Salviamo i nostri Marò

Salviamo i nostri Marò
I nostri due militari devono tornare a casa

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

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sabato 9 febbraio 2013

In Ricordo di Paolo Di Nella.



"L'amore per il nostro popolo,
 il radicamento alla nostra terra,
 continuano ad animare il nostro cammino!"
Ciao Paolo.

PAOLO DI NELLA PRESENTE!



“Io combatto anche per te,
uomo qualunque,
ma tu non mi ascolti.
Io muoio anche per te,
uomo qualunque,
ma tu mi disprezzi.
Perché? Non importa.
I miei occhi malinconici,
la mia splendente giovinezza,
il mio caldo sangue color rubino:
io te li dono, uomo qualunque.
Io non ho le tue ricchezze,
non voglio per me
il tepore accogliente della tua casa.
Tutto ti lascio anche la mia vita”.

A Paolo Di Nella nell’anniversario del suo sacrificio.


Pagine di Storia:



lunedì 7 gennaio 2013

STRAGE DI ACCA LARENTIA: PER NON DIMENTICARE!


Come ogni anno, il 7 gennaio, con il cuore e la mente siamo a Roma, per ricordare una delle più brutte e infami pagine della nostra storia. Un fatto di sangue, di prepotenza, di assurda follia. Il simbolo di una stagione, quella degli "anni di piombo", che qualcuno vorrebbe riproporre senza immaginarne le conseguenze. Franco, Francesco e Stefano, quel 7 gennaio, furono le vittime di un agguato antifascista (i primi due) e del gesto folle di un rappresentante dello Stato (il terzo). Uno Stato che non si è autoprocessato per quel delitto. Non importa, tanto siamo ancora qua. Col nostro sorriso e con la nostra voglia di lottare, anche nel loro nome.
 
Abbiamo camminato insieme, lottato e sperato.
Qualcuno si è perso.
Molti si sono aggiunti.
Siamo ancora in cammino.
IL FUTURO E' IN NOI PRIMA CHE ACCADA!
Franco, Francesco, Stefano
di Padre in Figlio.
 

 
 
 
PRESENTE! PRESENTE! PRESENTE!
 
Paginr di Storia:

martedì 23 ottobre 2012

lunedì 17 settembre 2012

“Il mio film sui crimini dei partigiani? Non lo inviteranno mai a Venezia”.



di Adriano Scianca.

Possibile che le 136 vittime di Codevigo facciano ancora paura? Possibile che i soldati della Guardia Nazionale Repubblicana, delle Brigate Nere, che i civili uccisi e talora torturati nella primavera del 1945 nei pressi del comune padovano, a guerra finita, da partigiani garibaldini non possano essere ricordati neanche nell’Italia del 2012? Sembra di sì, almeno a giudicare dalle difficoltà che il regista Antonello Belluco sta incontrando nel girare il suo “Il segreto”, pellicola dedicata proprio alla strage dimenticata commessa dai partigiani e ricordata recentemente solo da Gianpaolo Pansa. Pressioni, lettere minacciose, finanziatori che se ne vanno, materiali che non arrivano mai, una sfilza infinita di “no” e tante porte chiuse. Perché, spiega, «certi temi sono ancora tabù e io, che sono figlio di profughi istriani e ho conosciuto Toni Negri, lo so bene. Ma il mio non un film politico, si tratta solo di una storia d’amore che ha sullo sfondo quei drammatici fatti che nessuno vuole più ricordare. Sarà per questo che ci stanno rendendo la vita impossibile...».
Belluco, come vanno le riprese? Pare che ci sia qualche difficoltà...
“Qualche”? Stiamo facendo una fatica incredibile. Se le parlassi di tutte le vicissitudini capitate riempirebbe una pagina solo con quelle. Quando si scopre l’argomento del film dicono tutti di no per qualsiasi cosa, anche le più banali. Il coproduttore, poi, se n’è andato e ci ha lasciato nei guai. Molti politici mi hanno detto di aver avuto pressioni affinché il film non uscisse mai. Ho anche ricevuto due raccomandate dal figlio del partigiano Arrigo Boldrini, il comandante “Bulow” delle Brigate Garibaldi, nelle quali mi si intimava di non andare avanti...
E voi andrete avanti?
Certo. Nonostante tutto il film si farà. Non ci manca poi tanto.
Non è che ce l’hanno con lei perché fa film “revisionisti”, ammesso che questa parola sia così offensiva come dicono?
No, nella mia pellicola non c’è nessun discorso politico, il film parlerà di una storia d’amore, la strage fa solo da sfondo. Io parlo di una famiglia come tante, marginale, in cui, certo, si indossava la camicia nera. Ma questo non può essere considerato una colpa in sé, dato che a quell’epoca tutti portavano la camicia nera. Persino Arrigo Boldrini mi risulta l’abbia indossata...
Vero, nel settembre del 1939 entrò nella Milizia volontaria per sicurezza nazionale prima di passare con gli antifascisti. Magari è proprio per questo che non se ne può parlare.
Peraltro Boldrini ha guidato l’Anpi ed è stato parlamentare, è una figura intoccabile, parlare di certe storie significherebbe mettere in crisi l’Anpi  tutto un certo mondo. Anche se si è sempre dichiarato estraneo all’eccidio di Codevigo, era pur sempre il comandante di una brigata coinvolta in questa brutta storia. E questo non è l’unico argomento tabù. Io sono figlio di esuli istriani e avrei sempre voluto fare un film su quel dramma ma niente, è impossibile, si trovano tutte le porte sbarrate. Di certi argomenti non si vuol proprio sentir parlare.
Qualcuno le darà del “fascista”...
Guardi, Giorgio Almirante diceva che chi non ha vissuto il fascismo non può definirsi fascista, che il fascismo è un’esperienza storica conclusa e io sono d’accordo con lui. Non ho vissuto il fascismo, ho vissuto altri anni e altre problematiche. Quelli di Mazzola e Giralucci, altra storia su cui mi sarebbe sempre piaciuto girare una pellicola. Quelli di Toni Negri, con cui ho persino fatto un esame all’università. Le storie da raccontare al cinema sarebbero tante...
E perché non lo si può fare? L’egemonia di sinistra è ancora così forte?
Altrove non so, ma al cinema assolutamente sì. Non esiste possibilità di entrare se non si è dei loro e se non si propongono storie legate alla loro cultura. Nelle grandi spartizioni politiche, la cultura è sempre toccata alla sinistra. È stata una decisione a tavolino. Anche ai festival, lo vediamo in questi giorni,  girano sempre gli stessi nomi, è un turnover fra le solite facce: Bellocchio, Moretti, Amelio etc. Meglio rassegnarsi: film come il mio non andranno mai ai festival.

sabato 7 luglio 2012

In Ricordo di Carlo Falvella.


Non importa quanto sia stretta la porta,

Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.
Carlo Falvella


Sono passati ormai quaranta anni da quel 
7 Luglio in cui Carlo Falvella, giovane militante del FUAN, perdeva la vita per mano 
di Giovanni Marini. L'unica colpa di Carlo era quella di credere in un ideale: Un destino che ha accomunato, nei terribili anni di piombo, troppi ragazzi ...

CARLO FALVELLA, PRESENTE!

Pagine di Storia:

7 Luglio 1972 . Ciao Carlo, un altro, uno dei tanti, uno dei troppi ...


domenica 17 giugno 2012

In Ricordo di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci - Padova 17 Giugno 1974.


Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci
La sede del Movimento Sociale Italiano a Padova, si trovava in via Zabarella al numero civico ventiquattro, in pieno centro città. Alcuni giorni prima della tragedia, un uomo, con false generalità, si era presentato in sede, per chiedere alcune informazione. In realtà si trattava di una visita di ricognizione per portare a termine un’operazione da parte di alcuni terroristi comunisti. L’obiettivo era di dimostrare che le sedi del Movimento Sociale Italiano non erano inviolabili e di prelevare documenti per acquisire informazioni concrete sulla destra veneta e padovana. La mattina del 17 giugno 1974 alle ore nove e trenta, un commando di cinque persone fece irruzione negli uffici del partito di Giorgio Almirante. Il primo uomo, era in macchina pronto per la fuga; il secondo, faceva da palo restando fuori all’edificio; il terzo, si trattò poi di una donna camuffata da una parrucca, attendeva sulle scale dell’edificio e infine gli ultimi due, muniti di pistole con silenziatori, fecero irruzione bloccando due militanti missini, Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola. Sotto la minaccia dei terroristi, i due missini furono prima perquisiti e poi costretti a spostarsi in un’altra stanza. Per niente intimoriti, Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, tentarono di disarmare i terroristi. Ne scaturì una furibonda colluttazione con l’esplosione di alcuni colpi di pistola. Graziano Giralucci fu colpito alla spalla mentre Giuseppe Mazzola alla gamba destra. Feriti ma vivi, si accasciarono al suolo ormai inermi e freddati con un colpo di pistola alla testa. Graziano Giralucci, ventinove anni, nacque a Villanova di Camposampiero in provincia di Padova il 7 dicembre del 1944, faceva l’agente di commercio per articoli idraulici e sanitari. Ex giocatore di rugby e fondatore di due squadre “Excelsior” e “Cus Padova Rugby”, marito di Bruna Vettorato e padre di una bambina, Silvia, di tre anni. Si iscrisse al Movimento Sociale Italiano da ragazzo in seguito all’invasione dell’Ungheria nel 1956 ed era molto vicino alla corrente di Giorgio Pisanò. Giuseppe Mazzola, invece, sessant’anni, nacque a Telgate in provincia di Bergamo il 21 aprile del 1914 monarchico e Carabiniere in pensione, marito di Giuditta Caccia e padre quattro figli. Si avvicinò al Movimento Sociale Italiano quando Giorgio Almirante diede vita alla Destra Nazionale. Non iscritto al partito, si propose di tenere la contabilità della sede e il disbrigo della posta. Il giorno dei funerali, la città di Padova, era avvolta da un’atmosfera spettrale. Le forze dell’ordine erano pronte ad intervenire per evitare qualunque incidente. In strada non si vedeva anima viva, gli scuri erano abbassati e sui tetti si intravedevano le sagome dei cecchini della Polizia. Anche le disposizioni del Movimento Sociale Italiano furono tassative. Nessun gesto folcloristico o nostalgico era ammesso. Nella cattedrale, in Piazza del Duomo, migliaia di persone e delegazioni da tutto il paese parteciparono commossi alle esequie per dare l’ultimo saluto. Il giorno successivo all’azione terroristica, un volantino fu fatto recapitare a Padova e Milano con una telefonata al Corriere della Sera. Una grande scritta in stampatello maiuscolo “Brigate Rosse” al centro una stella con cinque punte asimmetriche schiacciate. Una rivendicazione chiara, netta, dettagliata e soprattutto firmata, eppure nessuno credeva seriamente alla nascita di una nuova organizzazione criminale. Mentre la Magistratura brancolava nel buio più totale, i giornali di sinistra, quali il Manifesto, l’Avanti e l’Unità, iniziarono una controinformazione, ipotizzando casi più assurdi. Uno per tutti la fantomatica “Pista Nera” che giustificava il duplice omicidio come un regolamento di conti interno al Movimento Sociale Italiano. Per i primi sei anni, l’azione di depistaggio fu considerata attendibile e ottenne grande successo. Solo negli anni ottanta, in seguito ad alcune confessioni di pentiti e indagini più serrate nei confronti delle Brigate Rosse, il procedimento procedurale per l’omicidio di Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola fu riaperto. Susanna Ronconi, la donna con la parrucca, pentita e dissociata dall’organizzazione terroristica, rilasciò un’ampia confessione sui fatti accaduti in via Zabarella. La prima azione violenta avvenne nell’aprile del 1974 con il rapimento del Procuratore Mario Sossi a Genova, ma l’omicidio di Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola fu il battesimo di fuoco effettuato e rivendicato a nome delle Brigate Rosse. Roberto Ognibene e Fabrizio Pelli furono gli esecutori materiali dell’azione, Susanna Ronconi con funzione di retroguardia e recupero documenti, Martino Serafini con funzioni di sentinella esterno all’edificio e Giorgio Semeria con funzione di autista. Nel processo, Fabrizio Pelli, non fu coinvolto in quanto già deceduto in carcere per leucemia nell’agosto del 1979. Oltre ai membri del commando esecutore furono individuati anche i mandanti dei vertici dell’organizzazione come Renato Curcio, Mario Moretti e Alberto Franceschini per concordo morale in duplice omicidio. Nel maggio del 1990 la Corte d’Assise confermò la colpevolezza degli esecutori e mandanti con pene che andavano dai diciotto a sei anni di reclusione. Nell’agosto del 1991 il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, propose la concessione della Grazia a Renato Curcio. Ovviamente, le famiglie delle vittime si opposero fortemente chiedendo addirittura la sospensione dallo status di cittadinanza italiana. Solo nel dicembre del 1991 la Corte d’Assise di Venezia emise definitivamente la sentenza che inasprì le pene per tutti gli imputati. Il Comune di Padova, nel 1992, dedicò alle due vittime l’intitolazione di due vie cittadine. Cosa strana avvenne invece nel palazzo di via Zabarella. Infatti mentre l’amministrazione cittadina diede il via libera, il condominio si oppose alla collocazione di una targa di bronzo commemorativa sulle sue mura. Forse per paura di rappresaglie o forse per dissenso politico, la targa fu posta su un paletto ma rasente al palazzo.


Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci
Presente!


sabato 16 giugno 2012

Quella notte a piazza Vescovio. Cecchin, 33 anni senza giustizia.



di Angelo Spaziano.

Roma, quartiere Trieste Salario, notte tra il 28 e il 29 maggio 1979. Piazza Vescovio è immersa nel buio e per strada non c’è più nessuno. Solo due persone si attardano in una rapida passeggiata. Sono lo studente del Fronte della Gioventù Francesco Cecchin e la sorella Maria Carla. A un certo punto una Fiat 850 bianca con quattro persone a bordo s’accosta al marciapiede. Poi la macchina si blocca e una voce dall’interno dell’abitacolo grida: «È lui, è lui, prendetelo!». Immediatamente due uomini scesi dall’auto si mettono a correre in direzione dei due giovani. Francesco intuisce il pericolo e rivolto alla sorella grida: «Va via, scappa, corri a chiamare aiuto!». E inizia a correre a perdifiato anche lui, con i due sconosciuti alle calcagna. Maria Carla sta anch’essa per lanciarsi, ma Francesco e gli inseguitori la superano in un baleno, scomparendo dietro l’angolo. S’ode uno schianto, un rumore sordo, e poi più nulla. La ragazza, terrorizzata, ha solo il fiato di gridare: «Francesco, Francesco… Aiuto!». Ma non c’è niente da fare. Francesco viene ritrovato esanime nel terrazzino sottostante via Montebuono, ben quattro metri e mezzo più in basso del marciapiede. Il diciassettenne è ancora vivo, ma privo di conoscenza. Nella mano destra stringe un pacchetto di sigarette, nella sinistra un mazzo di chiavi. Quella che sporge tra le nocche è piegata. Inoltre perde sangue dalla tempia e ha un’emorragia al naso.
 Dopo diciassette giorni di coma profondo di Francesco rimane solo l’ennesimo necrologio pubblicato sul “Secolo d’Italia”. Per i giornali allineati l’episodio fu “spiegato” prima ancora che qualcuno si prendesse la briga di fare uno straccio d’indagine. Il militante di destra era “inavvertitamente” caduto di sotto. Ma, obiettò qualcuno, se fosse precipitato da solo non avrebbe avuto l’occhio sinistro tumefatto, le labbra e il naso gonfi, un profondo taglio sul collo, uno squarcio sulla tempia, la milza spappolata e lividi dappertutto. E poi perché impugnava ancora il mazzo di chiavi e il pacchetto di sigarette? Come mai un ragazzo di diciassette anni che fa un salto di cinque metri non tenta neppure di attutire la caduta cercando di atterrare con le proprie gambe? Non è che è stato tramortito e gettato a peso morto nel vuoto? Allora è sicuramente rimasto vittima di una faida interna al mondo neofascista, rilanciarono i velinari di regime.
La storia era sempre la stessa. Per Francesco, studente all’istituto tecnico Mattei, entrare in classe era sempre stato un po’ come entrare nella gabbia dei leoni. Erano più le volte in cui restava fuori dall’aula, bloccato da qualche picchetto organizzato dai soliti farabutti con gli stracci rossi, che quelle in cui riusciva ad accedervi. Il tutto nell’indifferenza delle autorità scolastiche e delle forze dell’ordine. Una vita impossibile. Respinto due volte, decise di trasferirsi al liceo artistico di via Ripetta assecondando la sua innata passione per il disegno. Ma qui, se possibile, le cose peggiorarono ulteriormente. L’artistico infatti rigurgitava di ultras di estrema sinistra, tanto che senza menare le mani non poteva nemmeno avvicinarcisi. La tragedia, insomma, era nell’aria e si verificò puntualmente. Ma qualcuno s’è forse degnato d’indagare su questo ennesimo assassinio? Ma certo, le indagini ci furono, come no. Tuttavia, tanto per rendere l’idea di che aria tirasse, basta dire che l’allibita Maria Carla in questura si sentì apostrofare dai poliziotti: «Tuo fratello se l’è cercata». E che secondo i giudici le disattenzioni degli inquirenti sfiorarono il dolo. Tuttavia, gira che ti rigira, qualche nome venne fuori. Quello del proprietario dell’850 bianca, ad esempio, un noto comunista della zona. E quello di un suo compagno – comunista anch’egli, naturalmente – un personaggio che dopo l’ennesima zuffa per un manifesto stracciato se ne andò profferendo fior di minacce. Qualcosa del tipo: «Tu stai attento perché se poi m’incazzo ti potresti fare male. Vi abbiamo fatto chiudere la sezione di via Migiurtina, vi faremo chiudere anche quella di via Somalia». Sì. A quei tempi i compagni erano onnipotenti, e spadroneggiavano per il quartiere, vezzeggiati e coccolati da mass media, forze dell’ordine, giornalisti e intellettuali éngage. Tanto che ancora oggi, dopo trentatré anni suonati, per lo Stato Francesco Cecchin è stato vittima d’ignoti e della criminalità comune. Eh sì, perché, per chi non lo sapesse, nessuno ha pagato per la sua morte.

FRANCESCO CECCHIN
PRESENTE!


In ricordo di Francesco Cecchin.


Solo coloro che hanno Fede 
sfidano e rovesciano il destino


Siamo nel maggio del 1979 e la tensione nelle strade è molto alta, nel quartiere Trieste – Salario i militanti del Fronte della Gioventù e le loro sezioni sono più volte presi di mira da gruppi organizzati vicini al P.C.I. Questi “attivisti” infatti avevano causato nello stesso mese prima un attentato incendiario contro la sede del Fronte della Gioventù di viale Somalia e poi si erano resi protagonisti,  in più di un’occasione di minacce ed atteggiamenti aggressivi. Sono gli anni della violenza, della guerra civile nelle strade e nelle piazze, sono gli anni della lotta armata, sono gli anni dove i giovani  si uccidono a vicenda per le proprie idee, per i vestiti che indossano e per i quartieri dove vivono. Sono gli anni di piombo.
La sera del 28 maggio, intorno alle ore 20, quattro ragazzi del F.d.G., tra cui Francesco Cecchin, si recano in piazza Vescovio per affiggere manifesti, ma vengono subito notati da un gruppo di militanti della sezione comunista di via Monterotondo, che danno inizio ad una serie continua di provocazioni; gli attivisti del PCI sono una ventina capeggiati da Sante Moretti che si rivolge ai ragazzi del Fronte con affermazioni del tono seriamente minaccioso e alla fine dopo una discussione apostrofa direttamente lo stesso Francesco Cecchin  lanciandogli un messaggio chiarissimo” SE MI FAI ARRABBIARE TI POTRESTI FARE MALE!” sono le precise parole pronunciate dal Moretti al giovane missino.

La stessa sera, intorno alla mezzanotte, Francesco Cecchin scende di casa insieme alla sorella per una passeggiata fino a via Montebuono, dove un suo amico lavora in un ristorante; è già passata la mezzanotte e mentre i due ragazzi sono fermi davanti all’edicola di piazza Vescovio spunta una Fiat 850 bianca che inchioda davanti a loro, dall’auto scende un uomo che urla all’indirizzo di Francesco: “E’ lui, prendetelo!”.

Intuendo il pericolo e, probabilmente, riconoscendo l’aggressore, Francesco corre in direzione di via Montebuono,cercando di allontanarsi il più possibile dalla Fiat bianca e dai suoi occupanti. La sorella, intanto, si getta al loro inseguimento, urlando. Le sue grida vengono fortunatamente udite da un ragazzo che si trovava per strada in quel momento e che nota un uomo darsi alla fuga per poi salire sulla Fiat 850 bianca che si allontana velocemente. Dopo aver telefonato alla Polizia, il giovane viene raggiunto da un inquilino dello stabile di via Montebuono 5 che lo informa di aver trovato sul suo terrazzo, situato più in basso di cinque metri rispetto al piano stradale, un ragazzo che giace esanime al suolo perdendo sangue da una tempia e dal naso; il giovane, giunto sul posto, riconosce in quel ragazzo il suo amico Francesco Cecchin. Stringeva ancora nella mano sinistra un mazzo di chiavi, di cui una che spunta dalle dita è storta.

A questo punto, mentre sarebbe stato lecito attendersi immediate indagini da parte delle forze dell’ordine, si assiste invece all’affrettarsi di tutti a liquidare l’accaduto come un incidente. Secondo alcuni Francesco in preda al panico avrebbe scavalcato il muretto del cortile senza rendersi conto che al di sotto ci fosse un salto di cinque metri. Altri hanno addirittura negato che vi fosse stata una colluttazione tra il giovane e i suoi aggressori.

L’ipotesi che Francesco sia stato gettato di sotto viene inoltre avvalorata da altri  particolari: il trauma cranico, sintomo che il peso dell’impatto al suolo si è scaricato tutto sulla testa, e il fatto che questa si trovi più vicina al muro rispetto ai piedi, in posizione innaturale. La chiave piegata (sicuramente usata come arma di difesa contro i suoi assassini ) tra le dita di una mano e il pacchetto di sigarette nell’altra sono una prova ulteriore che gli aggressori hanno gettato il corpo di Francesco, già esanime, al di là del muretto che delimita il terrazzo: chi pensa di lanciarsi oltre un ostacolo cerca infatti di avere le mani libere. Non da ultimo bisogna poi dire che Francesco conosceva molto bene quel palazzo e il suo cortile, in quanto ci abitava un suo caro amico che lui frequentava spesso. Anche le ferite riscontrate su tutto il corpo confermano la tesi dell’aggressione, essendo queste di natura traumatica e riconducibili a colpi singolarmente assestati e non ad un unico impatto.

Ad avvalorare queste tesi altri concorre anche la successiva dichiarazione resa da alcuni testimoni che affermano di avere udito: “Un forte tonfo non accompagnato da nessun grido”. Risulta difficile credere che una persona possa gettarsi spontaneamente giù da un muro alto cinque metri senza fare nessun rumore.

Il 16 giugno, dopo 19 giorni di coma, Francesco muore.

Le indagini infine partirono ma era già passato troppo tempo, e tutto si conclude in un nulla di fatto. Gli alibi creati ad hoc dai militanti del P.C.I. interrogati ( tra i quali l’intestatario della Fiat 850 bianca) e la lentezza nel modo di procedere degli investigatori faranno si che non sarà più possibile fare piena luce sull’omicidio di Francesco.
Anche se la giustizia dei Tribunali e dei giudici non è mai arrivata, ancora oggi  33 anni dopo c’è una nuova generazione che continua a ricordare Francesco nel giorno del suo assassinio. Perché è questa l’unica cosa importante. L’unico modo affinché sia fatta veramente giustizia è non dimenticare mai la sua storia e il suo sacrificio, onorandolo ogni giorno con il nostro modo di vivere la vita che a lui è stata così ingiustamente tolta, e preparandoci ogni 16 di Giugno a gridare davanti a lui il nostro dissenso, per ricordare a tutti che nel nostro appello Francesco non mancherà, nè oggi nè mai.

FRANCESCO CECCHIN
 PRESENTE!