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sabato 2 giugno 2012

Il 2 Giugno e quei voti nei sacchi della munnezza.


di Alessandro Marzo Magno.

Il 2 giugno, giorno del referendum del 1946, si celebra una Repubblica che in realtà fu proclamata solo il 18, dopo molte polemiche e qualche incidente. E con una procedura per la conta dei voti spettacolare e macchinosa. Le schede arrivarono da (quasi) tutta Italia a Montecitorio nei sacchi più disparati: quelli della muzzezza da Napoli, quelli delle poste della Rsi dal Nord, quelli della farina dall’Emilia. E i conti si fecero a mano…

Le Frecce tricolori in formazione a cardioide. Quest’anno, per il terremoto, l’esibizione è stata annullata
Quel 2 giugno 1946 non sarebbe finito che sedici giorni dopo, il 18 giugno, quando venne proclamata ufficialmente la Repubblica italiana. Ma già il giorno 11 è ormai sufficientemente certo che al referendum istituzionale ha vinto la repubblica. Risultato chiaro, sì, ma non così come potrebbe sembrare dalla logica dei numeri. Il Corriere della sera di martedì 11 titola sicuro: «È nata la Repubblica italiana» e sotto riporta i risultati: repubblica 12.718.019, monarchia 10.709.423. La Stampa, invece, è molto più possibilista, d'altra parte è il quotidiano di Torino, città sabauda. Il titolo lascia spazi all'ambiguità: «Il Governo sanziona la vittoria repubblicana». Quasi che il governo possa anche sbagliarsi e infatti nel testo dell'articolo ci si imbatte in questo passaggio: «C'è da chiedersi se la repubblica sia stata o no proclamata». Intanto il re, Umberto II, esita ad accettare i risultati e si intrattiene a colloquio con un sempre più perplesso (e infuriato) Alcide De Gasperi, presidente del consiglio.

Interessante apprendere come si sia giunti alla proclamazione del risultato. Il 2 giugno e la mattina del 3 si vota contemporaneamente per l'elezione dell'Assemblea costituente e per il referendum istituzionale; non vanno alle urne le province di Bolzano, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara perché occupate dalle truppe anglo-americane o jugoslave. I risultati giungono con estrema lentezza, d’altra parte poco più di un anno prima l'Italia era ancora un Paese in guerra, diviso e con il Nord occupato dai tedeschi. Alla Costituente il partito di maggioranza risulta la Democrazia cristiana (35 per cento), seguito dai socialisti (20 per cento) e dai comunisti (19 per cento). Per il referendum, invece, bisogna aspettare ancora. Qualche idea di quel che stesse accadendo, in ogni caso, filtra lo stesso. La Stampa di mercoledì 5 giugno, sotto il titolo «Affermazione della Democrazia cristiana», ne riporta un altro più piccolo: «La repubblica in vantaggio di 1.200.000 voti» (alla fine il margine sarà più ampio: un paio di milioni).
Interessante, invece, seguire come è stato effettuato il conteggio dei voti, con una procedura spettacolare e macchinosa, ben descritta nell'articolo pubblicato dalla Stampa dell'11 giugno.


Tutto accade a Montecitorio, nella Sala della Lupa. I valletti della Camera dei deputati indossano la tenuta delle grandi occasioni: frac, farfallino bianca, bracciali tricolori e tosoni di metallo dorato. Un tavolo a ferro di cavallo è riservato ai presidenti e ai consiglieri di sezione di Cassazione. Le poltrone che gli stanno di fronte, al governo e ai giornalisti. Sul tavolo sono collocate due macchine calcolatrici, quella di destra riservata alla monarchia, quella di sinistra alla repubblica. Nel pomeriggio, a poco a poco, la sala si anima: entrano i giornalisti, arriva uno stinto tricolore che si dice sia quello della Repubblica romana del 1849, si accomodano gli ufficiali della Commissione alleata che masticano chewing gum e commentano l’antichità degli arazzi medicei appesi alle pareti. Quando giunge Vittorio Emanuele Orlando, possibile presidente della Repubblica, viene soffocato un tentativo di applauso.
Alle 18 tutti in piedi: entra la Cassazione. Subito dopo vengono portati in sala i sacchi con i verbali e le schede provenienti da tutta Italia. Dalle sezioni del Nord arrivano sacchi delle poste della Repubblica sociale, dall’Emilia agricola sacchi che in precedenza avevano contenuto grano e farina, da Roma niente sacchi, ma plichi a mano, le schede di Napoli, invece, sono rinchiuse in sacchi per la monnezza.

Si procede leggendo i dati dei verbali e con i “calcolatori” (il termine è riferito agli addetti alle macchine calcolatrici, non alle macchine stesse) che aggiungono cifra dopo cifra fino a ottenere i totali (ma non si fidano dei loro marchingegni e rifanno i conti a mano). Alla fine la somma dà 12 milioni 600 mila e rotti per la repubblica e 10 milioni 600 mila e rotti per la monarchia. Il risultato dovrebbe essere chiaro, ma invece rimane sospeso in una specie di limbo: i liberali (pro monarchia; i primi due presidenti della Repubblica, Enrico De Nicola e Luigi Einaudi saranno entrambi liberali ed entrambi monarchici) hanno presentato un ricorso sulle schede bianche e nulle. Vanno considerate voti validi o no? La Corte costituzionale opterà per non considerarli validi, ma anche se avesse deciso il contrario, il risultato finale non sarebbe cambiato: i voti nulli saranno 1.498.136 e quindi non avrebbero potuto inficiare il margine di due milioni per la Repubblica (ammesso e non concesso che fossero tutte schede di monarchici).

L’incertezza, però, provoca tensione. La Cgil decide che ha vinto la Repubblica e proclama un giorno di festa. A Napoli, città che ha dato la maggioranza alla monarchia, gruppi di sostenitori di casa Savoia cercano di assaltare la sede del Pci che espone un tricolore senza lo scudo crociato sabaudo. Con prosa retorica, così La Stampa conclude l'articolo dell'11 giugno (che non è firmato, ma solo siglato “a.”): «Le grida degli strilloni [dei giornali] si confondono con i canti rivoluzionari dei cortei, con le canzoni dei gruppi monarchici. In quest'aria mossa e riscaldata non soltanto dal fiato della sera estiva crepitano i motori delle autoblinde in corsa dietro il lungo lamento delle loro allarmanti sirene».
La Repubblica sarà proclamata soltanto il 18 giugno alle ore 18, dalla Corte di Cassazione, nella medesima Sala della Lupa. E così il 2 giugno diventa così Festa della Repubblica.

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Fonte: Linkiesta. 

giovedì 31 maggio 2012

Che cosa succede in Vaticano?



Che cosa succede in Vaticano? I cattolici del mondo intero si domandano costernati qual è il senso delle notizie che esplodono sulla stampa e che sembrano rivelare l’esistenza di una guerra ecclesiastica interna alle Mura Leonine, la cui portata è artatamente ingigantita dai mass media. Però, se non è facile capire che cosa succede, si può tentare di capire perché tutto ciò oggi accade.

Non è privo di significato il fatto che l’autocombustione divampi proprio mentre ricorre il 50esimo anniversario del Concilio Vaticano II. Tra tutti i documenti di quel Concilio, il più emblematico, e forse il più discusso, è la costituzione Gaudium et Spes, che non piacque al teologo Josef Ratzinger. In quel documento si celebrava con irenico ottimismo l’abbraccio tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. Era il mondo degli anni Sessanta, intriso di consumismo e di secolarismo; un mondo su cui si proiettava l’ombra dell’imperialismo comunista, di cui il Concilio non volle parlare.

Il Vaticano II vedeva i germi positivi della modernità, ma non ne scorgeva il pericolo, rinunciava a denunciarne gli errori e rifiutava di riconoscerne le radici anticristiane. Si poneva in ascolto del mondo e cercava di leggere i «segni dei tempi», nella convinzione che la storia portasse con sé un indefinito progresso. I Padri conciliari sembravano aver fretta di chiudere con il passato, nella convinzione che il futuro sarebbe stato propizio per la Chiesa e per l’umanità. Così purtroppo non fu. Negli anni del postconcilio, allo slancio verticale verso i princìpi trascendenti si sostituì l’inseguimento dei valori terrestri e mondani.

Il principio filosofico di immanenza si tradusse in una visione orizzontale e sociologica del Cristianesimo, simboleggiata, nella liturgia, dall’altare rivolto verso il popolo. La conversio ad populum, pagata a prezzo di inaudite devastazioni artistiche, trasformò l’immagine del Corpo Mistico di Cristo in quella di un corpo sociale svuotato della sua anima soprannaturale. Ma se la Chiesa volta le spalle al soprannaturale e al trascendente, per volgersi al naturale e all’immanente, capovolge l’insegnamento del Vangelo per cui bisogna essere «nel mondo, ma non del mondo»: cessa di cristianizzare il mondo ed è mondanizzata da esso.

Il Regno di Dio diviene una struttura di potere in cui dominano il calcolo e la ragion politica, le passioni umane e gli interessi contingenti. La “svolta antropocentrica” portò nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio. Quando parliamo di Chiesa ci riferiamo naturalmente non alla Chiesa in sé, ma agli uomini che ne fanno parte. La Chiesa ha una natura divina che da nulla è offuscata e che la rende sempre pura e immacolata. Ma la sua dimensione umana può essere ricoperta da quella fuliggine che Benedetto XVI, nella Via Crucis precedente alla sua elezione, chiamò «sporcizia» e Paolo VI, di fronte alle crepe conciliari, definì, con parole inconsapevolmente profetiche, «fumo di Satana» penetrato nel tempio di Dio.
Fumo di Satana, prima delle debolezze e delle miserie degli uomini, sono i discorsi eretizzanti e le affermazioni equivoche che a partire dal Concilio Vaticano II si susseguono nella Chiesa, senza che ancora sia iniziata quell’opera che Giovanni Paolo II chiamò di «purificazione della memoria» e che noi, più semplicemente, chiamiamo «esame di coscienza», per capire dove abbiamo sbagliato, che cosa dobbiamo correggere, come dobbiamo corrispondere alla volontà di Gesù Cristo, che resta l’unico Salvatore, non solo del suo Corpo Mistico, ma di una società alla deriva. La Chiesa vive un’epoca di crisi, ma è ricca di risorse spirituali e di santità che continuano a brillare in tante anime. L’ora delle tenebre si accompagna sempre nella sua storia all’ora della luce che rifulge.

di Roberto de Mattei.

mercoledì 30 maggio 2012

In cosa ancora possiamo credere? Nel popolo, nella nazione, in noi stessi.



di Marecllo De Angelis.

La fiducia è il fondamento dell’autorità. Nessun uomo, nessun popolo accetta di far gestire la propria vita da persone e istituzioni screditate. Per questo nell’antichità l’onore – o più di recente la “fama pubblica” – era considerato un bene più prezioso della vita stessa. Da millenni si discute di quale autorità abbia diritto o ruolo di governare sulle altre. In tempi più recenti alla parola autorità si è sostituito il termine più bruto di “potere”. Di volta in volta ci si è messi reciprocamente in guardia perché non prevalesse il potere religioso, o quello economico, o quello giudiziario, o quello dei dispensatori di onori pubblici, o quello di gruppi o confraternite occulte. Alla fine, da qualunque premessa si parta, si è sempre giunti all’ovvia conclusione che il primato spetti alla politica. Perché la politica è un sistema di relazioni e non una casta, né una consorteria o una corporazione e nemmeno una classe, come gli emissari abilissimi di altri poteri oggi in Italia sono riusciti a sancire. Perché la politica è l’unico sistema che abbia come valore centrale il perseguimento del bene comune. Perchè la politica fa la legge e quindi si pone come arbitro affinché un potere o una parte non prevalga sulle altre. Perché la politica è rappresentata e rappresenta, comunque, i cittadini, il popolo, la nazione. La più grande opera del demonio – si dice – è averci convinto che non esiste. La più grande opera del corruttore è convincerci che non dobbiamo fidarci dei nostri genitori. La più grande opera di chi vuol renderci schiavi è convincerci che la politica, unica arma dei popoli contro i nemici dei popoli, sia ciò da cui dobbiamo rifuggire. Non si rende più credibile la politica assoggettandola al potere giudiziario senza controlli e nemmeno mettendo un emissario del potere economico al posto dei politici. In chi possiamo credere, in un Italia in cui la Chiesa è accusata delle cose più turpi, gli sportivi si vendono le partite, chi dovrebbe rappresentare la nazione la assoggetta a diktat stranieri, gli insegnanti fanno dottrina politica e i magistrati la impongono? Bisogna credere nella propria capacità di scegliere e discernere. Credere agli uomini e non alla loro rappresentazione. Dubitare di tutto, ma poi scegliere, col coraggio di andare fino in fondo. Credere nel popolo anche se il popolo non crede in sé stesso. Credere nella Nazione anche quando sembra se ne sia perso il ricordo. E credere che ne valga la pena. Credere sempre. Credere comunque.

martedì 29 maggio 2012

Cardini: non confondere il cristianesimo con lo Stato.


S.S. Benedetto XVI
Lo storico Franco Cardini mette l'accento sulla confusione che spesso si fa fra queste due realtà e invita a «non gridare al cristianesimo offeso e tradito anche perché non è in causa il cristianesimo» in questo momento di turbolenza per il Vaticano. Che ha visto la sfiducia nei confronti del presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, e oggi al fermo del presunto «corvo» Paolo Gabriele, aiutante di camerà della famiglia pontificia, accusato di essere in possesso di documenti riservati. «Se ne sa ancora poco, è presto per fare illazioni. Ma, certamente, noi dimentichiamo che il Vaticano è uno Stato, ha un apparato istituzionale, è anche una grande potenza economico-finanziaria e da tutto questo conseguono una quantità di elementi che complicano un quadro che noi, un po' distrattamente, ameremmo essere un quadro religioso», dice Cardini.

Lo storico insiste poi sul fatto che «confondiamo lo Stato Città del Vaticano con la Chiesa e con la confessione cattolica della fede cristiana. È un errore dal quale dovremmo guardarci e lo facciamo un pò tutti». Per Cardini «non è particolarmente strano quello che è accaduto a Gotti Tedeschi. È una disavventura professionale che può succedere a qualunque esperto di finanza investito di una responsabilità così delicata come quella dello Ior, chiacchierato da tempo. Il nome di Marcinkus è diventato qualcosa di impronunciabile, come Dracula e il vampiro».

«Gotti Tedeschi lo riterrà uno smacco alla sua carriera professionale ma - continua lo storico - siamo tutti esposti a queste cose. In tempi si recessione economico-finanziaria è normale che succedano. Lo Stato Città del Vaticano non è lo Stato Europeo, ma risente della crisi attuale». Lo Stato Città del Vaticano, ricorda Cardini, «è una realtà nata nel '29 per risolvere un grosso problema che riguardava lo Stato Italiano: quello del contenzioso dei beni sequestrati e della libertà delle coscienze» ed «è chiaro che esistono i segreti di Stato. Facciamo l'errore di attribuire al Vaticano una superiorità morale e spirituale che non è nell'ordine delle cose storiche».

Fonte: Il Tempo.

mercoledì 23 maggio 2012

Gli uomini passano, le idee restano.



23 Maggio 1992 - 23 Maggio 2012

A 20 anni dal sacrificio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antono Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo

Che il loro sorriso e la loro tenacia siano sempre da esempio per la nostra e tutte le nuove generazioni, Giovanni e Paolo non volevano diventare eroi, volevano solo fare il loro dovere per lasciare a noi e a tutti una Sicilia e un Italia migliore.
Il ricordo che deve restare indelebile nella nostra mente viene da queste parole:

Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l'essenza della dignità umana.

"Gli uomini passano,le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini". 
Giovanni Falcone.

venerdì 13 aprile 2012

Strage di Bologna. L'ora della verità!


Sono più di due anni che Carlos chiede incessantemente di parlare con la magistratura italiana, per rivelare la verità sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 e anche “di altre stragi”.  Ma i nostri pubblici ministeri non sembrano avere tempo per la delicata questione: saranno forse troppo impegnati negli scandali dei nostri politici!?

Carlos pronto a parlare: “Tutta la verità sulla strage del 2 agosto”

Bologna, 6 aprile 2012 - CARLOS lo Sciacallo torna a farsi vivo. E lancia un messaggio forte: «Sono pronto a dire tutto ciò che so per trovare i veri responsabili della strage del 2 agosto». Ilich Ramirez Sanchez, 62 anni, venezuelano, il terrorista più famoso del mondo, è attualmente detenuto nel carcere di massima sicurezza di Poissy, a Parigi, e proprio da lì ha mandato due lettere a un avvocato bolognese, Gabriele Bordoni, per nominarlo quale difensore di fiducia ed esprimere la propria posizione sulla bomba alla stazione e non solo.Sulla strage la Procura ha da tempo aperto un fascicolo bis e, di recente, c’è stata una svolta clamorosa. Il pm Enrico Cieri ha infatti indagato i due terroristi di sinistra Christa Margot Frolich e Thomas Kram, tedeschi, entrambi ex membri del gruppo di Carlos. Si tratta della cosiddetta ‘pista palestinese’, per la quale la bomba fu la punizione dei palestinesi all’Italia che aveva violato il ‘lodo Moro’. Per la strage, va ricordato, la magistratura ha invece condannato in via definitiva i terroristi ‘neri’ Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini.
Carlos, dal canto suo, ha un’idea diversa. Per lui furono la Cia e il Mossad, ma non ha mai voluto fornire prove.

QUANDO Cieri è andato a interrogarlo, anni fa, si è fermato subito: «Voglio parlare davanti a una commissione d’inchiesta in Italia». Ora fa molti passi avanti: si dice pronto a parlare ai magistrati e a dire tutto ciò che sa, chiedendo di essere trasferito in Italia (di recente, peraltro, la giustizia francese l’ha condannato per uno dei numerosi attentati di cui è accusato).

Scrive lo Sciacallo, in inglese:

«Egregio signore, ho appena ricevuto la sua lettera del 12 marzo scorso. Vorrei aiutarla ad eliminare gli ostacoli al fine di trovare i veri responsabili dell’attacco terroristico di Bologna. Sono inoltre pronto a rilasciare dichiarazioni sotto giuramento alla magistratura italiana competente».
Non si ferma solo alla strage di Bologna, Carlos, ma promette rivelazioni su altre stragi: «Tuttavia — continua —, dovremo incontrarci qui di persona non appena possibile al fine di preparare il miglior approccio tecnico per smantellare il muro di bugie che hanno bloccato la verità degli anni di sanguinari massacri di civili innocenti avvenuti in Italia. Qui le allego una lettera in francese, designandola come mio avvocato difensore per tutte le mie faccende in Francia… per prevenire ogni conflitto che potrebbero impedire la sua difesa degli interessi della famiglia Signorelli».

Paolo Signorelli, morto nel 2010, ideologo ‘nero’ accusato e poi scagionato per la strage, era assistito proprio da Bordoni. Conclude Carlos: «Ci faccia sapere con largo anticipo la data della sua visita». Poi la firma: «Vostro nella Rivoluzione, Carlos». L’altra lettera, in francese, è la designazione ufficiale dell’avvocato bolognese.

BORDONI sta già studiando le prossime mosse: «Carlos già nel settembre 2010 mi fece arrivare un messaggio, tramite il collega Sandro Clementi, dopo aver letto un articolo del Carlino. L’intenzione mia è da tempo quella di andarlo a sentire in Francia. L’ho chiesto alla Procura, ma il pm ha ritenuto non fosse utile. Mi sono rivolto inutilmente al magistrato di collegamento italo-francese e al nostro ministero. Per questo alla fine l’unica strada era quella della nomina. Domani (oggi; ndr) tornerò dal pm e gli chiederò di andare insieme a Parigi, visto che Carlos dice di avere nuovi elementi e di volerli rivelare. In caso negativo, ci andrò io e raccoglierò le sue indicazioni». La parola, ora, passa alla Procura.

di Gilberto Dondi.


venerdì 9 marzo 2012

“Borsellino ucciso perché ostacolo alla trattativa tra Stato e mafia”.



“La trattativa tra mafia e Stato è avvenuta, e Borsellino lo sapeva”. Lo ha confermato il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Domenico Gozzo, nel corso della conferenza stampa sui quattro nuovi arresti eseguiti questa mattina all’alba dalla Dia di Caltanisetta nell’ambito della revisione del processo sulla strage di via d’Amelio in cui morirono il giudice Borsellino e 5 agenti della sua scorta, Agostino Catalano, Eddie Walter Cusina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina. I provvedimenti a firma del Gip di Caltanissetta Alessandra Giunta, nei quali per la prima volta viene contestata l’aggravante della finalità di terrorismo, riguardano il capomafia palermitano Salvatore Madonia, 51 anni, ritenuto tra i mandanti della strage e i boss Vittorio Tutino, 41 anni, che rubò insieme con Gaspare Spatuzza la 126 imbottita di tritolo usata per la strage, e Salvatore Vitale, 61 anni, che abitava nel palazzo della madre di Borsellino, in via d’Amelio, e secondo gli inquirenti avrebbe fatto da talpa agli stragisti. L’unico ancora a piede libero era l’ex pentito di Sommatino (Caltanissetta), Calogero Pulci,  accusato di calunnia aggravata.

Secondo i magistrati nisseni, Borsellino venne ucciso perché era ritenuto dal boss Totò Riina un “ostacolo” alla trattativa tra Stato e mafia. Una trattativa che “sembrava essere arrivata su un binario morto” e che Riina volle “rivitalizzare” con una sanguinaria esibizione di potenza. “La tempistica della strage – scrivono i magistrati nisseni – è stata certamente influenzata dall’esistenza e dalla evoluzione della così detta trattativa tra uomini delle Istituzioni e Cosa Nostra”. “Dalle indagini è altresì risultato – proseguono i pm – che della trattativa era stato informato anche il dott. Borsellino il 28 giugno del 1992. Quest’ultimo elemento aggiunge un ulteriore tassello all’ipotesi dell’esistenza di un collegamento tra la conoscenza della trattativa da parte di Borsellino, la sua percezione quale ‘ostacolo’ da parte di Riina e la conseguente accelerazione della esecuzione della strage”.

E, nel corso della conferenza stampa, il pm di Caltanisetta Gozzo ha ricostruito alcuni passaggi chiave emersi dalle indagini. “De Donno (l’ex capitano del Ros e braccio destro dell’allora colonnello Mario Mori ndr) ci riferì che la notizia sulla trattativa era stata riferita al dottor Ferraro del ministero di Grazia e giustizia, allo stesso ministro Martelli e al presidente del Consiglio dei ministri. Quindi i più alti vertici dello Stato sapevano della trattativa che all’inizio non venne comunicata all’autorità giudiziaria. Peraltro – ha aggiunto il pm – il colonnello Mori all’epoca sentì anche l’onorevole Folena, deputato in Sicilia e responsabile del settore giustizia del Pds”. Secondo gli inquirenti nisseni, “Borsellino aveva appreso della trattativa con lo Stato nel pomeriggio del 28 giugno 1992” e, ha sottolineato il pm Gozzo, si mostrò contrario: “Ne parlò con la moglie Agnese, riferendole dei dialoghi tra esponenti infedeli dello Stato e Cosa nostra. Inoltre le raccontò della presenza di un ‘traditore’ ”. Nella ricostruzione e secondo quanto emerso dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Mutolo, ha concluso il pm, Riina “si rabbuiò perché c’era un ostacolo alla trattativa, che evidentemente era costituito da Borsellino. A quel punto fu organizzata in breve tempo la strage di via D’Amelio”.

martedì 10 gennaio 2012

10 Gennaio 1979 – In ricordo di Alberto Giaquinto.


Era il giorno del primo anniversario della strage di Acca Larentia, 7 gennaio 1979, durante una trasmissione di Radio Città Futura, simbolo della sinistra extraparlamentare, era in corso un dibattito. Il conduttore fece una battuta a doppio senso sulla morte di Francesco Ciavatta, giocando sul significato del suo cognome. I Nuclei Armati Rivoluzionari, gruppo extraparlamentare di destra, decisero di punire e colpire con fermezza la radio. Due degli assalitori entrarono nella sala di trasmissione, mentre era in onda un programma femminista. Uno puntava il mitra contro le conduttrici, l’altro, versava per terra e sugli impianti, il contenuto di una tanica di benzina.
Mentre le fiamme iniziarono a divampare, gli assalitori, prima di fuggire, esplosero decine di colpi. Cinque donne caddero come birilli. Carmela Incafù, ferita alla gamba sinistra, Annunziata Miolli, colpita alla gambe con ustioni ad una mano, Rosetta Padula, duplice frattura al ginocchio e al perone, Anna Attura, ferita al bacino, al ventre e alle gambe, e Gabriella Pignone, ferita al femore. Alle dieci di sera, poche ore dopo il raid, arrivò la telefonata di rivendicazione alla redazione de “Il Tempo”. Il giorno dopo, numerosi cortei di militanti della sinistra filarono per la Capitale. Obiettivo, distruggere e assaltare tutte le sedi del Movimento Sociale Italiano. Intanto la Questura di Roma aveva vietato qualsiasi tipo di manifestazione per i militanti missini.
Ma la commemorazione per i tre camerati, caduti sul selciato l’anno prima, e la protesta nei confronti dello Stato, colpevole di non aver ancora individuato i responsabili dell’eccidio, doveva essere svolta a tutti i costi. Tutte le organizzazioni giovanili del Movimento Sociale Italiano scesero in strada, in diversi punti della città. Circa cento dimostranti si radunarono a Centocelle, un quartiere popolare caratterizzato da enormi palazzi cupi e tristi, dove la sinistra più estrema aveva il controllo assoluto. Fu assaltata la sezione della Democrazia Cristiana, simbolo di tante angherie e ingiustizie subite, e numerose macchine rovesciate e messe di traverso sulla strada. Sul posto giunsero subito le forze dell’ordine e una macchina civetta della Polizia, una Fiat 128 di colore bianca.
Nella confusione, i militanti cercarono di fuggire. Alberto Giaquinto e Massimo Morsello si attardarono. Improvvisamente uno dei due poliziotti in borghese estrasse la pistola, piegandosi sulle ginocchia e puntando con calma ad altezza uomo. Alberto Giaquinto, 17 anni, cadde colpito da un solo proiettile dritto alla testa, precisamente alla nuca. L’amico, Massimo Morsello, cercò di soccorrerlo prendendogli la testa fra le mani, ma fu evidente che la situazione era gravissima. Solo mezz’ora dopo, il corpo di Alberto Giaquinto fu caricato in ambulanza e trasportato all’ospedale San Giovanni. Operato d’urgenza e in stato di coma profondo, esattamente alle ore 20:30, due ore e 18 minuti dopo il ferimento, il suo cuore smise di battere.
Nello stesso istante in cui Alberto moriva, la sua casa veniva oltraggiata da una perquisizione senza un ordine scritto, cercando non si sa bene cosa.
Aveva 17 anni... 
Alberto Giaquinto era nato a Roma il 5 ottobre 1962, frequentava il terzo anno del XIV liceo scientifico Peano.
Era un ragazzo biondo, riccioluto con un sorriso malizioso. Il padre, Teodoro, era il titolare di una avviata farmacia e di un laboratorio di analisi a Ostia. Il fratello maggiore, Ortensio, 23 anni, era quasi alla laurea in Farmacia. Vivevano in una villetta in via Groenlandia nel quartiere Eur. Frequentava il gruppo che si raccoglieva intorno al “Bar del fungo”, ed era amico inseparabile di Franco Anselmi. Una famiglia benestante. Il primo morto, tra tutti quelli caduti a Roma, ad avere un’estrazione di classe diversa dagli altri. Malgrado la sua moto Honda, scelse come tutti, di raggiungere Centocelle in autobus. La prima versione ufficiale, della Questura, fu di legittima difesa da parte del poliziotto.
Secondo gli inquirenti, Alberto Giaquinto era armato e nelle tasche conservava ancora alcuni proiettili per la Walter P38. Mentre fuggiva si era girato puntando l’arma in direzione delle forze dell’ordine. Sia i genitori che i camerati contestarono fermamente la versione della Polizia. Infatti, non fu mai trovata nessuna arma e la prova del guanto di paraffina, naturalmente, diede risultato negativo. L’autopsia fu eseguita dal Professore Aldo Rocchetti presso l’istituto di medicina legale dell’Università di Roma con la presenza dei periti di parte.
Il proiettile era entrato dalla regione occipitale per poi uscire da quella frontale a distanza ravvicinata. Veniva così a crollare definitivamente la versione della Polizia. Alberto Giaquinto fu ucciso mentre scappava e non mentre aggrediva. Molti militanti, tra cui anche Massimo Morsello, si presentarono in Procura per raccontare la versione dei fatti. Alcuni iniziarono il colloquio con i giudici da testimoni e finirono per essere processati per devastazione e incendio doloso. Il giorno dopo il funerale di Alberto Giaquinto, un suo compagno di classe, Mauro Culla, si suicidò nel box di casa. Il corpo, ritrovato dalla madre, era a terra, legato con una corda a uno scaffale del ripostiglio.
Era morto, non per soffocamento, ma per l’impatto, sbattendo violentemente la testa su uno scatolone di bottiglie. Mauro Culla non aveva mai manifestato strani propositi, ma da giorni, i familiari, avevano notato lo sconforto in cui era caduto dopo la notizia della tragica fine di Alberto Giaquinto. Un’altro aspetto rilevante in quei giorni, fu la prima ammissione pubblica di un opinionista di sinistra, Eugenio Scalfari de “La Repubblica”, ad ammettere che nei confronti dei militanti missini furono usati due pesi e due misure. Intanto, il segretario del Movimento Sociale Italiano, Giorgio Almirante, il 17 gennaio 1979, presentò un’interrogazione alla Camera dei Deputati sul caso Giaquinto. Una notizia che i giornali inseguivano da giorni.
Il nome dell’agente di pubblica sicurezza addetto alla Digos, Alessio Speranza. Era chiaro che le notizie fornite dalla Questura ai giornali sulla morte del giovane Alberto Giaquinto erano, incomplete e lacunose degli elementi necessari a ricostruire la meccanica dell’omicidio. Come poteva il segretario, Giorgio Almirante, conoscere il nome dell’agente inquisito? Il padre di Alberto Giaquinto, Teodoro, svolse per conto suo le indagini che le forze dell’ordine non potevano o non volevano portare a termine. Assunse un’agenzia di investigazioni private. Furono i suoi detective a ricostruire l’identikit dell’agente attraverso le testimonianze dei camerati, cittadini e inquilini di Piazza dei Mirti a identificare Aldo Speranza.
L’esito della sua inchiesta fu portato a conoscenza del segretario Giorgio Almirante, il quale escogitò la via dell’interrogazione parlamentare, atto pubblico e insindacabile. La battaglia di Teodoro Giaquinto ottenne due risultati fondamentali. Il primo, fu un indennizzo da parte dello Stato, pagato alla famiglia nel 2002, che rappresentava una implicita ammissione di responsabilità, malgrado, le tante, contraddittorie e menzogne versioni fornite dalla Questura. Il secondo, invece, fu sul piano processuale.
Il 17 aprile 1988, dopo quattro processi, la Corte di Cassazione emise la sentenza definitiva. Affermava che a sparare e a uccidere Alberto Giaquinto fu l’agente di pubblica sicurezza, Aldo Speranza. Cosa strana che, il poliziotto non fu mai condannato per omicidio. Addirittura fu rispolverato un reato molto lieve: “eccesso colposo di legittima difesa”. Fu condannato soltanto a sei mesi di carcere.


 Alberto Giaquinto: PRESENTE!


La morte di Alberto Giaquinto ispirò ad un altro cantautore di destra, Michele Di Fiò, una canzone dal titolo "Italia".

domenica 11 dicembre 2011

L'Angolo Culturale.



Affinché i popoli sappiano: strappare il velo che occulta la verità!

Usurai
Giunti a tali dimensioni, globalmente catastrofiche, della anarchia finanziaria imperante che si riverbera sia nella sfera economica che in quella politica, devastando ogni ulteriore e minimo residuo di qualsivoglia forma di “autorità”, che non sia espressione del mondo dei banchieri e dei potentati mondiali dell’Alta Finanza apolide, è semplicemente necessario che, in pochi lapidari concetti, si faccia in modo che la dimensione della verità concreta poiché vivente, emerga nella sua impressionante semplicità e indichi la via a coloro i quali la vogliano percorrere.
Ciò che è davanti agli occhi di tutti i popoli dell’Occidente capitalistico, consumistico ed essenzialmente mercantile e che ne sta annientando la vita biologica medesima, in termini di distruzione della pur minima qualità di esistenza e di una ormai utopica progettazione di un qualsiasi futuro da affidare alle prossime generazioni, è la plateale, evidente ed ormai incontestabile crisi definitiva ed irreversibile proprio di questo sistema (inevitabile date le sue fallimentari premesse culturali) che è infatti  ideologicamente fondato sulla illuministica negazione di due valori base di ogni Comunità di uomini e donne che non voglia divenire aggregazione schizofrenica di bande paranoicamente egoistiche le une scagliantesi contro le altre; tali valori sono: il senso forte, quasi religioso, della Comunità alla quale si appartiene e il fondamento sacrale di tale Comunità. Come è evidente, trattasi, in sostanza, di un solo e fondamentale concetto-pensiero,  che è realtà storica da sempre ineludibile poiché naturale. L’Autorità somma e suprema che è legittimata da e quindi fondata su tale valore, che è poi il Sacro, è il Potere massimo sulla terra, l’espressione del Divino medesimo nella sua razionalità somma come Idea assoluta dell’Etica, Dio in terra! (come afferma Hegel) ed è, in una parola, lo Stato (quello che un tempo si denominava  Res Publica, Regno e/o Impero…). Tutte le Civiltà del mondo, in tutta la sua vicenda storica, hanno concretizzato tale verità, ciò vuol dire che essa è il Giusto ed il Bene. È appena il caso di accennare che se i Popoli odiernamente (o, per essere più attenti… da quasi tre secoli!) sono abbandonati a se stessi e gettati, quindi, nelle mani adunche e rapaci della usura mondiale, è conseguenza del fatto storico che quello Stato, quella Autorità, quell’Ordine Politico non esistono più; sono stati infatti sostituiti, in guisa assolutamente indegna, da una miserabile accozzaglia di mercenari e camerieri che osa definirsi “classe politica” e che sono al servizio esclusivo del Potere Bancario, unico effettivo braccio armato che esercita il comando, ovviamente solo ed in modo esclusivo a difesa e tutela del suo utile che,  proprio perché  tale, non solo non coincide con quello dei Popoli, ma ne è l’unico ed autentico nemico e ciò da sempre.

domenica 20 novembre 2011

L'Europarlamentare inglese NIGEL FARAGE Accusa L'UE di Golpe alla Sovranità delle Nazioni e di mancanza di Democrazia.



Il discorso dell'inglese Nigel Farage al parlamento europeo: PARLA D'ITALIA, DI MARIO MONTI... DELLA DEMOCRAZIA IN EUROPA... ACCUSE GRAVISSIME.
HA DETTO CIO' CHE MOLTI ITALIANI, VORREBBERO SENTIR DIRE AI POLITICI CHE HANNO ELETTO... che avrebbero dovuto rappresentarli...
ASCOLTATE LE SUE PAROLE! 
Cosa ha il coraggio di dire sul muso ai burocrati dell'Unione Europea... Eletto in Inghilterra, parla di democrazia in Europa e in Italia.
Le TV lo hanno censurato... MA FORSE SONO TROPPO IMPEGNATI NELL' "OPERAZIONE SIMPATIA" per esaltare Monti ...
Per 2 minuti CI HAI FATTO SENTIRE TUTTI RAPPRESENTATI...


Ascoltate!




ELEZIONI SUBITO!

sabato 20 agosto 2011

DOPO 31 ANNI QUALCOSA SI MUOVE.... VERSO LA VERITA'.



Bologna, 19 agosto 2011 - DOPO 31 anni, potrebbe essere arrivato il momento di riscrivere la storia della strage di Bologna. L’inchiesta bis aperta sulla bomba che il 2 agosto 1980 sventrò la stazione uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200 è infatti a una svolta clamorosa. Per la prima volta ci sono due nuovi indagati, che appartengono ad ambienti opposti rispetto al terrorismo nero di Valerio Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, condannati in via definitiva per l’eccidio. Il procuratore Roberto Alfonso e il pm Enrico Cieri, a pochi giorni di distanza dall’ennesimo, doloroso, anniversario, hanno iscritto sul registro degli indagati i terroristi tedeschi di estrema sinistra Thomas Kram, 63 anni, e Christa Margot Frohlich, 69. Entrambi legati al gruppo del famigerato terrorista internazionale Carlos lo Sciacallo, al secolo Ilich Ramirez Sanchez, attualmente detenuto in Francia.


IL NUOVO scenario che prende corpo è quello della cosiddetta ‘pista palestinese’, secondo cui la strage fu una vendetta del Fronte popolare per la liberazione della Palestina contro l’Italia, che aveva arrestato un suo dirigente. Per farlo, i palestinesi si sarebbero serviti del loro braccio armato, cioè il gruppo di Carlos. Kram il 2 agosto era a Bologna, all’hotel Centrale. La Frohlich, secondo alcuni testimoni, in quei giorni alloggiava all’hotel Jolly. La loro presenza in città, assieme ad altri elementi raccolti con certosina pazienza dalla Digos, ha convinto gli inquirenti a indagarli. La mole di atti raccolta è enorme: perizie sugli esplosivi, corpose traduzioni dei dettagliati rapporti della Stasi, l’ex polizia della Germania Est che pedinava il gruppo di Carlos, deposizioni, verbali, informative. Tutto contenuto nel rapporto finale che la Digos ha consegnato in Procura e che ha convinto i magistrati a procedere sull’impervia strada della ‘pista palestinese’.

IL TUTTO mentre Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione familiari delle vittime del 2 agosto, ha sempre bollato come falsità quella pista chiedendo, anche tramite due esposti, che si indaghi invece per trovare i mandanti, finora ignoti, di Mambro e Fioravanti. Ma la teoria della rappresaglia palestinese annovera diversi sostenitori. Il primo fu l’ex presidente Francesco Cossiga, che in quel terribile agosto ’80 era presidente del Consiglio. Più di recente, chi si è sempre battuto a favore di quella pista è stato il deputato di Fli Enzo Raisi, membro della commissione parlamentare Mitrokhin, dai cui atti è nata l’inchiesta bis della Procura, partita nel 2005. E ancora: il giudice Rosario Priore, che da tanti anni indaga su Ustica.

NON sarà facile, per i magistrati, far luce sui misteri della strage. I due tedeschi, già sentiti come testimoni, si sono rifiutati di rispondere. Se ora verranno interrogati come indagati, probabile che tacciano di nuovo. Carlos, dalla sua prigione parigina, parla addirittura di un terzo scenario e dice che fu la Cia mettere la bomba. In Procura nessuno vuole parlare. Si temono i contraccolpi mediatici. I prossimi passi saranno decisivi. In un senso o nell’altro.

di Gilberto Dondi.




Abbatteremo questo muro di menzogna, 
perchè nessuno di noi era a Bologna!