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domenica 3 giugno 2012

Una nuova stagione dogmatica. Laica però…


Reginald Garrigou Lagrange
di Francesco Natale.

Così scriveva Reginald Garrigou Lagrange, studente in medicina e poi frate Domenicano: «La Chiesa è intransigente sui principi, perché crede, è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui principi, perché non credono, ma poi intransigenti nella pratica, perché non amano. La Chiesa assolve i peccatori, i nemici della Chiesa assolvono i peccati».
Non ce ne voglia la buona anima del frate domenicano Garrigou, ma…quanta sana politica in sole quattro righe epigrammatiche.
Vediamo nel dettaglio perché: c’è stata una stagione, italiana e non solo italiana, durante la quale ogni dogma, fosse esso laico o cattolico, è stato messo in discussione.
Qualcuno (Mario Capanna per citare il più famoso) ha chiamato quegli anni «formidabili». Tutto in discussione, tutto demolito, morte alla «morale borghese».
Fine dell’ipocrisia, quindi, almeno istituzionalmente: abbiamo legalizzato per mandato popolare tutto il “legalizzabile”, perché i dogmi avevano fatto il loro tempo.
Lo slancio iconoclasta, manco ci fossimo tutti risvegliati con l’irascibile contegno di Leone l’Isaurico, ha portato a riconoscere come legittimi comportamenti ed azioni che tali prima non erano, grazie al bieco ed abusato strumento referendario.
Con questo, fine della discussione su aborto e divorzio e, finalmente, cominciamo a parlare di “cose serie”.
Se per attitudine politica media l’assetto consolidato della nostra società è stato una volta (formidabili quegli anni!) passibile di discussione, oggi non è più così.
Oggi non solo abbiamo perso la voglia e la verve, ma pure riteniamo impraticabile dal punto di vista operativo e filosofico mettere in discussione situazioni ben meno problematiche della legge 194, della legge 180 (o Basaglia che dir si voglia) o della legge Merlin.
Siamo di fronte a nuovi dogmi che, pedissequamente, accettiamo.
Manco fossero Vangelo.
L’Europa è un dogma.
L’euro è un dogma.
Il primato “senatoriale” (qui inteso come se parlassimo fantascientificamente di Stati Uniti d’Europa) della Germania è un dogma.
L’impossibilità di tornare a regimi economici con moneta propria e, soprattutto, con banche proprie magari nazionalizzate (vedi Ungheria) è un dogma.
La rimozione stessa della memoria, nella fattispecie la prima idea di Europa concepita da soggetti un pochino più significativi di Lady Gaga, ovvero De Gasperi, Adenauer e Schuman, è divenuta dogma.
Anche perché per i soggetti soprammenzionati, dei quali più nulla si insegna nella scuole italiane, l’idea di Europa era fortemente identitaria rispetto al concetto di Europa carolingia e, quindi, cristianamente connotata.
Non so, sinceramente, se fosse un concetto migliore in assoluto, ma so per certo che sarebbe stata una concezione politica di Europa migliore rispetto alla inconoscibile, incensurabile, invisibile (agli occhi dei più, almeno) “Europa” finanziaria.
Della quale, in fondo, noi comuni cittadini non sappiamo niente. Di niente. Di nulla.
Ma l’organigramma stesso della Comunità Europea è un dogma parastatale.
Ma che dico: ultrastatale.
È oltre lo “Stato”: supera quel concetto di «identità tra Popolo, Istituzioni, Territorio» che chi ha pratica di diritto pubblico ha imparato a conoscere come requisito necessario perché di “Stato” possa parlarsi.
Come Mercuzio, insomma, parliamo di nulla.
Peggio di Mercuzio, crediamo nel nulla.
In un qualcosa che, formalmente non c’è.
Ma che, empiricamente, incide nel nostro vissuto quotidiano. E pesantemente.
Un dogma europeista che, allo stato attuale delle cose, nulla porta se non peste, tempesta e morte.
Un dogma che tenta di rendersi tollerabile sbandierando lo specchietto per le allodole dei cosiddetti “diritti civili”: sopportate le tasse al 65% perché in cambio avrete PACS, DICO o “matrimoni gay”. Sopportate l’IMU, perché in cambio vi daremo (nel 2135) le “centrali eoliche” (anche il cosiddetto “ambientalismo” è un dogma. Non lo sapevate?). Sopportate il neogermanismo, perché un domani non lontano potrete pagare le tasse tramite bancomat (E ‘sti cazzi, che fortuna…).
Tutte cose che indurrebbero a sonore e crasse risate (almeno in quell’Italia che ancora si ricorda di Novello e Flaiano….) ma che nella nuova, moderna, “europea” italietta del “dogma” suonano come terribilmente serie.
Ora, con semplicità, il sottoscritto si chiede: ma un “eretico” tout court che spacchi dalle fondamenta codesti “dogmi laici” e dica la più semplice delle cose, ovvero «abbasseremo le tasse di dieci punti in barba alla Kraft (la pitonessa ha fatto il tempo suo…) no?» . Questo si che sarebbe “formidabile”!

P.S.
Lo sapevate che la mia, evidentemente “dogmatica”, versione di Word non riconosce la parola “identitaria” e tenta di correggerla?

domenica 29 gennaio 2012

Introduzione a “La crisi del mondo moderno”, di Julius Evola


Diremo soltanto che quello in questione è un testo fondamentale, imprescindibile, per chiunque voglia condurre oggi una (reale) battaglia contro il mondo moderno. Come pochi altri, infatti, Guénon riesce a elaborare con chiarezza e assoluta ortodossia, le linee guida per un’autentica “rivoluzione” di contro alla sovversione ed al cancro modernista. Di seguito l’introduzione di Julius Evola che accompagna lo scritto di Guénon.
“La crisi del mondo moderno” (Introduzione di J.Evola)


Nella pienezza del suo senso la parola «rivoluzione» comprende due idee: anzitutto quella di una rivolta contro un dato stato di fatto; poi l’idea di un ritorno, di una conversione - per cui nell’antico linguaggio astronomico la rivoluzione di un astro significava il suo ritorno al punto di partenza e il suo moto ordinato intorno ad un centro.
JULIUS EVOLA
Ebbene, prendendo il termine «rivoluzione» in questo senso complessivo, può dirsi che nel mondo attuale pochi libri siano così risolutamente «rivoluzionari» quanto quelli di René Guénon. Infatti in nessun altro autore è così recisa e inattenuata come in lui, la rivolta contro la moderna civiltà materialistica, scientista, democratica, profana e individualistica. Ma, in pari tempo, in nessun altro autore dei nostri giorni è così precisa e consapevole l’esigenza di un ritorno integrale a quei principi, che per essere al disopra del tempo non sono né di ieri né di oggi ma presentano una perenne attualità e un perenne valore normativo, costituendo i presupposti immutabili per ogni grandezza umana e per ogni tipo superiore di civiltà.
Questo secondo punto differenzia nettamente il Guénon da tutti coloro che, da un certo tempo, si son dati ad accusare il «tramonto dell’Occidente», la «crisi della cultura moderna» e via dicendo - temi, questi, che dopo il crollo costituito dalla seconda guerra mondiale si ripresentano con rinnovata forza. Infatti in tutti costoro - si chiamino Spengler o Massis, Keyserling o Benda, Ropps o Ortega y Gasset o Huizinga - invano si cercherebbe un sistema di punti di riferimento che giustifichi e renda integrale la loro critica; le loro, non sono che reazioni confuse e parziali; malgrado tutto, essi appartengono spiritualmente al mondo stesso che criticano, al «mondo moderno», e le posizioni assolute a cui dovrebbero riferirsi o le ignorano, o le evitano temendo l’accusa di reazionarismo e di anacronismo. E non parliamo poi del livello su cui si trovano le cosiddette tendenze «contestatarie» contemporanee e i corifei di essi, partendo da Marcuse e da Horkheimer.
Di ciò non è il caso, in Guénon. È per avere una coscienza precisa di quel che è positivo e, in senso superiore, normale, che egli attacca le varie forme dello spirito moderno. E in lui non si tratta di «filosofia» e di posizioni più o meno personali, ma di vedute che si rifanno ad una tradizione nel senso più alto e universale del termine. È tutto un mondo che egli rievoca come misura, mondo di cui l’Occidente già da tempo ha dimenticato non solo la dignità, ma quasi la stessa possibilità di esistenza.

domenica 22 gennaio 2012

L’Operaio di Ernst Jünger, il testimone del XX secolo.


Il liberalismo si è assicurato da tempo una strana specie di buffoni di corte il cui compito consiste nel dire ad esso delle verità divenute innocue. Si è sviluppato un singolare cerimoniale con cui l’individuo moderno travestito da quasi aristocratico o da quasi abate mette in scena, fra applausi ormai diffusi e generalizzati, e a regola d’arte, la rappresentazione di collaudati colpi di grazia. [...] Dietro quelle marionette che sulle tribune pubbliche già in demolizione logorano i luoghi comuni del liberalismo fino a renderli sottili come un foglio di carta velina, spiriti più fini e più esperti si preparano a mutare lo scenario.
 Ernst Jünger

Ernst Jünger
di Mark Dennison

Il permanere raffermo di ideologie in apparenza conflittuali e de facto autodistruggentesi – marxismo e fascismo – è la giustificazione essenziale da parte del liberalismo di confermarsi quale forma suprema di governo, ossia di sfruttamento e massacro del genere umano come mai si è manifestato, applicato e visto nella storia del genere umano a partire dalla rivoluzione industriale in qua.

L’auspicato superamento non è una necessità vitale sprigionatasi all’indomani della tragica sconfitta del comunismo, che ha prodotto un rifiuto massivo dei tradizionali e truccati schieramenti pseudo-sportivi destra-sinistra, utili a banche e imperialismo. Siamo arrivati al punto che i signori (si fa per dire) deputati temano per la propria incolumità nei pressi del Parlamento, senza che alcuno li minacci. A dimostrazione come gli stessi protagonisti del ludus scenicus abbiano la coda di paglia (troppo dire coscienza) dell’utilità di loro stessi solo per sé medesimi, soffrendo per il carico della vomizione che i cittadini trasmettono loro con i soli sguardi (1).

D’altronde i partiti politici sono tutti la stessa cosa, e le loro differenze illusorie. Sia gli uomini politici che i mezzi in uso dei partiti sono funzionali non al miglioramento della società bensì a nutrire se stessi. I propri rappresentanti recitano la loro “utilità” per unire i vantaggi del funzionario di partito con quello statale in una rotazione senza fine che li rende sempre più ricchi quanto velenosi per il popolo, da cui succhiano la linfa. Eventi come la disoccupazione, la penuria di alloggi, la criminalità nazionale interetnica, il fallimento dell’industria e dell’economia asservita agli istituti di credito, codesti individui li fanno passare come una sorta di fatti naturali; in realtà sono sintomi che palesano la decadenza degli ordinamenti liberali.

Ciascun contrasto e intangibile diversità sono diretti all’omologazione del cittadino che s’illude di un probabile cambiamento riponendo fiducia nel partito e, quindi, consolidando il consenso ossia il sistema stesso. Dice Jünger: “Il consenso è il frutto della pura partecipazione, come quando si prende parte alle votazioni, indipendentemente da quale partito ne tragga vantaggio. Qui le alternative non sono decisioni, ma piuttosto modi di lavoro del sistema”. Traduciamo: i poveracci che votano per i tanti piccì di Serie B o gli illusi che inseriscono nell’urna schede favorevoli ai ducetti eredi di Serie D del grande-partito-della-destra di Serie C, essi poveracci non si rendono conto che quei “comunisti” e quegli altri “fascisti” non hanno mai avuto intenzione alcuna di cambiare le cose, poiché il sistema atlantico di Serie A (ieri Dc+Pci, oggi Pdl+Pd) giustifica(va) le utili presenze del’ “opposizione” colmandole di gettoni premio e biglietti gratuiti per assistere alla partita e a turno scendere in campo.

In un precedente intervento ho rilevato che la belle époque era il periodo in cui la società europea sembrava essere convinta di aver raggiunto un punto di sicurezza, tranquillità, progresso, così come parrebbe nell’opulenza consumistica odierna. Essa, invece, era: fede nella scienza e nella tecnica; ottuso e tronfio ottimismo; convinzione di essere il migliore dei mondi possibili sino ad allora realizzati. In effetti la bell’epoca crollò e fu soffocata dal carnaio del primo conflitto mondiale. Ciò provocò disastri e miserie che erano un prodotto della pratica e del senso dell’ingiustizia che la borghesia e il sistema liberale avevano accumulato dall’industrialismo, e che nel 1915 condussero allo scoppio delle contraddizioni. La “rivoluzione” era a quel punto era una necessità sia marxista che nazionalista, poi fascista, o per sovvertire il sistema di produzione, o per abbattere la borghesia e instaurare forme comunitariste. La crisi del mondo europeo fu analizzata ne L’Operaio. Dominio e forma pubblicato nel 1932 da Ernst Jünger (1895-1998), l’unico grande testimone dell’intero XX secolo. Per cui non è l’oggi che produce l’esigenza di superare gli anacronismi.

In un memorabile saggio Luca Caddeo (2) afferma che Jünger non ha “l’intenzione di criticare la classe borghese per rinsaldarne, attraverso un artificio ideale, il potere; al contrario [...] egli mette sotto accusa il borghese e il suo potere volendo, almeno teoricamente, contribuire alla costruzione di un modello metapolitico che, già a partire dai presupposti, si distingua nettamente sia dal liberalcapitalismo che dal collettivismo”. Il libro del Tedesco indica l’avvento di un protagonista, né classe e nemmeno proletariato, bensì un nuovo tipo umano che si opponga al materialismo economico (comunismo) e agli ideali di una prosperità da bestiame di produzione (liberalismo). Si auspica il tramonto del borghese sostituito dall’operaio quale dominatore della tecnica in guisa di forma, ossia forza costruttiva.

Il volume, di linguaggio scorrevole ma non immediato piuttosto da conferenziere e ricchissimo di sottintesi, rende “visibile la figura dell’operaio, al di là delle dottrine, delle divisioni di parte e dei pregiudizi, come una grandezza attiva che già è potentemente intervenuta nella storia ed ha imperiosamente determinato le forme di un mondo trasformato” afferma l’autore stesso nella premessa alla prima edizione. L’opera è stata tradotta in italiano solo nel 1984 (3) da Quirino Principe (Longanesi), quando l’autore aveva ormai 89 anni.

Nel 1991 passò alla Guanda e sempre a cura di Principe. Nell’eccellente cura del predetto non possiamo, però, evitare di segnalare la distrazione a pag. 174, quando si afferma che l’Urss è “nata il 7 novembre 1917 sulle ceneri della Russia zarista”.

È errato: essa è stata fondata il 30 dicembre 1922 (ebbe definitiva costituzione il 6 luglio 1923).Il predetto 7 novembre, abbattuta la Repubblica Russa di Kerenskij (27 settembre-7 novembre 1917), fu invece creata la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa.

Nel novembre 2010 il testo è giunta alla quarta edizione. Va dato merito alla Guanda di aver tradotto molte opere di Jünger: Il contemplatore solitario; Irradiazioni. Diario 1941-1945; Nelle tempeste d’acciaio; La forbice; Cacce sottili; Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza; Giardini e strade. Diario 1939-1940. In marcia verso Parigi; La capanna nella vigna. Gli anni dell’occupazione, 1945-1948; Eumeswil; Heliopolis; Il cuore avventuroso; Ludi africani; Rivarol, massime di un conservatore; La pace; Boschetto 125; Lo Stato mondiale. Organismo e organizzazione; Il tenente Sturm; Le api di vetro; Due volte la cometa; Sulle scogliere di marmo; Tre strade per la scuola.

Fondata da Ugo Guanda a Parma dal 1932 – lo stesso anno de L’Operaio – la casa editrice, attualmente presieduta e diretta da Luigi Brioschi, si è da sempre distinta per la sua linea editoriale originale e innovativa, rispecchiata in un catalogo che offriva e offre al lettore italiano la grande poesia europea e americana, autori cruciali del Novecento, esponenti delle correnti più vive del pensiero moderno, oltre alla narrativa latinoamericana fino all’eccezionale fioritura irlandese, come dal nuovo romanzo americano alle voci delle letterature più lontane, dalla new fiction inglese alla chemical generation (4).

A tutto ciò si unisce un folto gruppo di autori italiani tra cui Bruno Arpaia, Alessandro Banda, Gianni Biondillo, Antonella Cilento, Guido Conti, Paola Mastrocola, Gianluca Morozzi, Marco Santagata, Pietro Spirito, Marco Vichi.

Note
(1) I soldi non mi servono ma capisco il disprezzo, “la Repubblica”, 12 dicembre 2011.
(2) Luca Caddeo, La metafisica de L’operaio di Ernst Jünger, in “Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari”, Nuova Serie, XXVII (Vol. LXIV), 2009. Caddeo è un giovane studioso sardo. Vive tra Ghilarza e Cagliari. Si è laureato in filosofia e ha conseguito nella stessa materia il titolo di Dottore di ricerca. Insegna nelle scuole pubbliche,
(3) Secondo Simon Friedrich fu Jünger sul finire degli anni Cinquanta a non dare il permesso a Julius Evola di tradurlo in italiano, per cui il predetto scrisse: L’operaio nel pensiero di Ernst Jünger, Armando, Roma 1961.
(4) La chemical generation è un genere letterario sprigionatosi agli inizi degli anni Novanta nelle patrie del liberalismo: Regno Unito ed in seguito Stati Uniti, con radici radicate in beat generation, figli dei fiori, ecc. degli anni Sessanta. Esso porta la “cultura” dell’estasi edonistica che contraddistingue questo periodo ad una dimensione letteraria. I temi: droga, hooligan, depressione, estasi deliranti, ecc; soggetti trattati: quasi tutti ai margini della società; stile di scrittura: volgare nel parlato e attribuente alle opere una forte carica espressiva, riuscendo così ad aumentare il livello di intimità col lettore. Un ulteriore testimonianza del tramonto della sistema liberalistico.


domenica 15 gennaio 2012

Eroi al tramonto di un'era.




Utopia o anti-utopia, ordine o libertà, sicurezza o rischio? Il Novecento doveva dare una risposta a queste domande. Ci ha provato, con le sue guerre mondiali, con le sue ideologie, con il pendolo della politica che oscillava tra Stato e individuo. Ci ha provato, portando i suoi sogni allo zenit, e massacrandoli. Ci ha provato, con le sue terze vie, che sono apparse poi alla fine troppo banali o poco affascinanti o incapaci di rispondere a quel bisogno di assoluto o di nulla che ancora ci perseguita. Ci ha provato il Novecento, senza riuscirci, accontentandosi di dire: comunque siamo sopravvissuti e non è poco, ma lasciando la domanda, aperta, ai posteri, ancora ingabbiati nel dialogo tra il Grande Inquisitore e il Cristo, quella leggenda che Fëdor Dostoevskij lascia raccontare a Ivan Karamazov.

Ivan confessa al fratello Alësa di aver scritto un poema. Siviglia, Sedicesimo secolo, Inquisizione, Cristo decide di tornare nel mondo per riportare la Chiesa all'interno del Verbo. Ancora una volta servono i miracoli, qualcuno lo segue, qualcun altro lo crede un impostore, la legge decide la sua sorte. L'inquisitore, che ne riconosce l'origine divina, ordina comunque il suo arresto e lo condanna al rogo. Nella notte il gesuita si reca dal prigioniero e spiega i motivi della sentenza. Cristo - dice - non ha il diritto di interferire con le scelte della Chiesa, a cui ha trasmesso il suo potere e la sua autorità. Cristo ha sbagliato, si è illuso sul conto degli uomini. Ha concesso il libero arbitrio, la possibilità di scegliere. Ha proposto una religione adatta esclusivamente a individui superiori, capaci di addossarsi la fatica della libertà. «Nessuna scienza - argomenta il vecchio inquisitore - darà loro il pane finché resteranno liberi, e alla fine non potranno che deporre la loro libertà ai nostri piedi e ci diranno: rendeteci pure schiavi, ma sfamateci. Finalmente capiranno da soli che libertà e pane terreno a piacimento per tutti sono cose fra loro inconciliabili perché mai e poi mai sapranno dividerlo fra loro! (…) Io ti dico che non vi è per l'uomo affanno più grande che quello di trovare al più presto qualcuno a cui rendere il dono della libertà che quello infelice ha avuto nascendo. Ma si impossessa della libertà degli uomini solo chi pacifica la loro coscienza. Con il pane ti si offriva una bandiera inattaccabile: dagli il pane e l'uomo ti si inchinerà poiché non vi è nulla di più indiscutibile del pane… Anziché impossessarti della libertà umana, tu l'hai potenziata e hai oppresso per sempre con il fardello dei suoi tormenti il dominio spirituale degli uomini. Tu hai voluto il libero amore dell'uomo affinché ti seguisse liberamente, ammaliato e conquistato da te…».

lunedì 26 dicembre 2011

E di tutto il sogno tu sei la sola cosa concreta che mi resta.




“…E di tutto il sogno tu sei la sola cosa concreta che mi resta” dice Corto Maltese a un merlo, al termine di una sua avventura onirica. “La vita è un sogno, o i sogni aiutano a vivere meglio?” chiedeva invece il leggendario Marzullo. E la domanda è meno stupida di quanto si pensi: la vita è un sogno? Lo credevano gli uomini di altre civiltà e di altri tempi, non ancora legati in maniera esasperata alla materia, che questo mondo con le sue intricate vicende fosse solo l’immenso sogno di un sognatore eterno. I sogni aiutano a vivere meglio? Probabilmente, tanto che a questi sogni alcuni uomini si sono dedicati così tanto da sacrificare tutta la propria vita per farli propri. È dunque questa vita terrena l’illusione da cui è necessario affrancarsi attraverso una disciplina durissima o forse ciò che è oltre l’immediato dei sensi non è altro che cibo per menti febbrili e portate ad estraniarsi dalla realtà, per sfuggire a una vita non abbastanza appagante (foss’anche la vita di un principe di razza guerriera, come quella di colui che diventò il Buddha)?

L’incipit di Ludi africani di Ernst Jünger è significativo, a riguardo: “Alla fine, soltanto l’immaginazione ci pare l’unica realtà e la vita di tutti i giorni un sogno, nel quale ci muoviamo svogliati, come un attore turbato dal suo ruolo. È allora il momento in cui il crescente disgusto fa appello alla ragione e le pone il compito di cercare una via d’uscita”; e la via d’uscita può trovarsi nella fuga giovanile di uno spirito irrequieto verso l’Africa, passando attraverso l’arruolamento nella Legione straniera per puro gusto di avventura e scoperta, come, per coloro che momentaneamente si rassegnano alla normale vita borghese, alla lettura di un libro come quello.

O forse il sogno lo si può cercare nella solitudine, e un periglioso viaggio lo si può affrontare su un piano diverso da quello materiale: così fece il creatore della teosofia orientale (una sintesi di Islam sciita, platonismo e mazdeismo) Sohrawardi, il quale descrisse accuratamente le sue peregrinazioni che, dal riportare coordinate precise dei luoghi che stava attraversando, cominciarono a confondersi come in una tempesta di sabbia e sconfinare nel regno metafisico che l’orientalista francese Henry Corbin chiamò mundus imaginalis: un mondo concreto, ma fatto di spirito, al quale si sarebbe potuti (o si potrebbe) accedere risvegliando le facoltà “immaginali” dell’essere umano; non l’immaginazione come fantasia, così come concepita dall’uomo moderno, ma una capacità di “immaginare” infinitamente più potente e concreta. Immaginare ciò che esiste realmente su un altro piano dell’Essere.

E così anche l’asceta buddhista Milarepa, che pur di realizzare la sua vera essenza spezzando i vincoli che lo tenevano legato a questo mondo si isolò in una grotta tra le montagne dell’Himalaya, in solitudine e astinenza da qualsiasi forma di piacere o turbamento. Davvero Milarepa fu solo un pazzo? Davvero distrusse la sua stessa vita quando avrebbe potuto darsi alla baldoria, o forse la baldoria è effimera e volgare e la vita vera l’ha invece conquistata?

Un caso moderno (e letterario) è infine quello di Darrell Standing, il protagonista del bellissimo romanzo Il vagabondo delle stelle” di Jack London: un uomo che, rinchiuso in un carcere, finito in un isolamento durissimo e sottoposto per innumerevoli volte alla tortura della camicia di forza che avrebbe condotto chiunque altro alla pazzia, trova una via per sfuggire a quella terribile condizione di prigionia, dolore e sudiciume. Assumendo il totale controllo del suo corpo fino a farlo temporaneamente morire riesce e a rivivere le sue vite passate, e quelle lunghissime ore nella camicia di forza saranno per lui secoli di incredibili avventure riportate alla luce, nell’oscurità, anche morale, di un carcere. Un po’ come la casa dorata di Samarcanda, la prigione in cui fu rinchiuso Rasputin, il compagno di avventure di Corto Maltese: il nome deriva dal fatto che “l’unica maniera di evadere da quella sono i sogni dorati provocati dall’hashish”.

Voglia di una vita (fisica o metafisica che sia) più intensa? malsana alienazione? fantasie per gente poco “pratica”? dovremmo pensare solo al nostro interesse “qui e ora”? Forse, azzardando una citazione, viene in nostro aiuto Mussolini: “E’ la fede che muove le montagne, perché dà l’illusione che le montagne si muovano: l’illusione, questa è forse l’unica realtà della vita”. Già, l’illusione è l’unica realtà della vita. Difficile catturare il senso di quest’espressione profonda ma sfuggente; tuttavia lascia intravedere qualcosa, come un oscuro senso di verità. Ma per entrare in una visione più tradizionalistica, riprendiamo una frase di Baader (citata da Jünger in Avvicinamenti): “Nessuno tra i grandi naturalisti ha negato che sia vero che ogni tratto spirituale abbia il suo simbolo quaggiù e che quindi l’intera natura stia davanti ai nostri occhi come un geroglifico”. Come dire che qualcosa sta dietro il tutto, e che squarciato il velo quel mistero si mostra nudo alla nostra vista; ma ai nostri occhi ancora troppo umani tutto è un simbolo, o un simbolo di un simbolo, ed è un dono raro saperlo mostrare come tale: è la storia degli spiriti più profondi, da Dante a Blake a Pound. Da parte nostra possiamo dire che tutto ciò che è “normale” è volgare, e in qualche modo, come il giovane Jünger, bisognerà trovare una via d’uscita. Che sia nel cavalcare la tigre della libertà e nell’asprezza sotto un torrido sole dei tropici o nel decifrare finalmente il linguaggio segreto dell’Essere.

Alberto Lodi

mercoledì 21 dicembre 2011

Rinnovatevi col sole. Con ogni sole rinnovatevi.

di Gabriele Marconi


Solstizio d’inverno, Natale, Capodanno… Tutto in questo periodo dell’anno porta con sé il marchio del cambiamento. Anche il mese che arriva, gennaio, primo di dodici, alla mezzanotte del 31 dicembre riceve il testimone dal vecchio e rinasce come nuovo. Non a caso prende nome da Ianus, il dio romano Giano che presiede agli inizi, alle porte e ai passaggi. Quelli materiali come quelli immateriali. Anche l’inizio di una nuova impresa è votato a Giano. Anche un’impresa economica…
Racconta una leggenda che Giano ricevette da Saturno (grato per l’ospitalità ricevuta) il dono di vedere sia il passato che il futuro. E per questo la tradizione lo raffigura come Giano Bifronte.
Questo, per tutti noi, è un tempo di passaggio per molti motivi che vanno al di là della semplice osservazione del calendario. Uno su tutti: siamo passati dal governo della politica a quello delle banche. E non è un cambiamento da poco, visto che questa minaccia toglieva il sonno a molti già quasi un secolo fa (do you remember the «complotto demoplutogiudaico»?) e si è realizzata al di là delle più fantasiose previsioni dei complottisti più stralunati.
Nel 1997 Giano Accame (nomen omen) scrisse un libro dal titolo Il potere del denaro svuota le democrazie. Mai titolo fu più perfetto presagio di accadimenti incombenti… D’altra parte, già allora Giano scriveva che (con il governo “tecnico” presieduto da Carlo Azeglio Ciampi) le sinistre avevano «messo negli anni Novanta il Paese nelle mani dei banchieri che vediamo adesso che razza di imbecilli sono».
Oggi sembra essere tornati a quel punto, ma purtroppo non è così: è molto peggio, perché la brillante soluzione tecnocratica non colpisce solo l’Italia ma anche altre nazioni europee e l’attacco alla politica è infinitamente più massiccio e pervasivo. Negli anni Novanta era un fatto sostanzialmente italiano, oggi è globale a causa della crisi scatenata proprio da quegli stessi «imbecilli»…
Temevamo un futuro governato dagli squali della finanza e avevamo immaginato quel mondo cupo con romanzi e film. Ora che quel futuro ci ha raggiunti sentiamo il peso di un potere enorme e apparentemente invincibile. Ma in nome di Giano (quello divino e quello umano che abbiamo conosciuto e amato), dobbiamo guardare agli insegnamenti del passato per dare al futuro una prospettiva nuova.
Non c’è notte tanto lunga che possa impedire al sole di risorgere.
Dipende da noi e solo da noi.



"Il meraviglioso non suscita in noi nessuna sorpresa, perchè il meravglioso è ciò con cui abbiamo la più profonda confidenza. La felicità che la sua vista ci procura sta propriamente nel fatto di veder confermata 
la verità dei nostri sogni."
(E. Junger)


BUON SOLSTIZIO!

Solstizio d'Inverno - Aspettando il Nuovo Sole; Buon Solstizio a tutti!



Sol Invictus. Sole a mezzanotte. Pochi sanno che questi termini, che indicano anche il Natale, segnano il periodo che coincide con il transito del Sole nella costellazione del Capricorno ed il solstizio di inverno.
Dal punto di vista astronomico il Sole si trova adesso nel punto più basso del suo percorso sull'ellittica, e significa buio , freddo, una natura arida e desolata.
Per contrasto , ad una natura meno generosa, gli uomini da sempre in questi giorni si dedicano a feste, vacanze, eccessi di ogni tipo, regali, riti collettivi più o meno pagani, per inneggiare e brindare alla nuova fase, la resurrezione (del sole per l'appunto). Il debito che hanno tutte le religioni con i primi astrologi-astronomi
(erano infatti la stessa cosa) è molto grande; hanno fornito l'equazione Sole-Alto-Luce-Benessere=Dio; e Sole-basso, buio, freddo e carestia=Diavolo.
In passato la fase invernale corrispondeva ad un periodofame, carestia, mortalità per freddo, bassa natalità, inattività e malattie a diretta conseguenza delle condizioni climatiche e mettendo a dura prova le capacità di adattamento dell'uomo.
Il sapere universale riconosce alcune «tappe» fondamentali lungo l’arco dell’anno, 4, alle quali corrispondono altrettanti momenti rituali e conviviali, 2 solstizi e due equinozi. Uno di questi eventi, forse il più importante, è certamente la celebrazione del Solstizio d’inverno.

Derivata dai rituali della religione pagana, tutti celebriamo nel periodo intorno al 21 dicembre un rito dall’evidente simbolismo iniziatico, ma spesso solo essoterico, svuotato del suo contenuto vero. Chi con l'albero di natale o i presepe, Candele nere, bianche e rosse; rami d’abete; la pietra cubica; la luce che circola tra le colonne del tempio sono altrettanti rimandi, neanche tanto velati, alla pratica alchemica. Ma dell'originale significato profondo rimane ben poco.

I riferimenti sono ad antiche feste del nord Europa, come la festa di Yule o ai Saturnalia degli antichi romani, durante i quali ci si scambiava doni ( le strenne). Anche gli adepti di Mitra celebravano la rinascita del loro dio-sole il giorno del 25 dicembre (sempre in periodo solstiziale, quindi). Come simbolo mitopoietico, Gesù
è semplicemente il Sole-che-rinansce. Da qui la Resurrezione, il lento ritorno della luce dopo l’inesorabile avanzata del buio che ha avuto inizio col solstizio d’estate. Così, quella che alcuni possono interpretare come una esaltazione dell’oscurità e della morte, non è altro che una festa di luce e amore. Una festa, come sottolinea la presenza dei rametti d’abete, di immortalità, che celebra, sempre e dappertutto, la speranza che il sole torni ad illuminare la terra, gli uomini e i loro lavori.

Questo il significato profondo. Quello che interessa i più si chiama invece periodo di feste vacanze regali cene divertimento ed eccessi.


Il Solstizio d’Inverno è un giorno che appartiene alla spiritualità di tutte le religioni del mondo, seppure in forme diverse, come ad esempio dimostrano le costruzioni megalitiche di Stonehenge, in Gran Bretagna, di Newgrange, Knowth e Dowth, in Irlanda o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan, in Iran, e della Val Camonica, in Italia, già in epoca preistorica e protostorica. Lo stesso fenomeno fu invariabilmente atteso e magnificato dall’insieme delle popolazioni indoeuropee: i Gallo-Celti lo denominarono “Alban Arthuan” (”rinascita del dio Sole”); i Germani, “Yulè” (la “ruota dell’anno”); gli Scandinavi “Jul” (”ruota solare”); i Finnici “July” (”tempesta di neve”); i Lapponi “Juvla”; i Russi “Karatciun” (il “giorno più corto”). In Egitto si festeggiava la nascita del dio Horus e del padre, Osiride; nel Messico pre-colombiano nasceva il dio Quetzalcoath e l’azteco Huitzilopochtli; Bacab nello Yucatan; Buddha, in Oriente; Krishna, in India; Scing-Shin in Cina.

Dal punto divista astronomico il sole precisamente si trova allo Zenit del tropico del Capricorno e manifesta la sua durata minima di luce, circa 8 ore e 50/55 minuti. Quindi, raggiunto il punto più meridionale della sua orbita e facendo registrare il giorno più corto dell’anno, riprende, da questo momento, il suo cammino ascendente. Non deve stupire che nella romanità, “pagana” ai nostri occhi, in una data compresa tra il 21 e il 25 dicembre, si celebrava solennemente la rinascita del Sole, il Dies Natalis Solis Invicti, il giorno del Natale del Sole Invitto. La ripresa del cammino ascendente del sole assume quindi molteplici significati spirituali, primo tra i quali la rigenerazione cosmica in cui il Sole e la Luce sono associati all’idea d’immortalità dell’uomo e del percorso che esso deve svolgere operando la sua rinascita spirituale. Il Solstizio d’Inverno corrisponde, pertanto, alla presa di coscienza della vera spiritualità, in quanto fine della discesa e ripresa dell’ascesa. Durante questo processo la comprensione esoterica può essere rappresentata un’illuminazione riflessa che rischiara il buio della caverna. Quello che accade sia nella chiesa di Saint Sulpice a Parigi, che a Milano è visibile tutti i giorni.
Nella costruzione del Duomo è stato incorporato uno strumento astronomico, che non si limita a segnalare il solstizio ma fa molto di più.
Entrate nel Duomo dalla facciata Ovest. Tenete gli occhi fissi sul pavimento, percorsi 3-4 metri incontrerete una lunga striscia di ottone che attraversa l’edificio da sinistra a destra (da Nord a Sud). Seguite la linea camminando verso sinistra, incontrerete (a distanze precise) dei segni zodiacali. Raggiunta la parete Nord, noterete che la striscia di ottone prosegue per circa 2 metri sopra la parete, fino a raggiungere il segno del CAPRICORNO. Una raffigurazione molto grande rispetto a quelle che stanno sul pavimento.
Forse non lo avete mai notato, ma il segno del CAPRICORNO è quello che assomiglia di più al diavolo dei cristiani. Una delle divinità adorate nell’antichità era il BAFOMETTO una sorta di di divinità o demone cornuto. Ma qui vi è qualcosa di più in quanto il CAPRICORNO allude ad un essere anfibio, ha la coda di un PESCE. E il PESCE o i PESCI sono stati il simbolo di Cristo o del cristianesimo. Il termine Bafometto, sembra derivare dalle parole greche "Baphe" e "Metis". L'unione delle due parole dovrebbero significare "Battesimo di Saggezza". La rigenerazione cosmica, rappresentata simbolicamente dal Dio Sole è sempre concepita come un invito ad un lavoro interno per mezzo dell’aiuto di un maestro, di cui il Cristo Redentore è l’ultimo e più splendente esempio: una citazione splendida dice “Il Sole ritorna sempre, e con lui la vita. Soffia sulla brace ed il fuoco rinascerà“.

Il giorno in cui ciò accade è il più corto dell’anno e si ha quasi l’impressione che questo “sole” tramonti, sprofondi quasi per non riapparire più, ed ecco l"inferno"; ma subito dopo, quasi per incanto o per magia, esso si rialza nel cielo a risplendere di nuovo chiarore… è un nuovo anno, un nuovo ciclo che comincia.
Spesso nell’antichità all’idea del nuovo anno, del sole intramontabile si associava il simbolismo dell’albero sempre verde o albero della vita ed era in uso presso molti popoli nordici l’accensione di candele sopra l’albero proprio il giorno in cui cadeva il Solstizio. Ciò sottolineava appunto il carattere di rinascita di luce che aveva tale evento. L’odierno albero natalizio non è altro che una reminiscenza di tale significato.

Giunge il momento di prepararsi ad affrontare la metà dell’anno nel corso della quale la luce e il calore si ritirano dal mondo esterno e risplendono attraverso il pensiero e l’azione dell’uomo nobile. Quando si avvicina l’inverno l’uomo nobile si concentra su ciò che deve compiere, sugli enigmi che deve sciogliere, su ciò che può imparare, su ciò che deve migliorare dentro di sé e intorno a sé. Impara specialmente dai propri errori. In tal modo il calore della volontà accende l’organismo, e questo calore divenuto più intenso diventa luce interiore, la luce che illumina il mondo mentre fuori calano le tenebre ed il buio ed il freddo continuano a dominare.


BUON SOLSTIZIO A TUTTI VOI!



domenica 11 dicembre 2011

L'Angolo Culturale.



Affinché i popoli sappiano: strappare il velo che occulta la verità!

Usurai
Giunti a tali dimensioni, globalmente catastrofiche, della anarchia finanziaria imperante che si riverbera sia nella sfera economica che in quella politica, devastando ogni ulteriore e minimo residuo di qualsivoglia forma di “autorità”, che non sia espressione del mondo dei banchieri e dei potentati mondiali dell’Alta Finanza apolide, è semplicemente necessario che, in pochi lapidari concetti, si faccia in modo che la dimensione della verità concreta poiché vivente, emerga nella sua impressionante semplicità e indichi la via a coloro i quali la vogliano percorrere.
Ciò che è davanti agli occhi di tutti i popoli dell’Occidente capitalistico, consumistico ed essenzialmente mercantile e che ne sta annientando la vita biologica medesima, in termini di distruzione della pur minima qualità di esistenza e di una ormai utopica progettazione di un qualsiasi futuro da affidare alle prossime generazioni, è la plateale, evidente ed ormai incontestabile crisi definitiva ed irreversibile proprio di questo sistema (inevitabile date le sue fallimentari premesse culturali) che è infatti  ideologicamente fondato sulla illuministica negazione di due valori base di ogni Comunità di uomini e donne che non voglia divenire aggregazione schizofrenica di bande paranoicamente egoistiche le une scagliantesi contro le altre; tali valori sono: il senso forte, quasi religioso, della Comunità alla quale si appartiene e il fondamento sacrale di tale Comunità. Come è evidente, trattasi, in sostanza, di un solo e fondamentale concetto-pensiero,  che è realtà storica da sempre ineludibile poiché naturale. L’Autorità somma e suprema che è legittimata da e quindi fondata su tale valore, che è poi il Sacro, è il Potere massimo sulla terra, l’espressione del Divino medesimo nella sua razionalità somma come Idea assoluta dell’Etica, Dio in terra! (come afferma Hegel) ed è, in una parola, lo Stato (quello che un tempo si denominava  Res Publica, Regno e/o Impero…). Tutte le Civiltà del mondo, in tutta la sua vicenda storica, hanno concretizzato tale verità, ciò vuol dire che essa è il Giusto ed il Bene. È appena il caso di accennare che se i Popoli odiernamente (o, per essere più attenti… da quasi tre secoli!) sono abbandonati a se stessi e gettati, quindi, nelle mani adunche e rapaci della usura mondiale, è conseguenza del fatto storico che quello Stato, quella Autorità, quell’Ordine Politico non esistono più; sono stati infatti sostituiti, in guisa assolutamente indegna, da una miserabile accozzaglia di mercenari e camerieri che osa definirsi “classe politica” e che sono al servizio esclusivo del Potere Bancario, unico effettivo braccio armato che esercita il comando, ovviamente solo ed in modo esclusivo a difesa e tutela del suo utile che,  proprio perché  tale, non solo non coincide con quello dei Popoli, ma ne è l’unico ed autentico nemico e ciò da sempre.

domenica 4 dicembre 2011

L'Angolo Culturale.


EZRA POUND: UN GIGANTE.


Ezra Pound
Ezra Pound, un Gigante che ha combattuto tutta la vita contro gli gnomi della finanza. Un poeta che ha vissuto la crisi esistenziale dell’uomo moderno riallacciandosi alla tradizione ma con la volontà di un rinnovamento dello spirito umano, con la volontà dell’azione. “Finché non hai chiarito il tuo pensiero dentro di te stesso non puoi comunicarlo ad altri; finché non hai messo l’ordine dentro di te stesso, non puoi essere elemento d’ordine nella società.” Così Pound esprimeva il suo modello di vita.
“Risorgimento significa un risveglio intellettuale. Questo avrà effetto non solo nelle arti, ma nella vita, nella politica e nell’economia. Se pare che io ponga una eccessiva enfasi sullo stato delle arti è solo perché le arti rispondono a un movimento intellettuale in maniera più rapida ed evidente delle istituzioni e non perché vi sia altra ragione migliore per discuterne.
Un risorgimento implica una infinità di liberazioni, liberazione da certe idee e da certe sciocchezze, da certe condizioni e da certe tirannie della ricchezza e delle armi. Tanto vale cominciare da una discussione di idee.” Perché oggi sentiamo la necessità di ricordare Ezra Pound ? Perché nella “guerra del sangue contro l’oro”, Egli, il Grande, era con noi, combatteva insieme a noi:
“Ci sono tempi in cui lo scrittore deve cessare di scrivere. In tempi come questi uno scrittore deve venire al sodo e parlare senza peli sulla lingua” (Radio discorso del 14 maggio 1942).
Quando nel 1940 l’Italia entrò in guerra, Pound inizia a collaborare con l’Eiar (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche).
Secondo la testimonianza della figlia, Pound avrebbe dichiarato essere suo dovere di cittadino americano responsabile, tentare di fare quanto in suo potere per impedire al proprio paese di entrare in una guerra ingiusta. Il 7 dicembre 1941 gli Stati Uniti entrano ufficialmente in guerra e in quello stesso giorno Pound trasmette da Roma un radio discorso, ribadendo le ragioni della pace contro la violenza e la sopraffazione. Poi decide di interrompere la collaborazione e si ritira a Rapallo “per consultare la sapienza degli antichi.”
I suoi interventi alla radio riprenderanno e saranno preceduti dalla seguente precisazione ufficiale:
“Radio Roma, agendo in conformità con la politica fascista sulla libertà intellettuale e sulla libertà di esprimere opinioni da parte di coloro che sono qualificati ad esprimerle, offre al Dott. Ezra Pound l’uso del microfono due volte alla settimana. E’ stabilito che non gli verrà detto di affermare alcunché d’incompatibile con i suoi doveri di cittadino degli Stati Uniti, o alcunché che vada contro la sua coscienza.”
Questa collaborazione gli costerà molto cara. Quando il 3 maggio 1945, due partigiani lo prelevarono per consegnarlo al Comando alleato, Egli si mise in tasca il libro di Confucio che stava leggendo in quei giorni. Venne rinchiuso in campo di concentramento nei pressi di Pisa dove, il Ten. Colonnello John Steele lo rinchiudeva in una gabbia esposta alle intemperie sottoponendolo sadicamente a vessazioni e umiliazioni.
In quel periodo Pound scrisse gran parte dei Canti Pisani. Venne poi trasportato a Washington per il processo che non si fece perché i medici lo definirono mentalmente infermo e quindi venne rinchiuso per 13 anni nel manicomio criminale St. Elizabeth’s.
La vendetta degli usurai era compiuta ! Quale la colpa e quale il reato ? La sua lotta per il lavoro contro l’usura, la sua volontà di affermare la libertà di non indebitarsi.
“Il tesoro di una nazione non è dato dalla quantità di oro che si trova nelle casseforti e nei sotterranei delle banche, ma dalla sua onestà.”
E ancora: “L’usura è una tassa prelevata sul potere d’acquisto senza riguardo alla produttività e sovente senza riguardo alla possibilità di produrre.” Certo Pound non va solo citato, va vissuto coerentemente e capito anche quando decide di condannare con il suo silenzio significativo tutto ciò che per lui era tradimento, profitto, menzogna, trionfo di quello spregevole sistema che lo aveva isolato dal mondo e umiliato.
“Mi sembra che in questo mondo venga mantenuta una temperatura media di stupidità, tirannia, intemperanza e pigrizia, e questo genera un intermittente e parziale godimento in coloro a cui piace…”
La Lupa di Ezra Pound è l’usurocrazia, gemella di quella democrazia per la quale non nutriva alcuna simpatia.
Il suo messaggio che vogliamo fare nostro è: “L’uomo integro ha la sua via maestra. Cioè: lealtà in cuore e fedeltà alla parola data.”
Poco prima di spirare, disse queste parole profetiche: “La commedia è finita, gli applausi dureranno secoli, ed io li ascolterò dalla casa dell’Eterno.”

di Stelvio Dal Piaz.

domenica 17 luglio 2011

L' Angolo Culturale.

Gli individui non esistono fuori 
dalle loro Comunità.



La crisi del modello rappresentato dallo Stato nazionale rigenera l’idea di comunità, che assume nuove forme e significati. Le comunità non associano più le persone solo per l’origine comune e le caratteristiche dei componenti: nel moltiplicarsi di tribù, flussi e reti, esse ormai raggruppano tipi diversissimi. Imponendosi come possibile forma di superamento della modernità, le comunità perdono lo status «arcaico», a lungo attribuito loro dalla sociologia. Più che stadio della storia, abolito dalla modernità, appaiono come forma permanente dell’umano associarsi.

In tale quadro figura la comparsa e lo sviluppo nel Nord America, dagli anni Ottanta, d’una corrente di pensiero che oltre Atlantico ha provocato innumerevoli dibattiti, ma che l’Europa ha scoperto più di recente: il «movimento» comunitario, costellazione rappresentata dai filosofi Alasdair MacIntyre, Michael Sandel e Charles Taylor.

Il movimento comunitario enuncia una teoria che combina strettamente filosofia morale e filosofia politica. Sebbene abbia una portata più vasta, la teoria è stata elaborata, da un lato, in riferimento alla situazione degli Stati Uniti, con l’inflazione della «politica dei diritti», la disgregazione delle strutture sociali, la crisi dello Stato-Provvidenza e l’emergere della problematica «multiculturalista»; dall’altro, in reazione alla teoria politica liberale, riformulata da Ronald Dworkin, Bruce Ackerman e soprattutto John Rawls. Quest’ultima si presenta come una teoria dei diritti (soggettivi), fondata su un’antropologia individualista. Nell’ottica dell’«individualismo possessivo» (Macpherson), ogni individuo è agente morale autonomo, «padrone assoluto delle sue capacità», alle quali ricorre per soddisfare i desideri espressi o rivelati dalle sue scelte. L’ipotesi liberale dunque prevede un individuo separato, un tutto completo a sé stante, che cerca d’accrescere i vantaggi con libere scelte, volontarie e razionali, senza che esse siano considerate frutto di influenze, esperienze, contingenze e norme del contesto sociale e culturale.

Invece il punto di partenza dei comunitari è anzitutto d’ordine sociologico ed empirico: constata la dissoluzione dei legami sociali, lo sradicamento delle identità collettive, la crescita degli egoismi. Sono gli effetti d’una filosofia politica che provoca l’atomizzazione sociale, legittimando la ricerca da parte di ognuno del maggior interesse, restando così insensibile ai concetti d’appartenenza, di bene comune e di valori condivisi.

Il maggior rimprovero dei comunitari all’individualismo liberale è di dissolvere le comunità, elemento fondamentale e insostituibile dell’esistenza umana. Il liberalismo svaluta la vita politica, considerando l’associazione politica un puro bene strumentale, senza vedere che la partecipazione dei cittadini alla comunità politica è un bene intrinseco; perciò non può rendere conto d’un certo numero d’obblighi e impegni, come quelli non risultanti da scelta volontaria o impegno contrattuale, come i doveri familiari, l’obbligo di servire la patria e d’anteporre l’interesse comune a quello personale. Il liberalismo propaga una concezione erronea dell’io, non ammettendo che esso rientri sempre in un contesto socio-storico e, almeno in parte, che sia costituito da valori e impegni non sottoposti a scelta e non revocabili a piacere. Suscita un’inflazione della politica dei diritti, che poco ha a che fare col diritto in quanto tale, e un nuovo tipo di sistema istituzionale, la «repubblica procedurale». Infine, col suo formalismo giuridico, misconosce il ruolo centrale di lingua, cultura, costumi, pratiche e valori condivisi, come basi d’una vera «politica di riconoscimento» di identità e diritti collettivi.

La teoria comunitaria si pone dunque in una prospettiva «olistica». L’individualismo liberale definisce il singolo come ciò che resta del soggetto, una volta privato di caratteristiche personali, culturali, sociali e storiche, cioè estratto alla comunità. D’altronde postula l’autosufficienza del singolo rispetto alla società e sostiene che egli persegue il maggiore interesse con scelte libere e razionali, senza che il contesto socio-storico influisca sulla sua capacità d’esercitare i «poteri morali», cioè di scegliere una particolare concezione di vita. Per i comunitari, invece, un’idea presociale dell’io è impensabile: l’individuo trova la società preesistente ed essa ne ordina i punti di riferimento, ne costituisce il modo di stare al mondo e ne modella le ambizioni.

Per i comunitari, l’uomo è anzitutto «animale politico e sociale» (Aristotele). Così i diritti sono espressione di valori propri di collettività o gruppi differenziati, ma riflesso d’una teoria più generale dell’azione morale o della virtù. La giustizia si confonde con l’adozione d’un tipo d’esistenza secondo i concetti di solidarietà, reciprocità e bene comune. Quanto alla «neutralità» di cui s’ammanta lo Stato liberale, è vista sia come disastrosa nelle conseguenze, sia – più generalmente – come illusoria, perché rimanda implicitamente a una singolare concezione del bene, che non si confessa tale. Una vera comunità non è l’unione o la somma degli individui. I suoi membri, in quanto tali, hanno fini comuni, legati a valori o esperienze, non solo interessi privati più o meno congrui. Questi fini sono tipici della comunità, non sono obiettivi particolari uguali per tutti o per la maggioranza dei membri. In una semplice associazione, gli individui guardano i loro interessi come indipendenti e potenzialmente divergenti. I rapporti fra questi interessi non sono dunque un bene in sé, ma solo un mezzo per ottenere i beni particolari cercati da ciascuno. 

Mentre la comunità, per chi vi appartiene, è un bene in sé.
 
Alain De Benoist

(Traduzione di Maurizio Cabona)