Salviamo i nostri Marò

Salviamo i nostri Marò
I nostri due militari devono tornare a casa

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

Visualizzazione post con etichetta fronte della gioventù. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fronte della gioventù. Mostra tutti i post

giovedì 9 febbraio 2012

IO MI CHIAMO PAOLO DI NELLA ...


"Sicuramente i più coraggiosi sono coloro che hanno la visione più chiara di ciò che li aspetta, così della gioia come del pericolo. E tuttavia l’affrontano."
Onore a Paolo Di Nella, caduto per l'Italia!


È strano morire ventenni. Quando si è appena concluso lo sfasamento dell'adolescenza, ma è ancora troppo presto per avere la stabilità degli uomini, nell'ottica adulta. A ventanni si cerca ancora di costruire la propria identità sociale e psicologica, è l'età in cui si cercano i nuovi appoggi ideologici, pubblici, universali, associativi, cui aggrapparsi, dopo aver distrutto i precedenti che in fin dei conti non sono mai appartenuti a te, ma a chi ti ha messo al mondo. Avevo 20 anni quando ho lasciato l'Italia dei primi Anni Ottanta. L'ho fatto in silenzio, nella pace del sonno, e con il cranio fracassato. 

Sono romano, aderente al Fronte della Gioventù. La notte del 2 febbraio 1983 affiggevo con Daniela alcuni manifesti che incitavano alla protesta per l'esproprio di Villa Chigi. Arrivato nello spartitraffico di Piazza Gondar, ho fatto un solo errore: ho dato le spalle a due ragazzi che alle 24.45 aspettavano l'autobus… Ma l'autobus a quell'ora mica passava… Il rumore di passi veloci alle mie spalle, una corsa forse… Un gran dolore alla testa, tanto calore, lo stordimento forte, pesante, insistente… Come un grande coccio di vetro piantato sul capo. Cammino verso l'auto dove Daniela a bocca aperta aveva visto tutto, parliamo un po’. «C'è da pulire la ferita», fa lei scossa. Il sangue defluisce, cerco di fare quello che posso alla fontanella. Poi la decisione di tornare a casa. La ferita fa male, mi lamento, mamma e papà sentono.

Lì, scivolo via dalla vita. Sguscio in un riposo innaturale, mentre mamma chiama l'ambulanza e piange. Papà mi chiama, cerca di riportami da lui, mi prende la mano, la scuote. Ma è troppo tardi, sono già lontano. Lo chiamano 'coma'. Io sono finito nel 'coma', così dicono i dottori ai miei genitori, che dicono anche che l'indomani mattina mi operano. Sono nudo nella sala operatoria e m'hanno rasato i capelli: ho due ematomi e un tratto di cranio fratturato. Chi è stato? La domanda viene fatta a Daniela che è l'unica ad aver visto tutto quello che mi è successo. Il dottor Marchionne, che è il dirigente della Digos romana che si occupa del caso, del mio caso, però sembra più interessato a che facevamo noi nel Fronte della Gioventù: vuole i nomi di chi c'era dentro, vuol sapere che ci dicevamo, quali erano i rapporti fra i noi e i dirigenti… Lei risponde a tutto, poi d'un tratto Marchionne esclama: «Faida interna!». Che vuol dire? Che a colpirmi è stato qualcuno che si sedeva accanto a me alle riunioni del Fronte? Ma che dice? Perché? È impossibile.

Il Presidente della Repubblica viene a trovarmi all'ospedale, mi sfiora la mano. Lo fa come un padre, dicono che abbia un caratteraccio, non c'ho mai creduto. Poi dopo 7 giorni di 'coma' io muoio. A Dio, gli ci son voluti 7 giorni per creare il mondo. A me 7 per lasciarlo. I miei amici mi stanno vicino, fanno striscioni con il mio nome. Qualcuno li strappa, qualcuno scrive 'sono stato io' sui muri. Ci sono perquisizioni nelle case dei Collettivi Autonomi di Valmelaina e dell'Africano. Un nome torna sempre: Corrado Quarra. Daniela dice che è lui, l'ha riconosciuto. Ha aggredito anche altri ragazzi con la spranga. Daniela poi dà la descrizione dell'altro ragazzo. Qualcuno dice che l'identikit descrive Luca Baldassarre. Daniela in un confronto all'americana indica un ragazzo che pensa sia Baldassarre. Marchionne ride: «Vedi, il giovane da te riconosciuto non è Baldassarre, ma un amico scelto appositamente per la grande somiglianza». Il giudice istruttore Calabria, che pure si occupava dell'indagine si fa beffe di Daniela: «Se hai sbagliato il secondo riconoscimento puoi anche aver sbagliato il primo». Quarra viene scarcerato, lo si proscioglie dalle accuse, poco prima di Capodanno, così ha il tempo di festeggiarlo con la sua famiglia. Io, invece, qui mi sento solo. M'hanno rubato i Capodanni, m'hanno rubato la mia mamma e il mio papà… Il mio nome? Io mi chiamo Paolo Di Nella e sono morto in silenzio, nella pace del sonno, e con il cranio fracassato.


PAOLO VIVE


A 29 anni dal suo sacrificio noi non dimentichiamo!

"E un’altra gioventù possa poi ricominciare e nella mia vita possa ritrovare un motivo, una ragione per continuare a lottare per la giustizia, la libertà e l’Onore."                                                                  PAOLO, tu sei quel motivo, quella ragione per continuare a lottare!                                                PAOLO tu sognavi il mio sogno, e sei morto!
PAOLO... PRESENTE!


Pagine di Storia:
Paolo Di Nella.
In ricordo di Paolo Di Nella

venerdì 6 gennaio 2012

Noi ci saremo!

Fonte: Giovane Italia - Garbatella.


Questo articolo è dedicato a tutti coloro che, a distanza da più di trent’anni dall’accaduto, ancora oggi vogliono provare ad insabbiare ciò che a loro ha sempre dato fastidio: la verità.

Questo articolo è una sconfitta per chi in quegli anni e ancora oggi, gridava e grida, credeva e crede che quei ragazzi morti ammazzati non siano degni di essere ricordati, soltanto perché rei di voler rendere migliore questa Terra che sentivano come propria Patria.

Questo articolo è un calcio nel sedere a chi crede, ancora nel 2011, che esistano morti di serie a e serie b e che fomenta, attraverso l’odio, un ritorno agli anni di piombo, che non vorremmo mai più rivedere.

Questo articolo è dedicato altresì a coloro i quali, ancora oggi, attendono, da più di trent’anni, che giustizia sia fatta.

Per sempre.

“Poi la sera di Gennaio, resta fissa nei pensieri, troppo sangue, sparso sopra i marciapiedi…”

Con questa canzone “Generazione 78” , Francesco Mancinelli ricorda il momento della Strage di Acca Larentia del 7 gennaio 1978, passato alla storia come uno dei momenti più atroci degli anni di piombo,  in cui furono uccisi tre giovani attivisti del Fronte della Gioventù. Siamo negli anni in cui “Uccidere un fascista non è un reato” e sotto questo punto di vista, probabilmente l’unico, si dimostrano purtroppo coerenti: a farne le spese, sono quasi sempre ragazzi, poco più che ventenni in alcuni casi, poco meno, purtroppo, in altri, colpevoli di far politica “dalla parte sbagliata”. Siamo nell’anno in cui, a farne le spese non solo soltanto i nostri giovani, ma anche alte cariche dello Stato: Aldo Moro fu sequestrato ed ucciso dai brigatisti nel Maggio dello stesso anno. Per arrivare a colpire così in alto, i leoni delle BR, si allenavano su quei ragazzi, che non consideravano soltanto avversari politici, ma nemici da eliminare. I leoni, quella sera di Gennaio, si presentarono in 6 ed armati: non di bastoni e caschi, ma di armi automatiche, arrivati lì non per far male, ma per uccidere. Ragazzi, disarmati, che erano a conoscenza di quel clima, ma che mai si sarebbero aspettati tale atrocità. Appena usciti dalla sezione del FDG di Via Acca Larenzia (nel popolare quartiere Tuscolano) per andare a fare un volantinaggio, i cinque giovani militanti, furono investiti dai colpi di diverse armi automatiche (mitragliatrici Skorpion) sparati da un gruppo di fuoco di 6 persone: uno di loro, Franco Bigonzetti, ventenne iscritto al primo anno di medicina e chirurgia, fu ucciso sul colpo; Vincenzo Segneri, seppur ferito ad un braccio, riuscì a rientrare nella sede del partito, dotata di porta blindata, assieme ad altri due: Maurizio Lupini e Giuseppe D’Audino, rimasti illesi.

L’ultimo del gruppo, Francesco Ciavatta, studente diciottenne, pur essendo ferito, tentò di fuggire attraversando la scalinata situata al lato dell’ingresso della sezione ma, seguito dagli aggressori, fu colpito nuovamente alla schiena morendo in ambulanza durante il trasporto in ospedale. Soltanto i vili attaccano alle spalle.

Nelle ore seguenti, col diffondersi della notizia dell’agguato, una sgomenta folla, composta soprattutto da attivisti missini romani, si radunò sul luogo.

“Uccidere un fascista non è un reato”, con le parole e con i fatti. Un giornalista della RAI spegne una cicca nel sangue di uno dei ragazzi uccisi, scoppiano tafferugli: il sangue di un fratello non può essere calpestato.

Per far fronte ai tafferugli creatisi, il capitano dei Carabinieri Edoardo Sivori tirò fuori la pistola d’ordinanza, mirò ad altezza uomo, ma s’inceppò: prese quella del collega, mirò nuovamente ad altezza uomo e sparò, centrando in piena fronte il diciannovenne Stefano Recchioni, militante della sezione di Colle Oppio. Il giovane morì dopo due giorni di agonia.

Alcuni mesi dopo l’accaduto, il padre di Ciavatta, portiere di uno stabile in Via Deruta 19, si suicidò per la disperazione bevendo una bottiglia di acido muriatico.

Il raid fu rivendicato alcuni giorni dopo tramite una cassetta audio, fatta ritrovare accanto ad una pompa di benzina, in cui la voce contraffatta di un giovane, a nome dei Nuclei Armati di Contropotere territoriale, dichiarò:

« Un nucleo armato, dopo un’accurata opera di controinformazione e controllo alla fogna di via Acca Larenzia, ha colpito i topi neri nell’esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l’ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga. »

Per circa 10 anni, tra insabbiamenti e falsificazioni, le indagini non portarono a conclusioni: solo nel 1988 si scoprì che la mitraglietta Skorpion usata nell’azione fu la stessa usata in altri tre omicidi firmati dalle Brigate rosse, ossia quelli dell’economista Ezio Tarantelli, dell’ex sindaco di Firenze Lando Conti e del senatore Roberto Ruffilli.

Furono accusati degli ex militanti di Lotta Continua: Mario Scrocca, Fulvio Turrini, Cesare Cavallari, Francesco de Martiis e Daniela Dolce.

Quest’ultima riuscì a non farsi catturare, rimanendo latitante, mentre Scrocca fu arrestato e si tolse la vita in cella il giorno dopo essere stato interrogato dai giudici.

Gli altri tre imputati, pur essendo arrestati, furono assolti in primo grado per insufficienza di prove.

L’arma impiegata nel 1978 scomparve negli anni in cui più forte fu l’attività dei brigatisti, ricomparendo a metà degli anni ottanta, nel periodo delle BR di Senzani, e più precisamente sette anni dopo, per venire poi usata anche per uccidere Lando Conti (10 febbraio 1986) e Ruffilli (16 aprile 1988).

Quella maledetta sera di Gennaio, non avrebbe terminato lì la sua maledizione. Il 10 gennaio 1979, infatti, scoppiarono di nuovo dei tumulti nel quartiere di Centocelle durante i quali l’agente di polizia in borghese Alessio Speranza sparò al diciassettenne Alberto Giaquinto, uccidendolo: successivamente l’agente fu prosciolto dall’accusa di omicidio.

Si parla di ragazzi, ragazzini, morti ammazzati da un odio che non DEVE tornare, MAI PIU’. E a chi vuoleristabilire quel clima, noi rispondiamo che non ci saremo, perchè abbiamo imparato dalla storia.

Allora, imparassero anche loro dalla storia, studiassero un po’ di più quelli dell’ANPI, si sciacquassero la bocca dai denti d’oro.

Imparassero il rispetto per chi, storicamente, non ha mai attaccato alle spalle.

Non sappiamo quale strada avessero scelto ai nostri giorni quei ragazzi, ma la loro scelta di coraggio nel voler cambiare questo mondo, la loro spinta ideale nel non vedere più la nostra terra dormiente, assopita e schiava di altre superpotenze, non possono non essere ricordate a dovere.

Per chi volesse, noi saremo a ricordare quei ragazzi il 7 Gennaio 2012 alle 17.30 a Villa Glori, gridando a tutto il mondo che quel sogno di un’Italia migliore noi non ce lo siamo scordati.

 PRESENTE!


mercoledì 28 dicembre 2011

28 Dicembre 1977 – In ricordo di Angelo Pistolesi.



ANGELO PISTOLESI
Mancavano pochi giorni al voto per le elezioni politiche del 1976, quando, la sera del 25 maggio, a Latina, pochi chilometri dalla Capitale, si tenne una cena elettorale nei locali del ristorante “Il Gallo d’oro” di alcuni militanti del Movimento Sociale Italiano. Ospite d’onore, il candidato, l’onorevole Sandro Saccucci, in corsa per la rielezione in una circoscrizione, la Roma-Viterbo-Frosinone-Latina,  a rischio da una micidiale concorrenza interna. Ex militante della Giovane Italia, paracadutista e deputato, carattere sanguigno e fame di leader carismatico.
Organizzare un tour elettorale con la chiusura, della campagna propagandistica, a Sezze Romano, un paese, non a caso, dove alle ultime elezioni, il Partito Comunista Italiano, aveva raggiunto, da solo, il 54 per cento dei voti. Il pomeriggio del 27 maggio 1976, una carovana di macchine, partì dalla Capitale in direzione Latina. A guidare l’Alfa dell’onorevole Sandro Saccucci, il suo braccio destro, Angelo Pistolesi, in un’altra Gabriele Pirone e Pietro Allatta, nelle altre macchine, Miro Renzaglia e Franco Anselmi. La prima tappa del giro, nella tranquilla cittadina di Maenza, il comizio si svolse senza nessun incidente. Arrivati alle cinque del pomeriggio, i militanti missini si disposero intorno al palco e iniziarono a distribuire materiale di propaganda. Un’ora e mezza dopo già erano diretti verso Rocca Gorga. Anche lì non successe niente di rilevante. Quando arrivarono a Sezze Romano era quasi buio.
Il palchetto del comizio era montato in un piazzetta secondaria, nella parte vecchia e alta del paese. Si accedeva dopo aver percorso una serie di vicoli in cui le automobili passavano a stento. Chiusa per tre lati dal perimetro esterno di vecchi palazzi, il quarto era una via che si imbottigliava. Una trappola per topi. Il clima era già rovente e in piazza la platea era esattamente divisa in due. Da una parte, i missini, che subito si impossessarono della piazza cantando “Giovinezza” e Roma divina” con saluti romani. Dall’altra, i militanti di Lotta Continua della Federazione Giovanile Comunista, cantando “Bandiera rossa” e “Internazionale”. Iniziato il comizio, l’aria si fece pesante, non appena l’onorevole Saccucci, pronunciò la frase che la colpa delle stragi era da attribuire alla sinistra extraparlamentare, sul palco arrivò di tutto. Un fitto lancio di bottiglie, sassi e bastoni. I missini fecero cordone e risposero, ma quando si trovarono spalle al muro, Sandro Saccucci impugnò la pistola, braccio quasi in verticale, fece fuoco.
Le esplosioni  crearono le distanze necessarie per raggiungere le macchine e guadagnare una possibilità di fuga. I militanti di Lotta Continua, conoscendo perfettamente il territorio, cercarono di bloccare l’uscita del paese. Le prime macchine passarono senza nemmeno accorgersi dell’agguato che era stato predisposto. Ma una delle ultime, una Simca verde, guidata da Pietro Allatta, si fermò. Tre colpi di pistola, calibro 7.65. Sul selciato caddero due giovani, Antonio Spirito, 21 anni, ferito a una gamba, e Luigi De Rosa, 19 anni, colpito gravemente all’addome. Morì nel giro di pochi minuti mentre veniva trasportato in ospedale. Intanto, i missini arrivarono nella locale Federazione di Latina e in ordine sparso, partirono subito per Roma. Ma appena fuori Latina, la Polizia bloccò alcune macchine. In Questura, interrogatori e guanti di paraffina. Renzaglia, Pirone e Pistolesi furono subito prosciolti dall’accusa.
Il 1° giugno, il segretario del Movimento Sociale Italiano, Giorgio Almirante, annunciò, Sandro Saccucci decaduto dall’iscrizione al partito. Il 5 giugno Montecitorio deliberò l’autorizzazione a procedere per l’arresto di Pietro Allatta e Sandro Saccucci. Il primo, si rifugiò a Catania, arrestato e condannato in primo grado a tredici anni di reclusione per omicidio. Il secondo, invece, si rifugiò a Londra, arrestato e accompagnato alla frontiera francese per l’estradizione. Ma inspiegabilmente, Sandro Saccucci, riuscì a fuggire trovando riparo in Argentina. Inseguito da un mandato di cattura internazionale, l’ex militante missino, fu condannato a dodici anni di reclusione per concorso morale in omicidio e tentato omicidio. Non metterà più piede sul suolo italiano.
Restava di fatto che l’uomo di fiducia dell’onorevole Saccucci, aveva partecipato e assistito in prima persona a tutti gli eventi cruciali. Angelo Pistolesi era al centro del mirino della sinistra extraparlamentare. Un anno e mezzo dopo, dopo tre giorni dal Santo Natale, il 28 dicembre del 1977, a Roma, in via Statella 7, a metà strada tra il quartiere Gianicolense e la Magliana, Angelo Pistolesi, 31 anni, come sempre, alle 8:15 del mattino, uscì di casa per andare al lavoro. Il suo maggiolone Volkswagen rosso aragosta era parcheggiato a pochi metri dal portone. Ad attenderlo un sicario a volto scoperto. Tre colpi di pistola in pieno petto e Angelo Pistolesi cadde esamine al suolo.
L’assassino, tolti i guanti e gettati nel cortile del condominio, fuggì su una vecchia Fiat 600, rubata a Monteverde il giorno prima, scomparendo nel nulla. Intanto, Angelo Pistolesi, fu caricato in auto da Franco Graziosi, fratello di un’agente di pubblica sicurezza, e trasportato d’urgenza all’ospedale San Camillo. Morì per emorragia. Uno dei tre colpi aveva perforato la colonna vertebrale e reciso l’aorta. Un lavoro preciso e pulito. Dopo poco una rivendicazione con la sigla “Nuovi Partigiani”. Sul luogo dell’agguato giunsero i primi militanti lasciando sulla strada fiori e inscenando una breve manifestazione. I funerali e la sepoltura si tennero in forma riservata per volontà dei familiari. Il segretario, Giorgio Almirante, diede disposizioni, alla Federazione e al Fronte della Gioventù di Roma, di evitare qualsiasi forma di partecipazione in segno di rispetto. Angelo Pistolesi, si era candidato nella lista missina al Campidoglio nell’elezioni del 1976, si era avvicinato al mondo della politica grazie ad alcuni amici in comune che frequentavano la sezione nel quartiere Portuense. Era diventato il fedelissimo dell’onorevole Saccucci e lavorava come impiegato presso una nota azienda di energia elettrica “Enel”, sposato e con figli.
Da un lato, l’opinione pubblica e testate giornalistiche, che diffamavano la giovane vittima e ipotizzando la matrice del delitto non a sinistra ma a destra. Dall’altro, la freddezza del Movimento Sociale Italiano che non aveva per niente dimenticato quello che era accaduto l’anno prima a Sezze Romano. Nonostante le indagini, da parte della Magistratura romana, l’omicidio Pistolesi non fu mai risolto. Niente tracce, niente indizi utili. Angelo Pistolesi fu punito per aver partecipato all’uccisione di De Rosa e cosa beffarda, quel comizio di chiusura, fu controproducente. Infatti, il Movimento Sociale Italiano Destra Nazionale, passò dal 9.2 per cento del 1972 al deludente 6.6 per cento del 1976, da ventisei a quindici deputati. A Sezze Romano, invece, il Partito Comunista passò dal 54 per cento al 64 per cento e il partito di Almirante perse oltre due punti in percentuale.


ANGELO PISTOLESI, PRESENTE!


mercoledì 9 novembre 2011

Oltre Ogni Muro... Cade il Comunismo, rinasce l'Europa. 22° Anniversario della caduta del Muro di Berlino.



C'era un volantino del Fronte della Gioventù che, negli anni ottanta, descriveva l'Europa per quello che era: ad est una distesa di filo spinato, di spie, di repressione, di nomenclature e di livellamento; ad ovest la Coca Cola, le multinazionali, le macchine veloci, le pin up seminude e la democrazia del libero mercato. In mezzo c'era un muro, almeno a Berlino.                                                                              
Un muro che, qualcuno disse, nascondeva il nulla. Un nulla culturale, umano e spirituale. Due deserti che, paradossalmente, avevano dei punti in comune: il progressismo, l'industrialismo, l'economia al centro di tutto, la fiducia nella storia e molto altro. Poco importa, poi, se da una parte non esistesse la proprietà e dall'altra fosse detenuta dai soliti noti. Quello che più contava, purtroppo, era l'ingerenza straniera sull'Europa, il fulcro del mondo per secoli, ridotta a territorio di conquista e scacchiera internazionale per le pedine dei due blocchi.                                                              
Poi quel muro cadde, e si portò via i gulag, i fili spinati, la repressione e le nomenclature. Rimasero, però, sotto altre forme. Rimase, e si estese, quello che c'era al di qua: le multinazionali, le macchine veloci, le pin up seminude e il libero mercato eretto a sistema e metro delle cose. E' quello che siamo. Più liberi, almeno apparentemente, ma certamente ancora lontani dall'essere i cittadini sovrani di un'Europa libera, armata e unita, come la sognavano i ragazzi del Fronte della Gioventù. 
Oggi ricordiamo quel giorno, il 9 novembre 1989, insieme. Ricordiamo quell'impeto di libertà che, mentre ciò che restava del muro crollava sotto il peso della storia, riempiva tanti giovani cuori di speranza. La speranza di avere finalmente riunificato il proprio paese, di poter aspirare ad una nuova vita, di poter respirare un'aria nuova. Perchè, senza dubbio, per un' Europa dei popoli il primo passo da compiere era quello. E' quella speranza, che oggi, ci interessa, perchè deve muovere la nostra generazione.
Di muri ce ne sono ancora tanti: quello della crisi economica, quello dell'usurocrazia e della prepotenza bancaria, quello del precariato, quello della droga, quello del disimpegno, quello di chi antepone il profitto al resto, quello di un' Europa che esiste solo in virtù dei numeri e della cartamoneta. Quei muri dobbiamo abbatterli noi. Sono i nostri muri. Ventidue anni fa crollava quello del comunismo, domani dovranno crollare quelli dell'omologazione e delle ingiustizie sociali.


OGGI COME IERI, NOI COME LORO
SCAGLIAMO UN GRIDO DI LIBERTA'


PAGINE DI STORIA


MAI PIU' COMUNISMO!

domenica 30 ottobre 2011

Mario Zicchieri, PRESENTE!




Giardino Mario Zicchieri
E' Stato intitolato ieri a Roma, 
a 36 anni dal suo sacrificio, 
un giardino a Mario Zicchieri vittima 
della violenza politica (antifascista).

Una Schiera compatta di fratelli, per ricordare l'ennesimo assassinio per mano antifa-comunista, rimasto impunito.
Ma la Comunità non dimentica. Mai.

MARIO ZICCHIERI,
PRESENTE!



giovedì 7 luglio 2011

In Ricordo di Carlo Falvella.




Sono passati ormai trentanove anni da quel 
7 Luglio in cui Carlo Falvella, giovane militante del FUAN, perdeva la vita per mano 
di Giovanni Marini. L'unica colpa di Carlo era quella di credere in un ideale: Un destino che ha accomunato, nei terribili anni di piombo, 
troppi ragazzi ...

CARLO FALVELLA:  PRESENTE!


Pagine di Storia:

7 Luglio 1972 . Ciao Carlo, un altro, uno dei tanti, uno dei troppi ...



giovedì 16 giugno 2011

XXXII anniversario della morte di Francesco Cecchin.


Oggi  ricorre il XXXII anniversario della morte di Francesco Cecchin, giovane militante del Fronte della Gioventù, assassinato durante gli anni di Piombo. Il suo impegno e la sua passione per la politica lo resero nemico ai molti che odiavano la voglia di cambiamento e di riscatto che animava i giovani militanti del Fronte della Gioventù, quando ogni giorno cambattevano nelle scuole, nelle università e nei quartieri per restituire dignità alla nostra amata Italia. 



FRANCESCO CECCHIN: PRESENTE!

Pagine di Storia:







... Ma noi non ti dimentichiamo

 di Roberta Angelilli.



Da questa mattina il giardino di piazza Vescovio sarà intitolato a Francesco Cecchin. Francesco era, come tanti suoi coetanei, un ragazzo impegnato in politica, nel Fronte della Gioventù. Più volte minacciato da attivisti di sinistra mentre affiggeva manifesti, una sera, mentre passeggiata con la sorella, fu inseguito, aggredito e scaraventato da un muro altro tre metri. Francesco è morto il 16 giugno del 1979, a soli 17 anni, dopo un’agonia di settimane. Le indagini furono tardive e piene di omissioni, e di conseguenza il processo che ne seguì non ha reso né verità, né giustizia. A pochi metri dal luogo in cui fu ritrovato il corpo agonizzante di Francesco, ora vi è un luogo dedicato al ricordo e alla riflessione. Una tappa importante, frutto di un percorso della memoria che, al di là dell’appartenenza politica, deve rimanere patrimonio condiviso di pacificazione di tutta la città di Roma, che negli anni di piombo pagò un prezzo di sangue altissimo. Tante sono le strade, le vie e i giardini dedicati a giovani vite spezzate dalla violenza politica. Un tributo doveroso, un gesto di partecipazione verso le famiglie e un monito per le giovani generazioni, affinché non dimentichino e imparino che il confronto politico non può mai degenerare nell’odio e nell’annientamento dell’avversario.
Proprio per questo è inaccettabile l’appello lanciato da un presunto gruppo di intellettuali di sinistra, capitanati dall’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti, contro l’intitolazione del giardino a Cecchin. Perché tanto astio? Perché strumentalizzare politicamente un atto dovuto di umanità e di ricordo? Evidentemente questi presunti intellettuali di sinistra solo dei paladini dell’intolleranza e della faziosità, che non riescono a fare i conti con la storia, che non hanno ancora compreso il valore  della parola “pacificazione”. Rimandiamo al mittente questa penosa e sterile polemica e affidiamo agli abitanti del quartiere e della città la memoria di Francesco.



mercoledì 9 febbraio 2011

IN RICORDO DI PAOLO DI NELLA - Scandale Ricorda!


PAOLO DI NELLA
Negli anni Ottanta il clima politico va lentamente cambiando, l'ondata devastante della violenza di piazza degli anni Settanta si va esaurendo. Delle orde di comunisti urlanti sono rimasti solo pochi drappelli di terroristi armati, braccati da uno Stato che si è deciso a catturarli solo quando hanno "alzato troppo il tiro". Il resto della massa di rivoluzionari falliti sta disperdendosi: c'è chi si annienta nella droga, chi fa carriera nei partiti democratici, chi diventa un borghese "piccolo piccolo" o chi, invece, mette la propria "ferocia" al servizio del grande capitale. Così le aggressioni, gli agguati e i pestaggi si diradano; ma non scompaiono del tutto. D'altra parte tanta violenza, così pervicacemente coltivata, insegnata e, oltretutto, accettata dai mass media e quasi sempre impunita, non può sparire dal mattino alla sera.
L'ultima fiammata mortale di tanto odio la si registra ancora a Roma, nella notte tra il 2 e il 3 febbraio 1983, quando due autonomi aggredirono a colpi di spranga Paolo di Nella, dirigente provinciale del Fronte della gioventù.
"Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta di firme.
Paolo, impegnato in prima persona nell'iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica. Dopo una breve interruzione, l'affissione riprese alle 22. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la giovane militante che lo accompagnava, notarono alcune presenze sospette. Verso le 0.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone situato su uno spartitraffico di piazza Gondar. Qui sostavano due ragazzi che, appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui. Uno di loro lo colpì alla testa. Poi, sempre di corsa, fuggirono per via Lagotana. Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente alla scena.
Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita ancora sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla. Verso l'1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un'ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio (tardi, maledettamente tardi per uno nelle sue condizioni), Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato.
Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della Digos romana incaricato del caso, il dottor Marchionne. Non ci furono infatti né perquisizioni, né fermi di polizia tra gli esponenti dell'Autonomia Operaia del quartiere Africano. La ragazza che era con Paolo, unica testimone dell'agguato, venne interrogata dagli inquirenti che, più che all'accertamento dei fatti, sembravano interessati alla struttura organizzativa del Fronte della gioventù e ai nomi dei suoi dirigenti, magari per dar corpo all'ignobile storiella della "faida interna". L'istruttoria sembrò avere una solerte ripresa quando al capezzale di Paolo arrivò anche l'allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Passato però il momento di risonanza dovuto a questo gesto, tutto tornò ad essere chiuso in un cassetto.
La sera del 9 febbraio, alle 20.05, dopo sette giorni di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunse a termine.
Seguirono giorni di forte tensione, in cui finalmente gli inquirenti si decisero, almeno apparentemente, a dare concretezza alle indagini. Vennero finalmente fatte alcune perquisizioni nelle case dei più noti esponenti dei Collettivi autonomi di Valmelaina e dell'Africano.
Uno dei massimi sospettati era Corrado Quarra, individuato perché non nuovo ad aggressioni a ragazzi di destra. Dopo aver tentato varie volte di sottrarsi all'incontro con i magistrati, comportamento che non fece altro che confermare i sospetti su di lui, venne arrestato per caso la notte del 1 agosto 1983.
In un confronto all'americana Daniela, la ragazza che era con Paolo quella notte, lo riconobbe come colui che materialmente lo aveva colpito. In conseguenza dell'avvenuto riconoscimento il fermo di polizia a suo carico divenne ordine di cattura per omicidio volontario aggravato dai futili motivi. Dopo tre mesi di silenzio, il 3 novembre, la ragazza venne convocata per il secondo riconoscimento. Concentrandosi sulle caratteristiche somatiche della persona che accompagnava lo sprangatore, Daniela indicò il secondo presunto aggressore.
A questo punto si rivelò il tranello in cui era caduta: il giovane da lei riconosciuto non era l'indiziato, ma un amico da lui appositamente scelto. Inoltre costui non doveva essere riconosciuto come complice dello sprangatore, ma come alternativa al Quarra nella persona dello sprangatore. A questo punto il giudice istruttore, dottor Calabria, disse alla ragazza che, se aveva sbagliato il secondo riconoscimento poteva aver sbagliato anche il primo. Discorso finalizzato a facilitare la scarcerazione del Quarra che avvenne il 28 dicembre. Questo proscioglimento, che segnò la fine delle indagini sull'omicidio di Paolo, fu passato sotto silenzio. Se ne ebbe notizia solo il 30 maggio 1984, grazie ad un comunicato del Fronte della gioventù".
Con la morte di Paolo si chiude questo capitolo di sangue che è ormai storia, anche se quasi totalmente sconosciuta, del nostro Paese. 

PAOLO DI NELLA: PRESENTE!
 PAOLO VIVE

sabato 30 ottobre 2010

29 ottobre 1975 - 29 ottobre 2010 - Mario Zicchieri: PRESENTE!

Sei mesi esatti dopo la morte di Sergio Ramelli, quando sembrava già di aver toccato il fondo di ogni aberrazione nella violenza politica, arriva da Roma un’altra notizia shock. E’ il pomeriggio del 29 ottobre 1975 quando un gruppetto di ragazzi si accinge ad aprire, come tutti i pomeriggi, la sezione Prenestino del MSI in via Erasmo da Gattamelata. Stanno chiacchierando voltando le spalle alla strada quando arriva un’auto delle Brigate Rosse, un finestrino si abbassa, ne esce la canna mozza di un fucile che esplode pochi, rapidi colpi, centrando in pieno il gruppo di ragazzi. La micidiale scarica di pallettoni uccide sul colpo Mario Zicchieri, detto “Cremino” per la sua corporatura esile studente-lavoratore di 16 anni. Mario muore dissanguato quando un tappezziere generoso gli corse addosso cercando di fermare l’emorragia con la carta di giornale… Non ci riuscì, lui ripeteva: "Non ditelo a mia Madre….". Nella sparatoria viene ferito anche Mario Lucchetti al ginocchio ed alla mano che all’epoca aveva 15 anni, (si riprenderà dopo un interminabile, calvario di riabilitazione). Così, sulla scena “politica” fa la sua comparsa per la prima volta il fucile a canne mozze di chiaro ascendente mafioso e la vile strategia omicida che ricorda i gangster americani degli anni 30. Ma l’azione (lo si scoprirà quindici anni dopo a seguito delle confessioni dei brigatisti Seghetti e Morucci) era stata studiata a tavolino “per incutere timore ai militanti di Destra i quali, nonostante le ripetute aggressioni subìte, non davano segni di cedimento”. Zicchieri è la più giovane vittima di quegli anni assurdi e ancora oggi vengono i brividi pensando che si era avvicinato alla destra solo da pochi mesi, sull’onda emotiva dell’uccisione di Mantakas. Per lui non ci fu giustizia, come per la maggior parte dei camerati assassinati. Gli esecutori materiali del delitto sono non sono stati adeguatamente puniti.  

                                                

Sono passati 35 anni dalla morte di quel ragazzo semplice che a 16 anni ha pagato con la vita il suo impegno politico. Sono cambiati i tempi, il contesto politico, la gente. Ma non la nostra voglia di dare vita alle nostre idee, al nostro credo, al nostro senso di giustizia.                                                                                                                                                                               Anche nel nome di Mario!!!

 

MARIO ZICCHIERI: PRESENTE!

mercoledì 7 luglio 2010

7 Luglio 1972 - 7 Luglio 2010. Ciao Carlo, un altro, uno dei tanti, uno dei troppi ...



Il 7 Luglio 1972 un altro giovane missino cadde a Salerno per colpa dell’odio comunista. Il suo nome era Carlo Falvella. Il padre, Michele, proveniva dalla Basilicata, era un professore di scuola media superiore, cattolico tradizionalista e mutilato di guerra. La madre, di origine abruzzese, era missina convinta, spesso girava per Salerno con i manifesti del Msi attaccati agli sportelli e al cofano della macchina. Sei figli, cinque maschi e una femmina. Carlo, studente di filosofia e vicepresidente degli universitari di destra salernitani, aveva abbracciato la vita politica proprio grazie alla tenacia e alla passione della madre. Purtroppo era affetto da una gravissima forma di miopia. Infatti, Carlo, era già stato operato tre volte di cataratta e solo il progresso della scienza oculistica poteva salvarlo dalla cecità totale. Mancavano cinque minuti alle ventidue del 7 luglio 1972, quando i Carabinieri di Salerno furono allertati da una telefonata per una furibonda rissa in via Velia. Carlo e l’amico Giovanni Alfinito, prima di rincasare, furono notati da un gruppo di tre persone, Giovanni Marini, Francesco Mastrogiovanni e Gennaro Scariati, tutti appartenenti alla sinistra extraparlamentare. Al loro incontro Marini estrasse il coltello e colpì Alfinito all’inguine. Carlo, per difendere l’amico, si lanciò contro Marini ed entrambi caddero a terra. Ma durante la colluttazione Carlo fu colpito gravemente alla aorta. Nonostante il trasporto immediato all’ospedale e un intervento chirurgico Carlo morì. Marini fu subito arrestato mentre Mastrogiovanni e Scariati si diedero alla latitanza. Alle esequie parteciparono circa ventimila persone, quasi tutte appartenenti al Msi, il giorno prima in città era arrivato anche il segretario Giorgio Almirante. Assenti tutti gli altri partiti ma anche le figure istituzionali quali il sindaco di Salerno, Gaspare Russo, e il presidente della Provincia, Carbone. Dopo quattro giorni dalla morte di Carlo, il Secolo d’Italia, organo ufficiale del Msi, pubblicò in prima pagina il titolo: “Un altro martire per la gioventù d’Italia. Dopo Venturini il sacrificio di Carlo Falvella”. Anche la federazione salernitana del Pci espresse il proprio sdegno per la scomparsa della giovane vita. Nei giorni successivi a Salerno accadde di tutto. Una vera e propria campagna innocentista a difesa di Giovanni Marini. Da Salerno a Milano, slogan, manifestazioni e addirittura la scrittura e la diffusione di quattro canzoni tutte ispirate allo stesso episodio. Soccorso rosso militante pubblicò un pamphlet dal titolo “Il caso Marini” proprio mentre era in corso il processo. Ma anche intellettuali dal calibro di Dario Fo, Franca Rame e un giovane avvocato destinato a una grande carriera, Giuliano Spazzali. In realtà chi era Giovanni Marini? Era un militante anarchico con alle spalle una storia in comune con quella di migliaia di proletari meridionali. Era nato in un piccolo paese, Sacco, in Campania, e all’età di dieci anni si era trasferito a Salerno con la famiglia. Cresciuto in una situazione sociale di disgregazione e miseria, iniziò presto a ribellarsi contro le cause dell’emarginazione. A diciannove anni, dopo la maturità in ragioneria, fu subito bollato come sovversivo e gli fu impossibile trovare impiego. Fu costretto a sopravvivere con lavori saltuari per alcuni anni e militò a lungo nel Pci per poi uscire definitivamente per le sue posizioni anarchiche. Al termine del processo, nel 1974, fu condannato a dodici anni di reclusione per omicidio preterintenzionale aggravato e concorso in rissa. Nel 1975, in appello, la condanna fu ridotta a nove anni. Mastrogiovanni e Scariati, invece, furono assolti dall’accusa di rissa. Già nel 1979, Marini uscì dal carcere e rimase per due anni sotto libertà vigilata. Trovò lavoro come assistente sociale, a Padula, quindici chilometri da Salerno. Ma non riuscì a integrarsi e scivolò gradualmente nell’alcolismo. Nel dicembre 1982, Marini fu nuovamente arrestato insieme ad altre persone con l’accusa di appartenenza alle Brigate Rosse. Morì a Salerno nel 2001 a quarantanove anni. Ventinove anni dopo la morte di Carlo Falvella.


Sono passati ormai trentotto anni dal quel 7 Luglio in cui Carlo Falvella, perdeva la vita. L’unica colpa di Carlo era quella di credere in un ideale: un destino che ha accumunato, nei terribili anni di piombo, troppi ragazzi.


CARLO FALVELLA, PRESENTE!

mercoledì 16 giugno 2010

FRANCESCO CECCHIN, 31 anni senza giustizia.



La sera del 28 maggio, intorno alle ore 20, quattro ragazzi del F.d.G. di Roma, tra cui Francesco Cecchin, si recano in piazza Vescovio per affiggere manifesti, ma vengono subito notati da un gruppo di militanti della sezione comunista di via Monterotondo, che danno inizio alla sistematica copertura di tali manifesti; un giovane cerca di impedire il proseguimento dell'azione provocatoria, ma viene circondato da una ventina di attivisti del PCI, capeggiati da Sante Moretti. che afferma: "...vi abbiamo fatto chiudere via Migiurtinia, vi faremo chiudere anche viale Somalia..." ; alla fine, volgendosi verso Francesco Cecchin, lo apostrofa così: "TU STAI ATTENTO, CHE SE POI MI INCAZZO TI POTRESTI FARE MALE!".

La stessa sera, intorno alla mezzanotte, Francesco Cecchin scende di casa insieme alla sorella per una passeggiata fino a via Montebuono, dove un suo amico lavora in un ristorante; verso le 24:15, mentre i due ragazzi sono fermi davanti all'edicola di piazza Vescovio, spunta una Fiat 850 bianca che compie una brusca frenata davanti a loro; dall'auto scende un uomo che urla all'indirizzo di Francesco: "... E' lui, è lui, prendetelo!". Intuendo il pericolo e, probabilmente, riconoscendo l'aggressore, Francesco fa allontanare la sorella e corre in direzione di via Montebuono, inseguito dagli occupanti della macchina, che nel frattempo il suo guidatore sposta fino all'imboccatura della stessa via Montebuono. Le grida della sorella vengono udite da un giovane che, sceso in strada, nota un uomo darsi alla fuga verso via Monterotondo e qui salire sulla Fiat 850 bianca che si allontana velocemente. Dopo aver telefonato alla Polizia, il giovane viene raggiunto da un inquilino dello stabile di via Montebuono 5 che lo informa della presenza, sul suo terrazzo sottostante di cinque metri il piano stradale, di un ragazzo che giace esanime al suolo; il giovane, giunto sul posto, riconosce in quel ragazzo il suo amico Francesco Cecchin. Il corpo è in posizione supina ad una distanza di circa un metro e mezzo dalla base del muro; perde sangue da una tempia e dal naso e stringe ancora nella mano sinistra un mazzo di chiavi, e in quella destra un pacchetto di sigarette. Francesco Cecchin muore il 16 giugno 1979 dopo diciannove giorni di coma. Le indagini della magistratura non individuarono alcun colpevole di questa morte. Il processo assolse gli imputati precisando che le loro responsabilità non potevano essere accertate a causa di una serie di negligenze nelle indagini ed ipotizzando, senza peraltro darne poi seguito, eventuali responsabilità degli inquirenti.

...E Francesco che è volato sull'asfalto di un cortile con le chiavi strette in mano, strano modo di morire!!!...
(Frase tratta dal brano mucicale GENERAZIONE '78 di Francesco Mancinelli)


FRANCESCO CECCHIN: PRESENTE!




sabato 13 febbraio 2010

ANNI DI PIOMBO: MELONI E ALEMANNO RICORDANO PAOLO DI NELLA.



Il Ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, e il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, nel parco di Villa Chigi, hanno deposto due corone d’alloro ai piedi della targa che ricorda Paolo Di Nella, il giovane militante del Fronte della Gioventù, morto a seguito di un aggressione di cui fu vittima nella notte tra il 2 e il 3 febbraio 1983. “Il rischio della violenza politica non è mai completamente superato – ha sottolineato Meloni – e bisogna quindi vigilare perchè considerare l’avversario come un nemico è un leit-motiv purtroppo ancora presente nel nostro dibattito politico”. Il ministro ha poi fatto un richiamo “al dovere di distinguere gli uomini e le donne che hanno dimostrato responsabilità: penso a Walter Veltroni, che fu il primo ad inaugurare questa targa, e a Fausto Bertinotti, che contro l’opinione del suo partito venne a parlare ai giovani di An”.

Il ricordo di Alemanno è più personale perchè conosceva bene Paolo Di Nella: “eravamo amici strettissimi e avevamo fatto tanta militanza insieme. Quella notte fu drammatica: ci chiamarono e ci dissero che c’era stata un’aggressione. Poi furono i giorni dell’attesa e della commozione”. Il sindaco ha poi evidenziato che “a distanza di 27 anni i colpevoli non si sono ancora trovati”.
 
Giovane Italia
circolo "Giorgio Almirante"