è in realtà quella della NATO, egemonizzata da una potenza che sarà anche amica ed alleata, ma ch’è pur sempre straniera: un’organizzazione che ad esempio impone (la notizie è di metà aprile) l’organizzazione di un costoso “scudo” antimissilistico non si capisce né chiesto da chi né utile a chi né indirizzato a difenderci dalle minacce di chi.  I paesi europei hanno rinunziato alla sovranità economico-monetaria, a quella diplomatica, a quella difensiva, ma tali forme di sovranità non sono gestite da nessun vero e proprio governo sovranazionale. L’Unione Europea non ha ancora deciso nemmeno se organizzarsi in Federazione all’americana o alla tedesca o in Confederazione alla svizzera.

Eppure, questa larva semisconosciuta e non amata dai suoi cittadini chiede continui sacrifici, impone tagli e balzelli. E dappertutto sorgono ormai, contro di essa, gruppi e movimenti che da “euroscettici” si stanno trasformando sempre più in veri e propri antieuropeisti: nostalgici delle piccole patrie che c’erano prima o utopisti che rivendicano la fondazione o la resurrezione di patrie mai esistite oppure defunte da secoli. Partiti ostili all’Europa stanno sorgendo dappertutto, e in molte nazioni assumendo il potere, com’è accaduto in Ungheria. In Francia, sembra che l’ago della bilancia per l’elezione del nuovo presidente sia costituito dagli antieuropeisti del Front National, oggi corteggiato sia da Sarkhozy, sia da Hollande.  

Eppure, l’ "Unione non unita" ha avuto una primavera, è stata una speranza e addirittura un ideale. Ne so qualcosa io, che me ne innamorai ventenne, nel 1960, dopo aver ascoltato alla  TV una breve, commossa allocuzione del cancelliere Konrad Adenauer dove si parlava  di quest’Europa ch’era una patria da amare per tutto quel che aveva e che significava: per le cicogne sui tetti di Norimberga, per i vigneti della Borgogna, per la pianura infinita della Meseta, per il mare di Capri; ma soprattutto per la sua storia tormentata eppure tanto “profondamente nostra”,  per le guerre fratricide che avevamo combattuto e che non dovevano più dividerci, per le comuni radici cristiane testimoniate dalle nostre cattedrali, per i nostri popoli che attraverso errori e sofferenza avevano imparato ad amarsi tra loro e a ritenersi reciprocamente complementari, per i nostri ragazzi di domani che avrebbero abbattuto le frontiere e bruciato gli inutili passaporti.  Molti paesi europei avevano sognato nei secoli passati di dominare il mondo con la forza, e non c’erano riusciti: insieme, saremmo stati invincibili e saremmo riusciti a imporre al mondo non la legge della  guerra, bensì quella dell’amore e della fratellanza tra i popoli.

Che cosa è andato storto, da allora? Che cosa non ha funzionato, di quel bellissimo sogno?  La verità è che, nell’edificare  la “casa comune europea”, abbiamo sbagliato l’ordine costruttivo. Una realtà civile e sociale si costruisce dalle fondamenta: cioè dalla riflessione storica,  dalle istituzioni  politiche e amministrative, dall’educazione dei giovani (quindi dalla scuola), dalla difesa. Infine il tetto: la moneta e i meccanismi finanziari.  Ma noi non abbiamo avuto fino dagli Anni Cinquanta il coraggio d’innovare quel che andava innovato e di fondare quel che doveva essere fondato. Avremmo dovuto costruire l’Europa dei popoli e delle loro tradizioni: abbiamo costruito l’Europa dei governi e l’Eurolandia delle banche. Dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, del ’51, passammo alla Comunità Economica Europea nel ’52 per trasformarla a Maastricht, nel ’92, in Comunità Europea: solo allora si assunse la denominazione di “Unione Europea”, in realtà un guscio istituzionale vuoto.

Avremmo avuto bisogno di edificare giorno per giorno una coscienza civica europea, diciamo pure un “patriottismo europeo”, cominciando con il conferire uno spirito nuovo a tutte le scuole. Si sarebbe dovuto studiare una storia comune europea in grado di accompagnare le nostre storie nazionali e di conferir a ciascuno di esse il senso di una convergenza e di una complementarità nuova. Oggi la bandiera azzurro-stellata sventola su tutti gli edifici scolastici, ma non si riflette in nessun programma concreto d’apprendimento. Tornano le piccole patrie e i micronazionalismi isterici, da stadio; oppure trionfa l’individualismo sterile ed egoistico, incapace di creare valori civili.

E allora? Abbandonare tutto e dire che ci siamo sbagliati, rinunziare  per tornar a un pulviscolo di stati senza forza e senza autorevolezza, vasi di coccio minacciati dai colossi internazionali e dalla potenza occulta ma formidabile delle lobbies?  Adattarci a far parte di un generico “Occidente” atlantico nel quale doversi rassegnare a una funzione definitivamente subalterna? O ricominciare da capo, da ora, da subito, reinsegnando ai ragazzi del secondo decennio del XXI secolo quel che avremmo dovuto insegnar a quelli di mezzo secolo fa e imponendo nuove forme di rappresentanza politica diretta scelte dagli europei nel loro complesso, che non proiettino più sull’Unione icondizionamenti delle singole politiche nazionali? Quanto tempo perduto, quante occasioni sprecate, quante speranze gettate al vento… Eppure, non è mai troppo tardi.

domenica 19 febbraio 2012

Le radici di un'idea Comune: Il Laboratorio Culturale Aslan Intervista il partito di Governo Ungherese.



E' per noi un enorme piacere poterci confrontare con voi, fratelli ungheresi. Le storie degli ultimi mesi hanno appassionato tutto il mondo, in particolare quei popoli e quelle nazioni libere che vedono nell'operato del Governo Orban un'azione interessante. I mass media stanno attaccando massicciamente la politica che punta nella direzione della riconquista della sovranità nazionale. Le contestazioni, in Ungheria come in Italia, sono state capeggiate da coloro che incitano alla libertà ma paradossalmente contestano il principio del potere popolare. Nonostante tutto, lo spirito di Budapest del 1956 sembra non essersi spento: se prima i nemici erano coloro che invadevano con i carri armati le città libere d'Europa, ora il potere sembra essere più infimo, le armi sono le agenzie di rating e i mandanti hanno volti sconosciuti e siedono dietro le scrivanie della finanza internazionale. Il "Fidesz", il partito di maggioranza magiaro, sta dimostrando coraggio, tentando di far uscire l'Ungheria dalla crisi con dignità e a testa alta.

I Telegiornali di tutto il mondo hanno gettato un'ombra sull'Ungheria, accusando il Fidesz ed il Governo Orban, di aver imposto una dittatura al popolo Magiaro. Come rispondete a queste accuse?

Il primo ministro ha affermato:  "Sulla questione dei diritti, la costituzione protegge tutti i punti della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Quindi dichiara l’inviolabilità della dignità umana, il diritto alla libertà, la sicurezza della persona e la protezione della proprietà privata."

Gli stessi media che vi accusano di estrema autorevolezza calcano molto la mano sulla questione della comunicazione. Siete stati accusati di voler imbavagliare il giornalismo attraverso leggi che censurano l'informazione. Cos'è successo esattamente?

Le nuove leggi sui media in Ungheria sono conformi a quelle dell’Unione Europea. Su queste critiche, Szalai ha dichiarato che l’obiettivo era più “Una prevenzione e non una punizione” e che i tribunali devono applicare i “Princìpi di gradualità, stessi trattamenti e penalità proporzionate” per i giornalisti.

Quali sono le azioni che state portando avanti per uscire dalla crisi?

Tra i risultati di questi 18 mesi, c'è il miglioramento del debito pubblico dell’Ungheria, un positivo bilancio fiscale e lo scioglimento dell’organizzazione paramilitare che minacciava le etnie di minoranza. Le riforme prevedono cambiamenti nel sistema governativo, legislativo, municipale, giudiziario e educativo, diverse saranno anche le tasse, le pensioni, ma anche i servizi sociali e l’assistenza sanitaria nazionale. “Abbiamo riorganizzato tutti i sistemi che prima alzavano il debito pubblico”. A partire da Giugno i cambiamenti attuati dal Fidesz saranno completati, e dopo ci sarà un periodo di calma, parola di Janos Lazar, capogruppo al parlamento.

In Italia, nei nostri concerti, cantiamo a squarciagola la canzone "Avanti ragazzi di Buda", brano che narra la rivolta del 1956. Che peso hanno questi eventi nella storia dell'Ungheria e nella vostra militanza politica?

La legge fondamentale dell’ungheria (25 aprile 2011) dice: "Siamo d’accordo con i membri del parlamento libero, che proclamò come prima decisione che la nostra libertà ebbe inizio durante la rivoluzione del 1956”.

Cosa pensate dell'attuale Unione Europea e quale è la vostra idea d'Europa?

"E’ nell’interesse dell’Ungheria che l’unione europea sia forte e unita e che la zona Euro esca dalla crisi al più presto possibile, afferma il ministro degli esteri Janos Martonyi." Il governo ungherese è pronto a dialogare con tutti su qualunque questione ma non accetta che nessuno metta in dubbio la nostra democrazia. Martonyi continua: "Chiediamo ai nostri vicini di abituarsi all’idea che non esiste un’identità individuale senza un’identità condivisa. Se capiranno questo, capiranno meglio l’identità Europea”.

La costituzione ungherese, attraverso una recente riforma approvata dal parlamento, sottolinea i principi saldi che guidano il popolo magiaro. Si parla di Dio e di Patria, come concetti imprescindibili a cui fare riferimento. Da cosa nasce la necessità di evidenziare questi argomenti?

Le leggi dell’Ungheria si basano sulla libertà dell’individuo e sul rafforzamento dei valori costituzionali e democratici della carta dei diritti dell’Unione Europea, afferma il presidente Pal Schmitt alla celebrazione della nuova costituzione, e riafferma che la famiglia, l’ordine pubblico, la casa, il lavoro e la sanità sono i valori principali.

Che importanza hanno, le radici e le tradizioni nella vostra visione del fare politica?

Il deputato Tibor Navracsis ha detto: "La nuova costituzione ha grande importanza sia pratica che simbolica.  Provvede a una fondazione per il nuovo spirito dell’Ungheria. Pensa al passato, presente e futuro della nazione e ai valori fondamentali del popolo ungherese."


giovedì 16 febbraio 2012

Ad Atene sta bruciando l’Europa.

Gli europeisti tedeschi e francesi hanno venduto l'anima a banche e finanza dimenticando i "fratelli maggiori", cioè i greci.


L’Europa rischia di morire dove è nata. Una sorta di un ritorno nel grembo da dove era volata via. La leggenda narra che Zeus rapì Europa e la portò con sé a fecondare il Mediterraneo e poi Esperia, la terra del tramonto. Creta fu il loro nido dove vide la luce la civiltà minoica che sarebbe stata il seme della civiltà europea dispiegatasi poi nell’Ellade, patria di eroi, poeti, artisti, avventurieri, sacerdoti e legislatori. Atene fu il suo cuore. E da essa prese forma il Continente oggi immemore delle sue radici che conquistò il diritto ad esistere contrapponendosi all’Asia. Non una guerra tra civiltà e barbarie si produsse tra le due immense aree rappresentate dai greci e dai persiani poiché questi nulla avevano in termini di cultura da invidiare agli altri. Ma la lotta fu politica e tra concezioni del mondo. La Persia incarnava la monarchia universale, lo Stato totalitario; la Grecia il primato della persona, dell’individuo assoluto che trova la sua dimensione nella comunità organica. Questa eredità è il dono che Atene ha lasciato all’Europa. La battaglia di Salamina fu il suggello eroico di quel legato. Era il 480 avanti Cristo. Dopo 2500 anni, le tenebre stanno scendendo sul questo antico Continente e si allungano, per una sorta di tragico e beffardo destino, su quel lembo estremo d’Europa che è la Grecia, la sua culla. Infatti i popoli che le tagliano le mani sono gli stessi che quelle mani hanno nutrito. Di cultura, di poesia, di filosofia, di religiosità. Facendo diventare l’Europa ciò che è. Davanti alle vicende ateniesi rabbrividirebbe il vecchio Jakob Burckhardt dalla sua cattedra di Basilea, ammutolirebbero Erwin Rodhe e Friedrich Nietzsche che con Willamovitz-Moellendorf nuotarono nella filologia classica alla ricerca del mito di Europa. Antiche suggestioni. Eccentriche, incomprensibili forse dalle parti dell’Eurotower di Francoforte e nelle «case della democrazia» di Bruxelles e di Strasburgo. Qui nessuno s’indigna per Atene che brucia. Fanno piuttosto i conti del dare e dell’avere gli «europeisti» tedeschi e francesi, travestiti da statisti. Soprattutto i primi, rigoristi esemplari quando devono mettere mano ai loro portafogli, hanno fatto in fretta a dimenticare ciò che l’Europa gli ha dato prima del 1989 e dopo quell’anno fatale. Compresi i greci i quali, sono sempre stati reputati culturalmente come fratelli maggiori dai tedeschi. In queste ore si dissolve il sogno della nazione greca, come capitò a metà degli anni ’60 del secolo scorso. Ma con una differenza. Allora l’Europa c’era, si fece sentire, rivendicò la Grecia come parte essenziale di se stessa e non la lasciò nelle mani dei suoi carnefici. Oggi da Atene si diffonde un contagio propagato proprio da quei sedicenti virtuosi Stati europei, in realtà untori politici, che hanno venduto le loro anime alle banche, all’alta finanza, alle agenzie di rating, agli speculatori d’Occidente e d’Oriente affinché qualche profitto si salvasse sia pure a prezzo della morte di qualche popolo. È questa la morale corrente che sostiene l’idea di Europa. Un’idea corrosiva, sposata dalla Germania che non ha imparato nulla dalle lezioni che la storia le ha impartito. I suoi governanti, dall’intransigente Schauble alla tetragona Merkel, non hanno capito che la democrazia si fonda sulla dignità dei popoli e sulla tutela dei loro diritti. Probabilmente di Salamina non sanno nulla. Ma qualcosa dovrebbero ricordare di un Muro indecente che pure deve averli fatti soffrire. Adesso, con la complicità silente di altri Stati, forse al di là delle loro intenzioni, stanno costruendo altri muri, distruggendo di fatto quel poco di Europa che dal 1946 ad oggi eravamo riusciti a mettere insieme. Beninteso, siamo sempre stati dell’avviso che non si realizza un’unità politica prescindendo da una cultura condivisa e coltivando egoismi e particolarismi. Ma neppure è possibile immaginare un’Europa nella quale le sovranità sono state delegate dagli Stati ad organismi burocratici che non rispondono a nessuno, tantomeno ai popoli. A Salamina contro i persiani come a Belgrado, a Lepanto e sotto le mura di Vienna contro gli ottomani, l’Europa si ritrovò con le sue molte genti, i suoi diversi Stati e le sue culture a difendere la comune civiltà. Malauguratamente essa ha dimenticato, considerandosi continente, di essere una nazione divenuta tale per affinamenti progressivi, commistioni identitarie, amalgama religioso prodotto dal cristianesimo. E le nazioni possono anche collassare quando il loro spirito si affievolisce fino a smarrirsi e soprattutto se non sono sostenute da entità giuridiche, amministrative o statuali. Siamo a una svolta cruciale. Ad Atene non sta bruciando soltanto la Grecia. È l’Europa che si sta incendiando.


lunedì 23 gennaio 2012

Le radici di un'idea comune. Intervista al Front National de la Jeunesse.



Intervista a Julien Rochedy, dirigente del Front National de la Jeunesse.

E' per noi un enorme piacere poterci confrontare con giovani europei che affrontano la politica e la quotidianità con spirito di  militanza e dedizione. Nell'epoca moderna dove contano apparenza e ricchezza materiale, l'azione più nobile che si possa compiere è certamente quella di dedicare se stessi al bene comune, al cambiamento della comunità nazionale e alla riscoperta degli antichi valori che hanno fatto dell'Europa un continente portatore di millenaria tradizione.
Oggi ci troviamo in una situazione particolare, dove storia e popoli sembrano oppressi dai burocrati della grande finanza, dove l'uomo sembra costretto a piegarsi ai tecnicismi, al mondo della ragione, al potere degli speculatori. L'unione europea, che avrebbe dovuto rappresentare una comunità di intenti e di tradizioni, sembra aver rinnegato le proprie radici occupandosi solo di economia e mercato, tralasciando quel ruolo politico di cui il nostro continente, oggi più che mai avrebbe bisogno. In questa situazione, giovani come noi e voi, rappresentano, per usare una frase di Tolkien, "le piccole mani che muovono il mondo". Ogni tipo di attività volta a svegliare i popoli da questo torpore, utile per ridonare dignità e orgoglio alla storia della nostra Europa non può che partire da grandi movimenti generazionali, che a differenza di quelli del 1968, hanno a cuore le sorti della propria nazione, credono nella famiglia, nell'onore, nella comunità, nella bellezza del dono, nella magia della vita.

In che modo il Front National de la Jeunesse affronta questo periodo di crisi della politica? Quali sono le sue ultime battaglie?

Nella crisi attuale noi vediamo che la rivelazione di questo sistema del re denaro e della globalizzazione sfrenata non è più praticabile. D’ora in poi dovremmo essere all’altezza di offrire un progetto alternativo ai francesi, per non far si che la crisi ci passi vicino senza affrontarla. Noi ci battiamo regolarmente per convincere i francesi, moltiplicando le azioni simboliche (come giocare a poker davanti le banche), la produzione di immagini, manifesti e volantini relativi,  nel tentativo di accendere il dibattito, nel più breve tempo possibile,  perché possiamo essere e siamo i migliori in questo campo.

L'Unione Europea, già pochi anni fa, decise di non inserire all'interno della propria costituzione un importante passaggio sulle radici cristiane. Voi, che avete come eroe nazionale Giovanna d'Arco, come vedete questa scelta di cancellare un pezzo così importante della nostra storia?

Pierre Manent ha scritto: “Ogni volta che viene menzionata l’Europa, è per annullarla”, il che significa che l’Europa di oggi nega tutto ciò che è veramente l’Europa. L’UE è come un casco scomodo, pesante e grosso, posato sulla vera Europa, quella della civiltà ellenico-cristiana, quella delle Nazioni. Io dico sempre che sono più europeo di quelli di Bruxelles, perché essi creano da zero un’Europa artificiale, io amo l’Europa che esiste, quello che abbiamo ereditato.

Che importanza hanno, le radici e le tradizioni nella vostra visione del fare politica?

Per noi le radici costituiscono la nostra identità, la nostra personalità ed il nostro carattere. Senza questi elementi, gli uomini sarebbero degli insetti che volteggiano nel vuoto, senza forza e senza anima. Le tradizioni sono una fonte di saggezza accumulata nei secoli, e volerle distruggere per  la politica da tavola, come hanno fatto i socialisti e i comunisti, e come fanno i liberali oggi, è una pura follia.

La Francia, ancor più dell'Italia, è stata sotto attacco dei media per la sua politica nei confronti dell'immigrazione. In che modo secondo voi, si dovrebbe affrontare il problema dell'esodo dai paesi del terzo mondo?

Penso che abbiamo bisogno di affrontare la questione su due direttrici: in termini economici e in termini di identità. In primo luogo, l'immigrazione verso l'Europa distrugge le due economie: quella del paese ospitante, perché non ha i mezzi, soprattutto in tempo di crisi, ma anche quella del paese di emigrazione, perché si priva di manodopera e cervelli di cui ha bisogno per lo sviluppo. Quindi nessuno è vincente in questo caso. Poi, in termini di identità, penso che rischiamo una sovversione  della nostra cultura e dell'essenza del nostro popolo, che è circa la stessa da più di mille anni.

In Italia si è insediato, in un modo assai sconvolgente, un governo guidato da tecnici, provenienti dalle agenzie di rating più famose del mondo. Pensate che esista un disegno internazionale volto a stravolgere i governi eletti dal popolo per instaurare un potere dell'economia?

Ammettiamolo, l'economia e la finanza dirigono gli uomini politici già da tempo!
Proprio quelli che il popolo ha eletto sono dei grandi pupazzi della finanza internazionale.   Momentaneamente, il potere delle banche non si prende più la briga di farci credere alla favola della democrazia, impone direttamente i suoi capi di Stato. Almeno nessuno potrà dire che non ne era al corrente.

Da secoli esistono decine di superficiali stereotipi che dividono il popolo italiano da quello francese, qual'è la reale considerazione che la Francia e il vostro movimento hanno nei confronti dell'Italia?

Per noi gli Italiani sono fratelli, come lo sono gli inglesi, gli spagnoli e i tedeschi, e l’insieme dei popoli europei. Noi siamo una sola e unica civiltà e stiamo affrontando le stesse difficoltà: il potere dell’UE, la sottomissione al potere degli USA e delle banche,l’immigrazione incontrollata, la crisi dei valori ecc. Noi possiamo e dobbiamo sormontare queste difficoltà insieme, augurando a ciascuno di noi di riprendere ciò che avevamo iniziato su scala nazionale.

La Francia e l'Italia sono due nazioni con un territorio assai complicato, esistono infatti all'interno di entrambe molte differenze tra il Nord e il Sud. Pensate che le identità locali possano essere ostacoli o punti di forza nella costruzione di un'identità nazionale?

Personalmente, penso che possano essere un bene, visto che dal loro sincretismo nasce una cultura particolare, con dei tratti propri. In Francia, per esempio, sono convinto che arricchisca la nostra cultura, visto che i bretoni si sentono sia bretoni che francesi, come gli occitani si sentono sia occitani che francesi Etc. Dal momento in cui si prende coscienza che la nostra nazione francese è il nostro comune denominatore, non ci potranno essere problemi. D'altra parte, qualcuno che si sente bretone e non francese, non ha capito nulla e resterà condannato, visto che oggi solo lo stato nazionale può proteggete le sue terre dalla crisi economica e, per esempio, dai flussi migratori.

Qual è la posizione del Front National de la Jeunesse sull'operato del Governo Sarkozy?

Noi pensiamo che Sarkozy non ami la Francia, lui preferisce il modello americano. Ha fregato tutto il mondo facendo credere che volesse proteggere l’economia Francese, puntare sulla sicurezza e regolare l’immigrazione, ma non ha fatto niente. Al contrario sotto l’amministrazione di Sarkozy, ogni cosa è peggiorata: la disoccupazione, il debito, l’insicurezza, l’immigrazione e la cultura identitaria.

L'Italia, avendo scelto di non avere centrali nucleari, compra gran parte dell'energia che utilizza dalla Francia, questo ci rende uniti sotto il campo delle energie ma nonostante ciò la guerra in Libia e contro Gheddafi è stata intrapresa molto probabilmente per rompere un rapporto energetico/economico che si era creato tra la Libia, l'Italia e la Russia che vedeva rompere il potentato atlantico che fino ad allora aveva l'egemonia su tutto il mediterraneo. Qual è la vostra posizione sulla guerra in Libia e sulla questione energetica?

Eravamo contrari alla guerra in Libia, d'altronde le cause non sembrano essere state molto europee e francesi.
Sulla questione dell'energia, penso che l'Europa debba aprirsi all'est, instaurando delle grandi alleanze con paesi come la Russia, che hanno bisogno l'uno dell'altro per governare sul mediterraneo, e insieme dovrebbero puntare sulle nuove energie, più ecologiche. Il saper fare dell'Europa e la sua inventiva possono tutto.

Per chiudere vi chiediamo se doveste consigliare un libro, una canzone ed un film ai giovani italiani, quale scegliereste?

Consiglierei tutta la letteratura Francese! A parte gli scherzi, consiglierei “Le siecle de 1914” di Dominique Venner, che ricostruisce il ventesimo secolo e comprende tutta la storia che ha determinato il presente che viviamo. Il mio consiglio è di conoscere bene la propria cultura, è importantissimo. Il domani appartiene a noi, bisogna osare ! Un vostro grande poeta diceva : ”memento audere semper”, è il mio motto: deve essere il nostro.

Per leggere l'intervista in lingua originale clicca qui:
http://laboratorioaslan.blogspot.com/2012/01/les-racines-dune-idee-commune-entretien.html 


Fonta: Laboratorio Culturale Aslan.

giovedì 19 gennaio 2012

IN RICORDO DI JAN PALACH, MARTIRE EUROPEO.


JAN PALACH
Nacque a Praga, in Cecoslovacchia, l’11 agosto del 1948. si iscrisse alla facoltà di Filosofia presso l’Università Carlo di Praga, dove assistette con interesse alla stagione riformista del suo paese, chiamata Primavera di Praga. Nel giro di pochi mesi, però, quella esperienza fu repressa militarmente dalle truppe dell'Unione Sovietica e degli altri paesi che aderivano al Patto di Varsavia. Praga viveva il quinto mese di occupazione militare e il numero degli esuli cresceva insieme alla rassegnazione. 
Nel tardo pomeriggio del 16 gennaio del 1969, con il freddo invernale e le luci che si smorzavano sulle mura gotiche del castello di Hradcany e su quelle barocche del quartiere di Mala Strana, Jan Palach si recò in Piazza San Venceslao, al centro di Praga, e si fermò ai piedi della scalinata del Museo Nazionale. Si cosparse il corpo di benzina e appiccò il fuoco con un fiammifero. Dopo tre giorni di agonia, restando sempre lucido, il suo cuore smise di battere. Ai medici disse di aver preso a modello i monaci buddhisti del Vietnam tra i quali il caso di Thích Quảng Đức, attirando l'attenzione mondiale.
Al suo funerale, il 25 gennaio, parteciparono circa seicento mila persone, provenienti da tutto il Paese. Jan Palach, prima di essere avvolto dalle fiamme, decise di non bruciare gli appunti e gli articoli in quanto rappresentavano i suoi pensieri e i suoi ideali. Tutto il materiale cartaceo fu chiuso in un sacco a tracollo e tenuto distante dalle fiamme. Tra le dichiarazioni trovate nei quaderni a righe da scolaro, Jan Palach, parlava di un’organizzazione che esprimeva la protesta e cercava di far scuotere la coscienza del popolo afflitto ormai dalla disperazione e dalla rassegnazione. L’obiettivo era di ottenere l’abolizione della censura e la proibizione del Regime Comunista. Non fu mai accertata la vera esistenza dell’organizzazione descritta da Jan Palach, ma grazie al suo sacrificio estremo la sua figura venne considerata dagli antisovietici come un eroe e un martire. In città e paesi di molte nazioni furono intitolate strade con il suo nome. Anche la Chiesa Cattolica, in persona del teologo Zverina, lo difese. Quel clima portò a drammatiche conseguenze con la morte di altri sette studenti, tra cui l’amico Jan Zajic, che seguirono il suo esempio nel silenzio più totale degli organi di informazione controllati dalle forze di invasione. 
Praga - Piazza San Venceslao
Dopo il crollo del Comunismo e la caduta del Muro di Berlino, la figura di Jan Palach fu rivalutata, nel 1990, dal Presidente Vàclav Havel che gli dedicò una lapide per commemorare il suo sacrificio in nome della libertà. L’anno precedente, invece, l’Amministrazione Comunale di Praga decise di intitolare, alla giovane vittima, il nome della Piazza fino ad allora dedicata all’Armata Rossa. Jan Palach rappresentò non solo un martire ma anche un simbolo nella lotta di una generazione contro la menzogna, la falsità e la crudeltà di un Regime che, nel nome dell’uguaglianza e della libertà, annullava l’uomo e la sua dignità dai valori e dalle tradizioni per soddisfare i bisogni di pochi. Non fu un suicidio per disperazione ma una azione offensiva, un gesto di un soldato che sacrificava la propria vita per gli altri, esortandoli a combattere.


NEMMENO LA NOSTRA GENERAZIONE 
HA PAURA!


ONORE A JAN PALACH!


Qui di seguito un video con la canzone "JAN PALACH " della Compagnia dell'Anello.



LINK:

INTERVISTA A JAN PALACH - PRIMAVERA DI PRAGA 1969.


lunedì 9 gennaio 2012

Avanti ragazzi di Buda.


Il premier ungherese Viktor Orban, leader dei conservatori
La piccola Ungheria guidata dal conservatore Viktor Orban si mette di traverso al Fondo Monetario Internazionale, all’Unione europea e alle banche di mezzo mondo. Il quarantanovenne primo ministro ha deciso di intestarsi la lotta ai big della finanza con una sostanziosa tassa agli istituti di credito e alle assicurazioni (0,45% e 5% degli utili) che dovrebbe garantire un flusso di entrate di circa 700 milioni di euro, che saranno utilizzati per ridurre il deficit pubblico. Per far questo Orban ha messo alla porta i rappresentanti del Fmi e quelli della Ue scatenando le prevedibili reazioni preoccupate dell’Europa e un moto di simpatia che corre sul web. Non si contano i post sui social network che riportano la notizia del “coraggio magiaro” contro le lobby che in tutta Europa hanno «commissariato la politica e la sovranità popolare»:
«Si tratta di una misura giusta e necessaria», ha detto Orban, «perché va incontro agli interessi della popolazione in un periodo così difficile. Le banche d’altra parte sono all’origine della crisi globale e per questo è del tutto normale che contribuiscano a ripristinare la stabilità». Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano, verrebbe da commentare, ma a giudicare dall’allarme generale e dal coro di proteste di Usa, Germania e Francia la faccenda è più seria di quanto sembri, anche se per la grande stampa indipendente non sembra appassionarsi alla vicenda. Come se non bastasse il governo ungherese ha approvato un tetto ai salari dei dipendenti pubblici, compresi i dirigenti della banca nazionale d’Ungheria e del consiglio per le politiche monetarie, facendo inviperire il governatore della Banca Centrale, Andras Simor, che si è visto tagliare del 75% la retribuzione di 8 milioni di fiorini ungheresi mensili, circa 27000,40 volte il salario medio di un lavoratore ungherese. E ancora, Orban ha ridotto di 9 punti (dal 19 al 10%) la tassazione per le aziende con un fatturato annuo inferiore ai 500 milioni di fiorini (1,7 milioni di euro) con effetto retroattivo al primo luglio e ha vietato i mutui in valuta straniera che hanno favorito il debito verso l’estero.
L’obiettivo dichiarato del secondo governo Orban (il primo è durato dal 1988 al 2002) è rompere con la subordinazione dei suoi predecessori ai mercati internazionali e ristabilire la sovranità economica. Linguaggio diretto e politicamente scorretto, il giusto tasso di eresia, il premier vuole mandare definitivamente alle ortiche l’ideologia che ha caratterizzato l’Ungheria dopo la caduta del regime comunista. Oggi il sogno ungherese, almeno a parole, è quello di tornare al potere sovrano, annebbiato negli ultimi otto anni dai governi socialisti-liberali. Il piano è tutt’altro che avveniristico: le istituzioni finanziarie create dallo Stato sono tutte dirette da uomini di fiducia di Orban e anche se le banche austriache o tedesche possono ricomprare delle banche ungheresi, nulla vieta il contrario. Il vero problema di questo progetto non è quello che gli rimproverano gli ambienti d’affari (solo apparentemente apolitici) o i dotti analisti progressisti, ma il rischio che, in caso di fallimento, Budapest si ritroverebbe in ginocchio. Ma il giovane Viktor, che ieri è finito nel tritacarne della protesta civile, non è nuovo a provvedimenti choc: basta pensare alla legge sulla cittadinanza ungherese concessa anche quanti vivono all’estero, a quella sull’assetto dei media, subito ribattezzata “bavaglio” dalle sentinelle della democrazia europea, e il varo della nuova Costituzione ungherese, in vigore dal 1 gennaio. Sarebbero centomila, secondo gli organizzatori, i manifestanti scesi in piazza ieri sera a Budapest contro il “tiranno provinciale e fuori dal tempo” e la Carta costituzionale che ha suscitato le critiche dell’Unione europea e, neanche a dirlo, del capo della diplomazia americana Hillary Clinton.

Gloria Sabbatini