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domenica 6 maggio 2012

Ma siamo sicuri di essere "CONSERVATORI"?



di Marco Iacona

«Tutti saremo d'accordo sul significato della parola "conservatore"». Così diceva Giuseppe Prezzolini, nel suo celebre Manifesto dei conservatori. E continuava: «Evidentemente un conservatore è uno che vuol conservare qualche cosa». Posizione del tutto logica e naturalmente condivisibile.
Prezzolini partiva dal presupposto che il mondo della materia, della prassi (come per Vico) precedesse quello intellettuale, e dunque che l'azione del conservare fosse legata a un possesso, o proprietà di beni tangibili. Tuttavia essendo «l'immaginazione degli antichi» molto vasta, il termine conservare aveva assunto, nel tempo, un significato smisurato. Per cui la conservazione, concludeva l'intellettuale toscano nato a Perugia, andava perfino «al di sopra delle religioni, delle società, delle famiglie. Si può ritrovare dovunque. È comune a molte nazioni. Non è semplicemente un partito; è una struttura della mente umana».
Prezzolini scriveva queste cose nel 1972, anche se il suo libro era stato pensato molti anni prima, quando la politicizzazione della società (nel senso di lotta e confronto duro, perfino violento) era giunta a livelli impensabili. In anni nei quali il conflitto sociale era aspro, le parti in causa contrapposte in un gioco di "mors tua vita mea" e il progresso era considerato uno slogan che andava ben al di là delle possibilità di trasformazione della vita reale. Quando interi settori dell'intellettualità nostrana si erano convertiti all'utopia e all'astrattismo mandando a farsi benedire un più sano realismo. Si era vittime di uno storicismo impazzito. Si era sostenitori dell'ideologia dell'ideologia per cui la concretezza degli avvenimenti veniva filtrata dalle convinzioni personali o dai dettati di questa o quella dottrina. Si era disposti a soffrire o a cadere per una semplice presa di posizione. Negli anni delle contrapposizioni nette, i drammi che si consumavano nell'Unione Sovietica venivano trattati con una leggerezza allarmante, come se qualunque gioco valesse tranquillamente la candela.
Ma la conservazione, diceva ancora Prezzolini, era la normalità, e lo era soprattutto dal punto di vista biologico e filosofico. «La "conservazione" è anche un istinto animale fondamentale ed ha un'origine fisiologica ben più lontana di quella scoperta dai glottologi nella storia delle parole. Risale all'origine della vita. È una legge delle biologia». E ancora: «L'essere è la realtà assoluta distinta da tutte le cose accidentali del mondo, che sono in paragone mutevole e incomplete. Senza l'essere non ci sarebbe lo spettacolo del mondo mutevole».

Le categorie prese a prestito da Prezzolini non erano solo politiche dunque, e non erano molto diverse da quelle trattate da Michael Oakeshott, filosofo inglese e teorico del pensiero politico, praticamente sconosciuto al grande pubblico (italiano e non), eppure considerato fra i più importanti dei tempi moderni; un pensatore che si schierava contro le innovazioni radicali e che nel 1956, anticipando Prezzolini, aveva parlato di conservatorismo come attitudine personale, quasi come categoria antropologica, come atto di prudenza e attitudine non politica. Una posizione la sua che si sposava agli obiettivi del ceto medio e che può essere tranquillamente interpretata come un invito a non legare la questione politica alle isterie provocate dalla questione sociale o "di classe". Dal momento che tutti possono e in un certo senso debbono avere qualcosa da conservare, il termine conservatore non solo cessa di assumere un significato "negativo" ma cessa soprattutto di designare un'area politica precisa (per molti la destra, sicuramente). Un inedito di Oakeshott è stato pubblicato nell'ultimo numero di RdP, la Rivista di Politica diretta da Alessandro Campi, con un titolo che è già un programma: Il conservatorismo: mentalità o ideologia?.

Ma tornando al problema posto da Oakeshott e da Prezzolini chi ci dice che a destra siano conservatori e a sinistra no? E chi ci dice soprattutto che la destra sia tutta conservatrice? Ammesso e non concesso, naturalmente che destra e sinistra oggi abbiano un significato preciso. E non siano soltanto delle categorie emotive. Destra sociale (o addirittura socialista) e sinistra borghese, rivoluzionari conservatori e anarchici perfettamente incuranti della politica attiva, stanno a evidenziare come le definizioni in politica siano del tutto liquide; lo erano ieri e lo sono oggi, a maggior ragione in periodi nei quali classe operaia e ceto medio non sono contrapposti come negli anni Settanta. Periodi nei quali le tutele per il secondo si sono abbassate di molto e il benessere si è esteso a tutte le categorie sociali.
Perfino Norberto Bobbio diede diritto di cittadinanza alla "rivoluzione conservatrice" nata alla fine della Grande guerra. E sarebbe un azzardo affermare che in quella sede gli intellettuali che ne fecero parte fossero dei banali "conservatori" o tipi facilmente arruolabili da una borghesia che intendeva tutelare i propri privilegi. Basterebbe pensare anche a un Luigi Pirandello o, perché no?, allo stesso Mussolini. Intellettuali e politici che non erano conservatori eppure non si identificavano (o le fecero in parte o per brevi parentesi) con la sinistra.

Per confondere le acque, perché se in politica le semplificazioni sono quasi necessarie, nel campo della storia del pensiero politico sono del tutto dannose, si potrebbero citare altri mille esempi. Partendo per esempio da una suggestione di Alain de Benoist sul curioso caso dei "liberal". Scrive il filosofo francese in relazione alla difficoltà di inquadrare la dottrina liberale: «"Liberalismo" non ha lo stesso significato in Europa continentale e nei paesi anglosassoni, soprattutto negli Stati Uniti. Dall'altra parte dell'Atlantico, un liberal è un progressista, un uomo della sinistra moderata… In Europa, al contrario, è un individualista, un sostenitore dell'economia di mercato, convinto della necessità di collocare la sfera privata fuori dalla portata dei poteri pubblici… Per gli europei, Ronald Reagan e Margaret Thatcher sono esempi di politici liberali, mentre per gli americani sarà piuttosto Barack Obama un esempio di politico "liberale"» (in: Marco Iacona, Il liberalismo, Solfanelli, 2012).
In modo, crediamo del tutto involontario, de Benoist chiama in causa personaggi che già anni prima Sergio Romano individuò come conservatori sui generis. O meglio personaggi che per dirla con Prezzolini non volevano conservare alcunché. La Thatcher per esempio (della quale si riparla in questi giorni per merito dello splendido film interpretato da Maryl Streep), che «divenne Primo Ministro nel 1979 dopo un lungo periodo nel quale la società inglese era stata profondamente segnata dalle grandi riforme laboriste dell'immediato dopoguerra». E poi Ronald Reagan che «fu eletto alla Casa Bianca nel novembre del 1980 dopo due generazioni caratterizzate complessivamente dal New Deal di Franklin D. Roosevelt, dalla "Grande Società" di Lyndon Johnson e dall'assistenzialismo multiculturale di Jimmy Carter». Anziché limitarsi a conservare, i due maggiori conservatori degli anni Ottanta dovettero diventare innovatori e dedicare buona parte del loro tempo allo smantellamento delle iniziative, delle norme e delle consuetudini - nazionalizzazioni, regolamenti amministrativi, bardature burocratiche, potere dei sindacati nella vita sociale - che avevano concorso alla creazione del welfare state in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Le parti s'invertirono, conclude Romano: «I conservatori divengono riformatori liberali, mentre "conservatori"… sono i partiti che restano fedeli al vecchio regime e chiunque ne abbia tratto vantaggio, in una forma o in un'altra».
Se volessimo continuare su questa strada, sarebbe davvero complicato definire oggi in modo esaustivo il giornalista di Repubblica Federico Rampini che sta dalla parte di Tony Blair e Bill Clinton (Alla mia sinistra, Mondadori 2011), restauratori, a loro volta, dei regimi pre-reaganiani e pre-thatcheriani. Conservatore o progressista? Chissà.
Come classificare poi - per guardare altrove - quella lunga schiera di intellettuali e uomini d'azione, attivi durante il regime fascista e mai sedotti dal moderatismo? Erano degli anticonformisti, anzi dei super-fascisti - locuzione che per loro e per i numerosissimi epigoni (dal punto di vista ideale) aveva un'accezione del tutto positiva - che volevano una cosa sola: la rivoluzione nell'etica, nei costumi. Perfino nella parola. Una rinascita a "nuova vita", insomma. Fra questi Longanesi, vicino a Bottai, e il maestro di Montanelli Berto Ricci. Definirli dei semplici conservatori in politica farebbe semplicemente ridere. E Ezra Pound poi? Fu un conservatore? Papà di una generazione di scrittori americani che definire borghesi e conservatori in senso tradizionale sarebbe un vero reato.
E Filippo T. Marinetti? Oggi il linguaggio futurista, gli slogan, o le semplici seduzioni dell'avanguardia delle avanguardie riempiono uno spazio a sé della prassi politica. Francamente cosa volessero conservare i futuristi è del tutto ignoto a chi scrive, al più (e qui occorrerebbe una conoscenza dello scrittore nato ad Alessandria d'Egitto non di superficie) nelle opere di Marinetti è presente una sorta di legame (a volte quasi esoterico) fra certo primitivismo "tradizionale" e le aspirazioni (appunto) futuriste dell'uomo nuovo. Uno o più balzi epocali pronti a far fuori l'intera borghesia. Un atteggiamento tipico di certa intellettualità d'inizio secolo che attaccava la borghesia con tutti i modi possibili e immaginabili. Con il pensiero e l'azione sovente in armonia (seppur nelle intenzioni). Ebbene che tutti questi autori, nel tempo, siano stati "arruolati" dalla "destra" è testimonianza del fatto che tale "destra" fosse tutt'altro che conservatrice.

Nel dopoguerra la destra italiana si è quasi interamente riconosciuta nel Movimento Sociale Italiano. Nato come prolungamento (si faccia attenzione alle assonanze) della Repubblica Sociale Italiana. Il Msi è un partito complicato, tutt'altro che monolitico, la cui componete giovanile come ha scritto Antonio Carioti (e come disse Giano Accame) anticipò di quasi vent'anni le irrequietezze e le ambizioni dei sessantottini. Un partito che ancora nel Sessantotto (ma non a partire dal Sessantotto: si pensi ai dibattiti degli anni Cinquanta!) comprese che un'intera generazione non si sentiva rappresentata dai valori della conservazione politica e della difesa dello status quo. I giovani si aprivano al mondo moderno, volevano abbeverarsi al jazz, al rock, alle nuove tecnologie, non amavano l'ordine, come scriveva Prezzolini, ma il disordine costruttivo, non erano pessimisti (o quanto meno non tutti), ma generalmente ottimisti, e non pensavano che il mondo stesse rotolando verso un'assurda deriva. Senza possibilità di azione. Insomma: il futuro poteva far parte dei sogni e tanti fra loro avrebbero sottoscritto i versi di Harold Norse, poeta Beat: «Stiamo cercando ragioni razionali per credere nell'assurdo». Già, altro che conservazione!

venerdì 17 febbraio 2012

Ernst Jünger. Testimone inquieto del nostro tempo.



“Se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono ad un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poichè tra il grigio delle pecore si celano i lupi vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto questi lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in un branco. E’questo l’incubo dei potenti.”

Ernst Jünger



Ernst Jünger è probabilmente uno dei volti più noti della Rivoluzione Conservatrice. Nacque il 29 marzo 1895 a Heidelberg, primo di sette figli, tra cui l’affezionato fratello Friedrich Georg (1898 – 1975), anch’egli poi scrittore rivoluzionario-conservatore. Il padre, Ernst Georg, era farmacista e si spostò spesso, durante l’infanzia dei figli, da una città all’altra della Germania. Questo portò il giovane Ernst ad avere difficoltà a scuola, ma a coltivare interessi personali, come la lettura, l’entomologia e la poesia. Nel 1911 s’iscrisse al movimento giovanile dei Wandervögel, un’organizzazione di carattere romantico e scoutistico. Due anni dopo, appena diciottenne, fuggì da casa per arruolarsi nella Légion étrangère in Nord Africa (in foto), da cui evase due volte per cercare di raggiungere l’Africa equatoriale: un’esperienza narrata più tardi nel libro Ludi africani (1936).

Dopo appena due settimane, il padre, agendo attraverso il Ministero degli Esteri tedesco, ne chiese il rimpatrio. Nel 1914 Jünger affrontò anticipatamente l’esame di stato (Abitur), per arruolarsi come volontario al fronte nel 73° Reggimento Fucilieri “Gibraltar”. Ferito a Les Eparges (aprile 1915), seguì un corso da alfiere durante la convalescenza, divenendo ufficiale, e passando poi a comandare i reparti d’assalto (Stoßtruppen). Nei due anni successivi combatté nella Battaglia della Somme a Guillemont e Combles, nella Battaglia della Somme a Guillemont e Combles (agosto 1916), nella Battaglia di Arras (aprile 1917), nella Terza Battaglia di Ypres (luglio e ottobre 1917), nella Battaglia di Cambrai (novembre 1917) e nell’Offensiva di Primavera (marzo 1918), venendo ferito in tutto quattordici volte e decorato con la Croce di Ferro di Prima Classe (gennaio 1917), con il Kronenorden von Hohenzollern (novembre 1917) e infine la Pour le Mérite, la più alta decorazione prussiana (settembre 1918), ricevuta a soli 23 anni, nonostante il parere contrario di Hindenburg, e di cui fu l’ultimo sopravvissuto tra i portatori. 


Nel dopoguerra, rimase nella Reichswehr (l’esercito di Weimar) fino alla sua demobilitazione (1923). Poi si dedicò a studi universitari (che non terminò) a Lipsia e a Napoli, seguendo corsi di zoologia, botanica e filosofia. Divenne comunque un entomologo di una certa importanza, tanto che fu attribuito il suo nome ad alcune specie d’insetti da lui scoperte.

Nel 1925 si sposò con Gretha Jensen, da cui ebbe due figli, uno, Ernst (detto Ernstel), battezzato come luterano, e l’altro, Alexander, battezzato come cattolico, con il giurista Carl Schmitt quale padrino. Nel frattempo, a partire dalla pubblicazione del romanzo autobiografico Nelle tempeste d’acciaio (1920), e di altre opere (La lotta come esperienza interiore, Il tenente Sturm, Boschetto 125, Fuoco e sangue, Il cuore avventuroso), che narravano le sue esperienze al fronte, divenne una figura di spicco negli ambienti della Destra nazionalista e reducista. Fece parte dei Freikorps e scrisse su varie riviste dell’area, diventando amico intimo di grandi figure intellettuali quali il filosofo Martin Heidegger, il giurista Carl Schmitt, il nazionalbolscevico Ernst Niekisch, lo scrittore Ernst von Solomon, e il discepolo Armin Möhler, che fu a lungo suo segretario. 
Verso la fine degli anni ’20 il suo pensiero ebbe un’evoluzione importante: un allargamento della propria teoria. Fino ad ora, egli aveva messo in rilievo il carattere totalizzante e distruttivo della guerra moderna e sottolineato il maggior risalto ch’essa dava alla figura del soldato come guerriero (Krieger), che in questa situazione mette alla prova le proprie capacità umane. Con i saggi La mobilitazione totale (1929), Il dolore (1934), ma soprattutto L’operaio. Dominio e forma (1933), questa prospettiva è estesa dall’ambito bellico all’intera società moderna.

Si tratta di portare all’estremo la situazione di guerra, creando una società mobilizzata anche nell’ambito dello studio e del lavoro. L’operaio (Arbeiter), attraverso la disciplina, ottiene il dominio sulla tecnica. Quest’opera ebbe un grande successo, tanto che Heidegger gli dedicò due cicli di lezioni (1934 e 1939-40) e ne trasse ispirazione per il suo discorso sull’Università tedesca, mentre Evola vi scrisse un commento esaustivo e profondo. Con l’ascesa al potere di Hitler, che apprezzava molto la sua figura e i suoi scritti, a Jünger fu offerto un seggio al Reichstag e la presidenza dell’Accademia Tedesca dei Poeti, ma egli rifiutò entrambi. Già pochi anni prima aveva respinto le profferte politiche di Goebbels, che più tardi dovette affermare: «Abbiamo offerto a Jünger ponti d’oro, ma lui non li volle attraversare». Come ad altri rivoluzionari-conservatori, anche a lui ripugnava un certo stile volgare e demagogico del nazionalsocialismo, ed era scettico circa i loro progetti grandiosi. La sua casa fu perquisita dalla Gestapo e l’uscita dei suoi libri messa sotto silenzio dalla stampa.

Nel 1939 Goebbels, a una conferenza pubblica, gli domandò: «E ora, Herr Jünger, cosa ne pensa?». La risposta dello scrittore non si fece attendere: fu il romanzo breve fantastico Sulle scogliere di marmo, un capolavoro nella forma che narra il passaggio violento di una terra idilliaca dall’ordine tradizionale a un regime barbarico e totalitario. A questo punto, Göring e Goebbels avrebbero voluto liquidare Jünger (come già era stato fatto con altri esponenti della Destra tedesca, quali Niekisch, imprigionato, e E. J. Jung, assassinato), tuttavia Hitler, ammiratore dello Jünger scrittore, si oppose fermamente. 


Nell’agosto 1939, egli fu richiamato alle armi col grado di capitano, comandando dapprima una postazione della Linea Sigfrido, poi partecipando all’avanzata in Francia. Dal 1940 al 1944, fu di stanza alla guarnigione di Parigi, come membro dello stato maggiore del comandante la piazza, il generale Stülpnagel. Oltre al lavoro d’ufficio e alle escursioni entomologiche, frequentò i salotti artistici ed intellettuali di Parigi, conoscendo, tra gli altri, Braque, Céline, Cocteau, Colette, Gaston Gallimard, Florence Gould, Sacha Guitry, Jouhandeau, Léautaud, Montherlant, Paul Morand, il capo della resistenza clandestina Jean Paulhan e il famoso pittore Picasso. Inoltre continuò ad essere una figura importante in quegli ambienti legati all’opposizione militare al regime, tanto che il suo libello “La pace” (pubblicato poi nel 1946), delineante un futuro ordine europeo rivoluzionario-conservatore, fu inviato a Rommel a mo’ di scritto programmatico. Tuttavia, dopo il complotto del 20 luglio, non furono trovate prove a suo carico, e fu soltanto dimesso dall’esercito con disonore. Nel frattempo, ebbe la notizia della morte del suo primogenito, Ernst, cadetto della Kriegsmarine, presso Carrara, dove era in forze ad un battaglione di disciplina, stante la sua punizione per attività sovversiva.

Nel 1945, fu riarruolato come comandante della locale compagnia del Volksturm, ruolo in cui si adoperò per limitare le distruzioni e le vittime presso i civili. Dopo la guerra, rifiutò di compilare il formulario per la denazificazione, e inizialmente gli fu proibito di pubblicare dagli occupanti. Si spostò allora a Ravensburg, sul Lago di Costanza, nella zona d’occupazione francese, dove questo diritto gli fu concesso. In poco tempo però conobbe una discreta riabilitazione, anche per la sua opposizione in opere come Sulle scogliere di marmo, che fu definita da un critico, con gran scandalo di molti antifascisti, l’unica opera di resistenza scritta in Germania dopo il 1933. Continuando la sua attività di scrittore, pubblicò in tre riprese (Giardini e Strade, Irradiazioni, L’anno dell’occupazione) i diari degli anni legati alla sua seconda esperienza bellica, dal 1939 al 1948, nonché il romanzo fantastico Heliopolis, narrante la lotta per il potere all’interno di un regime dittatoriale tra due fazioni, una aristocratica ed una demagogica.


 Ebbe poi un importante dibattito filosofico sul nichilismo con Martin Heidegger, a cui dedicò gli scritti Oltre la linea (1950) e Al muro del tempo (1970). Di fronte al pessimismo heideggeriano riguardo al dominio della tecnica sull’uomo e al conseguente dominio del totalitarismo (non importa se bianco, rosso o bruno), Jünger esprime un cauto ottimismo, sostenendo che la Linea, ovvero il meridiano zero del nichilismo, (il “meriggio” per dirla in termini nietzscheani), sia già stato sorpassato. Riprende quindi la tesi nietzscheana del nichilismo come fase intermedia patologica tra un passato retto da valori supremi e un futuro fecondo di nuove realizzazioni, per cui s’impone all’individuo di passare dal dubbio a un realistico pessimismo all’azione per superare questa fase e creare nuovi valori.

Nel libro successivo, Il trattato del ribelle (1952), viene prospettata quindi l’idea del “passare al bosco”, cioè sottrarsi al nichilismo, rifugiandosi in quelle oasi rimaste ricche di significato. È la teorizzazione della figura del Ribelle, che lotta contro il totalitarismo moderno, difendendo la propria sovranità d’individuo e rispondendo unicamente al tribunale interno della propria coscienza. Ciò perché il nichilismo di oggi è un problema che può essere affrontato da pochi individui, ma può allo stesso tempo portare a nuovi inizi. Dopo la guerra, Jünger si trasferì stabilmente nel villaggio di Wilflingen, in Alta Svevia (1950), dove prese dimora nella foresteria del maniero dei Conti von Stauffenberg (autori dell’attentato a Hitler del 20 luglio). Tuttavia continuò i suoi viaggi in tutto il mondo, iniziati già negli anni ’20, di cui lasciò traccia nei numerosi diari di viaggio (Myrdun, Terra sarda, Il contemplatore solitario fra gli altri). Nel 1955, recuperò le spoglie del figlio, con l’aiuto del suo traduttore Henry Furst, Giovanni Ansaldo e un giovanissimo Marcello Staglieno. Durante la sua vita, sperimentò diverse sostanze stupefacenti (etere, hashish, cocaina, mescalina), stringendo infine amicizia con il chimico svizzero Albert Hoffmann, inventore della dietilammide dell’acido lisergico (LSD), con cui sperimentarono questa droga. Le sue esperienze sono riecheggiate nel racconto Visita a Godenholm (1952), ermetico e insieme pregno di simbolismo tradizionale, e nella raccolta del 1970, Avvicinamenti: droghe ed ebbrezza. Nel 1960 rimase vedovo e si risposò dopo due anni con l’archivista e insegnante Liselotte Löhrer nata Bauerle, che gli sopravvivrà. 


A partire dagli anni ’50 l’editore Klett Cotta di Stüttgart, per conto di cui egli dirigeva, insieme a Mircea Eliade, la rivista di studi esoterici Antaios, cominciò a pubblicare la sua opera omnia. Sarà l’unico scrittore tedesco, insieme a Goethe, Klopstock e Wieland a vedere pubblicate due edizioni delle proprie opere complete.

Continua naturalmente l’attività filosofica sempre legata al rapporto tra etica del singolo e politica: nel 1953, pubblica Il nodo di Gordio, frutto delle sue discussioni insieme a Carl Schmitt su Oriente e Occidente. Fanno seguito, tra le opere più importanti, il romanzo fantascientifico Le api di vetro (1957) e i saggi Al muro del tempo (1959) che riprende varie tematiche di Oltre la linea, Lo stato mondiale (1960) e Tipo, nome, forma (1963). Questa riflessione e la mutata situazione storica lo portò a rivedere e ‘aggiornare’ la figura del Ribelle in un nuovo tipo: l’Anarca. Fondamentale per la descrizione di questo tipo è il romanzo fantastico Eumeswil (1977), che chiude la trilogia iniziata con Sulle scogliere di marmo e proseguita con Heliopolis. Qui il protagonista, Martin Venator, servitore distaccato del Condor, tiranno di Eumeswil, simile per molti versi a uno dei cesari di Spengler, conduce la sua vita all’ombra del regime, mantenendosi sempre libero e sovrano. Tutto il libro è pervaso dalle sue riflessioni sull’Anarca, da distinguere dall’anarchico. Anzi, l’anarca sta all’anarchico, come il monarca sta al monarchico. Si può dire valga qui perfettamente quella massima di Evola: «Fa’ che ciò su cui non puoi nulla, nulla possa su di te». Di grande interesse è anche il romanzo breve Il problema di Aladino (1983), il cui protagonista è un ufficiale prussiano nella Polonia comunista, che fugge in cerca della sua libertà. Nei suoi ultimi anni, Jünger, benché avesse affermato di non rinnegare nulla della sua vita, era ormai pienamente riabilitato agli occhi di buona parte della società tedesca, che riconosceva i suoi meriti, indipendentemente da pregiudizi ideologici. Il suo stile letterario, conciso ma originale e brillante, e la grande esperienza di vita e di pensiero che ne traspariva, gli valsero molti riconoscimenti. Nel 1981 ricevette il Premio Mondiale Cino del Duca, «per il suo messaggio di umanismo moderno».

Nel 1984, in occasione del 70° anniversario della Prima Guerra Mondiale, parlò al memoriale di Verdun, insieme con il cancelliere tedesco Helmut Köhl e il presidente francese socialista François Mitterrand, entrambi suoi ammiratori. Negli anni ’90 continuò a scrivere e a curare l’edizione delle sue opere, ma anche a dedicarsi al proprio orticello e alle sue passioni come le passeggiate, l’entomologia e la lettura. Nel 1993, il secondogenito Alexander, rimasto paralizzato dopo un incidente, si tolse la vita. Il suo centesimo compleanno fu festeggiato da tutta la Germania, fu invitato a Venezia dal sindaco Cacciari, e ricevette la visita nella sua dimora rurale di Wilflingen di uomini di lettere e capi di stato, tra cui Köhl e Mitterrand. Negli ultimi tempi si era riavvicinato alla religione, per cui comunque aveva sempre avuto una particolare sensibilità, convertendosi al cattolicesimo il 26 settembre 1996. Morì infine, poco prima di compiere i 103 anni, il 17 febbraio 1998. Era nato nell’anno in cui furono inventati i raggi X, morì l’anno in cui fu fondato Google.


"Il liberalismo si è assicurato da tempo una strana specie di buffoni di corte il cui compito consiste nel dire ad esso delle verità divenute innocue. Si è sviluppato un singolare cerimoniale con cui l’individuo moderno travestito da quasi aristocratico o da quasi abate mette in scena, fra applausi ormai diffusi e generalizzati, e a regola d’arte, la rappresentazione di collaudati colpi di grazia. [...] Dietro quelle marionette che sulle tribune pubbliche già in demolizione logorano i luoghi comuni del liberalismo fino a renderli sottili come un foglio di carta velina, spiriti più fini e più esperti si preparano a mutare lo scenario."