Salviamo i nostri Marò

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lunedì 4 giugno 2012

La fabbrica della guerra.



Il 6 febbraio del 2003 la performance all’Onu del segretario di stato Usa Colin Powell sul (falso) pericolo iracheno. Oggi, con molto ritardo, il vecchio soldato fa mea culpa. Ma la storia potrebbe ripetersi.

Queste righe non hanno, sia chiaro, alcuno scopo né provocatorio né tanto meno recriminatorio. Sono anzi un sincero e doveroso omaggio al coraggio e all’onestà – sia pure forse un po’ in ritardo sui tempi – di un uomo che ritengo corretto e rispettabile. E sono, semmai, una ennesima, inutile denunzia della disonestà dei nostri media e della scarsa e troppo corta memoria della nostra opinione pubblica.

Quasi dieci anni fa, il 6 febbraio 2003, il generale Colin Powell, allora segretario di stato del presidente statunitense George W. Bush jr., si presentò al Consiglio di sicurezza dell’Onu munito di provette, grafici, foto satellitari, registrazioni telefoniche e slides per comprovare ufficialmente le affermazioni del suo presidente nel discorso all’Onu del 12 settembre dell’anno prima, secondo le quali l’Iraq di Saddam Hussein stava perfezionando gli impianti per la produzione di armi batteriologiche, possedeva una flotta aerea in grado di lanciare armi chimiche sullo stesso territorio degli Stati Uniti, stava allestendo gli impianti nucleari distrutti anni prima dai raids israeliani, puntava alla produzione di uranio arricchito, di gas nervino e di antrace. Tutto ciò, insieme con altri particolari ancor più allarmanti, fu confermato dal rapporto segreto della Cia del giugno successivo.

Queste dichiarazioni erano obiettivamente contraddette dalle reiterate ispezioni Onu in territorio iracheno, guidate da Hans Blix (il quale, esasperato, alla fine si sarebbe dimesso) e da un denso dossier ufficiale del governo di Baghdad, 12.000 pagine delle quali però si tenne conto – sulla base di alcune marginali imprecisioni ivi contenute – solo per usarle come prova a carico di chi lo aveva redatto.

Era, quella, la famosa prova della “pistola fumante”, necessaria anzitutto per convincere una buona parte dell’opinione pubblica statunitense che ancora recalcitrava dinanzi all’idea di un prossimo conflitto per il quale era invece già cominciato un formidabile dispiegamento di forze tra Arabia Saudita e Golfo Persico.

Ora, a parte le dichiarazioni di Blix e del responsabile dell’Aiea Muhamad el Baradei, che contraddicevano le “prove” addotte dal segretario di stato, ci sarebbe davvero voluto poco per capire che in quell’ingente massa di materiale presentato all’Onu c’erano un sacco di cose che non tornavano, per non dir addirittura fasulle. Inoltre, Powell all’inizio della sua sceneggiata aveva ringraziato ufficialmente il governo britannico per aver fornito a quello statunitense un dettagliato rapporto che costituiva la fonte per la gran parte delle sue “rivelazioni”.

Peccato però che proprio il giorno dopo l’esplosiva performance del segretario di stato all’Onu un professore dell’Università di Cambridge, James Ranwala, segnalasse all’emittente britannica Channel 4 di aver esaminato il famoso dossier usato dagli statunitensi come fonte del rapporto Powell, rendendosi conto che si trattava del remaking della ricerca del giovane studioso arabocaliforniano Ibrahim al Marashi, pubblicata nel settembre 2002 sulla rivista Middle East Review of International Affairs e che peraltro riciclava abbastanza male del materiale di seconda mano raccolto soprattutto in Kuwait all’indomani della prima guerra del Golfo.

Il plagio del rapporto Powell da quella ricerca era così affrettato e plateale che perfino alcuni errori e refusi presenti in questa erano passati in quella. Se uno studente del secondo anno di Scienze politiche in una mediocre università italiana avesse presentato come ricerca seminariale il rapporto Powell, sarebbe stato cacciato dall’aula a pedate nel sedere. Peraltro, che il dossier britannico passato a Powell fosse una bufala era affiorato e divenuto di pubblico dominio quasi subito: lo aveva ammesso il premier Tony Blair e ne avevano parlato Washington Post e Cnn. La notizia era rimbalzata anche su Le Figaro e sul Corriere della Sera.

Sarebbe bastato un rapido esame del materiale disponibile online al riguardo, per raccogliere prove sufficienti a destituire di credibilità la manovra della quale Powell era stato protagonista e che, invece, costituì la conclamata base giustificatrice dell’aggressione all’Iraq da parte degli Stati Uniti e degli stati complici che vi si aggregarono, Italia compresa.

Ricostruii e denunziai l’inghippo alle pagine 76-79 (con le dovute note documentarie) di un libro, Astrea e i Titani, pubblicato in quello stesso 2003 dalla Laterza e sul momento propagandato in “prima serata” da Rai e Mediaset, con dispiegamento di alcune primedonne televisive, in quanto si riteneva che uno “storico di destra” avrebbe fornito argomenti utili a sostenere la decisione di Bush ch’era oggetto di duri attacchi. Se quelle primedonne si fossero date la pena di scorrere il libro che stavano producendo come supporto all’aggressione, si sarebbero accorte che stavano dandosi la zappa sui piedi. Ma è gente che non legge granché e che non dispone di collaboratori troppo preparati. Accortesi della gaffe, quelle emittenti televisive non trovarono di meglio che comminare il bando perpetuo all’autore del libro che li «aveva tratti in inganno». Tale embargo continua a tutt’oggi, mentre alcune centinaia di copie di Astrea e i Titani, che probabilmente l’editore fu a suo tempo dissuaso dal distribuire, giacciono malinconicamente invendute nei depositi della Laterza.

Un bell’esempio di Italian story che non varrebbe oggi la pena di rivangare, sappiamo bene come s’informi nel nostro paese la pubblica opinione e con quanto interesse essa esiga d’essere informata. Senonché, il diavolo insegna a far le pentole ma non i coperchi. Esce ora l’autobiografia di Powell, It worked for me. In life and leadership, nella quale egli dichiara che Bush decise l’aggressione da solo, senza neppur consultare il National Security Council, e confessa di aver prestato la sua credibilità di buon soldato – era stato capo di stato maggiore interforze durante la prima guerra del Golfo – per rendersene complice.

Chapeau. Onore al vecchio soldato pentito, che confessa la sua menzogna e se ne vergogna. Lo ha fatto con un ritardo di dieci anni: ma meglio tardi che mai. Ci sono fior di politici e di giornalisti, anche nel nostro paese, che dovrebbero far pubblica mea culpa per le infamie e le idiozie dette in quella circostanza e invece continuano imperterriti e strapagati a imbonirci. E allora, perché ricordare quella vecchia incresciosa storia? Semplicemente per il déjà vu che si sta ripetendo in questi momenti. Per ora ancor in sordina, di qui a qualche settimana o a pochissimi mesi apertamente, tornano a soffiare sul Vicino Oriente e sul Golfo persico venti di guerra che, mutatis mutandis, ricordano quelli di un decennio fa. È ora la volta dell’Iran, che starebbe fabbricando la sua “bomba” e che acquisterebbe missili a testata atomica dalla Corea del Nord. L’Italia è coinvolta: si stanno acquistando a carissimo prezzo decine di aerei da guerra, i droni sono arrivati a Sigonella e il vertice della Nato sta mettendo a punto un programma di “scudo missilistico” che il governo russo ha ufficialmente comunicato di ritenere una minaccia alla sua sicurezza. La preparazione mediatica di un nuovo conflitto è alle porte: e le tecniche di persuasione-disinformazione sembrano analoghe a quelle di dieci anni fa. State in campana.

di Franco Cardini.

martedì 17 aprile 2012

Siria: c’è qualcosa che non quadra.



Purtroppo ci troviamo costretti ancora a parlare dello strano modo dell’ONU per fermare la guerra civile in Siria. Annan anzichè bloccare l’afflusso di armi ai ribelli portando alla luce gli agenti stranieri che li riforniscono e li addestrano, oltre che operare nel Paese sotto copertura, continua a chiedere all’esercito regolare di cessare il fuoco, con l’ovvia conseguenza di lasciare campo libero ai ribelli. Scusate, ma c’è qualcosa che non quadra. Praticamente Assad, oltre a proteggere la popolazione e le istituzioni civili dal’attacco di forze straniere che tirano i fili dei ribelli, viene anche minacciato dall’ONU perchè usa le armi.
E con cosa dovrebbe difendersi dagli attacchi? Solo la Russia preme sulle forze anti-governative affinchè rispettino la tregua.

A distanza dalla sospensione delle operazioni militari, le forze di sicurezza siriane hanno ripreso a bombardare Rastan

ALL’INSEGUIMENTO - Lo hanno riferito attivisti residenti nella città nella provincia centrale di Homs. I residenti di Hama hanno invece comunicato che 20 blindati dell’esercito sono entrati nella città nel centro del Paese. ”Dopo che le nostre forze armate hanno portato a termine con successo la missione di combattere le azioni criminali dei gruppi terroristici armati e di estendere l’autorità dello Stato sul territorio siriano, si è deciso di interrompere tale missione a partire da domattina”, ha riferito una fonte del ministero siriano della Difesa in un comunicato diffuso dalla televisione di Stato. ”Le nostre forze armate – ha proseguito la fonte – resteranno in stato d’allerta per rispondere a qualunque attacco da parte dei gruppi terroristici armati contro i civili, gli elementi antisommossa, le forze armate e i beni privati e pubblici”.

NIENTE ARMI AI RIBELLI - Il NyPost ci ricorda anche come Annan abbia respinto la possibilità che i ribelli vengano armati nel conflitto “Una mossa del genere sarebbe disastrosa”, ha dichiarato il fu Segretario Generale delle Nazioni Unite. Intanto, secondo l’osservatorio siriano per i diritti umani, le forze governative hanno ucciso 11 civili, mentre secondo alcuni attivisti al momento sarebbero in corso combattimenti a Damasco e nella provincia di Daraa.


martedì 13 marzo 2012

Che malattia hanno i siriani? Perchè a nessuno importa di loro? Dov’è Sarkozy? Anche Assad è suo amico…


Ora abbiamo tutto, anche le prove, evidenti e incontrovertibili: cinquanta cadaveri tumefatti, con il cranio spaccato, con la gola tagliata, con bruciature sul corpo. Bambini, donne, vecchi. Accatastati come tappeti in qualche casa di Homs, tra i quartieri di Karm al Zeitoun e al Adawiy. Ora che i lealisti si sono ripresi la città ribelle, video clandestini diffusi sul web mostrano al mondo il massacro, l’esecuzione di massa. Homs come Srebrenica: è questo il paragone giusto. Eppure, nonostante corpi inermi con la materia cerebrale in bella vista, l’Occidente dorme. Parla tanto, troppo. Riflette, minaccia, lancia moniti inutili.

Un anno fa, proprio in questi giorni, la storia era un’altra: Sarkozy, più attivo che mai, convocava conferenze e vertici a Parigi per decidere i bombardamenti sulla Libia del “petroliere” Gheddafi. E mentre i leader riuniti discutevano e pendevano dalle labbra del marito di Carla Bruni, gli aerei con il tricolore francese già sorvolavano Bengasi e le altre città libiche. Una guerra istantanea, ci raccontavano. Necessaria per salvare dal massacro la popolazione inerme. Televisioni tutt’altro che disinteressate spiegavano come enormi fosse comuni puntellassero il lungomare di Tripoli. Era una balla, ma anche questo servì per descrivere il massacro in atto del colonnello suoi suoi connazionali. Aerei, navi da guerra, missili: la Nato in tutto il suo splendore (unitamente al Qatar e ad altri paesi) iniziò la lunga caccia a Gheddafi, descrivendo l’operazione come “umanitaria”. D’altronde, se c’è un popolo da salvare, tutto è giustificabile.


Evidentemente, però, i siriani devono avere qualche strana malattia per cui della loro incolumità non importa niente a nessuno. Da quasi un anno sono in atto massacri, con Assad (anche lui vecchio amico di Sarkò, proprio come il colonnello libico) che prende in giro il mondo promettendo cambi alla Costituzione e nuove elezioni, e i grandi pacificatori così attenti alle esigenze umanitarie si stanno ancora arrovellando su come risolvere la crisi senza urtare la suscettibilità di russi e iraniani.

E’ un pasticcio, l’ennesimo. I vecchi guerrafondai pronti a sganciare migliaia di bandierine francesi su Bengasi oggi tacciono, composti e ordinati. Come se non fosse successo niente.

Ecco il VIDEO pubblicato dai ribelli.

ATTENZIONE: contiene immagini 
esplicite di violenza. 

giovedì 23 febbraio 2012

Quale primavera in Libia?



Libia, muore in carcere la “giornalista del Raìs” che durante la campagna d’aggressione patrocinata dall’ONU andò in televisione con la pistola per spronare i libici alla resistenza. Hala Misrati, questo il nome della giornalista, è morta in carcere, ma secondo alcune fonti sarebbe stata prima torturata fino ad arrivare a tagliarle la lingua. Forse, anche per questo, sembra avesse ad un certo momento aderito agli insorti. A mesi di distanza dalla “primavere araba” i “ragazzi della rivoluzione”, quelli del vento di cambiamento e della libertà, continuano a mietere le loro vittime.

La nota presentatrice libica pro-regime, Hala Misrati, sarebbe stata trovata morta in un carcere della capitale libica, uccisa dai membri di una delle cosidette brigate rivoluzionarie, riferisce un’emittente degli Emirati Arabi. Prima della caduta di Gheddafi la giornalista era apparsa in tv armata di pistola e poi, arrestata dai ribelli, era passata dalla loro parte.

UCCISA NEL GIORNO DELL’ANNIVERSARIO - Come riporta domenica il canale al-Arabiya, le notizie dell’uccisione della presentatrice dell’allora televisione di stato libica Jamahiriya, erano circolate nel Paese già nella giornata di sabato. Misrati sarebbe stata ammazzata il 17 febbraio, proprio in occasione del primo anniversario dell’avvio della liberazione della Libia dal regime di Gheddafi. Dalle autorità della capitale non è arrivata al momento nessuna presa di posizione ufficiale sulla morte della giornalista. Per il canale Algeria ISP si tratta invece solo di «voci prive di conferma».

STAR DELLA TV DEL RAÌS - Hala Misrati, un tempo tra le voci più forti della propaganda di Gheddafi, era apparsa in video nell’agosto scorso con una pistola in pugno e l’espressione eroica. In diretta tv aveva minacciato di usarla per difendere il regime dai «cani» di Bengasi, ovvero i ribelli alleati degli occidentali. «Ucciderò o morirò oggi con quest’arma», aveva detto Misrati davanti alle telecamere proprio mentre i ribelli stavano avanzando su Tripoli. «Non prenderete le nostre televisioni. Qui siamo tutti armati, siamo disposti a diventare dei martiri», aveva concluso. Catturata e arrestata dagli insorti la fervente seguace del Colonnello chiese scusa ai rivoluzionari del 17 febbraio, cambiò casacca e passò dalla loro parte. L’ultima volta di Hala Misrati in tv risale al 30 dicembre scorso. Era apparsa in video restando in silenzio, sventolando un foglio sui cui erano annotati solamente il giorno, il mese, l’anno. Riportava però visibili segni di percosse sul volto e secondo alcuni c’era il sospetto che alla donna fosse barbaricamente stata tagliata la lingua.

APPELLO AI RIVOLUZIONARI - In un discorso televisivo di qualche sera fa, in occasione del primo anniversario della rivolta, il premier del governo di transizione, Adbel Rahim al Kib, si è nuovamente appellato a tutti i rivoluzionari armati, perchè aderiscano al più presto all’esercito o prestino servizio presso il ministero dell’Interno del Paese: «Se non occupate voi le importanti cariche nella polizia e nell’esercito, queste resteranno libere per elementi che sono meno fedeli alla nazione». Fino ad oggi sono circa 5000 i rivoluzionari che si sono fatti avanti per prestare servizio in polizia. Altrettanti avrebbero deciso di arruolarsi nell’esercito.


venerdì 30 ottobre 2009

DELEGAZIONE DEL POPOLO SAHARAWI RICEVUTA IN PROVINCIA.



Questa mattina alle ore 10.00 presso la sala Giunta il presidente della Provincia, Stano Zurlo, ha ricevuto una delegazione del popolo Saharawi. All’incontro dai toni cordiali oltre a Zurlo erano presenti il presidente del Consiglio provinciale Benedetto Proto e gli assessori Gianluca Marino e Salvatore Pane. Il popolo Saharawi è stato rappresentato da Mohamed Lamin Dadi, Governatore della Provincia di Aiun (45.000 abitanti) e da Khandoud Hamdi, rappresentante del Fronte Polisario per l’Italia. La popolazione Saharawi è costituita da gruppi tribali tradizionalmente residenti nelle zone del Sahara occidentale gravitanti sul Saqiyat al-hamra e sul Wadi al-dhahab (Rio de Oro) che, già nel corso della dominazione della Spagna, avevano cominciato negli anni trenta a reclamare la loro indipendenza. Il 14 dicembre 1960 l’Onu votò la risoluzione n. 1514 con la quale riconosceva il diritto all’indipendenza per le popolazioni dei paesi colonizzati. Nel 1963 il Sahara Occidentale fu incluso dalle stesse Nazioni Unite nell’elenco dei paesi da decolonizzare e nel dicembre di due anni dopo l’Assemblea Generale riaffermò il diritto all’indipendenza del popolo Saharawi, invitando la Spagna a metter fine alla sua occupazione coloniale. Alle istituzioni provinciali i rappresentanti Saharawi hanno riferito dell’attuale situazione del loro popolo. "La democrazia – ha dichiarato Zurlo- riguarda il progresso dei popoli e l’autodeterminazione è un diritto sacrosanto. Dal canto nostro ci impegniamo ad essere vicini al popolo Saharawi. Con le nostre rappresentanze politiche nazionali ed europee oltre che governative ci faremo promotori di iniziative mirate ad un rapporto di amicizia e di vicinanza. Siamo disponibili ad un gemellaggio tra le province di Crotone e Aiun". "Presto –ha assicurato il presidente del Consiglio Benedetto Proto- porteremo nell’assise proprio una mozione mirata a concretizzare un gemellaggio ed un atto di amicizia con il popolo Saharavi". Al termine dell’incontro c’è stato uno scambio di doni tra i rappresentanti istituzionali seguendo la ocnferenza stampa nella sala Azzurra.

Giovane Italia
circolo "Giorgio Almirante"