Salviamo i nostri Marò

Salviamo i nostri Marò
I nostri due militari devono tornare a casa

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

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venerdì 22 marzo 2013

Caso Marò, Latorre e Girone oggi rientrano in India.



Il governo italiano ha richiesto e ottenuto dalle autorità indiane l’assicurazione scritta riguardo al trattamento che sarà riservato ai fucilieri di Marina e alla tutela dei loro diritti fondamentali. Alla luce delle ampie assicurazioni ricevute, il governo ha ritenuto l’opportunità di mantenere l’impegno preso in occasione del permesso per partecipare al voto, del ritorno in India entro il 22 marzo.



 UNA NAZIONE CHE VENDE I SUOI MILITARI NON MERITA LA LORO FEDELTA'.
VERGOGNA!
 I NOSTRI MARO' DEVONO RESTARE CASA!

giovedì 28 giugno 2012

Buttafuoco: "Gli italiani tornino ad essere navigatori".


Pietrangelo Buttafuoco
La crisi che stiamo vivendo è soltanto economica o c'è dell'altro?

"Sicuramente in questa crisi c'è un fondamento spirituale, anzi nell'assenza di spiritualità si manifesta questa crisi. Il fatto stesso che abbiamo forgiato generazioni abituate all'idea del posto di lavoro, anzi abituate più allo stipendio che al lavoro avendo noi abbandonato quella che è stata la tradizione dell'umanesimo del lavoro questo ci ha portato a essere soltanto carne da macello a disposizione dei progetti di globalizzazione nella migliore delle ipotesi o, nella peggiore, a essere soltanto un granaio di consenso a disposizione del primo che arrivava nei nostri paraggi e dettava legge".

Rispetto alle crisi passate, sembra esserci un maggiore scoramento, quasi come se la speranza di uscire dal tunnel sia una chimera. E' d'accordo?

"Nel passato c'era un radicamento terraneo, forte che faceva sì che comunque la dimensione fosse quella della profondità, del vivere in profondità, con grande partecipazione perché c'era anche un aspetto corale forte di simbiosi. Adesso siamo solo delle monadi solitarie impazzite, tanto è vero che non abbiamo più davanti a noi una prospettiva. Ti faccio un esempio pratico?"

Prego

"Se tu metti a confronto una fotografia scattata a Scampia, allo Zen di Palermo o al Librino di Catania con una scattata in uno slum di Mombay la differenza è totale. Perché sono tutti e 4 quartieri della cosidetta emarginazione della povertà con la differenza che in quello di Mombay tu vedi brulicare la vita, vedi gente che non sta con le mani in mano, che si muove, che si agita, che fabbrica, che si adopera e che cerca di realizzare qualcosa pur nella povertà dei mezzi. Nelle tre foto scattate nelle nostre tre zone vedrai qualcuno appoggiato al muro, qualcun altro ad attardarsi in un bar, un altro ancora impegnato a cercare un cliente per lo spaccio della droga. Dopodiché il deserto totale".

Lei è anche uno studioso di religioni. C'è qualche colpa da additare al cristianesimo?

"Il cristianesimo ha smarrito totalmente quella che è l'unica vera spinta propulsiva della religioni che per dirla nel linguaggio di Nietsche è la volontà di potenza. Se tu metti a confronto una foto di una chiesa costruita nel 2012 e una moschea vedrai che la moschea è comunque bella, rifulge di potenza mentre la chiesa avrà questo effetto di grande casamento mesto, triste, disegnato secondo le esigenze e le necessità di quegli scatoloni da periferia. Queso perché nella moschea c'è la volontà di potenza, l'adesione a un progetto di bellezza. Nel cristianesimo è venuto meno. Tanto è vero che si è confusa l'identità religiosa con una specia di società di assistenza sociale, diventando solo un accomodante ufficio di ascolto sociale".

Secondo lei, siamo al capolinea o c'è spazio per una rinascita?

"La rinascita, la rigenerazione ci sarà e ha anche un destino ben preciso che è l'Eurasia. La cosa che mi fa ridere in tutto questo parlare di crisi è che noi stiamo a guardare che cosa farà la Germania, la Francia, l'Inghilterra non parliamo poi di cosa può essere la deriva statunitense, ma non ci rendiamo conto invece che vicino a noi c'è una grande potenza regionale come la Turchia che è molto più potente economicamente, commercialmente, culturalmente e anche dal punto di vista della freschezza delle generazioni rispetto a Francia, Inghilterra, Italia".

La rigenerazione risiede nella Turchia, quindi?

"La patria nostra è quella che ha saputo dare un indirizzo alla via della Seta con il percorso verso la Cina, verso le Indie, verso quella grande traiettoria dove c'era quella capacità dell'italiano di ritrovare se stesso viaggiando nel mondo. Non è un incaponirsi da erudito perché non lo sono, ma è una indicazione che devono raccogliere innanzitutto i mercati, i commercianti, quelli che devono recuperare giorno dopo giorno questo spirito imprenditoriale e riuscire a fare quello che nella storia è stato sempre segnato da chi ha saputo essere popolo di santi, eroi, ma soprattutto navigatori".

Che idea si è fatto del fenomeno dei suicidi dal punto di vista sociale e giornalistico?

"Sui suicidi la penso come il Duce. Bisogna applicare la censura, non bisognerebbe parlarne perché c'è sempre quella dimensione di contagio che poi prende l'opinione pubblica. E' pericolosissimo parlare di suicidi, applicare la morbosità come condimento dell'informazione".

Un percorso di letture per uscire dalla crisi?

"Una guida del touring club che porti attraverso il percorso della via della Seta. Solo questo, viaggiare, andarsene via".


martedì 26 giugno 2012

Afghanistan, un’altra vittima: muore carabiniere trentenne.



Ennesimo lutto per il contingente italiano in Afghanistan: il carabiniere scelto Manuele Braj, trentenne di Galatina (nel Leccese), effettivo al 13° Reggimento “Friuli-Venezia Giulia” è morto e altri due suoi commilitoni sono rimasti feriti in seguito a un’esplosione avvenuta in un campo addestrativo della polizia afghana, in Adraskan, nell’Afghanistan occidentale. Alle ore 8,50 locali (6,20 italiane), spiega una nota dello Stato maggiore della Difesa, all’interno del locale campo addestrativo della polizia afghana, si è verificata un’esplosione che ha interessato una garitta di osservazione installata nei pressi della linea di tiro del poligono, coinvolgendo i tre militari dell’Arma appartenenti al Police speciality training team.


lunedì 4 giugno 2012

La fabbrica della guerra.



Il 6 febbraio del 2003 la performance all’Onu del segretario di stato Usa Colin Powell sul (falso) pericolo iracheno. Oggi, con molto ritardo, il vecchio soldato fa mea culpa. Ma la storia potrebbe ripetersi.

Queste righe non hanno, sia chiaro, alcuno scopo né provocatorio né tanto meno recriminatorio. Sono anzi un sincero e doveroso omaggio al coraggio e all’onestà – sia pure forse un po’ in ritardo sui tempi – di un uomo che ritengo corretto e rispettabile. E sono, semmai, una ennesima, inutile denunzia della disonestà dei nostri media e della scarsa e troppo corta memoria della nostra opinione pubblica.

Quasi dieci anni fa, il 6 febbraio 2003, il generale Colin Powell, allora segretario di stato del presidente statunitense George W. Bush jr., si presentò al Consiglio di sicurezza dell’Onu munito di provette, grafici, foto satellitari, registrazioni telefoniche e slides per comprovare ufficialmente le affermazioni del suo presidente nel discorso all’Onu del 12 settembre dell’anno prima, secondo le quali l’Iraq di Saddam Hussein stava perfezionando gli impianti per la produzione di armi batteriologiche, possedeva una flotta aerea in grado di lanciare armi chimiche sullo stesso territorio degli Stati Uniti, stava allestendo gli impianti nucleari distrutti anni prima dai raids israeliani, puntava alla produzione di uranio arricchito, di gas nervino e di antrace. Tutto ciò, insieme con altri particolari ancor più allarmanti, fu confermato dal rapporto segreto della Cia del giugno successivo.

Queste dichiarazioni erano obiettivamente contraddette dalle reiterate ispezioni Onu in territorio iracheno, guidate da Hans Blix (il quale, esasperato, alla fine si sarebbe dimesso) e da un denso dossier ufficiale del governo di Baghdad, 12.000 pagine delle quali però si tenne conto – sulla base di alcune marginali imprecisioni ivi contenute – solo per usarle come prova a carico di chi lo aveva redatto.

Era, quella, la famosa prova della “pistola fumante”, necessaria anzitutto per convincere una buona parte dell’opinione pubblica statunitense che ancora recalcitrava dinanzi all’idea di un prossimo conflitto per il quale era invece già cominciato un formidabile dispiegamento di forze tra Arabia Saudita e Golfo Persico.

Ora, a parte le dichiarazioni di Blix e del responsabile dell’Aiea Muhamad el Baradei, che contraddicevano le “prove” addotte dal segretario di stato, ci sarebbe davvero voluto poco per capire che in quell’ingente massa di materiale presentato all’Onu c’erano un sacco di cose che non tornavano, per non dir addirittura fasulle. Inoltre, Powell all’inizio della sua sceneggiata aveva ringraziato ufficialmente il governo britannico per aver fornito a quello statunitense un dettagliato rapporto che costituiva la fonte per la gran parte delle sue “rivelazioni”.

Peccato però che proprio il giorno dopo l’esplosiva performance del segretario di stato all’Onu un professore dell’Università di Cambridge, James Ranwala, segnalasse all’emittente britannica Channel 4 di aver esaminato il famoso dossier usato dagli statunitensi come fonte del rapporto Powell, rendendosi conto che si trattava del remaking della ricerca del giovane studioso arabocaliforniano Ibrahim al Marashi, pubblicata nel settembre 2002 sulla rivista Middle East Review of International Affairs e che peraltro riciclava abbastanza male del materiale di seconda mano raccolto soprattutto in Kuwait all’indomani della prima guerra del Golfo.

Il plagio del rapporto Powell da quella ricerca era così affrettato e plateale che perfino alcuni errori e refusi presenti in questa erano passati in quella. Se uno studente del secondo anno di Scienze politiche in una mediocre università italiana avesse presentato come ricerca seminariale il rapporto Powell, sarebbe stato cacciato dall’aula a pedate nel sedere. Peraltro, che il dossier britannico passato a Powell fosse una bufala era affiorato e divenuto di pubblico dominio quasi subito: lo aveva ammesso il premier Tony Blair e ne avevano parlato Washington Post e Cnn. La notizia era rimbalzata anche su Le Figaro e sul Corriere della Sera.

Sarebbe bastato un rapido esame del materiale disponibile online al riguardo, per raccogliere prove sufficienti a destituire di credibilità la manovra della quale Powell era stato protagonista e che, invece, costituì la conclamata base giustificatrice dell’aggressione all’Iraq da parte degli Stati Uniti e degli stati complici che vi si aggregarono, Italia compresa.

Ricostruii e denunziai l’inghippo alle pagine 76-79 (con le dovute note documentarie) di un libro, Astrea e i Titani, pubblicato in quello stesso 2003 dalla Laterza e sul momento propagandato in “prima serata” da Rai e Mediaset, con dispiegamento di alcune primedonne televisive, in quanto si riteneva che uno “storico di destra” avrebbe fornito argomenti utili a sostenere la decisione di Bush ch’era oggetto di duri attacchi. Se quelle primedonne si fossero date la pena di scorrere il libro che stavano producendo come supporto all’aggressione, si sarebbero accorte che stavano dandosi la zappa sui piedi. Ma è gente che non legge granché e che non dispone di collaboratori troppo preparati. Accortesi della gaffe, quelle emittenti televisive non trovarono di meglio che comminare il bando perpetuo all’autore del libro che li «aveva tratti in inganno». Tale embargo continua a tutt’oggi, mentre alcune centinaia di copie di Astrea e i Titani, che probabilmente l’editore fu a suo tempo dissuaso dal distribuire, giacciono malinconicamente invendute nei depositi della Laterza.

Un bell’esempio di Italian story che non varrebbe oggi la pena di rivangare, sappiamo bene come s’informi nel nostro paese la pubblica opinione e con quanto interesse essa esiga d’essere informata. Senonché, il diavolo insegna a far le pentole ma non i coperchi. Esce ora l’autobiografia di Powell, It worked for me. In life and leadership, nella quale egli dichiara che Bush decise l’aggressione da solo, senza neppur consultare il National Security Council, e confessa di aver prestato la sua credibilità di buon soldato – era stato capo di stato maggiore interforze durante la prima guerra del Golfo – per rendersene complice.

Chapeau. Onore al vecchio soldato pentito, che confessa la sua menzogna e se ne vergogna. Lo ha fatto con un ritardo di dieci anni: ma meglio tardi che mai. Ci sono fior di politici e di giornalisti, anche nel nostro paese, che dovrebbero far pubblica mea culpa per le infamie e le idiozie dette in quella circostanza e invece continuano imperterriti e strapagati a imbonirci. E allora, perché ricordare quella vecchia incresciosa storia? Semplicemente per il déjà vu che si sta ripetendo in questi momenti. Per ora ancor in sordina, di qui a qualche settimana o a pochissimi mesi apertamente, tornano a soffiare sul Vicino Oriente e sul Golfo persico venti di guerra che, mutatis mutandis, ricordano quelli di un decennio fa. È ora la volta dell’Iran, che starebbe fabbricando la sua “bomba” e che acquisterebbe missili a testata atomica dalla Corea del Nord. L’Italia è coinvolta: si stanno acquistando a carissimo prezzo decine di aerei da guerra, i droni sono arrivati a Sigonella e il vertice della Nato sta mettendo a punto un programma di “scudo missilistico” che il governo russo ha ufficialmente comunicato di ritenere una minaccia alla sua sicurezza. La preparazione mediatica di un nuovo conflitto è alle porte: e le tecniche di persuasione-disinformazione sembrano analoghe a quelle di dieci anni fa. State in campana.

di Franco Cardini.

giovedì 31 maggio 2012

Marò: concessa la libertà su cauzione.



L’Alta Corte del Kerala ha concesso la libertà dietro cauzione ai marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. I due fucilieri del San Marco verranno trasferiti all’ambasciata italiana a New Delhi. Fra le condizioni poste dl giudice per l’applicazione della misura vi è il deposito di dieci milioni di rupie (143.000 euro) per ciascun marò e la designazione per loro di due garanti indiani. Inoltre, Latorre e Girone non dovranno lasciare il Kerala per essere disponibili per il processo. Sostenendo la richiesta di concessione della libertà dietro cauzione, i legali dei marò avevano assicurato che gli imputati “non avrebbero abbandonato il paese, né cercato di manomettere le prove o di intimidire i testimoni”. Durante l’udienza odierna, che ha fatto seguito a una ulteriore richiesta di rinvio da parte del giudice N.K. Balakrishnan, che aveva nuovamente chiesto un parere al governo centrale di New Delhi sulla scarcerazione dietro cauzione dei due fucilieri del San Marco, i rappresentanti legali dello Stato del Kerala hanno accettato di rinunciare ad utilizzare per l’accusa nei loro confronti dei principi giuridici contenuti nel ‘SUA Act’  (Suppression of Unlawful Acts against the Safety of Maritime Navigation, 1988), detta anche ‘Convenzione Lauro’ (perché nata in seguito al dirottamento dell’Achille Lauro) per il contrasto del terrorismo internazionale. Tale normativa era stata citata dai rappresentanti del Kerala per giustificare l’applicabilità delle leggi indiane in acque internazionali. Il ‘Sua Act’ definisce il terrorismo marittimo come dirottamento di una nave, violenza contro le persone che si trovano a bordo o danneggiamento della nave o del suo carico. Secondo l’accusa indiana, nella definizione di nave rientrava anche quello del peschereccio “attaccato” dalla petroliera Enrica Lexie. In sostanza, l’avvocato che rappresentava gli interessi dello Stato del Kerala è intervenuto nel dibattitimento rinunciando ad insistere nell’applicazione della Convenzione, la cui terza sezione avrebbe praticamente impedito di prendere in considerazione il beneficio della libertà su cauzione.

mercoledì 30 maggio 2012

Schiaffo indiano all’Italia: respinto il ricorso sulla giurisdizione.



Un nuovo schiaffo, un’inaccettabile chiusura. L’Alta Corte di Kochi ha respinto ieri il ricorso del governo italiano riguardante la giurisdizione da applicare ai marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone nel caso della morte di due pescatori indiani avvenuta il 15 febbraio scorso. L’udienza era relativa alla richiesta italiana di giudicare in patria i due fucilieri del San Marco ed è stata incentrata sulla contestazione delle accuse formulate dalla polizia indiana a carico dei nostri militari e sul fatto che i marò erano funzionari dello Stato italiano in servizio sulla petroliera ‘Enrica Lexie’. Circostanza che, sulla base del diritto internazionale affermerebbe la prevalenza della giurisdizione italiana con la conseguenza che i due militari dovrebbero essere giudicati in nel nostro Paese. Il giudice P.S. Gopinathan ha pubblicato una sentenza di 60 pagine nella quale il magistrato ha respinto gli argomenti dei legali della difesa che chiedevano di bloccare le accuse per mancanza di giurisdizione, e ha ribadito con asprezza la competenza indiana sulla vicenda, accogliendo tutte le tesi del Kerala e ratificando la legittimità dell’operato di polizia e giustizia keralesi. Nel dispositivo della sua sentenza Gopinathan ha definito l’uccisione dei due pescatori da parte dei marò a bordo della Enrica Lexie come “brutale” e “crudele”, sostenendo che essi non disponevano di immunità. Di più, il giudice ha condannato anche lo Stato italiano e gli eredi dei due pescatori uccisi a pagare un ammenda per aver raggiunto un accordo extragiudiziale in merito all’incidente: 100 mila rupie (circa) 1.400 euro dovrà versarli l’Italia mentre gli eredi di Valentine Jelastine e Ajesh Pinku sono stati multati di 10 mila rupie ciascuno (circa 144 euro). Per il magistrato inoltre “è giusto” quanto fatto in Kerala da polizia e tribunali: “I marò sono soggetti alla giurisdizione penale dei tribunali indiani – si legge nel dispositivo – e la polizia ha agito nel modo giusto registrando la denuncia e svolgendo indagini benchè essi fossero imbarcati su una nave straniera”. Rivendicando il diritto di intervento nonostante la petroliera si trovasse oltre le acque territoriali indiane, il giudice ha sostenuto che “esiste una sentenza del 1981 che impone allo Stato di intervenire fino al limite della Zona di interesse economico (200 miglia nautiche) se il passaggio di una nave privata crea problemi gravi alla sua sicurezza”. Infine, nella sentenza si legge anche che “non c’è nulla nei documenti da cui si può desumere che i marò avessero libertà assoluta di sparare ed uccidere persone. Erano agli ordini del capitano”. Nulla, si dice infine, da cui emerga che essi erano sotto il comando della Marina italiana e “nulla che indichi che il capitano avesse dato un ordine di sparare”. Un responsabile della delegazione italiana ha riferito che insieme ai legali di Latorre e Girone deciderà se e come presentare ricorso.

mercoledì 23 maggio 2012

Io vorrei che l'Italia non fosse subalterna a nessuno.


Monsignor Ernesto Galli della Loggia sul Corriere di domenica ci ha inflitto un'omelia per spiegarci che la Germania, nonostante la sua forza economica, non è adatta a guidare l'Europa. È difficile sintetizzare un'editoriale di Monsignore che la cede per prolissità solo a Eugenio Scalfari, comunque ci proverò. Secondo Monsignore la Germania è gretta, meschina, arida, incapace di sogni e “quando si addormenta la sera l'unico pensiero che può permettersi è quello sullo spread che l'attende l'indomani”. Per la verità non mi pare che gli italiani siano meno adoratori del Quattrino, con la differenza che noi tendiamo a rubarlo, la classe dirigente tedesca a usarlo in funzione del bene comune. Ma lasciamo perdere.

Si potrebbe obiettare a Monsignore che l'intera cultura europea degli ultimi due secoli è tributaria del pensiero tedesco, in ogni sua forma, filosofica, letteraria, scientifica, architettonica, urbanistica, musicale, da Kant a Heidegger, da Kafka a Thomas Mann, da Oppenheimer a Einstein, da Gropius al Bauhaus, da Mozart a Stockhausen, e che quindi sparare contro la Germania è sparare contro l'Europa. Ma è proprio ciò che interessa a Monsignore in favore dell'eterno 'amico americano'. Scrive: “Alla Germania manca la capacità di incarnare una 'way of life' libera e accattivante, di produrre universi mitico-simbolici... di inventare oggetti, specie beni di consumo (dalla gomma da masticare, alla Coca Cola, ai jeans) che alludono irresistibilmente a forme di vita easy”.

Io di questa mistica del chewing-gum ne ho pieni i coglioni. Dura da quasi settant'anni. E vediamola allora, a volo d'uccello, la storia di questo popolo tanto easy. Comincia con uno spietato e vigliacchissimo genocidio (winchester contro frecce), non disdegnando l'uso delle 'armi chimiche' allora disponibili (whisky per rovinare la salute dei pellerossa). Gli Stati Uniti sono l'unico Paese che in tempi moderni ha praticato al proprio interno la schiavitù (abolita solo nel 1862), scomparsa in Europa dal crollo dell'Impero romano. Hanno avuto l'apartheid fino a una cinquantina d'anni fa. Molto attenti alla propria pelle gli americani hanno una totale indifferenza per quella altrui. Alla fine della Seconda guerra mondiale bombardarono a tappeto Dresda, Lipsia, Berlino col preciso intento di colpire i civili, ammazzandone a milioni, “per fiaccare la resistenza del popolo tedesco”, come si espressero esplicitamente i loro comandi politici e militari. Sono i soli che abbiano usato l'Atomica.

Dopo la vittoria del 1945 hanno ridotto l'Europa in stato di minorità, di sovranità limitata e la Nato è stata uno dei principali strumenti per tenerla soggiogata, militarmente, politicamente, economicamente e, alla fine, anche culturalmente come dimostra il soccombista Galli della Loggia. Con la loro 'way of life' easy hanno provocato una crisi epocale che hanno poi scaricato sull'Europa e che continuano a scaricare con tutti i mezzi, non escluse le loro agenzie di rating. La crisi è partita dall'America, ma quel pseudodemocratico e pseudonero di Obama ha la faccia tosta di impartirci lezioni di moralità economica.

Io vorrei che l'Italia non fosse subalterna a nessuno. Ma se così deve essere, preferisco un'Europa guidata dalla Germania che sotto il tallone degli “easy, ariosi, liberi, umani” United States of America, di cui siamo, da troppo tempo, gli 'utili idioti'.

di Massimo Fini.

martedì 22 maggio 2012

Il Msi messo fuorilegge a posteriori. Il Colle che dice?



di Girolamo Fragalà (Secolo d'Italia)

Msi fuorilegge. Non siamo negli anni Settanta, quando tentarono di tutto per cancellare il partito di Almirante dal panorama politico italiano. Non siamo neppure nell’immediato dopoguerra. Siamo solo in presenza di una vicenda che, se non fosse grave, sarebbe grottesca. Tutto ha un limite.

E il limite, nello “scandalo” del console Mario Vattani, è stato superato – di molto – in un clima di colpevole silenzio. Perché il punto cruciale non è più la sua esibizione canora sul palco di Casapound ma la discriminazione di un’intera comunità politica. Vattani – prima richiamato dalla Farnesina, poi reintegrato dal Tar e ora di nuovo richiamato in Italia su decisione del Consiglio di Stato – è stato considerato “impresentabile” per la sua militanza missina negli anni Ottanta.

Il capo d’accusa: aver avuto un passato nel Fronte della Gioventù, ragion per cui – come si legge nel memoriale della Farnesina – la sua permanenza all’estero sarebbe «in palese contraddizione con le alte funzioni di rappresentanza dello Stato che è chiamato a svolgere». Vattani “condannato” per essersi iscritto all’organizzazione giovanile missina nel periodo in cui il segretario era Fini.

Parole che potrebbero riguardare tutti, a ogni livello. Una sorta di messa al bando a posteriori, secondo la quale – a rigor di logica – Fini non avrebbe potuto fare il presidente della Camera, La Russa il ministro della Difesa, Gasparri il capogruppo Pdl al Senato, Matteoli il ministro delle Infrastrutture, Alemanno il sindaco di Roma e la Meloni il ministro della Gioventù.

Il che ha provocato la protesta di chi ha vissuto le difficili ed esaltanti stagioni della destra, da Domenico Gramazio a Enzo Raisi e Bruno Murgia. Nessuna reazione invece dal Quirinale, di solito molto loquace.

C’è tempo per rimediare, meglio tardi che mai. Purché si rimedi.

lunedì 21 maggio 2012

“Mi sfrattano per essere stato un militante del Fronte della Gioventù”. Autodifesa di Vattani.



“Sarei curioso di sapere che cosa pensano del trattamento che mi sta riservando il ministero degli Esteri i molti personaggi politici provenienti dal Msi e poi da An, che hanno avuto incarichi di prestigio anche nei precedenti governi”. A parlare al Foglio è il console a Osaka, Mario Vattani, prima richiamato dalla Farnesina, poi reintegrato da una sentenza del Tar e ora di nuovo richiamato in Italia dopo una decisione monocratica del Consiglio di stato (la sentenza collegiale arriverà solo il 19 giugno): il tutto senza ancora alcuna decisione della commissione di disciplina e, in sostanza, perché quasi trent’anni fa faceva parte del Fronte della gioventù.

Il circo mediatico giudiziario si era messo in moto contro Vattani il 29 dicembre 2011, con un video pubblicato dall’Unità che lo ritraeva nella sede romana di CasaPound, sul palco, sotto pseudonimo, a cantare canzoni di gioventù. “Per poter ricorrere al Consiglio di stato”, spiega Vattani, “il ministero degli Esteri ha inserito una ‘considerazione a monte’ che al momento del ricorso al Tar non era stata usata”. Secondo la considerazione a monte, gli “elementi fattuali” che rendono Vattani colpevole – condannato senza processo – consistono nella sua militanza politica missina negli anni Ottanta. Questo renderebbe la permanenza all’estero del console “in palese contraddizione con le alte funzioni di rappresentanza dello stato che egli è chiamato a svolgere”, come si legge nella memoria della Farnesina. “Nel testo presentato al Consiglio di stato”, dice Vattani, “il ministero evidentemente considera incompatibile il passato nell’organizzazione giovanile del Msi con la rappresentanza dell’Italia all’estero. Ma nel periodo in cui io ero iscritto al Fronte della gioventù i segretari dell’organizzazione erano prima Gianfranco Fini – divenuto in seguito ministro degli Esteri – e dal 1988 Gianni Alemanno”.

Una campagna mediatico-giudiziaria senza precedenti, quella riservata al console, e riconosciuta come tale anche dal Tar, che nella sentenza del 5 aprile scorso dice che non bastano articoli di stampa e il video di un concerto per un decreto di richiamo. Il “clamore di stampa” suscitato da Vattani, e a lui imputato, secondo il Tar era in realtà dovuto alla sovraesposizione mediatica della vicenda da parte dei vertici del ministero. In sostanza la Farnesina si sarebbe danneggiata da sé, attribuendo enorme visibilità a una vicenda che per mesi non aveva interessato nessuno. “Invece di tenere conto dei fatti – dice Vattani – ci si basa sulla loro interpretazione da parte di alcuni giornali. Ma la cosa sconvolgente è che nessuno dalla Farnesina si è mai premurato di spiegare perché io fossi stato nominato a Osaka, o di fare un minimo cenno sul mio curriculum e sul fatto che conosco correntemente la lingua e la cultura giapponese”. Ora Vattani ha cinque giorni per traslocare a Roma, dopo il richiamo “urgentissimo” della Farnesina: “Farmi rientrare in cinque giorni, con una serie di impegni istituzionali già organizzati e centinaia di invitati, tra cui personalità politiche giapponesi, equivale a un gravissimo sgarbo nei confronti delle autorità giapponesi e a un grave danno d’immagine per l’Italia. E’ evidentemente un provvedimento vessatorio e punitivo che dimostra un accanimento quasi ideologico. Se è questa la lezione di diplomazia che mi si vuole dare…”.

di Giulia Pompili.

giovedì 10 maggio 2012

Marò, nuovo rinvio sulla giurisdizione. Protestano gli europarlamentari Pdl.



Ancora un nulla di fatto. Era attesa per ieri, dopo il rinvio chiesto dai legali di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone per prendere visione del memorandum prodotto all’ultimo minuto dal governo di New Delhi, la decisione della Corte Suprema indiana sulla giurisdizione in merito alla vicenda che vede coinvolti i due marò italiani. L’Alto organo giurisdizionale ha tuttavia disposto un nuovo rinvio al 26 luglio a causa della lunga pausa per le vacanze estive del massimo organo giudiziario, che interrompe ogni attività a partire dal 14 maggio al 2 luglio. Nell’udienza odierna la questione dell’applicabilità della legge indiana sulla vicenda che ha portato alla morte dei due pescatori locali non è stata nemmeno affrontata. I due marò si dovranno presentare fra due giorni davanti al giudice di Kollam per la scadenza della carcerazione preventiva che potrà essere estesa fino al 19 maggio (quando scade il termine massimo di tre mesi dell’arresto preventivo). Per quella data la polizia dovrà concludere le indagini e formulare i capi di accusa.

Dura la reazione all’ennesimo rinvio da parte della rappresentanza degli europarlamentari Pdl: “Non possiamo che esprimere amarezza per questo ennesimo rinvio da parte delle autorità indiane. A prescindere dall’accertamento delle eventuali responsabilità dei due marò – hanno dichiarato in una nota il vice presidente del Parlamento europeo Roberta Angelilli, il capo delegazione del Pdl Mario Mauro, e il vice coordinatore nazionale di Giovane Italia Carlo Fidanza – è evidente che l’incidente è avvenuto in acque internazionali e che i due militari fanno parte di un’unità internazionale antipirateria e si trovavano a bordo di un mercantile battente bandiera italiana. Pertanto sono inaccettabili tempi tanto lunghi per la soluzione del caso”. Un principio fondamentale del diritto internazionale che, fanno sapere gli esponenti del Pdl, “sarà ribadito con chiarezza nella proposta di risoluzione sulla pirateria marittima che si voterà domani al Parlamento europeo. In alto mare infatti, quindi anche nel caso di interventi di lotta alla pirateria – hanno spiegato – si applica sempre alle navi e al personale militare a bordo, la giurisdizione nazionale dello Stato di bandiera. Ed è importante evidenziare che nessuna autorità diversa da quella dello Stato di bandiera può ordinare provvedimenti di arresto o di blocco di una nave, neanche se si tratta di misure investigative”.

Intanto, la Corte Suprema indiana, sempre nel corso dell’udienza di oggi,  ha ordinato allo Stato del Kerala di prendere una decisione entro una settimana sul trasferimento dei due marò in un “luogo che non sia il carcere”. Lo scorso 5 marzo, il magistrato di Kollam aveva deciso l’incarcerazione dei due marò lasciando però liberi polizia e Direzione delle carceri del Kerala di studiare una collocazione “diversa” da quella offerta dal penitenziario centrale di Trivandrum. Nonostante le insistenze di parte italiana, da allora non si è arrivato però ad alcuna soluzione alternativa. Il team legale italiano, guidato dall’avvocato Harish Salve, ha quindi deciso di sollevare il caso con una petizione davanti alla Corte Suprema di New Delhi svoltasi nell’udienza di ieri. A sua difesa, il rappresentante del Kerala, Gopal Subramaniam, ha detto che il trasferimento in una “guest-house”, come richiesto dall’Italia in considerazione dello status dei due marò, non è stata finora possibile perché “richiede tempo trovare un’adeguata sistemazione con le necessarie misure di sicurezza”. Nella seduta è stato anche sottolineato che il governo di New Delhi non ha obiezioni all’eventuale trasferimento. Nell’ordine della Corte Suprema è inoltre precisato che la sistemazione al di fuori del carcere dei due marò “non limita il diritto di chiedere la libertà provvisoria dietro cauzione”.

martedì 8 maggio 2012

Gli errori di Sarko'.


La speranza, già flebile e tremante, è svanita definitivamente poco dopo le 17. Dai primi exit poll diffusi in Belgio è stato subito chiaro che François Hollande sarebbe stato il settimo presidente della République. L'avventura di Nicolas Sarkozy è finita dopo cinque anni.

La maggioranza degli elettori gli ha negato la fiducia scegliendo il «molle» socialista di Tulle, dipartimento di Corrèze, un uomo «normale» secondo se stesso. Ed ha sconfessato colui che della «rupture» aveva fatto la sua bandiera deludendo buona parte di quel mondo che gli aveva affidato la rinascita della Francia. I dati sono impietosi: disoccupazione al 10%, rapporto deficit-Pil al 5%, insicurezza sociale ed impoverimento a livelli mai registrati nella storia della Quinta Repubblica. 

L'introduzione di ben quarantuno nuove imposte ha reso incolmabile la diffidenza del ceto medio che lo votò con entusiasmo.  Tanto per non farsi mancare niente, Sarkozy si è legato in maniera strettissima alla Germania della Merkel assecondandone la «volontà di potenza finanziaria» sull'Europa tradendo così il lascito politico gollista. Sarkozy, insomma, ha fatto di tutto per perdere. Disattendendo promesse, rinnegando principi, riprendendo gli stessi a puri fini strumentali, portando la guerra nel Mediterraneo dopo aver «inventato» e fatto ratificare da tutti gli Stati interessati, nell'estate del 2007, l'Unione per il Mediterraneo come rilancio del Processo di Barcellona.

Ha deluso in patria e fuori, ha rotto con i «simpatizzanti» conservatori di mezza Europa e con i partner nordafricani e mediorientali. Un disastro. Eppure, consapevole di quanto la sua caduta potesse essere rovinosa, si è lanciato in una campagna elettorale all'insegna della «France forte», incurante della sua debolezza evidenziata anche dal familismo, dal nepotismo, dall'affarismo e dalla spregiudicatezza nel servirsi dei soldi di coloro che sarebbero  diventati suoi nemici per la sua scalata politica. Nei giorni scorsi sono tornati alla ribalta i finanziamenti ottenuti da Gheddafi, mentre Dominique Strauss-Khan ha adombrato sospetti sul comportamento di ambienti vicini all'Eliseo nel determinare le sue disgrazie. Troppi i fronti aperti. Che tuttavia non gli hanno impedito, fino all'altro ieri, di sostenere che i francesi avrebbero vissuto la più grande sorpresa, cioè a dire la sua miracolosa rimonta. Si è sbagliato ancora una volta. Illudendosi, forse, che gli elettori del Fn lo avrebbero comunque votato e che i centristi di Bayrou non gli avrebbero voltato le spalle come il loro leader che si è esplicitamente dichiarato per Hollande. Al contrario, il "soccorso rosso" ha funzionato alla perfezione. I suffragi del fronte della sinistra, controllati da Jean-Luc Mélenchon, sono stati preziosissimi allo sfidante che grazie ad essi ieri sera ha spodestato colui che è stato accusato di non aver saputo incarnare la sua funzione. 

Diceva De Gaulle che il «presidente-monarca» deve avere l'hauteur, il pathos della distanza, la dignità del ruolo. I francesi questo vogliono vedere nell'inquilino dell'Eliseo e non tollerano che sia dominato da un'avidità di potere che lo portato a privilegiare i suo fini personali, come Sarkozy ha  fatto facendo nominare il figlio poco più che ventenne a presidente della Defense, il più ricco complesso finanziario ed affaristico francese, piuttosto che impegnarsi nel risanamento delle banlieu dove non ha mai messo piede o nel contrasto alla povertà che sta dilagando dove più intensa è il conflitto tra disperati autoctoni ed immigrati. La Francia, insomma, non è più sana di quanto lo fosse cinque anni fa. È per questo che ieri ha scelto il male minore. O, almeno, così hanno creduto coloro che hanno votato Hollande.

In rue de la Convention, quartier generale sarkozysta, sono immediatamente cominciate le grandi manovre per tentare di salvare il salvabile. L'Ump è a rischio di implosione. I fedelissimi dell'ex-presidente difendono la sua azione di governo ed anche la campagna elettorale spostata radicalmente su temi lepenisti. Gli avversari, a cominciare dal segretario Copé e, con qualche distinzione, il premier Fillon, gli rimproverano di aver abbandonato i moderati. Il partito, come s'era capito nei mesi  scorsi, senza bussola, privo di un'identità unanimemente condivisa. La spaccatura potrebbe avere conseguenze devastanti: i vecchi gollisti reclamano un ritorno ai valori ed ai principi ispiratori del movimento; i più giovani immaginano un'intesa con Marine Le Pen in vista delle legislative del 17 giugno, contrastata però dai maggiorenti del partito. Come andrà a finire? E, soprattutto, che cosa farà Sarkozy? Di certo non guiderà l'Ump alle elezioni per il rinnovo dell'Assemblea nazionale e, dunque, non si candiderà, aprendo scenari impensabili in tutta la destra, compresa quella del Fn. 

Sarà francese tra i francesi, come ha detto ieri sera. Hollande, invece, ha il gravoso compito di ricucire una Francia profondamente divisa. E soprattutto dovrà passare dalle parole ai fatti ricominciando a tessere una nuova tela con tutti i governanti dell'Unione a cominciare dalla Merkel che ieri ha subito uno smacco elettorale non da poco nello Schleswig-Holstein, anticipo di ciò che potrebbe accadere in tutta la Germania  tra un anno.

di Gennaro Malgieri.

martedì 24 aprile 2012

Marine Le Pen è la vera Vincitrice. La sua Destra parla ai giovani.



Il vero fenomeno del primo turno presidenziale in Francia ha un volto di donna ed è Marine Le Pen. Diffondendo i dati degli exit poll da terra straniera, l'hasthag radiolondres l'ha soprannominata “Norimberga”. Neppure troppa fantasia, il refrain del “pericolo bruno” che avanzava. Eppure la leonessa del Front National è riuscita a ottenere un risultato storico, «ben oltre quello di suo padre» Jean-Marie che nel 2002 arrivò fino al secondo turno contro Jacques Chirac. Se c'è una notizia, eccola qui. In attesa di analisi del voto che ci dicano, per esempio, quali sono state le zone in cui Marine ha fatto il pieno e se si è confermata la simpatia degli under 25 verso di lei, i dati grezzi di questa prima puntata della corsa all'Eliseo confermano che la politica francese continuerà a fare i conti con la forza elettorale del Front National e nei prossimi anni, grazie al suo nuovo leader. Surprise titolano i siti Internet e oggi titoleranno molti giornali, ma francamente di sorpresa, per chi ha osservato e studiato Marine, ce n'è davvero poca. Semmai la solita conferma che i sondaggi condotti durante la campagna elettorale sottostimano la forza dei candidati del FN.

L'altra conferma, poi, è che il travaso del carisma dal padre fondatore alla figlia è riuscito, un caso forse unico nella storia politica europea, data la forte matrice personalistica che Jean-Marie Le Pen aveva impresso al suo partito. Marine è davvero il prodotto della politica postmoderna e televisiva, e lo è in senso positivo: spigliata, comunicativa, seducente, allenata a percepire tendenze e umori della società francese e a trasformarle in battaglie politiche, dotata di una capacità di popolarizzare i concetti talmente nitida che le è costata l'accusa di “banalizzare” questioni politiche complesse. La sua biografia di avvocato quarantaquattrenne e madre di tre figli, divorziata e risposata, poi, ne fa un prototipo di donna molto distante dagli stereotipi conservatori della “custode del focolare”. Per questo, nel suo anno di leadership del Front National, ha focalizzato la promozione della sua immagine rivolgendosi a quelle categorie – in primis le stesse donne – dove la destra-destra non aveva mai goduto di larghi consensi, a maggior ragione in Francia, dove temi come le donne single e madri o la crescente laicizzazione della società sono molto più discussi che in Italia. Ma doveva fare politica, prima, immergersi nel campo di battaglia della caccia al volto, dimostrare a militanti ed elettori di essere qualcosa di più della figlia del capo, scrollarsi di dosso l'ipoteca della predestinata. C'è riuscita, ben prima di affacciarsi al balcone mediatico delle presidenziali, imponendosi, all'esterno, in importanti contese elettorali e, all'interno, avendo la meglio nelle dinamiche correntizie di un partito come il Front National, difficile da frequentare per un donna, figuriamoci per un'avvocatessa in tailleur.

Nel 2010 si è candidata in una regione difficile politicamente e depressa economicamente come il Pas de Calais (per intenderci, quello raccontato nel film Giù al Nord), ottenendo una percentuale quasi identica a quella dei sarkozisti. È andata avanti, e ha trionfato lo scorso anno al congresso del FN contro Bruno Gollnisch, esponente della «vecchia guardia» del partito e maggiormente gradito all'establishment interno, che non vedeva di buon occhio le tendenze «moderniste» di Marine. Perché, osservando la storia del Front National e in generale dell'estrema destra francese, Marine Le Pen è una modernizzatrice. Dell'immagine e della piattaforma politica del partito. O un'abile rabdomante delle paure che circolano nella società francese. Le due cose convivono, non c'è dubbio, e la rendono un oggetto politico interessante, non c'è dubbio.

Nonostante i proclami di una grandeur ritrovata, anzi mai persa, sparsi da Sarkozy, e l'improbabile piattaforma progressista elaborata da Hollande, questa campagna elettorale ha fatto i conti più con i timori dei francesi sull'Europa, la disoccupazione, l'emarginazione della Francia dallo scacchiere internazionale, anche dopo l'avventura bellica in Libia. A questo insieme di incertezze e inquietudini Marine è riuscita a dare una forma politica e una grande efficacia comunicativa. Ascoltandola in televisione o ai comizi, il fardello dell'estremismo si dileguava immediatamente. Il suo programma elettorale e la retorica esibita in questi mesi hanno girato attorno al fallimento dell'Europa, dell'euro, del mercato comune, delle tecnoburocrazie di Bruxelles, e certamente il suo score personale indica un forte sentimento antieuropeista trasversalmente diffuso tra i francesi (e, aggiungiamo, entro breve destinato a scoppiare anche da noi).

Ma il FN si è presentato anche come il partito della difesa dello Stato, dell'intervento pubblico, della laicità dell'istruzione, del principio «prima i francesi» in chiave di politiche sociali, della «meritocrazia repubblicana», persino di un ecologismo ancorato alla campagna dei prodotti a «chilometro zero» che in Italia affascina la sinistra. Il programma di un tradizionale partito di destra, insomma, aggiornato al nuovo millennio e al contesto di crisi globale. In molti - anche calcolando la somma dei suoi voti con quelli di Sarko, vicina al 50% - si chiedono da tempo se prima o poi deciderà di portare avanti il rinnovamento del FN, ancorando il suo partito all'avvenire delle destre moderate. Ma ieri, brindando al successo, Marine avrà pensato ad altro.

di Angelo Mellone.

venerdì 6 aprile 2012

“Marò liberi o l’Italia esca dalla missione Ue Atlanta”.



Un segnale forte nei confronti della comunità internazionale. Un gesto di alto valore simbolico per uscire dallo stallo della vicenda che vede coinvolti i nostri marò detenuti in India, facendo leva sullo sforzo, sugli impegni e sul valore che contraddistinguono le missioni dei nostri militari italiani all’estero. E’ quanto ha prospettato il coordinatore nazionale del Pdl, Ignazio La Russa, nel corso di un incontro con il Capo dello Stato che si è tenuto nel pomeriggio al Quirinale. L’Italia, sostiene La Russa, deve fare sentire ancora più forte la propria voce a difesa dei nostri militari e del rispetto del diritto internazionale. Per questo serve un segnale forte.

“Si sta facendo molto – ha dichiarato l’ex ministro della Difesa – ma io credo che possiamo fare di più. Il nostro Paese partecipa a diverse missioni internazionali come ad esempio la missione ‘Atlanta’ dell’Unione europea in cui siamo presenti con 200 uomini e la fregata Scirocco presente nel Corno d’Africa, Oceano Indiano fino alle Isole Seychelles. Potremmo, dando un sufficiente preavviso di qualche settimana, annunciare l’uscita da quella missione, se i due Marò restano prigionieri in India. Quello che forse non emerge a sufficienza – puntualizza il coordinatore nazionale del Pdl – è che i due militari erano lì in una missione internazionale di contrasto alla pirateria”.

Secondo La Russa, un gesto del genere potrebbe rappresentare un modo per l’Italia “di dare un segnale, vista la presenza in missioni internazionali in Kosovo, Libano e Afghanistan. In questa fase – dice ancora – dobbiamo dare un segnale alla comunità internazionale e cioè che vogliamo subito il rientro dei nostri soldati”.

Questa l’ipotesi formulata nel corso dell’incontro di oggi con Giorgio Napolitano, che ha messo a tacere qualche polemica montata ad’arte sulle iniziative a sostegno di Latorre e Girone. “Nei confronti del presidente della Repubblica – ha ribadito La Russa – nutro dei sentimenti di grande stima e amicizia. A Napolitano sta a cuore, come a tutti noi, la vicenda dei due Marò”.

venerdì 9 marzo 2012

Dopo i marò, altra figuracca mondiale: l’autorevole Monti non era stato avvisato del blitz inglese in Nigeria.



Se non bastasse il caso dei due ragazzi del reggimento San Marco detenuti tra le stalle e i serpenti del carcere di Trivandrum, sperduto buco dell’India, ecco che arriva il tragico caso di Franco Lamolinara a evidenziare quanto poco (per non dire nulla) conti l’Esecutivo italiano sulla scena internazionale. Quanto accaduto  in Nigeria è gravissimo: un governo straniero ha avviato un’operazione armata per liberare due ostaggi senza avvertire il paese da cui proveniva uno dei sequestrati.

Gli inglesi, insomma, hanno fatto tutto da soli (insieme ai nigeriani), evitando accuratamente di informare governo e servizi segreti italiani sul blitz imminente. Hanno tenuto tutto accuratamente segreto, limitandosi a notificare il fallimento dell’operazione solo a cose ormai drammaticamente avvenute. E’ stato il premier Cameron ad alzare la cornetta e a chiamare, addolorato e contrito, il suo amico Mario Monti, dicendogli quel che era accaduto.

Il nostro, pur stimatissimo, amatissimo, apprezzatissimo dal globo intero, è cascato dalle nuvole: nessuno gli aveva detto nulla, nessun canale diplomatico o d’intelligence aveva fatto sapere a Roma che agenti di Londra stavano per entrare in azione mettendo in pericolo la vita di un ostaggio italiano. Ecco che allora arriva “l’irritazione” di Palazzo Chigi, seppure in ritardo e solo dopo un giro di consultazioni con Farnesina, Difesa e Quirinale.

Chissà cosa si saranno detti Monti, GiulioMariaTerzidiSant’Agata e l’ammiraglio Giampaolo di Paola, pronti a pendere dal labbro quirinalizio di Giorgio Napolitano, la cui teoria (come abbiamo potuto constatare) è quella del “non disturbare gli altri paesi“, anche se ti ammazzano o ti imprigionano i connazionali.

E’ uno smacco, un insulto che nessuna conferenza stampa da Downing Street potrà cancellare. E’ la storia, triste e un po’ penosa, di un governo che fa il figo solo con banchieri, burocrati e baroni universitari. Appena usciti da questo recinto, Monti e i suoi sottoposti fanno piangere e rimpiangere chi (seppur puttaniere) andava a parlare al Congresso degli Stati Uniti d’America.

mercoledì 7 marzo 2012

Non giocate a fare gli indiani, liberate i marinai italiani.



"Se e' vero che questo governo ha restituito prestigio internazionale all'Italia, allora quel prestigio lo faccia valere adesso, perche' la strategia del basso profilo non paga". E' la sollecitazione che la presidente della Giovane Italia e deputata del Pdl Giorgia Meloni, rivolge a Mario Monti e ai ministri impegnati per la risoluzione del caso dei due maro' italiani prigionieri in India. Il Pdl e la Giovane Italia hanno organizzato una maratona oratoria che si sta svolgendo a Piazza del Pantheon e nel corso della quale Giorgia Meloni ha detto che l'iniziativa si svolge "per tenere alta l'attenzione dell'opinione pubblica e far sentire la nostra solidarieta' e vicinanza a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone e alle loro famiglie".

"Mi chiedo perchè il Presidente Monti non abbia ritenuto fin qui di spendere anche la sua personale credibilità su questa questione - aggiunge la Meloni - L'Italia ha fin qui scelto di mantenere un profilo basso, ma è evidente che questa strategia non ha pagato: ci stiamo facendo sbeffeggiare e stiamo consentendo a una nazione straniere di non rispettare le regole del diritto internazionale"

Secondo Meloni il presidente del Consiglio dovrebbe attivare le organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e la Ue "affinche' esprimano una valutazione su cio' che e' accaduto. stiamo consentendo a una nazione di non rispettare le norme del diritto internazionale e di conseguenza di detenere i due marinai italiani. Il governo punti i piedi e alzi la voce perche' l'Italia e l'opinione pubblica non accettano questa detenzione ingiusta".

"Questa è una manifestazione per tenere alta l'attenzione del popolo italiano, per far sentire a questi due militari la vicinanza degli italiani e far capire che l'Italia non è distratta su questo tema".


Video intervista On. Giorgia Meloni