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martedì 19 giugno 2012

Grecia. Vince il partito del debito. La fratellanza bancaria esulta…



di Miro Renzaglia.

La fratellanza bancaria di mezzo mondo, e forse più, esulta per l’esito delle elezioni greche che ha visto vincere, ma non trionfare, il partito conservatore di Nea Dimokratia di Antonis Samaris.

Il suo programma era quello di mantenere la nazione greca sotto il cappio usuraio della Bce e consorterie finanziarie globali collegate che, in cambio di un programma politico di rientro del debito, a costo di continuare a strangolare un popolo già ridotto sul lastrico, garantiva nuovi prestiti.

Direte voi: ma come si esce da un debito enorme se l’usuraio te ne fa un altro? Infatti, non se ne esce. Ma è esattamente questo che l’usuraio vuole: che il debitore non esca mai dalle sue grinfie rapaci.

Se, come sosteneva Ezra Pound, «Uno stato che non vuole indebitarsi fa rabbia agli usurai», pensate quanta gioia procuri, agli usurai medesimi, uno stato che decide di indebitarsi ancora di più.

E, infatti – come si diceva all’inizio – la fratellanza bancaria è tutta un tripudio.

Comincia il portavoce della Cancelliera di Ferro Angela Merkel, George Streiter, che solennemente afferma: «E’ una buona notizia la vittoria di Nea Dimokratia. Adesso si faccia al piu’ presto il governo».

Prosegue il Presidentissimo Barack Obama: «Ci congratuliamo con il popolo greco per le elezioni svolte in questo momento difficile e speriamo che portino alla veloce formazione del governo affinché possa fare progressi veloci sulle sfide economiche» afferma il presidente americano Barack Obama, ribadendo che «è nel nostro interesse che la Grecia rimanga nell’Eurozona rispettando gli impegni presi sulle riforme».

Si allinea e si copre (ma come avrebbe potuto essere altrimenti) l’agente diretto della Goldman Sachs, in missione segreta in Italia come Presidente del Consiglio, Mario Monti: «Mi rallegro per il risultato. Un grande segnale per l’Ue».

Almeno, stando a queste entusiastiche sollevazioni pro Samaris è chiara una cosa: non era la Grecia ad aver paura di essere messa fuori dall’Euro, era l’Europa dei banchieri e dei loro servi a temere che la Grecia ne uscisse.

E fin qui – lo ripeto – c’è poco da stupirsi. Ma se a rallegrarsi per la vittoria di Antonis Samaris è perfino il giornale fondato da Antonio Gramsci, l’ Unità, non viene anche a voi un sussulto di meraviglia? In un editoriale on line l’anonimo articolista chiude così: «La vita politica greca si avvia a un’ennesima, complessa fase. Ma stasera, Atene e l’Europa possono tirare finalmente un sospiro di sollievo».

A questo punto, il quesito posto dal nostro collaboratore, Cristian De Marchis con l’articolo “Ma il Pd è di destra o di sinistra?” ha una risposta certa: è di destra. Con buona pace per il povero Antonio Gramsci che, come sostiene l’amico Graziano Lanzidei, avrà smesso di rivoltarsi nella tomba per darsi alle acrobazie.

Nel frattempo, però e per giunta rispetto al sospiro di sollievo che l’articolista dell’ Unità dice si possa tirare, le notizie che arrivano dal mercato finanziario sembrerebbero contrastare l’ottimismo della fratellanza bancaria. Dico, e lo sottolineo con forza, sembrerebbero. Infatti tutte le borse europee segnano un indice fortemente negativo.

Copio e incollo dal Corriere della Sera di oggi, 18 giugno: «In picchiata la Borsa di Milano sull’onda delle notizie che arrivano dalla Spagna e mostrano lo spread iberico sui Bund tedeschi a 584 punti. Il Ftse mib perde il 2,64% zavorrato dalle banche: Intesa (-2,3%) e Unicredit (-3,4%) sospese per eccesso di ribasso, Mediobanca (-3,4%), Ubi (-2,7%), Monte dei Paschi (-2,3%). Fanno riflettere i rendimenti dei titoli dei due Paesi: se i bond governativi a dieci anni spagnoli hanno tassi pari al 7,12%, quelli italiano rendono il 6,05%».

Ma non fatevi ingannare dalle apparenze. Gli speculatori stanno vendendo i titoli di stato greci, ora che il loro valore sembra saldo, per riacquistarli a prezzi stracciati quando il nuovo governo (probabilmente una coalizione Nd e socialisti che, scambiandosi reciprocamente posto fra maggioranza e opposizione, negli ultimi decenni hanno ridotto la Grecia allo stato in cui è ridotta) comincerà a inghiottire l’ennesima polpetta avvelenata che gli ha tirato la fratellanza bancaria. Quando, cioè, la Grecia sarà costretta a rialzare il tasso d’interesse dei propri titoli per renderli appetibili agli squali. E voilà: il gioco è fatto…

venerdì 18 maggio 2012

Euro(pa) a picco: ci prepariamo al peggio?



Dobbiamo solo sperare che la disperazione non si abbatta anche su di noi. Pare che in due soli giorni siano stati prelevati, in Grecia, 1,2 miliardi di euro dai conti correnti ellenici. Le code agli sportelli sono il segno della disperazione della gente cui la politica non riesce a fornire risposte. Da un lato c’è la volontà di tornare Paese sovrano, dall’altra la paura di non farcela senza il sostegno dell’Unione europea. Un eventuale ritorno alla dracma, infatti, non raggiungerebbe la parità di cambio fissata a suo tempo a 340,75, ma una cifra molto più alta tra il 40 e il 70%.

La verità è che non esiste uniformità di giudizio neppure fra gli analisti più accreditati.

In Spagna, pur silente, la situazione è anche peggio. Rajoy ha così commentato ieri davanti al Parlamento iberico: «In questo momento c’è un serio rischio di non ricevere soldi in prestito o dover pagare tassi astronomici». E la nostra Italia? La strategia di Monti è chiara. Pieno sostegno all’Asse franco-tedesco con la piccola speranza di inserirsi, quale interlocutore privilegiato, fra i «padroni» d’Europa. Ciò che preoccupa (come pubblica, ieri, Libero) è la fuga degli stranieri dalle banche italiane. La raccolta estera crolla del 42,5% e uno spread che vola sempre a 435. Eppure, Berlino deve pensare alla propria sopravvivenza. Una crescita derivata dal salvataggio dei partner sarebbe la fine dell’egemonia tedesca. Prepariamoci al peggio e meditiamo …

di Maglia Nera.

lunedì 2 aprile 2012

“Ve lo diciamo noi greci: finché non vedete i negozi chiusi non siete in crisi”.



La Grecia si avvia alle elezioni con una disoccupazione che fra i giovani tocca il 40%. Ad Atene la crisi si tocca con mano a ogni angolo di strada. Distribuzioni di cibo nelle piazze, senzatetto accampati sui marciapiedi e negozi abbandonati. Le vetrine sono vuote, la rabbia contro i tedeschi alle stelle (”sapete perché durante la manifestazioni rompiamo i semafori? Perché la manutenzione è della Siemens”). Spesso si sente dire: «Italiani? Voi sarete i prossimi». Ma anche che «finché non vedrete i negozi chiusi per le vie del centro non potrete dire di avere la crisi».

ATENE - «Finché non vedrete i negozi chiusi per le vie del centro non potrete dire di avere la crisi». Le parole di Antonis sono allo stesso tempo pesanti e consolatorie. Se non altro fanno tirare un sospiro di sollievo dopo giorni passati ad Atene dove spesso si sente: «Italiani? Voi sarete i prossimi». Una sorta di saluto accompagnato da un sorriso amaro. Ma l’affermazione di Antonis, trentenne che ha lasciato un lavoro in banca che lo intristiva per aprire una trattoria con la famiglia, riflette tutta la drammaticità della situazione greca. La disoccupazione è salita negli ultimi tre mesi al 20,7%, quella giovanile (15-39 anni) attorno al 40% (nello stesso periodo l’anno scorso era al 28%).

Oltre ai numeri, ad Atene la crisi si tocca con mano a ogni angolo di strada. Distribuzioni di cibo nelle piazze, senzatetto accampati sui marciapiedi e negozi abbandonati. Vetrine vuote, alcune coperte con tavole di compensato, sulle quali molti hanno anche rinunciato a mettere un cartello “Vendesi” o “Affittasi”. In pochi se lo potrebbero permettere e, comunque, questo non è certo il momento giusto per investire.

«Ci hanno messo in ginocchio!», urla una signora dall’aria distinta, ma molto arrabbiata, in una delle tante manifestazioni davanti al Parlamento: «Ci hanno tolto la macchina, la casa, il lavoro. Ora cosa vogliono ancora? La nostra vita?». Il dato del ministero della Salute che parla di un aumento in un anno del 40% dei suicidi sembra essere una drammatica conferma delle sue parole. «La speranza – secondo un giovane ultras dell’Olimpiakos – è che nelle prossime settimane la Germania tiri troppo la corda con le sue pretese e la gente, tutta, apra gli occhi e scenda in piazza unita per protestare«. La crisi può essere una chance di cambiamento anche secondo un altro ragazzo. «Una volta arrivata con l’acqua alla gola», secondo Alexis «la gente spegnerà finalmente la televisione e comincerà a pensare con la propria testa e a mettersi in gioco. L’importante è mantenere accesa la speranza e non cedere alla paura e alla depressione. Perché è proprio così che ci vogliono loro: depressi, spaventati e inermi». In Grecia esiste una generazione di giovani che vuole partecipare, confrontarsi, condividere e mettersi in gioco. Tanti sono anche quelli che stanno andando via.

Neanche 10 anni fa il clima che si respirava ad Atene era completamente diverso. L’ingresso nell’euro e, tre anni dopo, le Olimpiadi, avevano contribuito a un’iniezione di fiducia. Il nuovo aeroporto internazionale di Atene, inaugurato proprio nel 2001 e ampliato nel 2004, è una testimonianza di quel periodo. Su alcune navette si possono ancora vedere le scritte in tedesco della società che le ha vendute. Sulle carrozze della metropolitana fa bella mostra la targhetta della tedesca Siemens. Ma adesso i sentimenti sono cambiati. «Sapete perché durante gli scontri rompono sistematicamente le luci dei semafori? – è la spiegazione in piazza – Perché la società che ha l’incarico della manutenzione è la Siemens!».

E non è solo il sentire delle persone che è cambiato. La crisi ha modificato la faccia stessa della città. Basta lasciare la centrale piazza Syntagma e addentarsi nelle strade da sempre meno ricche nei pressi di piazza Omonia: degrado, povertà ed eroina. Seduti ai lati dei marciapiedi o dietro qualche macchina, gruppi di tossicodipendenti si drogano, in pieno giorno. Agli angoli delle strade si trovano anche prostitute. Alla fine di un vicolo due poliziotti chiedono i documenti a chi transita per la strada, per lo più stranieri. Risalendo verso la piazza del Parlamento, tra una vetrina scheggiata e un cinema distrutto dalle fiamme dell’ultima domenica di guerriglia, si vedono tavolini montati alla bene e meglio in un parchetto e una cucina da campo improvvisata: «Diamo da mangiare a chiunque ce lo chieda – ci spiega una volontaria addetta alla preparazione del sugo – sono tantissimi gli ateniesi che non riescono a comprare il minimo per la sopravvivenza». Andando verso Exarchia, quartiere giovane alle spalle del Politecnico, culla degli anarchici, la scena è quella di una zona militarizzata. Forze dell’ordine in assetto anti sommossa presidiano giorno e notte le strade. Prima e dopo ogni manifestazioni importante l’Astynomìa, la polizia greca, entra nel quartiere per alcuni controlli. Anche qui, nonostante pub e locali frequentati fino a tarda notte, si possono vedere i rifugi di cartone dei senzatetto e le persone frugare nei cassonetti.

Poco lontano due pakistani stanno smontando un paio di computer in mezzo al marciapiede per recuperarne i pezzi. Ma la Caritas e le altre associazioni che assistono i senzatetto ci confermano che sempre più cittadini greci sono costretti a rovistare nella spazzatura per vivere. «Sempre più persone della mia età ricorrono all’assistenza pubblica per il cibo o per un tetto per la notte», ci racconta una signora sulla cinquantina. I più vecchi sono i più colpiti dalla crisi, sia perché i pensionati hanno visto diminuire drasticamente le loro pensioni, sia perché, una volta perso il lavoro, per loro è praticamente impossibile trovarne un altro. Ma con le famiglie sul lastrico anche i più piccoli sono a rischio. E ci sono anche gli immigrati: «Meno del 3% dei richiedenti asilo riceve un permesso di protezione umanitaria, gli altri sono considerati illegali. Nessuno se ne occupa, nessuno li vuole vedere – ci confida una volontaria della Caritas di Atene, che durante il suo turno non perde mai un sorriso smagliante – Noi sforniamo 300 pasti al giorno e li aiutiamo con corsi di lingua e assistenza legale. Ma in tempo di crisi è tutto più difficile e in questa società i migranti diventano ombre di cui nessuno si cura».

I primi tagli erano stati ben visti da molti. Riguardavano, infatti, soprattutto i lavoratori della pubblica amministrazioni, a lungo considerati una casta di privilegiati. Ma ben prestole cose sono peggiorate per tutti. «Sono tornato a guadagnare 700 euro al mese, che è poco meno di quanto prendevo quando ho cominciato a lavorare sei anni fa», racconta un trentenne ultras del Panathinaikos, che lavora per una società privata. È preoccupato per il futuro: «Come faccio con questi soldi a trovare una casa e magari mettere su famiglia?». Anche grazie all’euro, ad Atene il costo della vita non è molto dissimile da quello di Roma o Milano. Fuori dalla capitale e le sue grandi periferie la situazione è migliore. «Nei piccoli centri abitati la gente almeno ha la terra e quella basta per mangiare».

Nel frattempo, però, anche la grande risorsa della Grecia, il turismo, rischia di venire spazzato via dalla crisi. «L’immagine che passa all’estero è quella di un Paese nel caos, con disordini e scontri di piazza quotidiani. I turisti hanno paura a venire», dicono alcuni esperti del settore turistico, mentre chiedono di raccontare l’ospitalità greca e le bellezze del Paese. «Fai una bella foto del Partenone , che domani lo potresti trovare a Berlino», dice con un sorriso amaro un neo-laureato in legge.


martedì 20 marzo 2012

La Grecia è alla fame: il “salvataggio” è perfettamente riuscito.



Solo uno scemo può aspettarsi di ottenere risultati diversi mettendo in atto, via via, le stesse azioni: questo scemo si chiama Fondo Monetario Internazionale. Scemo, se vogliamo essere ‘politically correct’ ed escludere il dolo. Il fatto è che in Grecia la storia si sta ripetendo, come da copione, simile ad ogni Paese che è sceso a patti con il FMI applicando la sua panacea contro il male del debito, che possiamo riassumere in tre parole: tagli, tasse e privatizzazioni. E anche questa volta il risultato è lo stesso. La Grecia, nonostante i buoni propositi, sprofonda sempre più nei debiti ormai senza avere più possibilità di uscita, dopo la confisca delle riserve auree per mano della troika. Donne incinte che “abitano” in strada, suicidi sempre più frequenti e sistema sanitario ormai collassato con la reminiscenza di malattie come AIDS e malaria. A rileggere il testo sembra che stiamo raccontando di qualche Paese centrafricano anzichè di una nazione dell’Unione Europea e membro dell’Euro. Attenzione perchè quando i predoni finanziari avranno fagocitato tutto, lasceranno comunque la morente Atene al proprio destino.

Atene - Donne senzatetto incinte lasciate in strada, i resti nel patume che diventato il pasto principale della giornata, studenti costretti a fare la fila ai centri di sussistenza per bisognosi e ora anche la diffusione di malattie gravi, ma che sarebbero tranquillamente curabili in un sistema sanitario funzionante.
I tagli ai servizi sanitari in Grecia, hanno spinto il sistema sociale e dell’health care ellenico sull’orlo del collasso, aumentando al contempo i casi di malaria e Aids nella nazione indebitata.
Il tasso di incidenza delle due malattie infettive tra i tossicodipendenti e tra soggetti che fanno uso di droghe per iniezione e’ balzato dell’1,25% nei primi 10 mesi del 2011 rispetto all’anno prima.
A lanciare l’allarme e’ la divisione greca di Medici Senza Frontiere, secondo cui la malaria, per la prima volta da quando al potere c’erano i colonnelli, e’ diventata endemica nella parte meridionale del paese, ovvero una malattia infettiva costantemente presente. La dittatura dei colonnelli e’ caduta negli Anni 70.
Reveka Papadopoulos, numero uno dell’organizzazione ellenica, ha sottolineato che in seguito ai tagli alla salute, compresi tagli al personale e diruzione del 40% dei finanziamenti agli ospedali, i servizi sociali “sono in una situazione molto difficile, se non in uno stato di sfacelo”, precisando che sono segnali chiari di un sistema che non ce la fa piu’.
I tagli pesanti, orizzontali e “ciechi” hanno coinciso con un aumento del 24% della domanda per servizi ospedalieri, spiega Papadopoulos, “in gran parte perche’ la gente non si puo’ piu’ permettere di ricorrere ai sistemi di assistenza privata. L’intero sistema si sta deteriorando”.
Ieri il Fondo Monetario Internazionale ha accordato un nuovo pacchetto di aiuti da €28 miliardi, che fara’ parte di un piano straordinario di finanziamenti pari a €130 miliardi complessivi. Atene ne ha un disperato bisogno per riuscire a ripagare i debiti e poter conservare i suoi servizi sociali. Ma se questo e’ il prezzo da pagare, sarebbe meglio ricorrere al default del debito sovrano.


martedì 13 marzo 2012

Grecia, è default ma non si dice.



Di Claudio Marsilio 

In Italia siamo abituati a far passare le sconfitte da vittorie, e le tragedie da occasioni di riscatto; quindi nessuno si scandalizza o si fa venire dei dubbi circa l’euforia dei “mercati” e della stampa nazionale sul dimezzamento del debito greco e l’accettazione degli “swap” da parte degli investitori, addirittura – dicono esaltati i commentatori nostrani – ben oltre il 74% previsto, raggiungendo un entusiastico, plebiscitario 95,7!

I titoli dei giornali spaziano da un: “Atene salva, scansata la minaccia default”, ad un altro roboante “La Grecia è salva: sì al piano sul debito” ( Il Tempo ) …

Insomma, un piano che obbliga i creditori a rimetterci il 70% del proprio investimento ( questo succede: un taglio secco del 50 sugli interessi e l’accettazione di altri titoli con un rendimento a 10,20 anni con un tasso più basso ) viene spacciato come un “successo”.

Il classico successo alla Mario Monti, per intenderci ( “l’euro è stato un successo, soprattutto per la Grecia” disse Bin Loden nella trasmissione di Gad Lerner di qualche tempo fa ).

In realtà, i cinesi – che quando si tratta d’affari non guardano in faccia a nessuno – attraverso la loro agenzia di rating Dagong, hanno appena declassato il debito pubblico greco ( anche il nuovo swap appena approvato ) da “C” a “D”, di default.

Cos’altro potrebbe essere se non un fallimento, quello appena licenziato?

Gli investitori privati che non hanno accettato il piano PSI ( Private sector involvement )hanno dovuto subire l’iniziativa del governo greco, che ha fatto scattare le clausole di azione collettiva: L’Agenzia per il debito ha, infatti, minacciosamente dichiarato che: “la Grecia non contempla la possibilità di mettere a disposizione risorse per i creditori privati che non aderiranno al PSI” e che  “date le proposte di variazione alla legge greca per l’emissione di titoli di Stato, Atene intende dichiarare le modifiche come effettive e vincolanti per tutti i detentori di obbligazioni”.

Per i detentori delle obbligazioni attuali, ma anche per quelle passate. Il che, in soldoni, significa che il Governo di Papademos non ha una lira – pardon, una dracma! – per pagare, quindi o si accetta questa minestra, o si salta dalla finestra.

“Vuoi sapere qual è la procedura? Io i soldi non li caccio e tu non li becchi!” ( Marchese del Grillo, all’indirizzo dell’ebreo Aronne Piperno )

Scherzi a parte, ora il rischio vero – di fronte a questo default, diciamo così, controllato – è che gli investitori internazionali che possiedono Credit Default Swaps ( le assicurazioni contro il rischio di fallimento dei paesi sovrani ) ricadenti sotto la legislazione britannica e non greca reclamino il pagamento delle polizze a scadenza, quelle cioè che scatteranno a partire dal 20 marzo prossimo, quando arriveranno a scadenza i bond greci.

Perché in tal caso chi li caccerà i soldi per onorare quelle assicurazioni? Ma per ora non parliamo di questo scenario da incubo. Restiamo nell’alveo del “salvataggio del debito greco”.

La Grecia assicura i creditori che riceveranno nuovi bond con un valore pari al 31,5% di quelli attualmente detenuti con un tasso del 2% fino al 2015, del 3% fino al 2020, del 4,3% fino al 2042. Insomma, trent’anni per riprendersi i soldi investiti su Atene. Dov’è la convenienza? Non c’è, ma la crisi greca rischiava di travolgere l’Europa.

Sui nuovi bond emessi ( ancora non esistono, ma se li stanno vendendo nel “mercato grigio” i maggiori istituti di credito europei ) Il governo greco ha dovuto anche accettare una perdita di sovranità ulteriore,  visto che le nuove obbligazioni saranno sottoposte alla legislazione britannica e che qualsiasi controversia che le dovesse riguardare sarà giudicata dalla Corte di Lussemburgo.  Anche perché i famosi 130 miliardi destinati al pagamento delle tranche di aiuti, verranno dal cosiddetto “fondo salva stati”, l’ESFS, di cui l’Italia è contributore. Verserà infatti, se verrà chiamata a dare il suo contribuito ad Atene ( cosa altamente probabile ), il 17% di un importo che va dai 115 ai 130 miliardi di euro, cioè circa 20 miliardi.

Che, guarda un po’, è un importo superiore all’1% del Pil; rischiamo quindi di vedere salire il nostro rapporto debito/Pil oltre il 121%, che non è un buon segnale in vista del Fiscal Compact che ci impone un rientro graduale verso il 60%.

Insomma, noi ci facciamo – tecnicamente e tecnocraticamente parlando – la solita figura da fessi, mentre i Tedeschi fanno la solita figura da furbastri ( furbastri perché furbi a breve, fessi irrecuperabili a lungo ) dato che ci hanno guadagnato due volte dalla crisi greca: una prima, rallentando le decisioni sul “salvataggio” in modo da consentire alle proprie banche di liberarsi dei bond greci con il minor danno; una seconda, perché il proprio titolo di debito, il Bund, è diventato di fatto un bene rifugio e parametro d’ogni virtuosità finanziaria in ambito europeo. Manco fosse oro.

Tra i “nostri” istituti, invece,  le Generali hanno perso 328 milioni, Intesa San paolo 593 e Unicredit 316. Si consoleranno con i mille miliardi prestati dalla Bce alle banche per tre anni con un tasso all’1%, mentre i loro ex-manager oggi ricoprono importanti ruoli da ministro!

In tutta questa drammatica situazione, l’unico politico greco che pare aver capito qualcosa è l’euroscettico Giorgos Karatzaferis, il leader di Laos (estrema destra) secondo cui “dopo quanto e’ successo, i greci devono capire che non potremo uscire di nuovo sui mercati prima di 10 o 20 anni. Dobbiamo capire che se la Grecia avrà bisogno di un prestito, nessuno avrà fiducia nei suoi titoli di stato. Io proprio non capisco il motivo di tanto entusiasmo”.

Neanche la Direttrice del FMI, Christine Lagarde lo capisce. Infatti lancia un mafioso avvertimento agli speculatori in tutto il mondo: “Non scommetterei contro l’Italia” in quanto le misure adottate dal governo ( scusate! ) Monti sono – come sappiamo tutti – “impressionanti”. Chi ha infatti scommesso cifre importanti sul fallimento della Grecia e non si vede rimborsare il rischio, potrebbe essere tentato di recuperarli altrove, con esiti devastanti, nel caso dell’Italia.

Per farla breve: cosa ci insegna questa situazione al limite dell’assurdo?

Una serie di cose istruttive.

La prima: quando una nazione non ce la fa più a pagare,  può fallire. Come noto, gli usurai non 
ammazzano il debitore, ma lo fanno rifiatare; gli spremono quello che possono, e gli rifilano un altro prestito, per continuare a tenerlo sotto schiaffo, e in schiavitù. Ciò che in questo caso è stato di un’evidenza lampante è che la Grecia non potendo onorare i propri debiti ha imposto un taglio del 50% nominale, e 70 ( SETTANTA ) effettivo , e i creditori hanno abbozzato.

La maggior parte di loro ha infatti giocato solo d’azzardo, con soldi non propri, e non stanno perdendo nulla.

I greci invece, hanno perso tutto. Per i prossimi 30 anni.

La seconda: la crisi sistemica è rimandata di qualche mese. Il fondo ESFS ( chiamato nella lingua di legno europea “salva-stati” ) non salva proprio nessuno, in quanto gli Stati che lo compongono hanno subìto un declassamento ( la Francia ) del proprio rating, e devono finanziarlo ( il Fondo ) privandosi di risorse che contribuiscono ad impennare il proprio rapporto deficit/PIL, subendo possibili sanzioni dal patto Fiscal Compact. Un corto circuito degno dei migliori professori della Bocconi…

La terza: i tedeschi stanno per affossare definitivamente e per la terza volta l’Europa, a causa della loro rigidità e ottusità. Proprio come dice Farage in uno dei suoi strabilianti interventi al Parlamento Europeo.

Quarta e per ora ultima: in Italia non esiste giornalismo. Non c’è informazione: esiste solo conformismo complice, a tutti i livelli.

E questa per noi è una grande tragedia, una tragedia greca.

mercoledì 29 febbraio 2012

Ora la Grecia può anche fallire.


I banchieri hanno ottenuto ciò che volevano: confiscare le riserve auree di Atene. 111,6 tonnellate di oro confiscato ai cittadini greci, loro unica speranza di sopravvivere al default del debito, ora non sono più nella loro disponibilità.
Se anche l’Eurogruppo dovesse abbandonare Atene al suo destino, ora il Paese non avrebbe più la possibilità di acquistare nulla senza il metallo giallo a garanzia della potenziale valuta nazionale. E La Grecia in-house non produce nulla, tranne turismo.
Le banche sanno come si fa, oggi la valuta convenzionale non vale più nulla, è l’oro l’unica vera moneta ed è per questo che lanciano attacchi speculativi agli Stati ancora in possesso di importanti riserve auree.
Ora vi sarà chiaro anche il motivo dell’attacco estivo all’Italia: il nostro Paese ha la più grande riserva aurea pubblica dopo Stati Uniti e Germania, subito dopo di noi la Francia.

New York - Come previsto il parlamento greco ha approvato le misure che prevedono uno scambio di bond, comprese le delicate clausole di azione collettiva, che rischiano di causare un’ondata di azioni legali, in particolare da parte dei fondi hedge. Ora bisogna prepararsi al peggio. Al default selettivo nella migliore delle ipotesi, come ha avvertito Standard & Poor’s.
L’intesa prevede un taglio del 53,5% del valore delle obbligazioni emesse dallo Stato greco e lo scambio con titoli a scadenza piu’ lunga con una cedola del 3% fino al 2014, 3,75% fino al 2020 e 4,3% dopo il 2020.
Lo swap dei titoli e’ volontario, e permettera’ di abbattere di 107 miliardi l’enorme massa di debito pubblico greco in mano ai privati.
Un deputato tedesco del partito conservatore ha fatto sapere a Reuters che l’approvazione del secondo pacchetto di aiuti da 130 miliardi di euro sara’ vincolato all’impegno nei confronti del Fondo Monetario Internazionale.
Oltre alla perdita della sovranita’ e ad anni di sacrifici e sofferenza, la popolazione greca perdera’ anche le sue riserve di oro, per via di un emendamento alla costituzione ordinato da banchieri tecnocrati che non sono stati eletti e che cercheranno di venire incontro ai creditori - ovvero le banche europee insolventi - che vedranno svalutati i bond in loro possesso.
L’ammontare complessivo dei possedimenti greci e’ pari a 111,6 tonnelletate. I lingotti verranno confiscati dall’oligarchia dei banchieri.
L’ammontare di possedimenti in oro paese per paese. Al valore attuale in totale i Piigs detengono riserve per $185 miliardi.
Tra tutti i PIIGS, che rischiano di fare la stessa fine di Atene, l’oro ammonta a 3.234 tonnellate. Ai prezzi attuali si parla di $185 miliardi.
Inoltre l’accordo che l’Eurogruppo ha siglato per erogare alla Grecia il nuovo pacchetto di aiuti non sembra sortire alcun effetto positivo sulla performance dei bond ellenici.


sabato 18 febbraio 2012

Berlino affama la Grecia ma gli vende i sottomarini.



Se fossimo meno conformisti ed istituzionalmente paludati con gli stranieri almeno quanto siamo pronti al bordello televisivo quando parliamo di noi, la visita in Italia del presidente federale tedesco Christian Wulff poteva essere l’occasione per porgli un paio di domande. Non parliamo delle accuse di aver ricevuto favori e regali illeciti che gli muovono in patria, compresa una vacanza pagata a Castiglioncello. A Wulff, che ha approfittato dell'ospitalità al Quirinale per dire che Monti è ok “ma non deve fermarsi a metà strada” (immaginiamo Napolitano che dice le stesse cose a Berlino su Angela Merkel), ci piacerebbe chiedere altro.

Primo: se trova in linea con lo spirito e la lettera dell'Unione europea che il nuovo trattato di bilancio sia adottato senza informarne le opinioni pubbliche né chiedere una ratifica popolare o parlamentare. Nel '92 per il trattato di Maastricht occorsero quattro anni di confronti, e direttamente o attraverso i loro eletti i cittadini dissero la loro, con non poche bocciature. Adesso la Germania impone che misure destinate a cambiare ancora più la vita degli individui e delle società siano decise con maggioranze condominiali da una ristretta oligarchia riunita a Bruxelles o meglio ancora in conference call con Berlino.

Seconda domanda: se, nella sua qualità di garante della Costituzione tedesca del ‘49, che ha tra i pilastri la non ingerenza negli affari degli altri paesi – e in base a questa la Germania si è astenuta da tutte le operazioni militari non autorizzate dall'Onu – ritiene normale che la Merkel vada a fare campagna con Nicolas Sarkozy nelle elezioni per l'Eliseo. Mentre il segretario della Cdu, il suo partito, spiega che lo sfidante socialista Francois Holland “propone concetti vecchi e polverosi e fantasie di sinistra che renderebbero difficile un proseguimento della solidarietà europea”. Scusi Herr Wulff, lungi da noi la simpatia per la sinistra polverosa, ma di quale solidarietà stiamo parlando? Atene che brucia ci ricorda sinistramente un romanzo ed un film di successo, appunto “Parigi brucia?”. Era la domanda che Adolf Hitler ripeteva ossessivamente al governatore militare tedesco Dietrich von Choltitz mentre questi stava firmando la resa agli Alleati. Il Fuhrer voleva che la Wermacht non lasciasse dietro di sé altro che ponti e monumenti in fiamme: una Ordalìa punitiva per non essersi assoggettati al disegno egemonico nazista. Lo sappiamo, si tratta di paragoni che appaiono oggi spropositati e rischiosi.

Quando la cenere degli incendi e delle devastazioni dei black bloc (a proposito: complimenti ai tedeschi anche per averne fatto dei mezzi eroi) si sarà posata, e naturalmente Berlino e Bruxelles avranno stabilito che l'austerità della Grecia non basta ancora, ci accorgeremo che più che di un popolo si dovrebbe parlare di popoli: gli europei. Perché ciò che la Germania e gli altri governi tutti più o meno con la coda tra le gambe stanno imponendo alla culla della civiltà mondiale, l'Europa appunto, è una regressione dalla democrazia, dai diritti, dal benessere. In nome dei conti in ordine, si dice, e del fatto che la Grecia ha truccato i bilanci. Ma allora perché quando questo è saltato fuori non la si è allontanata dall'euro? Perché, a novembre 2011, quando l'ex premier George Papandreu ha proposto la cosa più ovvia in una democrazia, di sottoporre a referendum se accettare gli aiuti oppure tornare alla dracma, la Merkel e gli altri maggiorenti europei ne hanno preteso le dimissioni seduta stante e il rimpiazzo con un governo tecnico? Se la Grecia è brutta, sporca, cattiva e inaffidabile, nulla obbliga i tedeschi (e noi) a tenerla nel club. Nulla, tranne forse ciò che già si sa e che via via sta affiorando dalle inchieste del Wall Street Journal e dell'Herald Tribune. Gli interessi della banche tedesche e francesi? Certo, ma non solo.

Adesso salta fuori che l'estate scorsa la Merkel e Sarkozy imposero ad Atene una commessa per sottomarini prodotti dalla ThyssenKrupp, 223 carri Leopard dismessi dalla Bundeswehr, fregate ed elicotteri francesi, 60 caccia intercettori di tedeschi. Una spesa militare pari nel 2012 al tre per cento del Pil, oltre il triplo dell'Italia, che ha lasciato allibiti gli stessi vertici della Nato. E che ieri il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica italiana, ha giudicato “uno scenario altamente verosimile in base a quanto ne sappiamo”. Del resto lo stesso Lucas Papademos, assai più docile di Papandreu, aveva provato a proporre alla troika europea di tagliare le spese militari e non quelle sanitarie: risultato, un “nein” imperioso; così il massimo rimborso cui i greci avranno diritto per medicinali sarà di 23 euro l'anno. Ma qui si torna anche alla finanza. Il meccanismo di default pilotato del debito greco prevede che la svalutazione dei bond non riguardi i governi, Germania in primis, e quanto alle banche che sia compensato da garanzie collaterali che Atene dovrà fornire, a cominciare dal versamento degli interessi in un fondo chiuso accessibile ai paesi forti dell'Europa.

Il risultato è che secondo i calcoli dell'Ocse a fine 2014 il Pil della Grecia regredirà al livello dell'Egitto, a fine 2015 della Nigeria. Abbiamo già raccontato come perfino una squalo mondiale della speculazione come George Soros sia rimasto scandalizzato dalla dottrina Merkel. Noi temiamo che dopo lo scandalo accadrà di peggio: un'ondata antitedesca e antifrancese, e in generale antieuropea, che non verrà solo da piazza Syntagma, ma da molte altre piazze. E che alimenterà un fasciocomunismo di ritorno, a cominciare dai quei paesi border line che sono stati sotto dittatura fino a pochi anni fa. E che la Germania aveva pur sempre contribuito a liberare dal giogo, abbattendo il muro di Berlino e poi esportando benessere: quando però i suoi governanti si chiamavano Kohl e Schroeder, non Merkel.

di Marlowe

giovedì 16 febbraio 2012

Ad Atene sta bruciando l’Europa.

Gli europeisti tedeschi e francesi hanno venduto l'anima a banche e finanza dimenticando i "fratelli maggiori", cioè i greci.


L’Europa rischia di morire dove è nata. Una sorta di un ritorno nel grembo da dove era volata via. La leggenda narra che Zeus rapì Europa e la portò con sé a fecondare il Mediterraneo e poi Esperia, la terra del tramonto. Creta fu il loro nido dove vide la luce la civiltà minoica che sarebbe stata il seme della civiltà europea dispiegatasi poi nell’Ellade, patria di eroi, poeti, artisti, avventurieri, sacerdoti e legislatori. Atene fu il suo cuore. E da essa prese forma il Continente oggi immemore delle sue radici che conquistò il diritto ad esistere contrapponendosi all’Asia. Non una guerra tra civiltà e barbarie si produsse tra le due immense aree rappresentate dai greci e dai persiani poiché questi nulla avevano in termini di cultura da invidiare agli altri. Ma la lotta fu politica e tra concezioni del mondo. La Persia incarnava la monarchia universale, lo Stato totalitario; la Grecia il primato della persona, dell’individuo assoluto che trova la sua dimensione nella comunità organica. Questa eredità è il dono che Atene ha lasciato all’Europa. La battaglia di Salamina fu il suggello eroico di quel legato. Era il 480 avanti Cristo. Dopo 2500 anni, le tenebre stanno scendendo sul questo antico Continente e si allungano, per una sorta di tragico e beffardo destino, su quel lembo estremo d’Europa che è la Grecia, la sua culla. Infatti i popoli che le tagliano le mani sono gli stessi che quelle mani hanno nutrito. Di cultura, di poesia, di filosofia, di religiosità. Facendo diventare l’Europa ciò che è. Davanti alle vicende ateniesi rabbrividirebbe il vecchio Jakob Burckhardt dalla sua cattedra di Basilea, ammutolirebbero Erwin Rodhe e Friedrich Nietzsche che con Willamovitz-Moellendorf nuotarono nella filologia classica alla ricerca del mito di Europa. Antiche suggestioni. Eccentriche, incomprensibili forse dalle parti dell’Eurotower di Francoforte e nelle «case della democrazia» di Bruxelles e di Strasburgo. Qui nessuno s’indigna per Atene che brucia. Fanno piuttosto i conti del dare e dell’avere gli «europeisti» tedeschi e francesi, travestiti da statisti. Soprattutto i primi, rigoristi esemplari quando devono mettere mano ai loro portafogli, hanno fatto in fretta a dimenticare ciò che l’Europa gli ha dato prima del 1989 e dopo quell’anno fatale. Compresi i greci i quali, sono sempre stati reputati culturalmente come fratelli maggiori dai tedeschi. In queste ore si dissolve il sogno della nazione greca, come capitò a metà degli anni ’60 del secolo scorso. Ma con una differenza. Allora l’Europa c’era, si fece sentire, rivendicò la Grecia come parte essenziale di se stessa e non la lasciò nelle mani dei suoi carnefici. Oggi da Atene si diffonde un contagio propagato proprio da quei sedicenti virtuosi Stati europei, in realtà untori politici, che hanno venduto le loro anime alle banche, all’alta finanza, alle agenzie di rating, agli speculatori d’Occidente e d’Oriente affinché qualche profitto si salvasse sia pure a prezzo della morte di qualche popolo. È questa la morale corrente che sostiene l’idea di Europa. Un’idea corrosiva, sposata dalla Germania che non ha imparato nulla dalle lezioni che la storia le ha impartito. I suoi governanti, dall’intransigente Schauble alla tetragona Merkel, non hanno capito che la democrazia si fonda sulla dignità dei popoli e sulla tutela dei loro diritti. Probabilmente di Salamina non sanno nulla. Ma qualcosa dovrebbero ricordare di un Muro indecente che pure deve averli fatti soffrire. Adesso, con la complicità silente di altri Stati, forse al di là delle loro intenzioni, stanno costruendo altri muri, distruggendo di fatto quel poco di Europa che dal 1946 ad oggi eravamo riusciti a mettere insieme. Beninteso, siamo sempre stati dell’avviso che non si realizza un’unità politica prescindendo da una cultura condivisa e coltivando egoismi e particolarismi. Ma neppure è possibile immaginare un’Europa nella quale le sovranità sono state delegate dagli Stati ad organismi burocratici che non rispondono a nessuno, tantomeno ai popoli. A Salamina contro i persiani come a Belgrado, a Lepanto e sotto le mura di Vienna contro gli ottomani, l’Europa si ritrovò con le sue molte genti, i suoi diversi Stati e le sue culture a difendere la comune civiltà. Malauguratamente essa ha dimenticato, considerandosi continente, di essere una nazione divenuta tale per affinamenti progressivi, commistioni identitarie, amalgama religioso prodotto dal cristianesimo. E le nazioni possono anche collassare quando il loro spirito si affievolisce fino a smarrirsi e soprattutto se non sono sostenute da entità giuridiche, amministrative o statuali. Siamo a una svolta cruciale. Ad Atene non sta bruciando soltanto la Grecia. È l’Europa che si sta incendiando.


martedì 14 febbraio 2012

Se Platone uscisse oggi dalla sua caverna, piangerebbe.


Le lacrime di un soldato greco nel vedere Atene in fiamme

Il piano di salvataggio della Grecia in realtà è un piano di affondamento di un´intera nazione e della stessa Europa. L´austerità durante la recessione è una follia che solo le menti di Berlino potevano concepire. Il Parlamento di Atene lo vota? Bene. Il risultato sarà una tensione sociale senza più limiti, la depauperazione del resto della ricchezza, la fuga degli ultimi capitali rimasti e la nascita di un fascio comunismo che si propagherà al resto dell´Europa.

Quello di Atene era un problema relativamente piccolo tre anni fa e lo si poteva risolvere. Ma Berlino e Parigi hanno pensato ai bilanci delle loro banche (piene di debito greco) e ora pensano al conto elettorale. Nel frattempo il sogno dell´Europa si sta trasformando in un incubo. E´ una situazione che indigna e suscita rabbia. Nessun popolo va al patibolo e dice grazie. Nessun popolo si fa ridurre alla fame. Quel popolo brucerà la casa di chi lo affama.


La cancelliera Merkel porterà sulle sue spalle il peso di una politica che conduce alla disgregazione della solidarietà europea. Il ministro tedesco Schauble in questi giorni ha usato parole e toni che umiliano un intero popolo e sono lontani dalla cultura europea, hanno un suono sinistro e minaccioso. Quando cinquantamila persone applaudono gli anarchici, i black bloc, l´estrema destra e l´estrema sinistra, vuol dire che sono allo stremo, che c´è il pericolo concreto di un ritorno del caos nel Vecchio Continente.

Tirare una linea sul conto profitti e perdite non significa saper leggere cosa alberga davvero nel cuore e nella mente delle persone. Significa perdere di vista quel che sta accadendo e rischiare di finire bruciati nel magma bollente della Storia. Sul Partenone sono nate la nostra cultura, la nostra filosofia, la nostra prima idea di politica.
Se Platone uscisse oggi dalla sua caverna, piangerebbe.

di Mario Sechi

giovedì 22 dicembre 2011

I vizi privati e le pubbliche virtù di una Germania del "Kaiser".



La cul@na Angela Merkel ha l'ardire di paragonare l'Italia alla Grecia. Insomma La Grassa cancelliera con la solita grande prodigalità di boria e sicumera che la contraddistingue addita vessa osteggia redarguisce il governo italiano, ma si guarda bene dal dire, ammettere, finanche,sussurrare che forse è proprio la sua grande Germania la vera anomalia d'Europa!
Roma non è perfetta anzi..tuttavia non ha mai mentito sui suoi conti pubblici come ha fatto Atene. E la più bella che umile cancelliera dovrebbe ricordare prima di usare toni da Führer e imporre diktat, che cos'era la sua Germania prima della caduta di quel muro che noi filantropi europei abbiamo contribuito ad abbattere. E finanche comunque rispettare un partner commerciale e un popolo che quanto a grandezza eccellenze e cultura non ha eguali nel mondo..figurarsi con il popolino della foresta nera. Dunque si sciacqui la bocca prima di sparlare dell'Italia..e stia anche attenta quanto ciancia dei debiti pubblici altrui. Dato che il governo di Berlino, per "truccare i suoi conti" si avvale nevvero da quasi 2 decenni di antiche furbizie.
Da 16 anni la "prima della classe" la morigerata e perfetta Germania "non" include nel suo debito pubblico le passività del Kreditanstalt für Wiederaufbau, meglio noto come KfW, posseduto all'80% dallo Stato e al 20% dai Länder, altri soggetti pubblici. Si tratta di ben 428 miliardi di euro interamente garantiti dalla Repubblica federale.
In sostanza la KfW fa mutui a enti locali e piccole e medie imprese. Detiene partecipazioni cruciali in colossi come Deutsche Post e Deutsche Telekom. È vigilata dai ministeri delle Finanze e dell'Industria, non dalla Bundesbank.
Grazie al legame di ferro con lo Stato, la KfW conquista la medaglia d'oro nella classifica mondiale dell'affidabilità, stilata da Global Finance, e il massimo rating da parte di Moody's, Standard & Poor's e Fitch, lo stesso della Repubblica federale. Le sue obbligazioni sono dunque uguali ai bund. Ma a differenza dei bund, magicamente non entrano nel conto del debito pubblico.
Se vi entrassero come la logica del Trattato di Maastricht vorrebbe, il debito pubblico tedesco salirebbe da 2.076 miliardi a 2.504 e la sua incidenza sul prodotto interno lordo 2011 balzerebbe dall'80,7% al 97,4%.
Insomma... La grassa Merkel e finanche la sua Germania dovrebbero essere messe sotto osservazione dal sinedrio Europeo..per aver detto reiterate bugie, e per aver contribuito con i suoi veti a determinare la drammatica situazione in cui oggi versa l'Europa! Altro che prima della classe... La Germania è una  pessima scolara ripetente e recidiva all'ennesima potenza!

domenica 20 novembre 2011

L'Europarlamentare inglese NIGEL FARAGE Accusa L'UE di Golpe alla Sovranità delle Nazioni e di mancanza di Democrazia.



Il discorso dell'inglese Nigel Farage al parlamento europeo: PARLA D'ITALIA, DI MARIO MONTI... DELLA DEMOCRAZIA IN EUROPA... ACCUSE GRAVISSIME.
HA DETTO CIO' CHE MOLTI ITALIANI, VORREBBERO SENTIR DIRE AI POLITICI CHE HANNO ELETTO... che avrebbero dovuto rappresentarli...
ASCOLTATE LE SUE PAROLE! 
Cosa ha il coraggio di dire sul muso ai burocrati dell'Unione Europea... Eletto in Inghilterra, parla di democrazia in Europa e in Italia.
Le TV lo hanno censurato... MA FORSE SONO TROPPO IMPEGNATI NELL' "OPERAZIONE SIMPATIA" per esaltare Monti ...
Per 2 minuti CI HAI FATTO SENTIRE TUTTI RAPPRESENTATI...


Ascoltate!




ELEZIONI SUBITO!