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I nostri due militari devono tornare a casa

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

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lunedì 7 gennaio 2013

STRAGE DI ACCA LARENTIA: PER NON DIMENTICARE!


Come ogni anno, il 7 gennaio, con il cuore e la mente siamo a Roma, per ricordare una delle più brutte e infami pagine della nostra storia. Un fatto di sangue, di prepotenza, di assurda follia. Il simbolo di una stagione, quella degli "anni di piombo", che qualcuno vorrebbe riproporre senza immaginarne le conseguenze. Franco, Francesco e Stefano, quel 7 gennaio, furono le vittime di un agguato antifascista (i primi due) e del gesto folle di un rappresentante dello Stato (il terzo). Uno Stato che non si è autoprocessato per quel delitto. Non importa, tanto siamo ancora qua. Col nostro sorriso e con la nostra voglia di lottare, anche nel loro nome.
 
Abbiamo camminato insieme, lottato e sperato.
Qualcuno si è perso.
Molti si sono aggiunti.
Siamo ancora in cammino.
IL FUTURO E' IN NOI PRIMA CHE ACCADA!
Franco, Francesco, Stefano
di Padre in Figlio.
 

 
 
 
PRESENTE! PRESENTE! PRESENTE!
 
Paginr di Storia:

mercoledì 11 gennaio 2012

11 Gennaio 1979 – In ricordo di Stefano Cecchetti


Stefano Cecchetti
Ma la tragica giornata del 10 gennaio 1979 non è conclusa con gli scontri e con la morte di Alberto Giaquinto, ucciso da un poliziotto in borghese nel quartiere Centocelle, che un’altra tragedia stava per verificarsi sempre nella città di Roma. L’11 gennaio del 1979, mentre i telegiornali nazionali battevano la notizia e mettevano in scena la parodia sulla verità dell’omicidio Giaquinto, l'altra faccia della strategia del terrore, i comunisti, si muovono per offrire anche il loro contributo all'anniversario di Acca Larentia.
Il metodo prescelto è quello già sperimentato per uccidere Zicchieri: sparare da un'auto in corsa. Una tattica vile, che non prevede nessuna possibilità di reazione e bassissimi rischi. Il commando omicida non sceglie neppure le vittime, non compie un "gesto politico simbolico", come nel caso dell'assalto di via Acca Larentia, colpisce nel mucchio, con un solo obbiettivo: uccidere un fascista. Nel quartiere Talenti, Montesacro alto, in via Capuana, angolo con largo Rovani, davanti al bar “Urbano”, un bar di quelli frequentati da giovani di destra, ma certo non solo da loro, vi erano seduti tre ragazzi che chiacchieravano. Alessandro Donatone, Maurizio Battaglia e Stefano Cecchetti, tutti diciassettenni. Si commentavano gli episodi della giornata, con rabbia, orrore, dolore per Alberto Giaquinto, anche se nessuno lo conosceva di persona: era un camerata ed era stato assassinato.
Mancavano pochi minuti alle otto di sera quando una macchina a fari spenti si avvicinò al bar. Una Mini Minor di colore verde metallizzato, con il tetto bianco e una targa molto strana, G2.
All’interno, tre persone, tutti a volto coperto da passamontagna. Il primo era al volante, mentre gli altri due, abbassarono il finestrino e a braccia tese impugnarono due pistole, una calibro 7.65 e una calibro 9. Faceva buio e freddo quando i ragazzi escono, non fanno neppure caso ad un'auto che si mette in moto, non vedono neppure le canne delle armi uscire dal finestrino, sentono solo i colpi secchi. I due iniziarono a sparare e per tre interminabili minuti, sui ragazzi e sul bar cadde una pioggia di piombo. La macchina, prima di dileguarsi, si fermò di nuovo all’angolo con via Breme, questa volta per colpire un altro gruppo di ragazzi. Sul selciato, i corpi dei tre ragazzi, feriti gravemente ma ancora vivi. Furono soccorsi da alcuni passanti e trasportati d’urgenza all’ospedale. Alessandro Donatone, fu raggiunto da tre proiettili al gluteo, all’anca e al polso. Ricoverato nel reparto di chirurgia e sottoposto a continue trasfusioni di sangue. Maurizio Battaglia, invece, fu colpito lievemente alla gamba destra. Stefano Cecchetti, infine, fu colpito al bacino e al torace, provocando gravissime lesioni interne e la rottura dell’aorta. Fu sottoposto ad un intervento chirurgico per quasi sei ore ma il suo cuore smise di battere poco dopo, senza più riprendere conoscenza. Intanto, alla redazione giornalistica dell’Ansa, la rivendicazione, da parte di un uomo, del ferimento dei tre fascisti ad opera dei “Compagni organizzati per il comunismo”, che rimarranno impuniti...
La famiglia Cecchetti abitava in un appartamento di via Davanzati. Il padre era usciere in banca. La figlia Carla, ventuno anni, era iscritta alla facoltà di Giurisprudenza. Il figlio minore, Stefano, era nato a Roma il 25 maggio del 1962, frequentava il terzo anno del Liceo Scientifico Nomentano. Era un simpatizzante del Fronte della Gioventù. Un ragazzo scherzoso e simpatico. Alto e con i capelli lunghi. Appassionato di moto, di calcio e di musica. Amava portare i Camperos, considerati di destra, ma anche le Clarks, considerate invece, di sinistra. Per lui era un sogno calzare le Desert Boot originali. L’occasione si presentò quando nella palazzina si sparse la voce che un vicino del condominio sarebbe andato a Londra per un viaggio di lavoro. Stefano Cecchetti, raccolse tutti i suoi risparmi e implorò il vicino per comprargli un paio di scarpe colore sabbia. Amava, soprattutto, giocare a flipper. Le sue prime partite con un solo tasto, poi, da solo, con l’obiettivo di superare il record e ottenere una partita gratis. Subito dopo la sparatoria, davanti al bar “Urbano”, si radunarono i primi militanti, formando una specie di sacrario con bandiere del Movimento Sociale Italiano e un cartello con una scritta nera e alcune croci celtiche. In realtà, i tre ragazzi non avevano nessuna tessera di partito e soprattutto non avevano precedenti politici noti, ma nell’immaginario collettivo, il bar “Urbano”, era considerato un ritrovo privilegiato per i militanti della destra da quasi due anni, per un motivo ben preciso. Il 30 marzo del 1975, si era consumata una piccola tragedia familiare. Bruno Giudici, dipendente di banca, scendendo giù la bar, vide il figlio, Vincenzo, coinvolto in una furibonda rissa e aggredito da un militante della sinistra extraparlamentare. Bruno Giudici riuscì a porre fine alla rissa e a recuperare il figlio. Ma dopo l’aggressione, tornato a casa, avvertì un forte dolore al petto accasciandosi al suolo. Morì di infarto nel giro di poche ore. Da allora, quel bar, fu considerato come un avamposto per i militanti di destra. La Magistratura romana non fu capace di individuare i responsabili. Nessun identikit, nessuna traccia, nessun elemento per condurre le indagini sull’omicidio di Stefano Cecchetti. In ospedale, alla notizia della morte di Stefano, i genitori, svennero. Il riconoscimento della salma fu affidato alla sorella, Carla. Il corpo di Stefano era adagiato sul lettino della sala operatoria coperto dal telo verde del reparto di chirurgia ancora sporco di sangue e con gli occhi semichiusi. Il giorno delle esequie, Carla, vestì per l’ultima volta il fratello. Un maglione a girocollo, un paio di pantaloni di velluto a costa larga e le sue amatissime Clarks Desert Boot color sabbia. Il rito funebre si tenne a Tuscania, in provincia di Viterbo, in forma privata. Tra i presenti tantissimi compagni di scuola. Tutti i vestiti e le cose di Stefano furono distribuite fra gli amici. L’unica colpa di Stefano Cecchetti fu, nel momento dell’agguato, di avere i Camperos e trovarsi davanti a un baretto di fasci.

Nel Tuo ricordo la nostra lotta!

STEFANO CECCHETTI: PRESENTE!


martedì 10 gennaio 2012

10 Gennaio 1979 – In ricordo di Alberto Giaquinto.


Era il giorno del primo anniversario della strage di Acca Larentia, 7 gennaio 1979, durante una trasmissione di Radio Città Futura, simbolo della sinistra extraparlamentare, era in corso un dibattito. Il conduttore fece una battuta a doppio senso sulla morte di Francesco Ciavatta, giocando sul significato del suo cognome. I Nuclei Armati Rivoluzionari, gruppo extraparlamentare di destra, decisero di punire e colpire con fermezza la radio. Due degli assalitori entrarono nella sala di trasmissione, mentre era in onda un programma femminista. Uno puntava il mitra contro le conduttrici, l’altro, versava per terra e sugli impianti, il contenuto di una tanica di benzina.
Mentre le fiamme iniziarono a divampare, gli assalitori, prima di fuggire, esplosero decine di colpi. Cinque donne caddero come birilli. Carmela Incafù, ferita alla gamba sinistra, Annunziata Miolli, colpita alla gambe con ustioni ad una mano, Rosetta Padula, duplice frattura al ginocchio e al perone, Anna Attura, ferita al bacino, al ventre e alle gambe, e Gabriella Pignone, ferita al femore. Alle dieci di sera, poche ore dopo il raid, arrivò la telefonata di rivendicazione alla redazione de “Il Tempo”. Il giorno dopo, numerosi cortei di militanti della sinistra filarono per la Capitale. Obiettivo, distruggere e assaltare tutte le sedi del Movimento Sociale Italiano. Intanto la Questura di Roma aveva vietato qualsiasi tipo di manifestazione per i militanti missini.
Ma la commemorazione per i tre camerati, caduti sul selciato l’anno prima, e la protesta nei confronti dello Stato, colpevole di non aver ancora individuato i responsabili dell’eccidio, doveva essere svolta a tutti i costi. Tutte le organizzazioni giovanili del Movimento Sociale Italiano scesero in strada, in diversi punti della città. Circa cento dimostranti si radunarono a Centocelle, un quartiere popolare caratterizzato da enormi palazzi cupi e tristi, dove la sinistra più estrema aveva il controllo assoluto. Fu assaltata la sezione della Democrazia Cristiana, simbolo di tante angherie e ingiustizie subite, e numerose macchine rovesciate e messe di traverso sulla strada. Sul posto giunsero subito le forze dell’ordine e una macchina civetta della Polizia, una Fiat 128 di colore bianca.
Nella confusione, i militanti cercarono di fuggire. Alberto Giaquinto e Massimo Morsello si attardarono. Improvvisamente uno dei due poliziotti in borghese estrasse la pistola, piegandosi sulle ginocchia e puntando con calma ad altezza uomo. Alberto Giaquinto, 17 anni, cadde colpito da un solo proiettile dritto alla testa, precisamente alla nuca. L’amico, Massimo Morsello, cercò di soccorrerlo prendendogli la testa fra le mani, ma fu evidente che la situazione era gravissima. Solo mezz’ora dopo, il corpo di Alberto Giaquinto fu caricato in ambulanza e trasportato all’ospedale San Giovanni. Operato d’urgenza e in stato di coma profondo, esattamente alle ore 20:30, due ore e 18 minuti dopo il ferimento, il suo cuore smise di battere.
Nello stesso istante in cui Alberto moriva, la sua casa veniva oltraggiata da una perquisizione senza un ordine scritto, cercando non si sa bene cosa.
Aveva 17 anni... 
Alberto Giaquinto era nato a Roma il 5 ottobre 1962, frequentava il terzo anno del XIV liceo scientifico Peano.
Era un ragazzo biondo, riccioluto con un sorriso malizioso. Il padre, Teodoro, era il titolare di una avviata farmacia e di un laboratorio di analisi a Ostia. Il fratello maggiore, Ortensio, 23 anni, era quasi alla laurea in Farmacia. Vivevano in una villetta in via Groenlandia nel quartiere Eur. Frequentava il gruppo che si raccoglieva intorno al “Bar del fungo”, ed era amico inseparabile di Franco Anselmi. Una famiglia benestante. Il primo morto, tra tutti quelli caduti a Roma, ad avere un’estrazione di classe diversa dagli altri. Malgrado la sua moto Honda, scelse come tutti, di raggiungere Centocelle in autobus. La prima versione ufficiale, della Questura, fu di legittima difesa da parte del poliziotto.
Secondo gli inquirenti, Alberto Giaquinto era armato e nelle tasche conservava ancora alcuni proiettili per la Walter P38. Mentre fuggiva si era girato puntando l’arma in direzione delle forze dell’ordine. Sia i genitori che i camerati contestarono fermamente la versione della Polizia. Infatti, non fu mai trovata nessuna arma e la prova del guanto di paraffina, naturalmente, diede risultato negativo. L’autopsia fu eseguita dal Professore Aldo Rocchetti presso l’istituto di medicina legale dell’Università di Roma con la presenza dei periti di parte.
Il proiettile era entrato dalla regione occipitale per poi uscire da quella frontale a distanza ravvicinata. Veniva così a crollare definitivamente la versione della Polizia. Alberto Giaquinto fu ucciso mentre scappava e non mentre aggrediva. Molti militanti, tra cui anche Massimo Morsello, si presentarono in Procura per raccontare la versione dei fatti. Alcuni iniziarono il colloquio con i giudici da testimoni e finirono per essere processati per devastazione e incendio doloso. Il giorno dopo il funerale di Alberto Giaquinto, un suo compagno di classe, Mauro Culla, si suicidò nel box di casa. Il corpo, ritrovato dalla madre, era a terra, legato con una corda a uno scaffale del ripostiglio.
Era morto, non per soffocamento, ma per l’impatto, sbattendo violentemente la testa su uno scatolone di bottiglie. Mauro Culla non aveva mai manifestato strani propositi, ma da giorni, i familiari, avevano notato lo sconforto in cui era caduto dopo la notizia della tragica fine di Alberto Giaquinto. Un’altro aspetto rilevante in quei giorni, fu la prima ammissione pubblica di un opinionista di sinistra, Eugenio Scalfari de “La Repubblica”, ad ammettere che nei confronti dei militanti missini furono usati due pesi e due misure. Intanto, il segretario del Movimento Sociale Italiano, Giorgio Almirante, il 17 gennaio 1979, presentò un’interrogazione alla Camera dei Deputati sul caso Giaquinto. Una notizia che i giornali inseguivano da giorni.
Il nome dell’agente di pubblica sicurezza addetto alla Digos, Alessio Speranza. Era chiaro che le notizie fornite dalla Questura ai giornali sulla morte del giovane Alberto Giaquinto erano, incomplete e lacunose degli elementi necessari a ricostruire la meccanica dell’omicidio. Come poteva il segretario, Giorgio Almirante, conoscere il nome dell’agente inquisito? Il padre di Alberto Giaquinto, Teodoro, svolse per conto suo le indagini che le forze dell’ordine non potevano o non volevano portare a termine. Assunse un’agenzia di investigazioni private. Furono i suoi detective a ricostruire l’identikit dell’agente attraverso le testimonianze dei camerati, cittadini e inquilini di Piazza dei Mirti a identificare Aldo Speranza.
L’esito della sua inchiesta fu portato a conoscenza del segretario Giorgio Almirante, il quale escogitò la via dell’interrogazione parlamentare, atto pubblico e insindacabile. La battaglia di Teodoro Giaquinto ottenne due risultati fondamentali. Il primo, fu un indennizzo da parte dello Stato, pagato alla famiglia nel 2002, che rappresentava una implicita ammissione di responsabilità, malgrado, le tante, contraddittorie e menzogne versioni fornite dalla Questura. Il secondo, invece, fu sul piano processuale.
Il 17 aprile 1988, dopo quattro processi, la Corte di Cassazione emise la sentenza definitiva. Affermava che a sparare e a uccidere Alberto Giaquinto fu l’agente di pubblica sicurezza, Aldo Speranza. Cosa strana che, il poliziotto non fu mai condannato per omicidio. Addirittura fu rispolverato un reato molto lieve: “eccesso colposo di legittima difesa”. Fu condannato soltanto a sei mesi di carcere.


 Alberto Giaquinto: PRESENTE!


La morte di Alberto Giaquinto ispirò ad un altro cantautore di destra, Michele Di Fiò, una canzone dal titolo "Italia".

domenica 8 gennaio 2012

Vogliono la damnatio memoriae. Non l’avranno.

di Girolamo Fragalà.

Sezione di Acca Larentia
È il giorno del ricordo proibito. O meglio, del ricordo che qualcuno vorrebbe proibire. A maggior ragione noi ne parliamo senza veli e senza ipocrisie, senza sconti nei confronti di chi si veste ancora da giudice censore (l’Anpi) o di chi vuole ancora agitare il vecchio fantasma dell’antifascismo a scopi politici (la sinistra). La strage di Acca Larenzia resta una delle pagine peggiori degli anni di piombo e così dovrebbe essere letta da tutti, senza distinguo. Le vittime erano ragazzi, semplicemente ragazzi, che furono uccisi a sangue freddo mentre uscivano da una sezione del Msi. La loro unica colpa, essere di destra. Era il 7 gennaio 1978. Da allora tutto è cambiato tranne l’atteggiamento delle associazioni di partigiani e della sinistra che s’illudono di imporre la damnatio memoriae perché – per loro – quando si tratta di giovani di destra non esiste una verità consolidata, tutto va sempre rimesso in discussione, spuntano ombre, sospetti, magari faide interne. E se queste ombre non vengono fuori, fa lo stesso perché l’obiettivo è cancellare la nostra storia, perché è una storia che dà molto fastidio, soprattutto alle loro coscienze. Non è una questione di fascismo e antifascismo: la destra degli anni Settanta era l’unica che cercava di tirare fuori dal fango quei valori scivolati nell’oblio, sui quali oggi in molti vorrebbero mettere le mani. Era la destra che non credeva ai dogmi imposti, che reagiva all’arco costituzionale, che sopravviveva alla criminalizzazione e al ghetto. Era la destra che aveva coraggio. Quel coraggio che manca oggi a una certa destra che riesce a dividersi anche sulla commemorazione di Franco, Francesco e Stefano, prestando il fianco a critiche solo per una questione di stellette, “quelle vittime appartengono a noi”, “no, sono nostre”. Svegliatevi, sono vittime che appartengono a un’intera comunità politica e che dovrebbero appartenere a tutto il Paese, se l’Italia fosse un Paese normale. Proprio per questo, invece di spaccarci, facciamo in modo che non la spunti chi vuole la damnatio memoriae.

FRANCO, FRANCESCO E STEFANO PRESENTI!


sabato 7 gennaio 2012

STRAGE DI ACCA LARENTIA: PER NON DIMENTICARE!


Come ogni anno, il 7 gennaio, con il cuore e la mente siamo a Roma, per ricordare una delle più brutte e infami pagine della nostra storia. Un fatto di sangue, di prepotenza, di assurda follia. Il simbolo di una stagione, quella degli "anni di piombo", che qualcuno vorrebbe riproporre senza immaginarne le conseguenze. Franco, Francesco e Stefano, quel 7 gennaio, furono le vittime di un agguato antifascista (i primi due) e del gesto folle di un rappresentante dello Stato (il terzo). Uno Stato che non si è autoprocessato per quel delitto. Non importa, tanto siamo ancora qua. Col nostro sorriso e con la nostra voglia di lottare, anche nel loro nome.





Maledetto il piombo degli assassini, l’oro dei banchieri, il potere degli speculatori.
E’ il tempo dei figli d’Italia, delle piccole mani che muovono il mondo, della Patria che si rialza.
In Marcia!
Franco, Francesco, Stefano.
Di Padre in figlio.



PRESENTE! PRESENTE! PRESENTE!


Pagine di Storia:

venerdì 6 gennaio 2012

Noi ci saremo!

Fonte: Giovane Italia - Garbatella.


Questo articolo è dedicato a tutti coloro che, a distanza da più di trent’anni dall’accaduto, ancora oggi vogliono provare ad insabbiare ciò che a loro ha sempre dato fastidio: la verità.

Questo articolo è una sconfitta per chi in quegli anni e ancora oggi, gridava e grida, credeva e crede che quei ragazzi morti ammazzati non siano degni di essere ricordati, soltanto perché rei di voler rendere migliore questa Terra che sentivano come propria Patria.

Questo articolo è un calcio nel sedere a chi crede, ancora nel 2011, che esistano morti di serie a e serie b e che fomenta, attraverso l’odio, un ritorno agli anni di piombo, che non vorremmo mai più rivedere.

Questo articolo è dedicato altresì a coloro i quali, ancora oggi, attendono, da più di trent’anni, che giustizia sia fatta.

Per sempre.

“Poi la sera di Gennaio, resta fissa nei pensieri, troppo sangue, sparso sopra i marciapiedi…”

Con questa canzone “Generazione 78” , Francesco Mancinelli ricorda il momento della Strage di Acca Larentia del 7 gennaio 1978, passato alla storia come uno dei momenti più atroci degli anni di piombo,  in cui furono uccisi tre giovani attivisti del Fronte della Gioventù. Siamo negli anni in cui “Uccidere un fascista non è un reato” e sotto questo punto di vista, probabilmente l’unico, si dimostrano purtroppo coerenti: a farne le spese, sono quasi sempre ragazzi, poco più che ventenni in alcuni casi, poco meno, purtroppo, in altri, colpevoli di far politica “dalla parte sbagliata”. Siamo nell’anno in cui, a farne le spese non solo soltanto i nostri giovani, ma anche alte cariche dello Stato: Aldo Moro fu sequestrato ed ucciso dai brigatisti nel Maggio dello stesso anno. Per arrivare a colpire così in alto, i leoni delle BR, si allenavano su quei ragazzi, che non consideravano soltanto avversari politici, ma nemici da eliminare. I leoni, quella sera di Gennaio, si presentarono in 6 ed armati: non di bastoni e caschi, ma di armi automatiche, arrivati lì non per far male, ma per uccidere. Ragazzi, disarmati, che erano a conoscenza di quel clima, ma che mai si sarebbero aspettati tale atrocità. Appena usciti dalla sezione del FDG di Via Acca Larenzia (nel popolare quartiere Tuscolano) per andare a fare un volantinaggio, i cinque giovani militanti, furono investiti dai colpi di diverse armi automatiche (mitragliatrici Skorpion) sparati da un gruppo di fuoco di 6 persone: uno di loro, Franco Bigonzetti, ventenne iscritto al primo anno di medicina e chirurgia, fu ucciso sul colpo; Vincenzo Segneri, seppur ferito ad un braccio, riuscì a rientrare nella sede del partito, dotata di porta blindata, assieme ad altri due: Maurizio Lupini e Giuseppe D’Audino, rimasti illesi.

L’ultimo del gruppo, Francesco Ciavatta, studente diciottenne, pur essendo ferito, tentò di fuggire attraversando la scalinata situata al lato dell’ingresso della sezione ma, seguito dagli aggressori, fu colpito nuovamente alla schiena morendo in ambulanza durante il trasporto in ospedale. Soltanto i vili attaccano alle spalle.

Nelle ore seguenti, col diffondersi della notizia dell’agguato, una sgomenta folla, composta soprattutto da attivisti missini romani, si radunò sul luogo.

“Uccidere un fascista non è un reato”, con le parole e con i fatti. Un giornalista della RAI spegne una cicca nel sangue di uno dei ragazzi uccisi, scoppiano tafferugli: il sangue di un fratello non può essere calpestato.

Per far fronte ai tafferugli creatisi, il capitano dei Carabinieri Edoardo Sivori tirò fuori la pistola d’ordinanza, mirò ad altezza uomo, ma s’inceppò: prese quella del collega, mirò nuovamente ad altezza uomo e sparò, centrando in piena fronte il diciannovenne Stefano Recchioni, militante della sezione di Colle Oppio. Il giovane morì dopo due giorni di agonia.

Alcuni mesi dopo l’accaduto, il padre di Ciavatta, portiere di uno stabile in Via Deruta 19, si suicidò per la disperazione bevendo una bottiglia di acido muriatico.

Il raid fu rivendicato alcuni giorni dopo tramite una cassetta audio, fatta ritrovare accanto ad una pompa di benzina, in cui la voce contraffatta di un giovane, a nome dei Nuclei Armati di Contropotere territoriale, dichiarò:

« Un nucleo armato, dopo un’accurata opera di controinformazione e controllo alla fogna di via Acca Larenzia, ha colpito i topi neri nell’esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l’ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga. »

Per circa 10 anni, tra insabbiamenti e falsificazioni, le indagini non portarono a conclusioni: solo nel 1988 si scoprì che la mitraglietta Skorpion usata nell’azione fu la stessa usata in altri tre omicidi firmati dalle Brigate rosse, ossia quelli dell’economista Ezio Tarantelli, dell’ex sindaco di Firenze Lando Conti e del senatore Roberto Ruffilli.

Furono accusati degli ex militanti di Lotta Continua: Mario Scrocca, Fulvio Turrini, Cesare Cavallari, Francesco de Martiis e Daniela Dolce.

Quest’ultima riuscì a non farsi catturare, rimanendo latitante, mentre Scrocca fu arrestato e si tolse la vita in cella il giorno dopo essere stato interrogato dai giudici.

Gli altri tre imputati, pur essendo arrestati, furono assolti in primo grado per insufficienza di prove.

L’arma impiegata nel 1978 scomparve negli anni in cui più forte fu l’attività dei brigatisti, ricomparendo a metà degli anni ottanta, nel periodo delle BR di Senzani, e più precisamente sette anni dopo, per venire poi usata anche per uccidere Lando Conti (10 febbraio 1986) e Ruffilli (16 aprile 1988).

Quella maledetta sera di Gennaio, non avrebbe terminato lì la sua maledizione. Il 10 gennaio 1979, infatti, scoppiarono di nuovo dei tumulti nel quartiere di Centocelle durante i quali l’agente di polizia in borghese Alessio Speranza sparò al diciassettenne Alberto Giaquinto, uccidendolo: successivamente l’agente fu prosciolto dall’accusa di omicidio.

Si parla di ragazzi, ragazzini, morti ammazzati da un odio che non DEVE tornare, MAI PIU’. E a chi vuoleristabilire quel clima, noi rispondiamo che non ci saremo, perchè abbiamo imparato dalla storia.

Allora, imparassero anche loro dalla storia, studiassero un po’ di più quelli dell’ANPI, si sciacquassero la bocca dai denti d’oro.

Imparassero il rispetto per chi, storicamente, non ha mai attaccato alle spalle.

Non sappiamo quale strada avessero scelto ai nostri giorni quei ragazzi, ma la loro scelta di coraggio nel voler cambiare questo mondo, la loro spinta ideale nel non vedere più la nostra terra dormiente, assopita e schiava di altre superpotenze, non possono non essere ricordate a dovere.

Per chi volesse, noi saremo a ricordare quei ragazzi il 7 Gennaio 2012 alle 17.30 a Villa Glori, gridando a tutto il mondo che quel sogno di un’Italia migliore noi non ce lo siamo scordati.

 PRESENTE!


venerdì 7 gennaio 2011

Strage di ACCA LARENTIA.

 

Il tempo per un funerale, l’ennesimo a Roma e, nel gelo di un inverno cupo, arriva il capodanno 1978. Il clima politico è ancora più tetro e raggelante di quello invernale e ne sanno qualcosa i ragazzi della sezione di via Acca Larentia, che il giorno dopo l’Epifania si ritrovano per decidere cosa fare alla riapertura delle scuole.
La sezione è un povero stanzone chiuso da una saracinesca in un vicolo non transitabile dalle auto perché chiuso da una breve gradinata. Una sezione di estrema periferia, come la Primavalle dei fratelli Mattei, una di quelle sezioni dove si esprime l’anima popolare e sociale della Destra italiana: ben lontana dall’immagine borghese, capitalista, arrogante e becera che la stampa, come il cinema o la tv cercavano di darle. Una Destra autentica, radicata nei problemi del proprio tessuto sociale; una destra capace di proporre un modello di economia basato sul lavoro e la partecipazione non sullo scontro sociale. In questo senso una Destra che faceva molta più paura di quella “pariolina” (o “sanbabilina” a Milano). Questa Destra, antagonista nella realtà popolare, che “per definizione” doveva essere di sinistra, andava sradicata con ogni mezzo. E quello scelto per Acca Larentia fu: la mitraglietta… E’ sabato pomeriggio, si preparano i volantini per un imminente concerto a Roma degli Amici del Vento. Alle 18 i ragazzi escono per volantinare in piazza Risorgimento. In sezione restano solo cinque ragazzi : Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Vincenzo Segneri, Maurizio Lupini, Giuseppe D’Audino. Dopo venti minuti anche loro si apprestano ad uscire. In tre sono già fuori quando un commando di cinque o sei giovani, fra cui sembra di scorgere anche una donna, apre il fuoco su di loro. Franco Bigonzetti, colpito alla testa, cade davanti alla porta della sede. Francesco Ciavatta tenta di fuggire lungo la scalinata, raggiunto da una raffica di colpi si trascina per alcuni metri poi rotola giù dalla rampa. Vincenzo Segneri, benché ferito al braccio, riesce a rientrare in sezione e a chiudere la porta blindata.
“Gli assassini non sono ancora sazi di sangue – scrive Adalberto Baldoni in “Il crollo dei miti” (Settimo Sigillo, Roma, 1996) – si fermano davanti alla porta della sezione. Imprecano, bestemmiano poiché non sono riusciti ad ammazzare anche gli altri, prima di raggiungere una Renault 4 rossa, lasciare le armi nel bagagliaio e fuggire a piedi”. I soccorsi tardano ad arrivare. Bigonzetti, 19 anni, studente in medicina, figlio di un impiegato, è ormai senza vita, ma Ciavatta non ha ancora perso i sensi e rantola poche parole, prima di perdere i sensi tra le braccia dei suoi camerati. Morirà durante il trasporto in ospedale, aveva solo 18 anni, era figlio di operai e pochi mesi dopo suo padre, per la disperazione, si getterà dalla finestra della sua casa in piazza Tuscolo.
La notizia della strage attraversa Roma come un fulmine. Decine e decine di militanti giungono da ogni parte della città. La tensione è al massimo. Polizia e carabinieri, che hanno effettuato i rilevamenti, confermano la dinamica bestiale dell’agguato. Nei volti delle decine di ragazzi accorsi sul posto c’è sgomento e una rabbia profonda, tanto terribile quanto impotente. Un operatore della Rai butta con disprezzo (o con colpevole distrazione) una cicca di sigaretta sulla macchia di sangue ancora fresco di Ciavatta. E’ la scintilla, volano pugni, calci, interviene la polizia. Urla, bastonate, lancio di lacrimogeni, un’auto dei Carabinieri viene presa a calci. Il capitano Edoardo Sivori impugna la pistola, tenta di sparare, ma l’arma s’inceppa. Prende allora la pistola dell’autista e apre il fuoco ad altezza d’uomo contro il gruppo di missini. Stefano Recchioni, 19 anni, militante della sezione di Colle Oppio, viene colpito in fronte.
Morirà due giorno dopo, il 9 gennaio, all’Ospedale S. Giovanni dopo che, inutilmente, i suoi genitori si erano offerti di donare i suoi organi.
Nei corridoi dell’ospedale dove si sta spegnendo la sua giovane vita si consuma anche il dramma dei suoi camerati. Un dramma non scevro di amare conseguenze. La strage di quella notte s’inciderà, infatti, come un marchio di fuoco e il nome di Acca Larentia diventerà, per tutta una generazione, sinonimo stesso di martirio innocente e impotente. I colpevoli dell’agguato sono rimasti ignoti e liberi e ciò nonostante la rivendicazione firmata dai Nuclei Armati di Contropotere Territoriale e le confessioni di una pentita, Livia Todini, che portarono, nove anni dopo i fatti, all’arresto di Mario Scrocca, un infermiere che il giorno dopo essere stato interrogato dai giudici si tolse la vita in cella. Altri tre arrestati: Fulvio Turrini, Cesare Cavallari e Francesco de Martiis furono assolti in primo grado “per insufficienza di prove”, come pure Daniela Dolce, rimasta latitante.

 

FRANCO,FRANCESCO,STEFANO:
PRESENTE! PRESENTE! PRESENTE!




MAI PIU' ODIO, MAI PIU' INTOLLERANZA POLITICA, MAI PIU' TERRORISMO!