Salviamo i nostri Marò

Salviamo i nostri Marò
I nostri due militari devono tornare a casa

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

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sabato 15 dicembre 2012

PRIMARIE DELLE IDEE




Carissimi,
in queste ore molte cose sono cambiate e c'è da presupporre che molte ancora  cambieranno, ma la nostra determinazione resta al suo posto, come uno scoglio in una  tempesta. Vogliamo ancora rifondare l'Italia e per  farlo è urgente cambiare il centrodestra.
Restiamo in prima linea per affermare la bellezza dell'impegno civile, contrastare le scelte personalistiche e le decisioni calate dall’alto, anteporre all’”io” il “noi”, combattere la cattiva politica, la logica dello scontro frontale che impoverisce la nostra comunità e non rinunciare a equità sociale,  meritocrazia, partecipazione, rinnovamento, futuro.
Grazie alla buona fede di ognuno abbiamo costruito un esercito di uomini liberi e un movimento di popolo presente in ogni angolo d'Italia.
Ora è il momento di schierarsi. Lo faremo il 16 dicembre alle 10 a Roma, presso l'Auditorium della Conciliazione, perché la storia di una grande nazione non abbia a subire battute d'arresto e i valori di cui siamo portatori possano aiutarla a crescere ed essere la casa accogliente per i suoi giovani.
La vergogna della mancata celebrazione delle primarie non ci scalfisce, sarebbero state uno strumento in più per togliere il terreno  sotto i piedi a chi vuole solo esercitare il potere, non ha coraggio, non ha idee  e non merita la nostra fiducia.
Sinistra in testa.
Sarà una bella domenica di luci, suoni, emozioni per riprendere slancio e affrontare, impavidi, le nuove sfide.
Vi aspetto, tutti e ciascuno, portate i vostri amici e ditegli che la via è tracciata e noi la percorreremo. Fino in fondo.
Evviva.
 
Giorgia Meloni.
 

sabato 28 luglio 2012

Italia? Invidiabile la Spagna al confronto.


Espacio de Las Artes, Santa Cruz (Lanzarote)
di Maurizio Blondet.

Di ritorno dalle Canarie: se devo valutare da quest’angolo della Spagna che ho visto, penso che quel Paese sia meglio attrezzato dell’Italia di fronte alla crisi, e che si solleverà prima di noi. Anche là vige il disprezzo per i politici e la politica; cresce, persino più che da noi, la consapevolezza dei privilegi e del parassitismo delle burocrazie pubbliche, il che è un buon segno divitalità politica della popolazione, che mette sotta accusa i salari sicuri degli statali mentre nel settore privato la disoccupazione è alle stelle. Ma visto come stiamo messi noi, vorrei fare il cambio. Ecco alcuni motivi:

Infrastrutture

D’accordo, durante il boom edilizio (causato dai tassi eccessivamente bassi che l’euro «germanico» ha chiesto per indebitarsi, e dalla banche tedesche, rigurgitanti di capitali, che li hanno offerti in eccesso agli iberici) s’è costruito troppo, ed ora è scoppiata la bolla edilizia. Ma ciò che colpisce, è la quantità e la qualità delle infrastrutture progettate ed attuate dalla «politica». Se i politici spagnoli hanno rubato, non si sono tenuti tutto loro; hanno anche attrezzato il Paese per la modernità. Strade extra-urbane nuove fiammanti a Lanzarote, autostrade a quattro corsie (e gratis) a Tenerife; non una buca nell’asfalto, non un lampione bruciato, e ovviamente non un cartello perforato da gragnuole di proiettili (tipico del folklore in Sicilia e Calabria). Nella capitale Santa Cruz, che è pur sempre una cittadina di nemmeno 230 mila abitanti, grandiosi spazi culturali firmati da archistar (tipico l’auditorium ideato da Calatrava, e lo Espacio de Las Artes dello svizzero Herzog) che possono non piacere, ma testimoniano l’impegno dei pubblici poteri per la cittadinanza, ospitano mostre, biblioteche, teatri.

Due aeroporti che non sono affatto cattedrali nel deserto, anzi frequentatissimi da voli internazionali (arrivano 5 milioni di turirsti – che poi tornano, al contrario di quelli che vengono in Sicilia). Immensi parcheggi sotterranei publici, che da noi non si sono mai fatti perchè «il Comune non ha i soldi» o «il comitato di quartiere si oppone» o non ci si mette d’accordo sulle mazzette. Un sistema-modello di trasporti pubblici: la piccola capitale canaria ha una metropolitana leggera nuova fiammante (del 2004, finanziata da Fondi UE) che tocca tutte le zone che contano, e fa’ capolinea all’Intercambiador: ossia alla grande stazione dei bus («guaguas», nel gergo locale), su sei livelli con scale mobili, da cui si può raggiungere qualunque villaggio dell’isola a prezzi popolari dopo aver lasciato l’auto nel parcheggio sottostante, che basta a 1400 veicoli.

Come dire che questo Interscambiador è una delle installazioni che mi ha più colpito? Fate un confronto mentale con una stazione di corriere o anche dei treni in Italia, dove arrivino e partano, come qui, 3500 bus al giorno: immaginate le cartacce e le cicche per terra, la polvere (e peggio) che si addensa negli angoli, gli odori di urina; immaginate i barboni che dormono sulle panchine, i mendicanti molesti, o i personaggi più loschi e pericolosi che, nelle ore notturne, abitano le stazioni italiane. Immaginate, perchè qui è l’esatto contrario: nella monumentale hall i pavimenti sono lucidi; il bar-ristorante offre bocadillos e tapas invitanti (io ci ho mangiato un pasto completo per 10 euro), anzichè quelle oltraggiose cartilagini di prosciutto risecchito che vengono vendute a peso d’oro nelle nostre stazioni da qualche innomina entità che «s’è aggiudicata l’appalto». I gabinetti pubblici, ovviamente usatissimi dai passeggeri di ogni nazione e livello sociale, sono unospecchio, benchè gratuiti. Non ne ho mai trovato uno reso inservibile con occlusioni di carta igienica cacca e piscio, com’è regola da noi. Misteriosamente, nelle loro pareti mancano del tutto le scritte oscene che tanto rallegrano i cessi pubblici italioti. Miracolo, gli addetti alle pulizie fanno effettivamente i lavoro per cui percepiscono il modesto salario pubblico, e li vedi sempre in giro con scopino e scopa a raccogliere anche una sola cicca.

Immaginate i bus? Come minimo, direte voi, avranno l’aria scalcinata, rotta e bisunta di quelli di Roma (si sa, ci sale tanta gente, il Comune è in rosso), perchè dopotutto parliamo di isole arretrate e marginali di un Paese meno ricco e sviluppato del nostro. Macchè: i «guaguas» sembrano tutti nuovissimi, in perfetto stato di manutenzione, con aria condizionata funzionante. Ogni mattina, prima di partire, passano sotto il lavaggio-auto comunale lì a fianco, alla vista di tutti.

E non basta. Il Cabildo (l’antico Consiglio) ha mandato due emissari a Bruxelles per chiedere soldi per costruire dal nulla una linea ferroviaria. Siccome Madrid ha tagliato i finanziamenti, i due inviati di Tenerife sono andati a chiedere all’Europa di coprire il buco: dopotutto è un progetto europeo, che il Cabildo ha presentato ed è stato approvato in sede UE, e che sarà completato coi fondi europei: esattamente come la giunta della Sicilia o delle altre regioni meridionali, che non riescono ad usare i fondi europei per incapacità progettuale, o se li fanno ritirare per malversazioni (1); o che nemmeno li chiedono, perchè che gusto c’è a fare opere pubbliche su cui non si possono estrarre tangenti perchè Bruxelles ti controlla?

Taccio, per non farla troppo lunga, delle infrastrutture immateriali e culturali; dal Wi-Fi in tutti i bar e ristoranti al museo della Natura, che vale una visita non solo perchè espone parecchie mummie del popolo guancio (i nativi delle Canarie), ma per godersi un esemplare di gestione museale limpida e interessante, con tanto di «laboratori» affollati di scolari che fanno piccole sperimentazioni e imparano facendo, sotto la guida di maestri e maestre. Taccio dell’università di La Laguna, nient’affatto periferica nel sistema di studispagnolo (che il governo sta per rendere più severo, avendo annunciato che il livello di istruzione deve mgliorare). Taccio delle spiagge tutte libere e gratuite, fornite dall’amministrazione cittadina di docce, spogliatoi e Wc. Edella polizia sempre presente e visibile sulle strade urbane ed estraurbane invece che imboscata negli uffici.

A Lanzarote, l’edilizia è basata su un modulo della casa tradizionale elaborato dall’artista locale Manrique, da cui nessun costruttore si discosta con fantasiosi villini da geometra; tale architettura è basata su muri bianchi immacolati, mai bruttati da graffiti e firme di dementi come da noi; dovrei parlare delle auto che si fermano – non rallentano, si fermano – appena fai l’atto di voler attraversare la strada sulle striscie. Perspicua, e per un italiano stupefacente, l’assenza di cumuli di monnezza per le strade, di discariche improvvisate nelle scarpate, e l’assenza di vandalismi tipo cabine telefoniche spaccate e smerdate.

In una parola, vige in Spagna quella civiltà che ormai è un costume in tutta Europa, salvo che in questa Italia fiera del suo sedimento incancellabile divolgarità.

Anche il Re senza tredicesima

Tra le misure per affrontare la crisi del debito statale, il governo Rajoy ha sospeso (ossia tagliato) la tredicesima di tutti i dipendenti pubblici. Anche la sua; anche dei membri del governo, anche dei 350 deputati e dei 266 senatori, non esclusi gli ex parlamentari pensionati. Nessuno l’aveva chiesto al Rey: ebbene, il chiacchieratissimo Juan Carlos s’e tagliato sua sponte di 20 mila euro l’anno l’emolumento, l’equivalente della sua tredicesima. Dunque oggi il Rey, la più alta istituzione dello Stato riceve, 271.842 euro lordi annui; risulta così che un qualunque governatore italiota di regione arraffa più del redi Spagna; il direttore generale della Rai, quel tal banchiere Gubitosi messo lì da Monti, ci costa come due re e mezzo.

Il principe di Asturia, l’erede al trono, s’è tagliato 10 mila euro, in quanto il suo emolumento è esattamente la metà di quello paterno, 135.921 euro. Il capo della Real Casa, che ha il rango e il soldo di un ministro, s’è ridotto anche lui lo stipendio nella stessa proporzione dei membri del governo. Niente a che vedere con quelli che godono i direttori della Real Casa italiana, detta Quirinale, di cui basta ricordare i 2 milioni di euro l’anno, più appartamento e ufficio permanente sul Colle, dell’immarcescibile Gaetano Gifuni.

El Rey de Espana è notoriamente molto criticato per i suoi lussi, per il suo amore delle gonnelle, e per le sue cacce all’elefante in compagnia di una cacciatrice bianca che sarebbe la sua amante. D’accordo, ma a metà luglio, l’84enne Juan Carlos è partito per Mosca ad incontrare Vladimir Putin a capodi una delegazione di ministri e imprenditori iberici. Scopo del viaggio, raccomandare la partecipazione delle industrie spagnole nel progetto di TGV russo (Mosca-San Pietroburgo a 300 all’ora) che costerà 17,5 miliardi di euro. Già, perchè la Spagna possiede il know-how allo stato dell’arte: le sue linee ad alta velocità sono operative già da 25 anni, ed oggi il TGV ispanico (che si chiama AVE, Alta Velocidad Espanola) dispone in Spagna della più grande rete ad alta velocità d’Europa, e seconda solo alla Cina: 2665 chilometri. Fu il governo socialista di Felipe Gonzales a lanciare questo grande progetto strategico per l’economia spagnola; un governo che rubava come quello diCraxi, si disse; ma che fece i compiti a casa. E non si ha notizia dicontestazioni dal basso, tipo No-Tav. Oggi, le imprese spagnole dell’alta velocità si sono aggiudicate il progetto per il treno Mecca-Medina, una linea che i sauditi pagheranno 6,7 miliardi di euro.

I costi della politica

Il governo ha tagliato del 50% il sussidio di disoccupazionee dopo il sesto mese; ma ha anche tagliato del 20% le sovvenzioni ai partiti politici e ai sindacati (che si aggiunge al 20% già tagliato da Zapatero), del 30% il numero dei consiglieri degli «ayuntamientos», del 5% le paghe degli statali a cui ha decurtato i permessi sindacali e i giorni «di libera disponibilità». Tali misure incontrano un diffuso favore della cittadinanza, consapevole (l’ho già detto) che la crisi mette in questione i «privilegi» del settore pubblico, nonchè la corruzione e l’impunità delle caste politiche; privilegi e stipendi e impunità che tuttavia non hanno alcuna dimensione paragonabile a quella dei pubblici italiani. Sul quotidiano ABC ho letto un commento durissimo contro i 266 senatori «che non servono a niente» e prendono – udite udite – 2813 euro al mese, a cui il commentatore unisce «una sovvenzione annuale per ogni partito, che per i due partiti maggiori ammonta rispettivamente a 3,5 milioni e a 1,5 milioni per il 2012», che però non vanno agli individui ma ai partiti; uno scandalo che il commentatore invita a «trattare con l’ascia».

La mente corre ai 200 milioni di euro che i partiti italiani si incamerano ogni anno, a dispetto di un referendum che glieli ha negati; e prende la voglia diabbracciarli, quei poveri senatori sotto accusa per 2800 euro mensili.

Anche in Spagna le «autonomie» regionali spendono e spandono – dicono gli spagnoli – senza controllo, e le più battagliere (prima fra tutti ovviamente la Catalogna) si sono opposte ai tagli del governo, minacciando ritorsioni (la Catalogna, elezioni anticipate); i governanti di Asturie e Canarie hanno annunciato che non taglieranno la tredicesima ai «loro» dipendenti. Ladifferenza con la situazione italiana sta non solo nella levità delle cifre dei presunti sprechi (niente di paragonabile ai 5 miliardi di debiti della Sicilia in bancarotta, o i 70 complessivi contratti dai nostri comuni, o l’inaccertabile debito miliardario di Roma Capitale, inaccertabile perchè nascosto dietro bilanci truccati), ma anche nell’ostilità che le «autonomie» stanno riscuotendo in quanto, appunto, autonome nella spesa.

«Questi governi autonomici si sono mutati in un ariete contro gli interessi nazionali – ha scritto l’editoriale di ABC – mostrano il lato oscuro di un autonomismo che si pensa come non dovessero mai sorgere problemi difinanziamento». Le Regioni come il Lato Oscuro della Forza: come vorremmo aver sentito almeno una volta simili valutazioni in Italia.

Da questi sparsi esempi si può vedere che i governi spagnoli i compiti a casa li hanno fatti, nel complesso, molto prima di noi; ed il Paese ha le infrastrutture e la cultura per eventualmente ripartire. Se non riuscirà, sarà essenzialmente perchè è sbagliata la cura imposta dalle Merkel, è sbagliato l’euro, è sbagliato il metodo di assoggettare i bisogni finanziari del Paese sovrano agli umori dei «mercati». E forse, perchè quello che stiamo vivendo un capolinea della storia, in cui l’Europa – con tanta storia dietro – è smarrita e non sa più che fare.

L’immane disoccupazione giovanile degli spagnoli è forse un sintomo diquesta fase terminale, additando un futuro di lavoro raro e precario per le masse. Basterà dire solo che i giovani spagnoli stanno reagendo con l’emigrazione di massa. E dove emigrano? Sì, 117 mila in Germania e 86 mila negli Usa; ma 368 mila in Argentina, 179 mila in Venezuela, 94 mila in Messico, 44 mila in Cile, persino 89 mila a Cuba, più che negli Stati Uniti. Insomma il vasto mondo di lingua ispanica fa’ da ammortizzatore sociale, ed è inutile far notare cosa vuol dire emigrare in un Paese dove si parla la tua lingua-madre: significa andare a fare non solo le pulizie e gli scaricatori ma fare, poniamo, il giornalista, far valere la propria laurea e le proprie qualificazioni, inserirsi nei piani alti del Paese ospite. Andare in Argentina e in Venezuela è pur sempre sfociare in quella grande «Spagna dell’anima» che dura ancora, di quel mondo che continua a vedere Madrid come la sua patria capitale. Significa non perdere i contatti con la patria di tutti. Significa poi più facilmente ritornare a casa, se riparte la crescita; laddove i nostri giovani italiani che emigrano, i migliori, non tornano più ed a hanno ragione.

È un effetto forse imprevisto di quel che resta negli spiriti del grande impero spagnolo su cui «non tramontava mai il sole». Ma l’argomento – l’impero spagnolo – è così importante, che merita presto un nuovo articolo.

1) Dai giornali di metà luglio: «l’Unione Europea ha sospeso il trasferimentodi 600 milioni di fondi alla regione siciliana, motivando questa decisione con la cattiva gestione degli appalti e l’inadeguatezza dei controlli. (…) In una dura relazione di poche settimane fa i magistrati contabili avevano scritto di“eccessiva frammentazione degli interventi programmati” (troppi soldidistribuiti a pioggia anziché investiti su pochi obiettivi-chiave), di “scarsa affidabilità” dei controlli, di “notevolissima presenza di progetti non conclusi”,di “tassi d’errore molto elevati” tra “la spesa irregolare e quella controllata”,di “irregolarità sistemiche relative agli appalti”». (…) «Tra il 2000 e il 2006 l’isola ha ricevuto 16,88 miliardi di fondi europei pari a cinque volte quelli assegnati a tutte le regioni del Nord messe insieme. Eppure su 2.177 progetti finanziati quelli che un anno fa, il 30 giugno 2011, risultavano conclusi erano 186: cioè l’8,6%. La metà della media delle regioni meridionali».

giovedì 26 luglio 2012

Io dico: aboliamo le Regioni, non le Province. E vi spiego perché.



di Andrea Fluttero. (Secolo d’Italia)

Consapevole di sostenere posizioni che non godono di grande popolarità in questo periodo, ho però piacere di inviarvi alcune mie piccole considerazioni sul tema dell’eliminazione delle Province. Dal 1985 al 2011 sono stato consigliere comunale e assessore in un piccolo Comune, poi consigliere provinciale, e poi ancora sindaco e consigliere comunale in un Comune di medie dimensioni, vivendo quindi dall’interno il sistema degli enti locali. Semplificando possiamo dire che oggi ci troviamo di fronte a cinque livelli di governo: l’Europa, lo Stato nazionale, le Regioni, le Province e i Comuni. Tre di questi livelli legiferano, Europa, Stato e Regioni, due amministrano, Province e Comuni.
Partendo dal basso mi pare evidente che, escludendo le grandi città metropolitane, gli oltre 8mila Comuni italiani hanno bisogno di un livello sovracomunale nel quale gestire i servizi di area vasta e trovare economie di scala non raggiungibili a livello comunale. Tale livello è naturalmente e storicamente la Provincia, che potrebbe efficacemente diventare un organo di secondo livello, composto dai sindaci dei Comuni che vi apportano i servizi da far gestire. Con tale configurazione dovrebbero essere eliminate tutte le altre forme intermedie di gestione sovracomunale come Ato, Consorzi e Società varie. Le Province così definite non avrebbero la necessità di essere accorpate forzosamente e in modo innaturale, ma seguirebbero la naturale e storica propensione di un territorio di avere come riferimento la città più grande, che, spesso fin dal medioevo, ne rappresenta il capoluogo e ne definisce l’identità culturale e socio-economica.
Partendo dall’alto, invece, lo sviluppo e la concretizzazione del progetto europeo ha reso gli Stati nazionali sempre più “regioni d’Europa” che hanno, e dovrebbero sempre più avere, nella dimensione e nell’omogeneità culturale, linguistica ed economica gli elementi di forza per rappresentare in ambito europeo gli interessi dei propri cittadini. Dopo aver partecipato in fase ascendente alla definizione delle Direttive europee, il Parlamento nazionale si incarica di introdurne i principi nella legislazione. Due livelli che amministrano il territorio, Comune e Provincia, due livelli che legiferano, Europa e Stato nazionale.
A me pare, a questo punto, che il livello ridondante sia quello regionale, con 20 Regioni, per altro di dimensioni molto diverse tra loro, che legiferano su svariate materie, creando confusione normativa per chi vuole investire in Italia. Le Regioni sono storicamente poco definite, perché nate per scelta politico-amministrativa negli anni Settanta, e spesso disomogenee da un punto di vista sociale, culturale ed economico. Mi chiedo, per esempio, cosa leghi sotto questi aspetti Cuneo con Novara, Varese con Piacenza o Foggia con Taranto. Inoltre, la vicenda dei trasferimenti di competenze dallo Stato alle Regioni dimostra la scarsa utilità di questi enti. Infatti ogniqualvolta lo Stato ha trasferito competenze, come nel caso delle strade ex Anas o degli Uffici di collocamento, le Regioni hanno rapidamente trasferito queste competenze alle Province. Ancora più incomprensibile la gestione della sanità, che assorbe circa l’80% dei bilanci delle Regioni e che dovrebbe essere uno di quei servizi rispetto ai quali si deve garantire ai cittadini il massimo della omogeneità su tutto il territorio nazionale, anziché modelli qualitativamente diversi per ogni Regione.
Le Regioni che “giocano” a fare gli Stati, con presidenti che si credono “governatori” e aprono sedi di rappresentanza all’estero e a Roma, che legiferano in modo caotico e con frequenti conflitti di competenza con lo Stato, che sfondano regolarmente i budget di spesa sanitaria e che si indebitano con mutui per pagare la spesa corrente sono, come dimostra la recente cronaca e come dimostrano i preoccupanti dati di bilancio di molte di esse, non solo al Sud, il vero e grande problema da affrontare. In un’epoca caratterizzata da internet e video conferenze, da facilità di collegamenti aerei e ferroviari, il dialogo tra Europa e Stato, che legiferano, e Comuni e Province, che amministrano il territorio, può essere risolto settore per settore con meccanismi di confronto tra i ministeri dello Stato centrale e coordinamenti di Province che di volta in volta si formano in funzione della materia e non dei confini amministrativi. Capisco che dopo mesi di campagne mediatiche per l’eliminazione delle Provincie possa sembrare strano proporre di eliminare le Regioni, ma eliminando le Province a me parrebbe ancora più strano e discutibile il modello organizzativo nel quale ci verremmo a trovare, con tre che legiferano, Europa, Stato e Regione, e uno solo che amministra, il Comune. Sarà magari perché mi ricorda quelle vecchie barzellette nelle quali in tre dirigono e uno lavora...

mercoledì 25 luglio 2012

Bce, la fabbrica del debito che sta rovinando l’Europa.



Se tutti i giorni i Merkel, Monti, Barroso, Draghi scendono in campo per rassicurarci che “l’euro è irreversibile” (non un Grillo qualsiasi che dopo aver lungamente sbraitato contro la moneta unica ora si professa sincero europeista), vuol dire che stiamo assistendo a un rito scaramantico per allungare il più possibile la vita del moribondo. Tutti gli indicatori dell’economia reale attestano in modo inequivocabile che giorno dopo giorno siamo prossimi al funerale. Dell’euro? Dei padroni dell’euro? No, il nostro funerale! La recessione sempre più profonda, l’indebitamento pubblico che cresce, il Pil che si riduce, la produzione, le esportazioni e i consumi in calo, le tasse più alte al mondo e nella storia, le imprese strangolate che chiudono, i disoccupati e i poveri che aumentano, i giovani senza prospettive, i figli che non si fanno più, la democrazia svuotata di contenuti, i partiti e il parlamento che si sono auto-commissariati svendendo l’Italia alla triplice dittatura finanziaria, relativista e mediatica, gli italiani sempre più ingannati, traditi, rassegnati, frustrati, disorientati.

Ebbene come è possibile che, da un lato, la crisi è colpa dell’euro e, dall’altro, siamo noi italiani, noi europei, a pagarne le tragiche conseguenze? La risposta è nella recente dichiarazione del governatore della Bce (Banca Centrale Europea) Draghi al quotidiano francese Le Monde: “Il nostro mandato non è di risolvere i problemi finanziari degli Stati, ma di garantire la stabilità dei prezzi e mantenere la stabilità del sistema finanziario in tutta indipendenza”. Ma come: la Bce, insieme al Fmi (Fondo Monetario Internazionale) e alla Commissione Europea, la celeberrima e temutissima troika, dopo aver imposto fin nei minimi dettagli condizioni spietatissime agli Stati per poter accedere al credito finalizzato al ripianamento del debito pubblico, ora ci dice che si lava le mani dei problemi degli Stati? Ma come: se questi problemi sono essenzialmente legati alla carenza di liquidità monetaria e l’unica istituzione titolata ad emettere l’euro è la Bce che si rifiuta di farlo? Ma come: quando le banche e le società quotate in borsa crollano si pretende il massiccio intervento degli Stati con denaro pubblico mentre quando gli Stati sono in crisi voltate loro le spalle?

Per capire le ragioni profonde della crisi strutturale della finanza e dell’economia internazionale, bisogna iniziare dall’a, b, c della scienza monetaria. La moneta è solo un mezzo di scambio della vera ricchezza che sono beni e servizi prodotti. Il suo valore è convenzionale e lo conferisce chi lo accetta non chi la stampa. Il signoraggio è la differenza tra il costo reale e il valore nominale della moneta. Oggi la Bce stampa la banconota da 100 euro al costo di 3 centesimi e la vende alle banche commerciali a 100 euro più l’1% di interesse in cambio di titoli di garanzia. Le banche rivendono la banconota allo Stato a un tasso superiore in cambio di Buoni del Tesoro che sono titoli di debito. Lo Stato ripaga questi interessi facendoli gravare sulle tasse imposte ai cittadini. Quindi tutto il denaro in circolazione è gravato da interessi percepiti dalle banche e da tasse che gravano sulle nostre spalle. E’ così che noi siamo indebitati dal momento in cui nasciamo, a prescindere da qualsiasi responsabilità oggettiva! E’ il sistema che di fatto corrisponde ad una “fabbrica del debito”. Chi è il responsabile? A differenza di quanto si tenderebbe a pensare, la Bce, al pari della Banca Centrale d’Italia, è un’istituzione che svolge una funzione pubblica ma è di proprietà privata, detenuta da banche private, comprese quelle dei Paesi europei che non aderiscono all’euro. Ha la struttura di una società per azione e gode di autonomia assoluta dalla politica pur condizionando pesantemente la politica. Questa “fabbrica del debito” si è arricchita grazie a due nuovi trattati, il Fiscal Compact o Patto di stabilità, e il Mes o Fondo Salva-Stati, approvati a larghissima maggioranza il 19 luglio dal nostro parlamento senza né un’adeguata informazione né la consapevolezza da parte degli italiani che ci siamo ormai auto-condannati ad essere indebitati a vita. Di fatto ci siamo impegnati, al fine di dimezzare il debito pubblico per portarlo al 60% del Pil, a ridurre i costi dello Stato di 45 miliardi di euro all’anno per i prossimi 20 anni, ciò che si tradurrà in nuove tasse e ulteriori tagli alla spesa pubblica; mentre per creare il Fondo Salva-Stati, l’Italia si è accollata la quota di 125 miliardi di euro, che non abbiamo. Qualora non dovessimo rispettare gli impegni sulle condizioni del pareggio di bilancio che abbiamo inserito nella Costituzione, anche in questo caso tra la distrazione generale degli italiani, scatterà in automatico una sanzione pari all’1% del Pil, 15 miliardi di euro.

Nasciamo indebitati perché la moneta non la emette lo Stato ma una banca privata e abbiamo sottoscritto degli accordi con istitituzioni sovranazionali le cui sentenze sono inappellabili, che ci impegnano a indebitarci ulteriormente per ripianare il debito! Va da sé che d’ora in poi lavoreremo sempre di più e vivremo sempre peggio per pagare i debiti. Scordiamoci i soldi per favorire lo sviluppo, per sostenere la famiglia, per dare speranza ai giovani. Anche antropologicamente muteremo trasformandoci in un tubo digerente: ci limiteremo a produrre per consumare beni materiali, non ci saranno né risorse né tempo per occuparci della dimensione spirituale che ci eleva al rango di persona depositaria di valori non negoziabili alla vita, alla dignità e alla libertà. Siamo ad un bivio epocale: salvare l’euro per morire noi come persona, oppure riscattare la sovranità monetaria per salvaguardare la nostra umanità. Ecco perché solo una nuova valuta nazionale emessa direttamente dallo Stato, che ci affranchi dalla schiavitù del signoraggio e scardini dalle fondamenta la “fabbrica del debito”, emessa a parità di cambio con l’euro per prevenire fenomeni speculativi e inflazionistici, potrà darci la libertà di essere pienamente noi stessi nella nostra Italia che ha tutti i requisiti di credibilità e solidità per andare avanti a testa alta e con la schiena dritta.

di Magdi Cristiano Allam.

martedì 24 luglio 2012

Tecnocratica e senz'anima. L'Europa così non funziona.


Nel 1998, Mario Monti, in un suo breve libro, Intervista sull'Italia in Europa (Laterza), auspicava una sostanziale dissoluzione degli Stati nazionali a vantaggio di un superstato europeo. Il pamphlet era dato alle stampe nei mesi cruciali della fase di avvio per l'approdo all'euro e il professore, commissario a Bruxelles, tratteggiava le sue idee sull'Europa, non certo il continente dei popoli, sedimentato in una cultura millenaria comune, bensì una sovrastruttura tecnocratica che doveva mirare alla gestione economica del mercato. Tra Maastricht e i primi anni del Duemila l'idea neoilluminista di un'Europa a direzione centralista e tecnocratica è stata egemone nei giornali, nelle università, nei luoghi dove si è formata l'alleanza tra salotti giacobini e “poteri forti”. Cosa non solo teorizzata ma avvenuta nei fatti quando agli Stati nazionali è stato sottratto il governo dell'economia, tratto distintivo della sovranità accanto all'esercizio della forza militare. Europa forza gentile fu il titolo di un altro libro, a firma di Tommaso Padoa-Schioppa, che uscì in occasione del varo dell'euro e che vedeva in Bruxelles una forza buona chiamata a domare il senso di nazionalità. Nondimeno, un anno prima di diventare Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano pubblicò Altiero Spinelli e l'Europa (il Mulino) dove si auspicava il «mettere insieme delle sovranità, delle funzioni, dei poteri, per esercitarli a livello sovranazionale», contro le «forme di nazionalità esasperata».

Alla prova dei fatti l'Europa così concepita si è dimostrata un fallimento, non solo perché ha prodotto una spaventosa crisi economica, non ciclica ma epocale, ma soprattutto perché - come ha scritto Giorgio Israel - sta «sgretolando le culture nazionali che dovevano essere i mattoni costitutivi dell'identità culturale del continente». In altre parole, quella pluralità nazionale che per secoli è stata la ricchezza dell'Occidente, parte essenziale della civiltà europea, è stata distrutta dal burosauro tecnocratico.

Se è vero, come ricorda, Federico Chabod, nel suo classico L'idea di nazione, che dire senso di «nazionalità, significa dire senso di individualità storica», il sedimento storico non può essere generato in laboratorio. Per secoli la forza dell'Occidente è stata la libertà degli individui, consacrata dalle costruzioni giuridiche e soprattutto da un potere riconoscibile ed emendabile. Il potere delle tecnocrazie, invece, appare indistinto e lontano. Scruton salda in un binomio indissolubile nazione e democrazia: «Le democrazie devono la loro esistenza alla fedeltà nazionale». E aggiunge che «dovunque l'esperienza di nazionalità sia debole o inesistente, la democrazia ha mancato di attecchire». Lo storico polacco Ernst Kantorowicz fa risalire a Federico II l'origine dell'unità giuridica e culturale dell'Occidente attraverso la nozione di Europa imperialis, una res pubblica universae christianitatis, dove il potere non è tirannia ma è chiamato a rappresentare la communitas, un popolo unito dalla storia. Un ruolo che valse a Federico II il riconoscimento postumo di Nietzsche che lo definì: «Il primo europeo di mio gusto». Lo jus publicum europeaum, ben descritto da Carl Schmitt nel Nomos della terra, come «diritto interstatale», che delimita «l'ordinamento spaziale della respublica cristiana medievale», non ha avuto, dunque, quella modernizzazione evolutiva che necessitava come base della costruzione europea. L'Europa dei tecnocrati ha evidentemente tradito i postulati culturali della possibile unità europea, negando quello che Scruton definisce il «dono principale delle giurisdizioni nazionali».

E non si esagera nel ritenere che l'Europa giacobina dei poteri forti sia antidemocratica, priva di radicamento popolare. L'Unione di oggi, quella di Bruxelles è un dato solo formale che ha distrutto le virtù delle nazionalità ed è priva di «quell'anima» dei popoli teorizzata da Charles Péguy o del Volksgeist caro e Herder e Fichte. E non gode neanche di un fondamento plebiscitario: in Italia non c'è mai stato un referendum sull'Europa, mentre le consultazioni popolari di Francia e Olanda hanno bocciato la Costituzione europea.

Per secoli lo Stato nazionale, grazie al suo radicamento culturale, si è dimostrato un modello di prosperità economica e di democrazia. E occorre domandarsi quanto della crisi dell'Occidente sia da imputare all'abbandono delle strutture nazionali. Il peggio ammoniva Gustave Flaubert è quando la bêtise (la stupidità) di un certo universalismo si allea con la canaille, che per mantenere i propri privilegi economici, mira a sovvertire le gerarchie della storia.

di Gennaro Sangiuliano.

venerdì 20 luglio 2012

L’Europa può ricominciare. Se si parte dalla memoria.



Qualche mese fa, all’inizio della crisi greca ch’è una crisi europea, mentre sembrava – e, non c’illudiamo, continua a sembrare ancora – che le evidentemente ancor fragili strutture dell’Europa scricchiolassero e qualcuno cominciava a parlare con insistenza di “ritorno alla sovranità monetaria” (come se, tra le sovranità che l’Italia ha perduto, ci fosse soltanto quella…), molti fra noi sono stati invasi da un cupo, profondo senso di tristezza. Parlo soprattutto per me: classe 1940, dichiaratamente europeista da qualcosa di più di mezzo secolo, per quanto le formule federalistiche allora di moda non mi convincessero né mi soddisfacessero. Quel che allora noi sognavamo, e dico “noi” perché non eravamo poi tanto pochi, era un’Europa che, forte della coscienza della sua unità culturale di fondo e delle tragedia che da troppi secoli aveva dovuto sopportare a causa della sua divisione, riprendesse il cammino che la Cristianità medievale le aveva indicato, quello dell’unità, e lo traducesse in termini di identità comunitaria capace di misurarsi con il mondo moderno.

Non che le forme del pensiero europeistico elaborate fra Otto e Novecento ci soddisfacessero: non ci convincevano né Saint-Simon, né Thierry, né Michelet, né Cattaneo (anche se la formula “Stati Uniti d’Europa” ci affascinava), né Coudenhove-Kalergi, né Spinelli, né Schuman: qualcuno di noi (anch’io) guardò a Thiriart, ma non era convincente nemmeno lui. Sentivamo che superare i vecchi schemi nazionali non bastava, che cercar di fondare una specie di nuovo “ipernazionalismo” sarebbe stata una follìa, ma che pur bisognava uscir prima o poi dal truce dopoguerra di un continente europeo spaccato in due a causa e per colpa senza dubbio d’una sciagurata guerra (cominciata peraltro non già nel ’39, bensì nel ’14) ma anche della volontà congiunta delle due superpotenze che, in disaccordo su tutto, con i patti di Yalta si erano trovate d’accordo però su una cosa, vale a dire che la parola Europa andava ridotta per sempre a una pura espressione geografica. Per questo la nuova Europa economico-finanziaria che cominciò a prender forma a partire dai primi Anni Cinquanta non ci piaceva: la ritenevamo necessaria certo, ma non sufficiente; né tanto meno primaria, in quanto ritenevamo che le istituzioni finanziarie e monetarie dovessero accompagnare se non addirittura tener dietro, ma certo non precedere quelle politiche, istituzionali, sociali e anche militari.  Per questo la costosissima Unione Europea di Bruxelles e di Strasburgo, con la sua pesante burocrazia e i suoi organi parlamentari consultivi, non poteva né piacerci né bastarci.

La crisi scoppiata già da qualche mese, e ancora in atto, ha rischiato di far volare in pezzi anche quel poco che c’era: un “poco” pesante e pletorico, ma insoddisfacente. Eppure, forse qualcosa si sta movendo. Qualcosa che ci condurrà a prender concordi atto che quella “falsa partenza” ha servito se non altro a farci prendere comune coscienza di un bisogno diffuso per quanto mai evidenziato, mai approfondito dalle forze politiche dei paesi membri della Ue. Non a caso, non abbiamo né una Costituzione – di cui non siamo stati capaci nemmeno di redigere un preambolo -, né un esercito; abbiamo sì una bandiera, anche bella, e un inno (preso dalla Nona di Beethoven) che però non possiamo cantare in quanto manca di parole adeguate.

Eppure oggi è successo un piccolo miracolo. Il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz,  ha inviato alla gente siciliana dei comuni coinvolti dallo sbarco del 1943 un messaggio per rievocare un evento accaduto sessantanove anni or sono. Un piccolo, doloroso evento: una goccia di sangue versata nell’oceano che stava affogando il mondo di quei giorni. Ma l’averlo ricordato oggi può rappresentare un giro di boa, il segno dell’inizio di qualcosa di davvero rivoluzionario e profondo.

Martin Schulz si è simbolicamente unito a un piccolo gruppo di cittadini riuniti per ricordare, con un semplice cippo, un evento doloroso e un crimine di guerra. Il massacro senza ragione, contro le leggi di guerra e contro le leggi umane e divine, di un gruppo di soldati italiani che si erano arresi da parte di un’unità delle forze armate statunitensi sbarcate in Sicilia. Un atto non solo inutile, ma anzitutto arbitrario e crudele.

Ma perché ricordarlo solo adesso? Si chiederà qualcun altro. E che cosa volete che significhi quell’episodio, nel mare di ferocia di una guerra che assisté addirittura a veri e propri genocidi? Rifletterà qualcun altro.

Qui sta appunto la sconvolgente novità. Sempre, dopo le guerre, si tende a criminalizzare i vinti e ad assolvere i vincitori. È una legge antica forse quanto il mondo: ma divenuta, all’indomani delle prima e soprattutto della seconda guerra mondiale, un dogma inviolabile. In tempi recenti, qualche stato ha addirittura proposto ed emanato leggi demenziali tese a derubricare a crimine passibile di pena  qualunque parere, comunque espresso, che potesse venir interpretato come un tentativo di rivedere  alcune pagine storiche e di ridistribuire, magari alla luce di nuovi elementi e documenti, alcune responsabilità. Si è indiscriminatamente e istericamente parlato di “revisionismo” e di “negativismo”, si è confuso tra ricostruzione dei fatti e critica di essi, ci si è abbandonati a un terrorismo che in qualche caso ha lambito anche sedi politiche ed accademiche elevate.

Oggi, Martin Schulz rompe l’omertà: e definisce per quel che è, un crimine, quel lontano atto di viltà e di ferocia che sarebbe stato chissà quante volte ricordato e stigmatizzato se fosse stato compiuto da soldati della parte che ha perduto la seconda guerra mondiale; mentre, per il fatto di essere stato commesso dai vincitori, era stato per troppi decenni “dimenticato”, rimosso.

Certo, il presidente fa quel che può. Molte altre lapidi, sparse un po’ dappertutto in Europa, parlano analogo criptico linguaggio. I crimini commessi dalle forze del Terzo Reich sono stigmatizzabili come “barbarie nazista”. Per gli altri, aggettivi qualificativi politically correct mancano. Quale barbarie ha reso possibile i bombardamenti di Dresda e di Hiroshima? Schulz risponde in modo corretto, pur senza infrangere le regole vigenti: “la barbarie della seconda guerra mondiale”, che ci ha insegnato a tenderci di nuovo la mano, a riconoscerci come fratelli. Ed è su ciò che bisogna costruire quell’unità europea per la quale poco di effettivo fino ad oggi è stato fatto, come giorni fa ha sottolineato la stessa cancelliera Angela Merkel. Ma per far questo occorre una reale volontà unitaria: che cominci dai giovani, dalla scuola.

Mezzo secolo fa noialtri giovani universitari invocavamo la nascita di una scuola unitaria europea, nella quale tutti i ragazzi degli stati membri studiassero, nella loro lingua rispettiva, la medesima storia e accedessero a una misura comunitaria della cultura europea, nella quale Shakespeare non fosse più un semisconosciuto a tutti meno che ai ragazzi britannici e Cervantes un semignoto a chiunque non fosse spagnolo. Mezzo secolo fa chiedevamo che in tutta Europa si abolissero le  intitolazioni delle piazze e strade alle vittorie nazionali e le si sostituissero con l’intitolazione alla concordia europea; che si smettesse di studiare la ristretta storia nazionale e si accedesse a un più ampio e comprensivo studio della storia europea. Perché dalla conoscenza nasce la coscienza, e dalla coscienza l’amore. Sono partiti i programmi Socrates ed Erasmus, importanti ma non sufficienti: poi, non si è fatto altro. Riprendiamo il cammino: partendo stavolta non dall’economia che ci ha dato l’Eurolandia, bensì dalla scuola, dalla cultura, dalla politica, dalla coscienza che un’Europa unita è più che mai quel che ci vuole per procurare un po’ di equilibrio a un mondo sempre più impazzito. Era un cammino che avremmo dovuto avviare dal ’45: abbiamo perduto quasi settant’anni.  L’appello del Presidente Schulz ci suggerisce di ricominciare da capo. Subito.

di Franco Cardini.

lunedì 16 luglio 2012

Moody's: Meloni, pagliacci camuffati da inquisitori.



On. Giorgia Meloni - Pdl
(ASCA) - Roma, 13 lug - ''Siamo stufi di queste inutili agenzie di rating. Sono dei pagliacci camuffati da inquisitori che profetizzano solo cose gia' accadute e non sanno prevedere il crollo dei grandi colossi finanziari. Le figuracce inanellate da questi improponibili giudici delle virtu' altrui sono innumerevoli: su Moody's, ad esempio, e' sufficiente ricordare la tripla A riconosciuta a Fannie Mae solo poco prima che il governo Usa la salvasse con il piu' grande finanziamento della storia americana''.

E' quanto dichiara la deputata del Pdl Giorgia Meloni, che aggiunge: ''Mi auguro che tutti, cittadini e investitori, sappiano dare il giusto peso alle analisi di questi signori.

E per porre fine definitivamente alle speculazioni di queste agenzie, torno a ripetere quanto ho detto mesi fa: e' tempo che l'Europa si doti di un proprio ente indipendente, che valuti la solidita' dell'economia degli Stati e delle societa' private. Chiediamo, ancora una volta, al Governo di insistere in sede Ue affinche' venga istituita con urgenza un'agenzia di rating europea, proposta per altro gia' approvata all'unanimita' dalla Commissione Finanze della Camera''.

martedì 10 luglio 2012

Fiscal compact, lo spettro di una nuova dittatura europea?



Cos’è, cosa prevede, come modificherà la nostra esistenza il trattato di stabilità tanto caro alla Merkel. Tutte le difficoltà che i Piigs incontreranno nel sottostare a questo patto e come uscirne. L’atto internazionale entrerà in vigore dal 1 gennaio 2013 se almeno 12 dei 25 paesi che lo hanno sottoscritto lo ratificheranno. A  breve il Parlamento italiano srà chiamato alla ratifica
di Francesco Filini


ROMA Oltre a quello che istituirà il Meccanismo Europeo di Stabilità (dei mercati finanziari a discapito dei popoli, aggiungiamo noi), il Parlamento italiano sarà presto chiamato alla ratifica di un altro trattato europeo di cui – a differenza dell’ESM – si sente spesso parlare nei mezzi d’informazione canonici, anche se in maniera superficiale e soprattutto confusa: stiamo parlando del famigerato Fiscal Compact tanto caro alla Merkel, che da qualche mese a questa parte non fa altro che ripetere, come fosse un disco rotto, ai paesi “P.I.I.G.S.” quella parolina che riassume perfettamente il significato del nuovo trattato: rigore!

L’ABC DEL FISCAL COMPACT – Ma cos’è questo Fiscal Compact? Cosa prevede? Come modificherà la nostra esistenza? Prima di rispondere a queste domande c’è da ribadire ancora una volta che tutte queste misure urgenti che la tecnofinanza europea sta imponendo agli stati membri servono a garantire la stabilità dell’euro, ovvero della moneta che rappresenta la nuova ideologia, la nuova religione del terzo millennio: un dogma che non può essere messo in discussione, anche se sta distruggendo l’Europa dei popoli. Il Fiscal Compact, anche conosciuto come Patto di bilancio o Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, è un atto internazionale che entrerà in vigore dal 1 Gennaio 2013 se almeno 12 dei 25 paesi che l’hanno sottoscritto l’avranno ratificato tramite i rispettivi parlamenti. Attualmente sono 9 i paesi che già hanno votato la ratifica del trattato: Danimarca, Grecia, Irlanda, Lettonia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Svezia. Mancano all’appello – tra gli altri – Francia, Germania e Italia.

UN FUTURO DI MANOVRE LACRIME E SANGUE – In soldoni, il Fiscal Compact prevede che i paesi aderenti riducano il proprio debito pubblico portandolo al 60% del PIL e che il rapporto deficit/PIL rimanga sotto il 3% annuo, in caso contrario partiranno delle sanzioni nei confronti dei paesi che non rispetteranno i vincoli fiscali. L’Italia ha un debito pubblico che, grazie alle manovre di Mr. Monti e dei suoi degni compari, ha superato abbondantemente la soglia del 120% rispetto a quanto la nazione produce. Per arrivare ai parametri imposti dalla Germania nel Fiscal Compact saremo costretti a tagliare il nostro rapporto debito/PIL del 3% ogni anno per 20 anni. Come si fa a ridurre il deficit? Semplice, basta tagliare e nello stesso tempo imporre manovre aggiuntive di oltre 40 miliardi l’anno, ovvero mettere nuove tasse e al tempo stesso mettersi a produrre per favorire la crescita. Ecco come cambierà la nostra vita il nuovo trattato: nuove lacrime e sangue.

MISSIONE IMPOSSIBILE – C’è però un “piccolo” problema a cui si sfugge, lo stesso problema che un tale Arthur Laffer spiegò a un tale Ronald Reagan all’inizio del suo mandato nel 1980: se togli i soldi ai cittadini con una tassazione eccessiva, questi non avranno fisicamente la liquidità per gli investimenti e di conseguenza, lavorando di meno, contribuiranno di meno. Questo semplice principio economico viene spiegato in tutte le università del mondo a tutti gli studenti di economia ed è conosciuto come “curva di Laffer”. Quindi è facile pensare che i vincoli di bilancio non consentiranno alcuna crescita e che di conseguenza sarà impossibile ridurre il rapporto debito/PIL. Se ci si aggiunge che con l’entrata in vigore dell’ESM dovremo indebitarci per versare i 125 miliardi che poi l’Esm ci ripresterà imponendoci le misure di politica economica, gli obiettivi che “Angelona” vuol farci raggiungere sono matematicamente impossibili. E questo i tecnici lo sanno benissimo. Mr. “Goldman” Mario Monti e la pletora di professori e banchieri al suo seguito, conoscono bene la curva di Laffer, probabilmente l’avranno insegnata a migliaia di studenti. Solo un folle può pensare che l’attuale Presidente del Consiglio non sia consapevole di tutto ciò. Con tasse e recessione come sarà possibile garantire la puntualità dei pagamenti? Tranquilli, l’Italia è un paese ricco di risorse: basta svenderle e siamo a posto. Fanno gola alla finanza internazionale le italiane Eni, Enel, Finmeccanica, Poste etc.., presto ce le toglieranno insieme a tutte le municipalizzate: la distorsione neoliberista del capitalismo mondiale ha assunto, nell’Europa in mano ai banchieri, i tratti di un neocolonialismo di stampo tedesco.

UNA SOLUZIONE? LA SVENDITA – La paura è che la svendita dei nostri beni non sia sufficiente a placare la cupidigia della “lupa finanziaria” che, per dirla con le parole del Sommo poeta “ha natura sì malvagia e ria, che mai non empie la bramosa voglia, e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.“ I nuovi trattati internazionali sono destinati a cancellare lo Stato sociale, alla privatizzazione di ogni servizio, allo stradominio delle èlite finanziarie e bancarie sui popoli. Se ci si aggiunge che gli organismi che prenderanno le decisioni saranno sempre più avulsi da qualsiasi tipo di controllo e che i vertici saranno sempre più emanazione diretta della finanza internazionale, la dittatura è l’unico futuro che è possibile intravedere all’orizzonte.

I trattati ESM e Fiscal Compact devono ancora essere ratificati, la politica è commissariata ed è sotto il ricatto dello spread, di speranze ce ne sono davvero poche. Abbiamo comunque il dovere morale di informare più persone possibili, iniziando dai deputati e dai giornalisti: la nostra libertà è a rischio insieme alla nostra cultura e alla nostra civiltà. Che i nostri padri ci perdonino se rimaniamo inerti di fronte un simile scenario, perché i nostri figli non lo faranno.


martedì 3 luglio 2012

Il diritto al lavoro non esiste.



di Massimo Fini.

Elsa Fornero ha perfettamente ragione: non esiste alcun diritto al lavoro. Questo tipo di diritti, come quello alla salute o alla felicità, appartengono alle astrazioni della Modernità che nulla hanno a che fare con la vita reale. Sono diritti impossibili perchè nessuno, foss'anche Domineddio, può garantirli. Esiste, quando c'è, la salute, non un suo diritto. Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto, che chiamiamo felicità, non il suo diritto. Così è inutile sancire il diritto al lavoro se in una società il lavoro non c'è. Ciò che in una società moderna possiamo pretrendere è un'altra cosa: l'assicurazione, da parte della collettività, di una vita dignitosa anche per chi il lavoro non ce l'ha e non lo può trovare.

L'articolo I della Costituzione afferma solennemente : “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Questo articolo è espressione delle culture liberiste e marxiste che, insieme a quella cattolica (che peraltro del lavoro ha una concezione molto diversa) che hanno contribuito a redigere la nostra Costituzione. Il lavoro diventa infatti un valore solo con la Rivoluzione industriale di cui queste culture, prettamente economiciste, sono figlie. Per Marx il lavoro è 'l'essenza del valore', per i liberisti è esattamente quel fattore che, combinandosi col capitale, dà il famoso 'plusvalore'. In epoca preindustriale il lavoro non è un valore. Tanto che è nobile chi non lavora e artigiani e contadini lavorano per quanto gli basta. Il resto è vita. Non che artigiani e contadini non amassero il proprio mestiere (che è qualcosa di diverso dal 'lavoro' tanto che c'è chi dubita che in epoca preindustriale esistesse il concetto stesso di lavoro come noi modernamente lo intendiamo - R.Kurz, 'La fine della politica e l'apoteosi del denaro'), certamente lo amavano di più di un ragazzo dei call-center, di un impiegato, di un operaio che, a differenza del contadino e dell'artigiano, fanno un lavoro spersonalizzato e parcellizzato, ma non erano disposti a sacrificargli più di quanto è necessario al fabbisogno essenziale. Perchè il vero valore, per quel mondo, era il Tempo. Il Tempo presente, da vivere 'qui e ora' e non con l'ansia della 'partita doppia' del mercante che disegna ipotetiche strategie sul futuro. Questa disposizione psicologica verso il lavoro era determinata dal fatto che in epoca preindustriale, come ho già avuto modo di scrivere, non esisteva la disoccupazione. Per la semplice ragione che ognuno, artigiano o contadino che fosse, viveva sul suo e del suo. E non doveva andare a pietire un'occupazione qualsiasi da quella bestia moderna chiamata imprenditore.

"L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. In realtà, come ogni Paese industrializzato, è fondata sulla schiavitù. Perchè siamo tutti, o quasi, come scriveva Nietzsche, degli “schiavi salariati”. A differenza dell'artigiano e del contadino la nostra vita, la nostra stessa sopravvivenza, non dipende più da noi, ma dalla volontà e dagli interessi altrui.

Il Primo Maggio noi celebriamo, senza rendercene nemmeno più conto, la Festa della nostra schiavitù. C'è da aggiungere che noi moderni abbiamo utilizzato nel peggiore dei modi le straordinarie tecnologie che pur proprio noi abbiamo creato. Oggi le macchine potrebbero lavorare per noi. Ma invece di utilizzarle per liberarci da questa schiavitù, costringiamo gli uomini, sostituiti dalle macchine, a cercare altri lavori, più infimi e disumani e sempre che li trovino. Ecco perchè nasce il 'diritto al lavoro'. Paradossale perchè in realtà è un 'diritto alla schiavitù.

lunedì 2 luglio 2012

L'economia irreale ha sovrastato quella reale Si recuperi il senso del limite.



di Marcello Veneziani.

La crisi è più economica o valoriale?
"La crisi economica che stiamo vivendo si inquadra in una crisi epocale che ha una natura spirituale. E' difficile stabilire automaticamente il nesso, però è un modello di vita e di società che è andato in crisi".

Siamo al capolinea?
"Io temo che siamo arrivati in una fase di declino irreversibile. Bisogna tentare fino in fondo la possibilità di risorgere però quando si crea una congiuntura fatta di crisi demografica da una parte (che è un indicatore straordinario per la denatalità e l'assenza di futuro) e si aggiunge l'economia irreale che vince su quella reale si crea un circuito con scarsa capacità reattiva e tutto fa pensare che siamo in una fase di difficile recupero. Possiamo migliorare nel contingente ma il quadro non è esaltante".

Come uscirne?
"Dal momento che la ragione della crisi non è economica, il rimedio non può essere di tipo economico. Non è semplicemente attraverso operazioni finanziari o un maggiore prelievo fiscale che si può arrivare a superare la crisi. E' una questione che attiene al modello di civilità politico culturale, è una crisi su vari livelli quindi non è detto che se si tampona un livello migliorino gli altri.

Rispetto alle crisi del passato, sembra che adesso ci sia un maggiore scoramento diffuso. Come se lo spiega?
"In passato e in altre crisi c'erano dei punti fermi che restavano nello sfondo e poi si modificavano alcuni assetti. Adesso l'impressione è che questi punti fermi siano stati giocati già all'interno di questa crisi e non ci sono più punti fermi da cui ripartire".

Qual è la sua ricetta per ripartire?
"Il punto di partenza è quello: cioè ripensare ai nostri legami comunitari, al senso del sacro, alla vita, al rapporto con gli altri, occorre dare contenuti e missioni alla vita. È un discorso molto più ampio e radicale rispetto a cui i paradigmi della società finanziaria e dei consumi sono assolutamente inadeguati".

Propone un ritorno alla tradizione e al passato?
"Non credo che oggi la soluzione possa essere contrapporre il mondo della tradizione come un mondo chiuso a se stante al mondo della modernità. Noi dobbiamo attraversare la modernità superarla ma non certo tornare indietro o immaginare dei modelli assoluti attinti dal passato".

Si parla di uscita dall'euro. Che idea si è fatto?
"L'euro ha acutizzato un processo, ma io credo che il problema sia quello di un potere assoluto dell'economia virtuale, finanziaria irreale rispetto a quella reale. Cioè quando si diventa così subalterni a quel tipo di modello poi si rimane inviluppati. Quindi all'interno di questa patologia l'euro ha funzionato da detonatore. Ora non so se un ritorno indietro sia possibile o se sia possibile una soluzione a latere, come le due velocità o come un sistema coerente a livello monetario mediterraneo senza inseguire il modello inaccessibile della Germania. Resta il fatto che buona parte delle crisi economiche sono scoppiate da quando è stato introdotto il sistema monetario unico".

E' stato giusto parlare dei suicidi sui giornali?
"Sono perplesso sui suicidi perché sui giornali vedo una concentrazione diffusa ma se leggo le statistiche non c'è stato un sostanziale cambiamento e l'impressione è che siano da inserire in una crisi esistenziale più che alla crisi economica che può essere il motivo scatenante per alcuni suicidi ma non è che fa aumentare il ricorso al suicidio. Ho impressione che diamo troppa importanza al fattore economico ma in realtà c'è una disperazione di fondo che si attacca all'economia ma non è derivata solo da questa".

Un percorso di letture per provare a reagire?
"Occorre uscire dalla convinzione che non ci sia niente da fare. La mia impressione è che il fenomeno sia irreversibile però credo che sia umano reagire e per reagire occorre leggere gli autori forti del passato: Seneca, Platone, Plotino. Oppure uno come Latouche con La Decrescita felice", che non è il rimedio reale della sua società però ci fa capire che il modello dei consumi illimitati è una utopia.

Non si può pensare che la società progredisca sempre. Bisogna recuperare il senso del limite, del confine, recuperare il nostro rapporto col passato e col futuro. Viviamo completamente immersi nel presente e rischiamo di essere inghiottiti nelle sabbie mobili del presente e soltanto la convinzione che c'è stato un mondo prima di noi e ce ne sarà un altro dopo di noi possiamo recuperare una dimensione spiriturale collettiva, comunitaria rispetto a questo atteggiamento di totale debacle che stiamo vivendo".

venerdì 29 giugno 2012

Esm, l’ultima creatura-mostro dell’eurocrazia finanziaria.



Tra una settimane sarà discusso in Parlamento per la ratifica, ma nessuno osa parlarne e in pochi sanno cos’è. Si tratta del “Meccanismo Europeo di Stabilità” che servirà – almeno così viene dichiarato – a salvare gli stati dell’Unione sull’orlo del default. È un organismo intergovernativo e sovranazionale e sarà gestito da persone che godranno di immunità da qualsiasi giurisdizione

di Francesco Filini.

ROMA – Fra poche settimane il Parlamento Italiano sarà chiamato a ratificare la modifica all’art. 136 del trattato sul funzionamento della UE che istituirà l’ESM (MES la sigla italiana), il “Meccanismo Europeo di Stabilità” che servirà – almeno così viene dichiarato – a salvare gli stati dell’Unione sull’orlo del default. L’ultima creatura uscita dalla fabbrica dell’€urocrazia finanziaria andrà a sostituire i fondi “salva stati” (leggi banche) EFSF e EFSM, concepiti negli anni in cui la finanza internazionale pensava che solo Portogallo e Irlanda erano i paesi sull’orlo del precipizio.

ESM, MOSTRO GIURIDICO – Il Trattato ESM prevede la creazione di un organismo intergovernativo e sovranazionale con sede in Lussemburgo, al quale gli Stati affideranno la gestione di un fondo iniziale di circa 700-750 miliardi per aiutare i membri UE in difficoltà finanziaria. Fin qui nulla da eccepire, sembrerebbe quasi un fondo comune nato dalla solidarietà reciproca tra stati per far fronte alle difficoltà della crisi.Nulla di più falso. Quest’organismo sarà gestito da persone che godranno di immunità da qualsiasi giurisdizione e i documenti che l’ESM produrrà saranno inviolabili e inaccessibili a chiunque: nell’Europa ex-democratica si istituisce un organismo sovranazionale che gestirà la politica economica dei membri che aderiscono al trattato. Nessuna trasparenza, nessuna garanzia e nessun controllo: tutti i poteri all’ESM.


COME FUNZIONA L’ESM – Il funzionamento è semplice: gli Stati “azionisti” dovranno versare la rispettiva quota all’organismo, quando un Paese si troverà sull’orlo del fallimento si rivolgerà all’ESM che provvederà ad erogare la somma necessaria a scongiurare il default, ovviamente sotto forma di prestito ad interesse. Ovvero l’organismo sovranazionale presterà ad interesse i soldi degli stati agli stati stessi. Geniale. Ma c’è di più. Quando uno stato chiederà al MES un prestito questo assumerà il controllo della sua politica economica imponendo scelte finalizzate a garantire la “stabilità”, una parola tanto rasserenante sempre più in voga nel linguaggio delle elite europee. Peccato che la stabilità di cui si parla non sia riferita all’economia ma alla finanza: le scelte che il MES imporrà agli stati ex-sovrani non saranno altro che misure di “macelleria sociale”, privatizzazioni e tassazioni orizzontali necessarie a garantire la solvibilità di uno stato.L’Italia, ratificando il trattato, si obbligherà a versare ben 125 MLD nei prossimi cinque anni. Soldi che l’Italia non ha. Quindi? Non c’è alcun problema, le banche sono state inventate apposta: ci indebiteremo oltremisura per versare soldi su un fondo che ce li ripresterà dettandoci quali misure di politica economica dobbiamo adottare. No, purtroppo non siamo su scherzi a parte.

CHI NON PRODUCE NON HA DIRITTO A ESISTERE - Il nome che l’eurocrazia ha voluto dare a questo nuovo mostro giuridico è davvero appropriato, la parola “meccanismo” ci fa intendere che le scelte di politica economica che ESM imporrà agli stati saranno semplicemente il risultato di un freddo calcolo matematico, privo di qualsiasi contenuto umano: se la sanità diverrà un costo insostenibile bisognerà privatizzarla, chi non potrà permettersela… tanto peggio per lui! Nell’Europa trasformata in un ammasso di ingranaggi finanziari mossi dal pensiero unico del profitto (delle elite bancarie, obviously), chi non produce non ha diritto ad esistere. Nel modello di società imposto dal nuovo ordine mondiale, tutto viene misurato in funzione del costo e del profitto. Persino le malattie o la disabilità saranno piaghe da estirpare perchè rappresentano un costo, una remissione. L’ESM è il trattato che mette nero su bianco la dittatura finanziaria sui popoli europei.

A BREVE IN PARLAMENTO MA NESSUNO OSA PARLARNE – Il trattato doveva essere ratificato entro la fine del 2013 ma la finanza, visto il precipitare della crisi, ha chiesto e ottenuto che venga ratificato entro Luglio 2012. Il nostro Parlamento ha già in calendario il provvedimento, fra un paio di settimane comincerà la discussione e il voto. Eppure nessuno osa parlarne. Esattamente come per Maastricht e Lisbona, i due trattati che hanno cambiato radicalmente l’assetto politico-istituzionele, anche per la legge che istituisce l’organismo di stabilità il silenzio è d’ordinanza. La misura della tragedia europea sta nel constatare che la maggior parte dei politici non sa minimamente cosa sia l’ESM, e quei pochi che lo sanno pensano che sia addirittura un’opportunità per mettere in riparo l’Italia dalla crisi. Nell’indifferenza, nell’ignoranza e nel silenzio di gente messa a rappresentare – dietro lauto compenso – il popolo italiano nelle istituzioni, è possibile ascoltare i rintocchi delle campane a morto che celebrano il funerale di secolari lotte all’insegna dei diritti e della democrazia. Benvenuti nell’era della dittatura finanziaria.


giovedì 28 giugno 2012

Buttafuoco: "Gli italiani tornino ad essere navigatori".


Pietrangelo Buttafuoco
La crisi che stiamo vivendo è soltanto economica o c'è dell'altro?

"Sicuramente in questa crisi c'è un fondamento spirituale, anzi nell'assenza di spiritualità si manifesta questa crisi. Il fatto stesso che abbiamo forgiato generazioni abituate all'idea del posto di lavoro, anzi abituate più allo stipendio che al lavoro avendo noi abbandonato quella che è stata la tradizione dell'umanesimo del lavoro questo ci ha portato a essere soltanto carne da macello a disposizione dei progetti di globalizzazione nella migliore delle ipotesi o, nella peggiore, a essere soltanto un granaio di consenso a disposizione del primo che arrivava nei nostri paraggi e dettava legge".

Rispetto alle crisi passate, sembra esserci un maggiore scoramento, quasi come se la speranza di uscire dal tunnel sia una chimera. E' d'accordo?

"Nel passato c'era un radicamento terraneo, forte che faceva sì che comunque la dimensione fosse quella della profondità, del vivere in profondità, con grande partecipazione perché c'era anche un aspetto corale forte di simbiosi. Adesso siamo solo delle monadi solitarie impazzite, tanto è vero che non abbiamo più davanti a noi una prospettiva. Ti faccio un esempio pratico?"

Prego

"Se tu metti a confronto una fotografia scattata a Scampia, allo Zen di Palermo o al Librino di Catania con una scattata in uno slum di Mombay la differenza è totale. Perché sono tutti e 4 quartieri della cosidetta emarginazione della povertà con la differenza che in quello di Mombay tu vedi brulicare la vita, vedi gente che non sta con le mani in mano, che si muove, che si agita, che fabbrica, che si adopera e che cerca di realizzare qualcosa pur nella povertà dei mezzi. Nelle tre foto scattate nelle nostre tre zone vedrai qualcuno appoggiato al muro, qualcun altro ad attardarsi in un bar, un altro ancora impegnato a cercare un cliente per lo spaccio della droga. Dopodiché il deserto totale".

Lei è anche uno studioso di religioni. C'è qualche colpa da additare al cristianesimo?

"Il cristianesimo ha smarrito totalmente quella che è l'unica vera spinta propulsiva della religioni che per dirla nel linguaggio di Nietsche è la volontà di potenza. Se tu metti a confronto una foto di una chiesa costruita nel 2012 e una moschea vedrai che la moschea è comunque bella, rifulge di potenza mentre la chiesa avrà questo effetto di grande casamento mesto, triste, disegnato secondo le esigenze e le necessità di quegli scatoloni da periferia. Queso perché nella moschea c'è la volontà di potenza, l'adesione a un progetto di bellezza. Nel cristianesimo è venuto meno. Tanto è vero che si è confusa l'identità religiosa con una specia di società di assistenza sociale, diventando solo un accomodante ufficio di ascolto sociale".

Secondo lei, siamo al capolinea o c'è spazio per una rinascita?

"La rinascita, la rigenerazione ci sarà e ha anche un destino ben preciso che è l'Eurasia. La cosa che mi fa ridere in tutto questo parlare di crisi è che noi stiamo a guardare che cosa farà la Germania, la Francia, l'Inghilterra non parliamo poi di cosa può essere la deriva statunitense, ma non ci rendiamo conto invece che vicino a noi c'è una grande potenza regionale come la Turchia che è molto più potente economicamente, commercialmente, culturalmente e anche dal punto di vista della freschezza delle generazioni rispetto a Francia, Inghilterra, Italia".

La rigenerazione risiede nella Turchia, quindi?

"La patria nostra è quella che ha saputo dare un indirizzo alla via della Seta con il percorso verso la Cina, verso le Indie, verso quella grande traiettoria dove c'era quella capacità dell'italiano di ritrovare se stesso viaggiando nel mondo. Non è un incaponirsi da erudito perché non lo sono, ma è una indicazione che devono raccogliere innanzitutto i mercati, i commercianti, quelli che devono recuperare giorno dopo giorno questo spirito imprenditoriale e riuscire a fare quello che nella storia è stato sempre segnato da chi ha saputo essere popolo di santi, eroi, ma soprattutto navigatori".

Che idea si è fatto del fenomeno dei suicidi dal punto di vista sociale e giornalistico?

"Sui suicidi la penso come il Duce. Bisogna applicare la censura, non bisognerebbe parlarne perché c'è sempre quella dimensione di contagio che poi prende l'opinione pubblica. E' pericolosissimo parlare di suicidi, applicare la morbosità come condimento dell'informazione".

Un percorso di letture per uscire dalla crisi?

"Una guida del touring club che porti attraverso il percorso della via della Seta. Solo questo, viaggiare, andarsene via".