Salviamo i nostri Marò

Salviamo i nostri Marò
I nostri due militari devono tornare a casa

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

Visualizzazione post con etichetta IRA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta IRA. Mostra tutti i post

mercoledì 1 agosto 2012

IRLANDA: I DISSIDENTI ARMATI SI UNISCONO SOTTO LA BANDIERA DELL'IRA...


La Real IRA congiuntamene alla RAAD e ad una coalizione di gruppi armati indipendenti si sono uniti sotto all’unica bandiera dell’IRA. Esclusa la Continuity IRA.

Real IRA, Republican Action Against Drugs e gruppi armati minori hanno deciso di formare una ”struttura unificata, con un’unica leadership” al servizio dell’Irish Republican Army.

L’annuncio è partito dalle pagine del Guardian che afferma come la nuova IRA comprenda diverse centinaia di dissidenti armati, tra cui ex membri della Provisional IRA.

La nuova organizzazione paramilitare avrebbe pianificato l’intensificazione degli attacchi terroristici contro le forze di sicurezza e tutto ciò che sia simbolo della presenza britannica in Irlanda (stazioni della PSNI, l’Ulster Bank, Derry Uk’s City of Culture 2013).

Nella dichiarazione che di seguito riporteremo, la nuova IRA puntualizza come la costituzione di una libera, indipendente ed unita Irlanda abbia inevitabilmente sofferto della spaccatura all’interno del movimento repubblicano, facendo chiaro riferimento al “tradimento” dello Sinn Fein reo di aver “venduto” gli ideali repubblicani nell’ambito del suo ruolo all’interno dello power – sharing a Stormont.

Non manca il riferimento al Segretario di Stato, Owen Paterson, responsabile in primis dell’internamento di alcuni elementi di spicco del movimento repubblicano quali Marian Price e Martin Corey.

“I repubblicani “non-conformi” vengono sottoposti a vessazioni, arresti e violenze da parte delle Forze della Corona britannica, altri sono stati internati per decisione della supremazia brittanica. E’ l’Inghilterra, non l’IRA, ad aver scelto la provocazione e il conflitto”.

E’ la prima volta che il movimento armato si riunisce dopo la firma del Good Friday Agreement avvenuta nel 1998.


sabato 5 maggio 2012

5 Maggio 1981 - In Ricordo di Bobby Sands.


“Io difendo il diritto divino della nazione irlandese all'indipendenza sovrana, e credo in essa, così come credo nel diritto di ogni uomo e donna irlandese a difendere questo diritto con la rivoluzione armata.”


Bobby Sands, martire della lotta  irlandese morto trentuno anni fa in seguito ad uno sciopero della fame contro l’ assenza di diritti per i detenuti irlandesi e la repressione inglese nella sua  Terra.
Ricordare Sands rappresenta ancora oggi un  limpido esempio rivoluzionario di coraggio e di amore. Bobby Sands, cresciuto  nella Belfast delle tensioni e della guerriglia, sfidò l’impero britannico con  un esemplare sciopero della fame, iniziato dai detenuti dell’IRA per ottenere  lo status di prigionieri politici e vedersi riconosciuti i diritti elementari, che portò alla morte di molti loro e fece il giro del mondo. Bobby Sands,  che non arretrò mai dinanzi ai soprusi e alle brutali torture subite nel  Blocchi H del carcere di Long Kesh, raccontò al mondo la sua storia scrivendo  un diario clandestino su dei pezzi di carta igienica fatti uscire con enormi  difficoltà dal temuto penitenziario. Alla sua morte Sands era un parlamentare  di Stormont, eletto democraticamente venticinque giorni prima della sua morte.
La lotta del popolo irlandese per la libertà rappresenta una punta d’orgoglio  e di vitalità nel cuore d’Europa. Rappresenta la volontà di difendere fino alla  fine la propria Terra, la propria identità e la propria gente. Rappresenta la  ferma volontà di resistere a tutto pur di ottenere il diritto di esprimersi, di  essere riconosciuti, di conquistare ciò che ci appartiene. Rappresenta la forza  di saper dare l’esempio, di saper lanciare un segnale e un grido di libertà,  senza ipocrisie e buonismi, che possa rompere il muro di omertà imposto dai  potenti. Bobby Sands rappresenta la certezza che tutto è possibile per chi  crede che la propria idea e la sorte del proprio Popolo siano più importanti  della vita stessa.

«Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra». Scrive questo, Bobby Sands, descrivendo il cinico governo britannico dell’allora primo ministro Margaret Thatcher. Arrestato per un attacco dinamitardo a Dunmurry, nella contea di Antrim venne condannato ed imprigionato nel settembre del 1977 nel famigerato Blocco H del penitenziario di Long Kesh. I blocchi H sono l’emblema della repressione inglese su quel pezzo di isola verde, dell’ostinazione con cui la Gran Bretagna pretendeva il possesso di quelle sei contee.
Le proteste organizzate da Sands, divenuto presto “officer commanding dell’IRA” nei Blocchi H, non avevano come fine la liberazione dei prigionieri, ma il riottenimento dello status di «prigionieri politici », lo «Special Category » che gli inglesi avevano abolito per tutti i crimini commessi dopo il 1 marzo 1976. Rifiutandosi di essere considerati come criminali comuni, loro che ritenevano di aver combattuto per la libertà del proprio paese, con la blanket protest (”protesta delle coperte”) si rifiutarono di indossare l’uniforme del carcere scegliendo di vivere nudi, con solo delle coperte per coprirsi. Con la dirty protest (”protesta dello sporco”) furono costretti a vivere circondati dei loro escrementi, e ad urinare sotto le porte. Presto il penitenziario di Long Kesh divenne un vero e proprio campo di battaglia alla stregua delle strade di Belfast e Derry: da una parte i prigionieri di guerra, i POWs, e dall’altra i secondini, simbolo dell’establishment britannico.

Dopo più di 4 anni di vita in condizioni disumane, iniziò il primo sciopero della fame guidato da Brendan Hughes che, con altri sette detenuti, digiunarono per 53 giorni fino a quando decisero di terminarlo per le condizioni precarie di uno di loro e per le pressanti promesse del governo britannico. Ottenuta la fine dello sciopero della fame, incuranti della parola data, gli inglesi non rispettarono le promesse fatte e non portarono a termine nessuno dei cambiamenti annunciati.

Nel 1981 Sands iniziò il secondo sciopero della fame. Fu il primo fra gli hunger strikers detenuti negli H-Blocks ad auto-sacrificarsi, offrendo la propria vita alla causa repubblicana. Poco dopo l’inizio dello sciopero, Frank Maguire, membro del parlamento britannico morì. Si svolse quindi un’elezione suppletiva che Sands, ancora detenuto, vinse contro il candidato del Partito Unionista dell’Ulster. Ma il governo britannico cambiò la legge, introducendo il Representation of the People Act, emendamento che proibì ai prigionieri di partecipare alle elezioni, e che prevedeva che un detenuto potesse essere eletto solo dopo cinque anni dalla fine della pena. Tre settimane dopo, verso l’una di notte del 5 maggio 1981, all’età di 27 anni, Sands cessò la sua battaglia e morì nell’ospedale della prigione per aver digiunato per 66 giorni. Altri nove uomini morirono dopo Bobby Sands tra il maggio e l’agosto dello stesso anno.

In centomila parteciperanno al funerale di Sands, ragazzo dal volto gentile, eroe della causa nordirlandese che con disinteressata e stoica determinazione è diventato esempio per molti. Insieme a Bobby Sands, e alla sua capacità di sacrificare la propria vita per un ideale, altri uomini lottarono e morirono; diventando punto di riferimento per generazioni di giovani europei. Bobby Sands concludeva il suo diario, tenuto per i primi diciassette giorni di sciopero della fame, con queste parole: «Se non sono in grado di uccidere il tuo desiderio di libertà, non potranno spezzarti. Non mi spezzeranno perché il desiderio di libertà, e della libertà della popolazione irlandese, è nel mio cuore. Verrà il giorno in cui tutta la gente d’Irlanda potrà mostrare il suo desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna».

 A sua Maestà e ai suoi soldati, va ricordato che in Irlanda del Nord non sono stati ancora concessi pieni  diritti agli irlandesi e che il martirio di Bobby sarà sempre una macchia  indelebile nella loro coscienza”.


“Non c’è nulla nell’intero arsenale militare inglese che riesca ad annientare  la resistenza di un prigioniero politico repubblicano che non vuole cedere; non  possono e non potranno mai uccidere il nostro spirito.”

lunedì 30 gennaio 2012

Rulli di tamburo suonano!


“Ho sacrificato per la Repubblica Irlandese, tutto quello che un uomo ha di caro: mia moglie, mio figlio. La mia Libertà e anche la mia Vita”.
Wolf Tone


Le anime belle che predicano la correttezza politica e che ostentano una sollecita premura verso le popolazioni del terzo mondo dimenticano che anche nel cuore della vecchia Europa ci sono state storie di razzismo, di discriminazione, di violenza e di prevaricazione.
 Il più clamoroso di questi casi è quello dell’Irlanda, che ha subito secoli di invasione inglese, con qualche strascico che è arrivato ai giorni nostri.
Il giornalista Riccardo Michelucci ha scritto il libro Storia del conflitto anglo-irlandese, che è l’opera più completa e aggiornata sul tema in lingua italiana. 
Il saggio ripercorre la storia irlandese a partire dall’Alto Medioevo: fino al XII secolo l’Irlanda era divisa in piccoli regni tribali tenuti assieme da una forma primordiale di federalismo, poi nel 1155 un esercito anglo-normanno invade l’isola col beneplacito del papa Adriano IV (l’unico papa inglese della storia).
L’ecclesiastico gallese Giraldo Cambrense nel 1188 scrive due opere: Topographia Hibernica e Expugnatio Hibernica, che devono fornire un supporto ideologico all’invasione inglese. In questi testi gli Irlandesi venivano descritti come una popolazione rozza e primitiva che doveva essere civilizzata. In realtà le antiche leggi irlandesi mostrano una civiltà decisamente avanzata, che promuoveva gli studi intellettuali e che metteva al bando le pene corporali per sostituirle con ammende pecuniarie, ma la forza stava dalla parte degli Inglesi e nel corso del Medioevo la presenza inglese si consolida progressivamente. Nel 1366 vengono emanati gli Statuti di Kilkenny che abbozzano le prime forme di apartheid ai danni degli Irlandesi. Alcune infrazioni a questi Statuti erano punite con l’esproprio delle terre, una pratica che gli Inglesi utilizzeranno per secoli per annientare la classe dirigente irlandese.
Con la Riforma Protestante si introduce un ulteriore fattore di differenziazione fra Inglesi e Irlandesi. Per gli Irlandesi la fede cattolica diviene un elemento di aggregazione identitaria e l’invasione dei protestanti inglesi assume i tratti di una guerra di religione. Edmund Spenser, uno dei più grandi poeti del ‘500 inglese, auspicava l’uso di misure sempre più violente contro l’Irlanda arrivando a prospettare ipotesi di genocidio della popolazione locale. Le riflessioni di Spenser sono indicative delle idee sulla questione irlandese che circolavano nella classe dirigente inglese.
Nel clima delle guerre di religione, l’Inghilterra temeva che le potenze cattoliche, Francia e Spagna, potessero istigare gli Irlandesi contro gli Inglesi, perciò nel 1649 il conflitto sale d’intensità: Cromwell sbarca in Irlanda col suo esercito di puritani e mette l’isola a ferro e fuoco. Il condottiero della “Divina Provvidenza” mise in atto una vera e propria pulizia etnica che falcidiò un terzo della popolazione. Si avviò anche un traffico di schiavi irlandesi che venivano deportati nelle piantagioni coloniali dove venivano venduti assieme agli schiavi africani. Commentando questi episodi perfino lo storico inglese Toynbee ha notato come emerga nei coloni anglosassoni protestanti una propensione allo sterminio che si è manifestata per la prima volta in Irlanda, e che poi sarà applicata su più vasta scala nelle colonie d’oltreoceano con i Pellerossa.
Per la Chiesa Anglicana la discriminazione dei cattolici era un motivo propagandistico di grande presa sull’opinione pubblica e in Irlanda serviva anche a fomentare la divisione della popolazione locale. Solo alla fine del ‘700 gli Irlandesi abbozzano un tentativo di rivolta che per la prima volta unisce cattolici e protestanti. Il movimento indipendentista irlandese era guidato dal protestante Theobald Wolfe Tone, che nel 1796 riuscì a ottenere l’aiuto di una flotta francese e tentò di cacciare gli Inglesi. La reazione inglese però fu prontissima e particolarmente feroce: nel 1798 la rivolta era stata completamente debellata. Risale a quest’epoca la fondazione del cosiddetto “Ordine d’Orange”, la loggia massonica che ha come obiettivo la persecuzione dei cattolici e che ha organizzato secoli di violenze sistematiche contro i cattolici e gli indipendentisti irlandesi. Ancora oggi questa istituzione proclama apertamente i suoi fini discriminatori che sono chiaramente in contrasto con le legislazioni “antirazziste” dei paesi europei, ma si può scommettere che le coperture massoniche dell’Ordine d’Orange terranno lontani eventuali sguardi indiscreti della magistratura…
Per l’Inghilterra l’Irlanda era una riserva di bestiame e di prodotti agricoli a basso prezzo. Nel 1847 l’isola fu colpita dalla tristemente famosa carestia che spinse all’emigrazione buona parte degli abitanti. Molti andavano negli Stati Uniti, ma molti anche in Inghilterra, dove venivano accolti con disprezzo. Il premier inglese Disraeli affermava: «gli Irlandesi odiano il nostro ordine, la nostra civiltà, la nostra industria intraprendente, la nostra religione pura» (chissà poi che cosa intendeva per “religione pura” l’ebreo Disraeli…).
La pubblicistica inglese attribuiva agli Irlandesi i più ripugnanti stereotipi razzisti: nelle vignette satiriche gli Irlandesi erano sempre raffigurati con fattezze scimmiesche. Sui giornali inglesi si sosteneva l’inferiorità…della razza celtica! E questa tesi è stata accolta anche nel mondo accademico inglese fino alla metà del XX secolo.
Soltanto all’inizio del ‘900 in Irlanda si riorganizza una coscienza identitaria che prende corpo attorno alla rinascita della lingua gaelica. Grandi intellettuali irlandesi come Joyce e Yeats guardavano con interesse alla causa indipendentista. Quando scoppia la prima guerra mondiale l’Inghilterra ha bisogno di carne da cannone e il razzismo anti-irlandese viene messo da parte. In Irlanda i manifesti di arruolamento invitano i giovani a combattere per difendere il cattolico Belgio. Ma nelle zone protestanti dell’isola la propaganda spinge gli abitanti a combattere la cattolica Austria!
Dopo la Grande Guerra il partito repubblicano indipendentista Sinn Féin ottenne il 70% dei consensi: ne derivò lo scontro armato durante il quale si mise in luce il patriota irlandese Michael Collins. Alla fine di una fase di sanguinosi scontri, l’Irlanda ottenne finalmente l’indipendenza, pur con qualche compromesso, fra cui il controllo inglese sull’Ulster.
L’Irlanda era comunque una nazione ancora molto debole e poco sviluppata, i suoi abitanti erano spesso costretti a emigrare in Inghilterra per cercare lavoro, e a Londra molto spesso si trovavano sulle case i cartelli con la scritta “non si affitta agli Irlandesi”.
Inoltre nell’Ulster si trascinava una conflittualità strisciante, con continue vessazioni contro i cattolici. Il diritto di voto era concesso sulla base del censo e poiché i cattolici facevano i lavori più umili le elezioni le vincevano sempre i protestanti. Nel 1969 Londra inviò l’esercito per tenere sotto controllo la situazione, ma quest’iniziativa non fece altro che innescare una spirale di violenza il cui episodio più tristemente celebre è la Bloody Sunday del 30 gennaio 1972. In quell’occasione i paracadutisti inglesi aprirono il fuoco sui manifestanti uccidendo tredici persone; a tutt’oggi non si sono ancora definitivamente accertate le responsabilità dei fatti.
Sempre a quegli anni risale l’eroico sacrificio di Bobby Sands e dei suoi compagni che morirono in carcere per sciopero della fame.
Oggi la fase più acuta del conflitto sembra superata, ma permane un sentimento di ostilità fra Inghilterra e Irlanda che lascia traccia in modi di dire volutamente provocatori che sono molto in voga nel linguaggio quotidiano di entrambe le parti.
Inoltre in Inghilterra esiste ancora un filone storiografico ispirato a un malsano revisionismo che pretende di minimizzare la spaventosa portata dei crimini inglesi in Irlanda. E la questione non è affatto trascurabile poiché dopo otto secoli di persecuzioni, l’Irlanda avrebbe tutto il diritto di ottenere dall’Inghilterra un risarcimento di proporzioni esorbitanti!


PER UN'IRLANDA UNITA, 
LIBERA E REPUBBLICANA.

Pagine di Storia: 

sabato 20 agosto 2011

BRENDAN LILLIS E' LIBERO!



BRENDAN LILLIS E' STATO LIBERATO!

Brendan è un militate per la libertà d'Irlanda, attivo nelle fila dell'indipendentismo repubblicano. Soffre di una malattia degenerativa artritica che lo costringe a letto. Nelle scorse settimane era dimagrito fino a raggiungere i 37 chili, in stato confusionale e con febbre molto alta per un'infezione. La sua vita era appesa ad un filo e la mobilitazione di tante persone ch ehanno preso a cuore la sua causa ha contribuito a rendere possibile questo miracolo.

LIBERTA' PER I DETENUTI POLITICI IRLANDESI.
LIBERTA' PER L'IRLANDA

giovedì 11 agosto 2011

Liberate Brendan Lillis.



L'irlanda è ancora un territorio in guerra. Soprusi e violenze sono all'ordine del giorno, le imposizioni inglesi, le provocazioni unioniste e i mancati diritti umani stanno riportando alla luce gli anni bui. Sono infatti di pochi giorni fa gli scontri che hanno visto partecipi i cattolici residenti e gli unionisti che hanno cercato di irrompere nei quartieri enclave dell'Irlanda. Sono volati sassi e molotov ma non sono mancate le pistole. 

Sui tetti sono stati avvistati uomini armati pronti a sparare. Il Colonialismo mercantilista e l'annacquamento delle Identità non è mai stata e mai sarà una soluzione. Irlanda Libera, ora! Brendan Lillis è un prigioniero politico irlandese repubblicano rinchiuso da piu' di 600 giorni nel cacere nordirlandese di Maghaberry. E' affetto da una malattia degenerativa che lo ha portato a pesare 35 chili.

Brendan sta morendo e le autorità carcerarie non intendono liberarlo. La sua compagna Roisin, insieme a numerosi ex POWs, Blanketmen e altri militanti repubblicani, ha iniziato uno sciopero della fame per chiedere la scarcerazione immediata di Brendan.

Noi ci uniamo alla protesta e dell'Italia chiediamo che la Gran Bretagna rispetti i diritti umani e liberi quanto prima Brendan, restituandolo ai suoi casi e a una vita dignitosa.



Brendan Lillis ha 59 anni. È alto poco meno di due metri e ora pesa 35 chilogrammi. Da quasi due anni è chiuso nel carcere di Maghaberry nei pressi di Belfast. Formalmente, nessuna condanna a suo carico. Dopo aver scontato 16 anni a Long Kash (il carcere di Bobby Sands) era stato rilasciato sulla parola, come tanti altri membri di Provisional Ira e altri membri di gruppi armati unionisti. Due anni fa è stato accusato di una rapina a Derry e rinchiuso in carcere a Maghaberry. Ma non ha potuto ancora sostenere un processo. Gravemente malato, affetto da spondilito anchilosante, una malattia debilitante, giace nel letto di una cella del carcere da mesi.
La Corte Suprema nordirlandese ha giudicato infatti il suo stato di salute non compatibile con un processo. Ma inspiegabilmente rimane in carcere, perché il Ministro della Giustizia del Paese David Ford si rifiuta di scarcerarlo.
Il dottor Sean O’ Domhnaill della sezione irlandese per i diritti umani dell’Onu lo ha visitato pochi giorni fa e ha stilato un rapporto drammatico: “Credo che morirà in prigione, perché le sue condizioni richiedono attenzioni specialistiche. Il rischio di morte è imminente”.


Manifestazioni di sostegno e sit-in di sensibilizzazione sono in corso in questi giorni a Belfast e a Derry, animate dai gruppi repubblicani nordirlandesi, ma anche a Roma. A Belfast si è mosso anche Martin McGuinnes di Sinn Féin che ha chiesto la liberazione dell’ex repubblicano. A livello europeo, la vice presidente del Parlamento Europeo Roberta Angelilli ha puntato il dito sul non rispetto dei più elementari diritti umani e ha presentato un’interrogazione parlamentare. “La politica può fare molto” ha detto.
Ora si attende la risposta da Stormont. Il tempo passa e non è dalla parte di Brendan Lillis. Alcuni osservatori hanno parlato di “vendetta politica” contro un ex Ira. Altri puntano il dito sul regime carcerario e sulle leggi speciali nordirlandesi. Se davvero si vuole voltare pagina in Ulster bisogna partire dai diritti umani. E da Maghaberry.

Brendan Lillis in un poster a Belfast
Ma questo, per gli unionisti, per Ford, non conta.
L'importante è vendicarsi.

mercoledì 22 giugno 2011

L'Irlanda infuoca ancora.



I lealisti della UVF da giorni preparavano l’attacco contro l’enclave repubblicana di Short Strand, un pugno di case circondate da una soverchiante maggioranza di lealisti e unionisti.

Da tempo i paramilitari lealisti venivano visti in giro vestiti con le loro uniformi, quasi dovessere prepararsi a questa giornata.


Ieri sera l’attacco è stato massiccio.


Un centinaio di lealisti hanno assalito le case dei repubblicani, lanciando pietre e mattoni ma anche bottiglie molotov, pipe bombs e sacchetti pieni di vernice.


Il sindaco di Belfast, presente sulla scena, ha parlato di “case attaccate con bottiglie molotov”. Sarebbero oltre una dozzina le abitazioni incendiate dalle oltre 300 molotov lanciate durante i disordini.


Uomini armati di entrambe le fazioni sono spuntati sui tetti delle abitazioni nella zona della chiesa di St Matthew. Sono stati sparati una decina di caricatori di pistola e almeno due dai fucili automatici AK-47, meglio conosciuto come Kalashnikov.


I repubblicani si sono radunati nella zona, per aiutare gli abitanti attaccati. In prima fila tra gli assalitori sarebbe stato visto il brigadiere UVF di East Belfast, in tuta mimetica, pronto a dare ordini ai suoi uomini.


Alcuni membri di Oglaigh na hEireann hanno risposto al fuoco lealista, ferendo due membri di UVF – sembrerebbe alle gambe. Come già riportato ci sarebbero feriti anche tra i repubblicani, colpiti dagli oggetti lanciati dai lealisti.


La polizia ha sparato circa 300 proiettili di plastica contro le due fazioni.



FONTE:
http://www.lesenfantsterribles.org/distretto-nord/riot-a-short-strand-4/
 Con video degli scontri della BBC



PIOGGIA D'IRLANDA - SKOLL

domenica 30 gennaio 2011

Pagine di Storia...



Bloody Sunday. 30 gennaio 1972


E’ il 30 gennaio del 1972 quando a Derry, in Irlanda del Nord, durante una manifestazione civile promossa dal Nothern Ireland Civil Rights Association, i soldati britannici uccidono quattordici civili inermi, cinque dei quali colpiti alle spalle. Le urla, il terrore e gli spari esplosi vigliaccamente dal primo battaglione del reggimento di paracadutisti di sua maestà furono gli infelici protagonisti di quella giornata. La situazione nella parte dell’Irlanda occupata era tragica, molti giovani irlandesi erano detenuti nelle prigioni con pochissima possibilità di essere rinviati a giudizio o di essere rilasciati grazie ad una nuova norma varata dal Governo di Londra che permetteva l’arresto preventivo per un tempo non definito a chiunque fosse solo minimamente sospettato di essere un militante nazionalista repubblicano. I manifestanti, armati di “pericolosissimi” fazzoletti bianchi, sventolati in segno di pace, furono ripetutamente colpiti da fucili ad alta capacità, calibro 7,62. L’immagine di padre Edward Daly che soccorre una delle vittime sventolando un fazzoletto bianco è forse lo scatto più significativo di quella fredda domenica invernale. Ogni anno, a Derry, la data del 30 gennaio viene ricordata con una tradizionale marcia commemorativa che ripercorre lo stesso tragitto intrapreso dai manifestanti nel 1972, alla quale oltre a migliaia di patrioti irlandesi, partecipano delegazioni da vari paesi europei e mondiali. 

Molto probabilmente, la marcia di commemorazione di quest’anno, che partirà regolarmente da Creggan per arrivare a Bogside, potrebbe essere l’ultima. Dopo la Relazione di Lord Saville e la conseguente ammissione di colpevolezza da parte britannica, alcuni familiari delle vittime hanno proposto di celebrare una festa più che una commemorazione. Altri, invece, sottolineano che la continuazione della marcia di commemorazione sia importante per i diritti civili e i diritti umani di tutti i popoli che lottano per la propria indipendenza. Dopo trentotto anni, il 15 giugno del 2010, il Rapporto di Lord Saville, voluto da Tony Blair nel 1998, ha reso pubblica la verità e ha dato ai familiari delle vittime uno spiraglio di giustizia. Nelle 5000 pagine della relazione Saville viene dimostrato, infatti, che il massacro del Bloody Sunday fu assolutamente ingiustificato e che nessuna delle persone uccise dai soldati della Compagnia di Supporto era armata con un’arma da fuoco o una bomba di qualsiasi tipo. Inoltre, viene sottolineato che nessuno stava minacciando di provocare la morte o lesioni gravi ai soldati e in nessun caso è stato dato alcun avviso prima di aprire il fuoco. Questa indagine che ha avuto un costo di circa 200 milioni di sterline e che è durata dodici anni, è seguita alla prima inchiesta del Widgery Tribunal, dove i militari e l’autorità vennero largamente prosciolti da ogni colpa, compreso l’ex capo di gabinetto di Tony Blair, Jonathan Powell, distorcendo la realtà e nascondendo le tragiche responsabilità del paese di sua maestà. Gli avvenimenti del 30 gennaio del 1972 costrinsero inoltre molti giovani irlandesi ad una scelta tanto drammatica quanto inevitabile: rispondere con le armi, come i loro padri prima di loro, a chi, con le armi, negava loro la libertà e cercava lo sradicamento dell’identità del loro Popolo. 

Ancora oggi, nonostante una pacificazione di facciata e una informazione lobotomizzata dei mass-media di massa, in Irlanda c’è ancora chi brandisce con orgoglio il vessillo della propria identità, in fede a quello che da sempre fu il motto dell’I.R.A, “tiochfaidh àr là” – in gaelico, il nostro giorno verrà -. Tuonano forti le recenti dichiarazioni della Real I.R.A. fatte in esclusiva al Sunday Tribune all’alba del nuovo anno con le quali si annuncia una espansione delle operazioni volte a colpire le istituzioni e il personale militare britannico. Nel ricordo delle vittime del Bloody Sunday e nell’avvicinarsi al trentennale della scomparsa di Bobby Sands, modello non destinato ai più, non ci resta che prendere esempio dal popolo irlandese, quello vero, quello puro, quello ribelle, che con una tenacia d’altri tempi ancora lotta per la propria terra, per la propria gente e per la propria autodeterminazione; quello che non si è scordato di chi, con il sangue, ha lottato per vedere l’isola verde una e unita e senza padroni stranieri. Gli stessi stranieri che tutt’oggi sono esportatori di democrazia alla ruota dei loro degni cugini d’oltreoceano.




Bloody Sunday.

giovedì 17 giugno 2010

Bloody sunday, Cameron: "Abbiamo ucciso 14 innocenti"



"Sono patriottico e non voglio mai credere a niente di cattivo sul nostro Paese, ma le conclusioni di questo rapporto sono prive di equivoci: ciò che è successo il giorno di Bloody Sunday è stato ingiusto e ingiustificabile. È stato sbagliato", ha detto il primo ministro David Cameron, presentando le conclusioni del rapporto di Lord Saville of Newdigate sulla strage di Bloody Sunday. Nel "Bloody Sunday" 13 persone che partecipavano ad una manifestazione cattolica il 20 gennaio del 1972 furono uccisi dai militari britannici. Il primo ministro ha chiesto scusa per gli errori commessi all’epoca dai militari e, soprattutto, dal governo di Londra.

"I soldati spararono per primi" Furono i soldati ad aprire il fuoco per primi con "un comportamento ingiustificato e ingiustificabile", ha detto il primo ministro. Cameron si è detto "profondamente dispiaciuto" per il ruolo avuto dal Primo reggimento dei paracadutisti. Il rapporto di 5mila pagine, redatto da un team guidato dal giudice Lord Saville di Newdigate, è stato presentato dopo 12 anni di inchiesta e 195 milioni di sterline di spesa.
I militari inviati nell’Ulster da Londra aprirono il fuoco per primi, senza alcuna forma di avvertimento, quel giorno, ha stabilito l’inchiesta. Nessuna esplosione, nessun sasso, nessuna bottiglia molotov a giustificare il fuoco. Molti di coloro che furono colpiti stavano semplicemente fuggendo alla carica, o cercando di aiutare altri feriti. Nessuna delle vittime poneva un problema alla sicurezza dei militari. È questa la verità contenuta nei dieci volumi, cinquemila pagine, frutto di 12 anni di inchiesta in cui sono stati ascoltati 2.500 testimoni, con 922 deposizioni, costata 195 milioni di sterline. Migliaia di persone , fra cui il leader dello Sinn Fein, Gerry Adams, e il Nobel per la pace, John Hume, hanno sfilato a Londonderry e ascoltato le parole di Cameron trasmesse in diretta di fronte al Guildhall, dove alle famiglie delle vittime era stato presentato il rapporto.

fonte:
il Giornale.it
 
L'ammissione di colpa del governo inglese
è arrivata dopo 38 anni...
ERA ORA!

domenica 31 gennaio 2010


Bloody Sunday. 30 gennaio 1972


Il 30 Gennaio 1972 a Derry, in Irlanda del Nord, l’esercito britannico fece fuoco e uccise 14 cittadini inermi che partecipavano ad una marcia per i diritti civili. Questo evento, che venne battezzato con il nome di “Bloody Sunday” (Domenica di sangue), fu un passaggio cruciale nella travagliata storia moderna dell’Irlanda: il conflitto si trasformò in guerra civile, sull’onda di quella tragedia molti giovani furono spinti ad entrare nelle file dell’I.R.A. e viene avviato un ciclo di violenze che durerà venticinque anni.

"Oggi Pomeriggio hanno sparato a 27 persone in questa città. 13 sono morti in seguito alle ferite. Erano innocenti, noi c'eravamo. Questa è la nostra Sharpville. Questo è il nostro massacro di Amritsa. Un momento di verità e un momento di vergogna. Voglio dire solo una cosa al governo inglese. Sapete quello che avete fatto, vero?
Avete distrutto il movimento per i diritti civili.
E avete regalato all'IRA la più grande vittoria che abbia mai avuto. Tutti in questa città da stanotte giovani, ragazzi si arruoleranno nell'IRA e voi ne pagherete le conseguenze. Grazie."
(Ivan Cooper, Leader del Movimento per i Diritti Civili)

Patrick Joseph Doherty, 31 anni
Gerard Vincent Donaghy, 17 anni
John Francis Duddy, 17 anni
Hugh Pius Gilmore, 17 anni
James Gerard McKinney, 35 anni
William Anthony McKinney, 26 anni
Kevin Gerard McElhinney, 17 anni
Bernard McGuigan, 41 anni
Michael Martin McDaid, 20 anni
Michael Gerard Kelly, 17 anni
William Noel Nash, 19 anni
James Patrick Wray, 22 anni
John Pius Young, 17 anni
John Johnston, 59 anni

"Tutti avete visto. Voi giornalisti inglesi, tornate dal vostro popolo, dal vostro governo e raccontate a tutti cos'è accaduto per le strade di Derry in nome dell'Inghilterra."

Due giorni dopo la Domenica di Sangue il governo inglese istituì una commissione d'inchiesta presieduta da Lord Widgery, Presidente della Corte di Giustizia. Lord Widgery ritenne veritiera la versione fornita fall'esercito inglese
secondo cui i soldati erano sotto al fuoco degli uomini dell'IRA quando fecero irruzione nel Bogside.
La sua conclusione fu che esistevano fondati sospetti che alcune vittime fossero armate e quindi il comportamento dell'esercito fu assolutamente giustificato.
Nessuno dei soldati che sparò nella Domenica di Sangue è mai stato punito. Gli ufficiali che pianificarono e guidarono l'operazione furono decorati dalla regina.

30 GENNAIO 1972.

Un giorno che fa parte della storia.
Un giorno in cui morirono degli innocenti.
Quando fu sacrificata la verità
e per molti la vita cambiò per sempre.

BLOODY SUNDAY.

Antonello Voce
presidente di Azione Giovani Scandale.