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lunedì 23 luglio 2012

Viaggio in Islanda, riflessioni sull'acqua e la democrazia.



di Andrea Degli Innocenti.

Gli islandesi e l'acqua. Da questo rapporto profondo Andrea Degl'Innocenti parte per raccontare le prime impressioni legate al suo viaggio in Islanda. Dal carattere ospitale degli abitantialla loro incredulità di fronte alle vicende dei referendum italiani. Questo, anche per anticipare il vero motivo del viaggio: un libro in cantiere sulle rivolte popolari del 2009, contro il governo ed il ricatto del debito.

"L'acqua rappresenta bene il carattere degli islandesi. Essi appaiono pacifici e aperti come un ruscello, ma sono capaci di lottare per i propri diritti e trasformarsi di colpo in cascata"

“Come è possibile che sia successo questo, che qualcuno si sia appropriato dell'acqua?” mi chiedevano stupiti i commensali. “Questo qui in Islanda non potrebbe mai succedere. Sarebbe lo stesso che privatizzare l'aria!”

“Anche in Italia, cinquant'anni fa, se tu avessi detto a mio nonno che in futuro l'acqua sarebbe appartenuta a privati ti avrebbe probabilmente riso in faccia e mandato bonariamente a quel paese”, provavo a rispondere.

Mi trovavo a Reykjavik, capitale islandese, a casa della figlia di Salvor, un'attivista di Attac Iceland che ci ha ospitato – me e Marco, mio compagno di viaggio – per tutta la durata della nostra permanenza. Mentre aspettavamo di cenare conversavamo sulla situazione del paese. Mi è capitato di fare riferimento all'Italia, in particolare al movimento per la ripubblicizzazione dell'acqua.

La cosa ha da subito rapito la loro attenzione. Ciò che li stupiva – anzi, di cui a dire il vero proprio non si capacitavano – non era tanto che i governi e le amministrazioni locali stessero violando ogni regola democratica e proseguissero imperterriti con le privatizzazioni anche dopo i referendum – alla cattiva politica erano abituati anche in Islanda -; era piuttosto il fatto che gli italiani, sì proprio il popolo italiano, e con loro buona parte degli europei come gli avrei spiegato a breve, avessero permesso a dei privati di accaparrarsi la gestione dell'acqua.

L'acqua in Islanda è qualcosa di intimamente legato all'animo di ognuno.Sgorga dal suolo bollente e solforosa oppure ghiaccia come l'oceano artico. Schizza in aria lanciata dalla enorme pressione dei geysir o si fionda giù con violenza per dirupi di sessanta e passa metri nelle immense cascate di Gullfoss o Dettifoss.

Si può bere, ovunque nell'isola, direttamente dai ruscelli che scivolano sui pendii non appena un po' di calore estivo inizia a sciogliere gli enormi ghiacciai perenni. Nessuno compra acqua in bottiglia. A dire il vero l'acqua in bottiglia praticamente non esiste, con qualche eccezione per quella con le bollicine. D'altronde hanno “la migliore acqua del mondo”, come affermano orgogliosi.

Ho sempre avuto l'idea che sarei dovuto partire proprio dall'acqua nel descrivere il mio viaggio in Islanda. Eppure esso ha avuto molto più a che fare con le vicende legate al debito ed alla cosiddetta “rivoluzione delle pentole” del 2009, alle deliranti politiche neoliberiste che hanno portato all'esplosione di una bolla di credito, alla tragica crisi economica ed alla reazione del popolo islandese. Su questi argomenti ho in cantiere un libro che uscirà in autunno. A questo è servito il viaggio; attorno a questi argomentiruotavano le interviste e le ricerche.

Ma l'acqua, a me pare, ha un legame intrinseco con l'intera vicenda, così come con il carattere degli islandesi. Essi appaiono pacifici e aperti, disponibili e amichevoli, come le acque ciottolanti di un ruscello. La storia dimostra che sono però anche capaci di lottare per i propri diritti quando serve, e di trasformarsi di colpo in cascata.

L'acqua è l'elemento che più caratterizza l'isola. Più della terra brulla che ricopre le vaste zone semidesertiche lungo la dorsale oceanica; più dell'aria tersa, illuminata da un sole che già sul finire di maggio se ne va solo per un paio d'ore al giorno, lasciando comunque un chiarore costante; persino del fuoco, che pure zampilla dai vulcani sotto forma di lava e lapilli.

Essa rappresenta il legame che gli islandesi hanno con la propria terra, con la natura straripante. Un legame di forte dipendenza, quasi di serena sottomissione. In altre occasioni mi è capitato di parlare dell'acqua e dei referendum italiani con gli isolani. Ad esempio con Andrea Jóhanna Ólafsdóttir, candidata alle elezioni presidenziali da poco svoltesi; vinte, per la quinta volta consecutiva, da Ólafur Ragnar Grímsson. Ogni volta la reazione era la stessa. “Qui in Islanda non sarebbe mai potuto succedere, l'acqua è troppo importante per noi”.

Il libro che sto scrivendo non parlerà dell'acqua, se non in maniera marginale. Ma mi pareva giusto rendere omaggio al carattere degli islandesi, quasi a ringraziamento per l'ospitalità e l'accoglienza, con un inno (senza pretese) all'elemento che più li caratterizza. Oscar Olivera, leader della guerra del aguadi Cochabamba, in Bolivia, contro le privatizzazioni imposte dalle multinazionali affermava: “dobbiamo essere come l'acqua: trasparenti e in movimento”. Gli islandesi, la cui cultura ha inaspettatamente molto a che vedere con quella dell'America Latina (il romanziere Einar Már Gudmundsson me lo ha confermato) lo hanno preso in parola.

giovedì 8 marzo 2012

“Lezioni di sovranità” dalla piccola Islanda.


Quello che sta avvenendo in Islanda potrebbe costituire un precedente pericoloso per i politici convinti di farla sempre franca. Dopo che il Paese dei ghiacci è stato preso in mano dai suoi cittadini, in seguito al crollo del sistema bancario che ha inscenato una crisi monetaria senza precedenti con un’esplosione dell’inflazione, questi si sono rifiutati di pagare i danni cagionati dalle banche private agli investitori esteri ed ora hanno portato davanti al tribunale penale l’ex primo ministro Haarde accusandolo di negligenza nel controllo del sistema bancario che ha causato il fallimento del Paese. Lezione di civiltà dalla piccola Islanda, chissà cosa accadrebbe se il principio dovesse estendersi in Europa? 

Roma – Inizia il primo processo al mondo contro un capo di governo, per le conseguenze derivanti al paese dalla crisi finanziaria del 2008. Si tratta dell’ex-Premier dell’Islanda Geir Haarde, in carica dal giugno 2006 al febbraio 2009.
Simbolo della bolla formatasi nel sistema economico, per i migliaia di islandesi che hanno perso il lavoro e la loro casa a seguito del crollo delle banche nel 2008, colpendo duramente la valuta e portando in forte rialzo l’inflazione.
Il processo dovrebbe durare fino alla metà di marzo, con la corte che si prenderà altre 4-6 settimane per emanare il verdetto. Haarde è accusato di “negligenza” per non essere riuscito a prevenire l’implosione finanziaria del paese, dalla quale ancora fa fatica a riprendersi.
Haarde respinge le accuse, definendole semplicemente come “una persecuzione politica”. Piuttosto, accusa le banche per la situazione delineatasi, sostenendo che le autorità governative e di regolamentazione hanno fatto il possibile per prevenire la crisi. “La mia coscienza è a posto”. Rischia però due anni di carcere.


martedì 6 dicembre 2011

Quel piccolo villaggio di irriducibili... islandesi!



Il fallimento delle banche non è necessariamente la fine del mondo. Dove esiste ancora una sovranità monetaria, le banche private sono una cosa, lo Stato un'altra. Gli unici che hanno avuto il coraggio di dirlo forte sono stati gli islandesi che, alla proposta di ripianare con l'austerity i debiti conseguenti al fallimento della banca Landsbanki, legato ai depositi IceSave, si sono opposti con ben due referendum. Nel primo, i "no" hanno superato addirittura il 93%. Percentuali bulgare. Significa che quando la gente può esprimersi, quel "fate presto!" del "Sole 24 Ore" e la sobrietà di quel Mario Monti del Corriere della Sera diventano cortesi ma irremovibili rifiuti. Per questo i banchieri hanno impedito a Papandreou di fare lo stesso referendum in Grecia e si sono affrettati a piazzare al suo posto Lucas Papademos, un collega di Monti. In Europa, come dice Farage, i referendum devono avere solo due risposte: "Sì", e "Sì, ve ne prego!".

Nei depositi IceSave avevano investito soprattutto olandesi e britannici. Quasi 4 miliardi di euro di perdite. Gli islandesi però si sono rifiutati di pagare, stabilendo il principio che la responsabilità non è dello Stato ma di una banca che, anche se nazionale, è privata esattamente come la Banca d'Italia. Il Presidente islandese ha dichiarato che "la Costituzione islandese è basata sul principio fondamentale che il popolo è sovrano. E' responsabilità del presidente far sì che la volontà del popolo prevalga". In due parole, ecco spiegato il senso profondo della parola "referendum". Quello che alla Grecia è stato negato e che in Italia non c'è stato neppure bisogno di negare: la volontà popolare è stata di proposito ignorata, tra gli applausi delle scimmie ammaestrate e del popolo servo, sempre in cerca di un nuovo padrone.
L'Islanda ha 320 mila abitanti. Qualcuno dice che sono troppo pochi e non fanno testo. Ma se riescono, così in pochi, ad opporsi ad interessi così grandi, cosa potrebbero fare sessanta milioni di persone tutte insieme? Immagino un mondo dove le piazze si riempiono e i banchieri, gli speculatori e finanzieri che fanno girare capitali inesistenti sulle roulette russe delle borse - superiori di un fattore 10 a quelli reali - indebitando i popoli, siano costretti a farsi da parte e a lasciare spazio a chi ha una nuova teoria sulla distribuzione della ricchezza, sull'etica del denaro e un rispetto diverso del concetto di sovranità popolare. Non possono essere un manipolo di tecnici pervertiti a imporre a 7 miliardi di persone un modello di società che premia solo se stessi.
Perché l'Islanda lo ha capito? Perché il popolo di un'isola del nord Europa ha dimostrato di essere coeso e informato? Sarebbe interessante andare a scoprirlo. Certo è che in Islanda ogni 100 famiglie, 87 sono connesse a banda larga. E il Parlamento islandese ha ratificato, nel luglio 2010, una risoluzione che dà all'informazione online ospitata sull'isola lo status di immunità totale: chi querela un blogger non solo perde per legge, ma viene controquerelato dallo Stato automaticamente. La risoluzione si chiama IMMI (Icelandic Modern Media Initiative). Perchè il sale dell'informazione è il dibattito, il confronto tra posizioni diverse, anche estreme. Non la censura e la querela come arma di intimidazione. E tutto questo accadeva mentre noi perdevamo tempo con il DDL Intercettazioni, immersi nel medioevo della comunicazione. Sarà per questo che la nuova Costituzione islandese, appena riscritta, è stata partorita proprio sulla Rete, in maniera condivisa? Qui da noi è fantascienza. Ma certo,
noi siamo italiani, siamo un popolo di navigatori, di inventori, di allenatori, mica siamo pescatori di balene, noi.

Ho tradotto per voi un articolo del 28 novembre scorso di Ambrose Evans-Pritchard, international business editor esperto di economia del Daily Telegraph.

ALLA FINE HA VINTO L'ISLANDA
Come una piccola isola è andata controcorrente, smentendo tutte le iatture degli economisti

L'OCSE è andata molto vicino a predire una depressione per l'Europa, a meno che i leader europei non riescano a inventarsi un "prestatore di ultima istanza" molto rapidamente, facendo in qualche modo credere al mondo che il fondo di salvataggio EFSF esista davvero.
Anche se il disastro finale sarà evitato, le previsioni di crescita dell'eurozona sono terribili. Italia, Portogallo e Grecia subiranno tutte una contrazione nel 2012 mentre Spagna, Francia, Olanda e Germania raschieranno il fondo del barile.
La disoccupazione raggiungerà il 18.5% in Grecia, il 22.9% in Spagna, il 14.1% in Irlanda e il 13.8% in Portogallo. Invece l'Islanda si distingue, con una crescita del 2.4% e una disoccupazione al 6,1%. Bene, benissimo!

Ecco i dati OCSE:

Insomma, la politica islandese di drastica svalutazione e il controllo sui capitali non ha dimostrato di essere quel disastro che molti avevano predetto. Il suo rifiuto di accettare quel fardello pesante pieno zeppo delle perdite delle banche private non ha trasformato il paese in un lebbrosario.
L'Islanda ha tenuto insieme il suo tessuto sociale. Se l'Islanda fosse stata nell'eurozona, sarebbe stata costretta a perseguire le stesse politiche reazionarie di svalutazione interna e di deflazione del debito che oggi sono inflitte alle masse di disoccupati lungo tutto l'arco della depressione.

Ambrose Evans-Pritchard.

Fonte: Byoblu.

sabato 16 luglio 2011

Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale.

di Andrea Degl'Innocenti


I cittadini islandesi non erano
 disposti ad accettare le misure
 imposte per il pagamento del debito.
L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione. Una rivoluzione silenziosa è quella che ha portato gli islandesi a ribellarsi ai meccanismi della finanza globale e a redigere un'altra costituzione...

Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.
Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.

La Landsbanki fu la prima banca a crollare e ad essere nazionalizzata in seguito al tracollo del conto IceSave
Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro – che perse in breve l'85 per cento – non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.
Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.

I cittadini islandesi non erano disposti ad accettare le misure imposte per il pagamento del debito.
Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto ilrapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classichemisure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.

I Cittadini islandesi hanno votato per eleggere i membri del Consiglio costituente
A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're').
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".

L'Islanda ha riaffermato il principio per cui la volontà del popolo sovrano deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale
Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?