Erano circa le tre e dieci del mattino del 16 aprile 1973, quando alcuni aderenti all'organizzazione extraparlamentare di estrema sinistra Potere Operaio versarono del liquido infiammabile sotto la porta dell'appartamento abitato dalla famiglia composta da Mario Mattei, dalla moglie Annamaria e i figli, al terzo piano delle case popolari di via Bernardo da Bibbiena. Divampò un incendio che distrusse rapidamente l'intero appartamento. La madre Annamaria e i due figli più piccoli, Antonella di nove anni e Giampaolo di soli tre anni, riuscirono a fuggire dalla porta principale. Altre due figlie si salvarono. Lucia, di quindici anni, aiutata dal padre Mario, si calò dal balconcino del secondo piano e da lì si buttò, presa al volo ancora dal padre. Silvia, diciannove anni, si gettò dalla veranda della cucina e riportando incredibilmente solo qualche frattura. Due dei figli, Virgilio di ventidue anni, militante missino nel corpo paramilitare dei Volontari Nazionali, e il fratellino Stefano di otto anni morirono carbonizzati, non riuscendo a gettarsi dalla finestra. Il dramma avvenne davanti ad una folla che si era radunata nei pressi dell'abitazione, e assistette alla progressiva morte di Virgilio, rimasto appoggiato al davanzale, e di Stefano, scivolato all'indietro dopo che il fratello maggiore che lo teneva stretto con sé. Mario Mattei, era un ex volontario della Repubblica Sociale Italiana e Segretario della sezione Giarabub del Movimento Sociale Italiano. Insieme al figlio Virgilio reggevano le sorti di una sezione collocata in un quartiere dove la sinistra extraparlamentare era ben radicata sul territorio. Fu un vero e proprio attentato ad una famiglia missina. Gli attentatori lasciarono sul selciato una rivendicazione della loro azione. “Brigata Tanas – Guerra di classe – Morte ai fascisti – La sede del Movimento Sociale Italiano – Mattei e Schiavoncin colpiti dalla giustizia proletaria”. Le indagini da parte della Magistratura romana furono indirizzate agli ambienti della sinistra extraparlamentare anche se furono compiuti numerosi tentavi di depistaggio verso la pista della faida interna. Il 18 aprile del 1973 fu arrestato Achille Lollo come presunto responsabile e subito dopo rinviati a giudizio per strage anche Marino Clavo e Manlio Grillo, tutti appartenenti al movimento di Potere Operaio. Fu redatto un opuscolo denominato “Controinchiesta”, in cui la colpa fu attribuita ad alcuni esponenti di destra, mentre nel libro scritto da Giulio Savelli e intitolato “Primavalle: incendio a porte chiuse” si sosteneva la completa estraneità dei tre militanti. Molti gli intellettuali ed i giornali si schierarono a difesa degli imputati. Tra i più autorevoli quotidiani ci fu il Messaggero, molto diffuso nella Capitale, cui editore Alessandro Perrone era il padre di Diana, militante di Potere Operaio e successivamente coinvolta nelle indagini. Alla campagna innocentista contribuirono anche alcuni autorevoli personaggio della sinistra come il Senatore comunista Umberto Terracini, il Deputato socialista Riccardo Lombardi, lo scrittore Alberto Moravia e l’esponente dell’organizzazione “Soccorso Rosso Militante” Franca Rame. Al di fuori del Palazzo di Giustizia di Roma, durante tutte le udienze, ci furono manifestazioni della sinistra che chiedevano il proscioglimento dei tre militanti di Potere Operaio. Il 28 aprile del 1975, alla fine della quarta udienza del processo, vi furono scontri tra simpatizzanti di destra e sinistra, lo studente greco Mikis Mantakas, militante del Fronte Universitario di Azione Nazionale, fu ucciso a colpi di pistola da estremisti di sinistra in via Ottone. Il processo di primo grado iniziò il 24 febbraio del 1975, quasi due anni dal rogo. Inizialmente l’accusa fu di strage e la Pubblica Accusa richiese la pena dell’ergastolo. Dopo tre mesi il processo si concluse con l’assoluzione per insufficienza di prove degli imputati dalle accuse di incendio doloso e omicidio colposo. Quando il processo di secondo grado si concluse con la condanna a diciotto anni di reclusione per omicidio preterintenzionale, Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo avevano lasciato il suolo italiano. Achille Lollo, si rifugiò prima in Angola e poi in Brasile, a Rio De Janeiro, Manlio Grillo, si rifugiò prima a Stoccolma e poi in Nicaragua, infine, Marino Clavo, si rifugiò a Stoccolma, arrestato ma mai estradato. Nel 2004, la Corte di Appello di Roma dichiarò estinta la pena per intervenuta prescrizione su istanza dell’Avvocato Francesco Romeo, difensore di Marino Clavo. Ma il 10 febbraio del 2005, Achille Lollo, in una videointervista al corrispondente del Corriere della Sera, ammise la sua colpevolezza, rivelò i nomi di altri tre militanti che parteciparono all’attentato e ammise di aver ricevuto aiuti dall’organizzazione di Potere Operaio. Il 12 febbraio, Oreste Scalzone, ex dirigente di Potere Operaio, rilasciò sul caso una intervista a Rainews24 in cui dichiarò di aver aiutato due colpevoli a fuggire. Il 13 febbraio, Franco Piperno, ex Segretario Nazionale di Potere Operaio, rilasciò una intervista sul quotidiano La Repubblica confermando che il vertice di Potere Operaio fu informato di tutto, seppur solo dopo il fatto. Il 17 febbraio, anche Manlio Grillo ammise, per la prima volta, in una intervista pubblicata su La Repubblica, la propria responsabilità. La Procura di Roma, ritenne opportuno riaprire il caso sulla base di nuovi indizi e di iscrivere sul registro degli indagati anche Paolo Gaeta, Diana Perrone e Elisabetta Lecco con l’accusa di strage. Sempre nello stesso anno, la famiglia Mattei sporse denuncia indicando come mandanti dell’attentato Franco Piperno, Lanfranco Pace e Valerio Morucci. Quest’ultimo, scrisse un libro dal titolato “Ritratto di un terrorista da giovane” in cui ammise che il vertice del movimento era perfettamente informato dell’accaduto e lui stesso incaricato a svolgere un interrogatorio ottenendo l’ammissione di responsabilità da parte di Marino Clavo. Tutti gli organizzatori, esecutori e comprimari della strage, ancora oggi sono a piede libero e taluni svolgono anche compiti di rilievo nell’informazione pubblica e della pubblicistica. Solo trenta anni dopo il “Rogo di Primavalle”, il Comune di Roma dedicò alle due vittime un parco, il parco “Stefano e Virgilio Mattei”, in via Battistini. Giampaolo Mattei, scampato miracolosamente all’incendio, nel 2005 fondò “Associazione Fratelli Mattei” dedita ad attività sociali e politico - culturali. Nel 2008, dopo un lungo e intenso lavoro, pubblicò il libro dal titolo “La notte brucia ancora – Il rogo che ha distrutto la mia famiglia” nel quale racconta un doppio dolore: quello silenzioso e quotidiano dell'assenza e quello sordo e impotente della giustizia negata.
Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!
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lunedì 16 aprile 2012
16 Aprile 1973 Rogo di Primavalle - Stefano e Virgilio aspettano Giustizia.
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martedì 28 febbraio 2012
Mikis Mantakas, dopo 37 anni non c'è stata ancora giustizia.
Tratto dal Secolo d'Italia del 28 febbraio 2012.
Trentasette anni fa, la mattina del 28 febbraio 1975, a piazzale Clodio, a Roma, sede della città giudiziaria era in corso il processo ai tre militanti di Potere Operaio accusati del rogo di Primavalle. In quell’inferno di fuoco appiccato da mano comunista il 16 aprile 1973 erano rimasti arsi vivi Virgilio e Stefano Mattei, figli del segretario missino del quartiere. Gli incidenti tra gruppi dell’estrema sinistra e polizia davanti alle aule del tribunale scoppiano prestissimo. A un certo momento un gruppone armato di ottanta-cento persone, bastoni e fazzoletti rossi al collo, si sposta con obiettivo piazza Risorgimento dove, all’angolo con via Ottaviano, c’è la sezione del Msi.
È l’una e un quarto e gli assalitori sono arrivati nella piazza in assoluto silenzio, camminando piegati e rasenti i muri. Davanti alla sede Prati del Msi ci sono una ventina di giovani. Tra questi, un militante del Fuan, uno studente greco di medicina. Si chiama Mikis Mantakas. Se si esclude l’amicizia con alcuni frequentatori di via Siena, si tratta di un volto pressoché sconosciuto nell’ambiente. A proteggere l’obbiettivo “sensibile” non c’è l’ombra di un poliziotto. Quando le prime molotov sparate dagli ultracomunisti iniziano a piovere sul portone del palazzo c’è il panico. L’entrata viene sbarrata in fretta e furia mentre contro le ante di legno si scaglia la cieca rabbia dei rossi. La sezione si snoda in un profondo sottoscala sotto il livello del suolo: il pericolo è quello di fare la fine dei topi, mentre il corridoio dello stabile è già invaso da fiamme e fumo. Ma – questo i compagni lo ignorano – il palazzo ha anche un altro ingresso su piazza Risorgimento. I missini allora decidono di dividersi e sfruttare l’effetto sorpresa azzardando una disperata controffensiva per prendere alle spalle il commando degli assedianti: una decina di loro esce dall’ingresso della piazza e corre verso via Ottaviano. Arrivati all’angolo li accoglie una gragnuola di colpi. Secondo alcuni testimoni ci sono almeno due persone che sparano appostate dietro le macchine parcheggiate. Secondo altri testimoni quelli armati sono addirittura cinque. Mikis Mantakas cade a terra: un proiettile gli trapassa la regione parietale sinistra e resta conficcato nel cranio. Il marciapiede è sporco di sangue e materia cerebrale, ma i ragazzi non si perdono d’animo. Nella concitazione del momento trascinano il corpo esanime dello studente all’interno dell’androne dello stabile e con la forza della disperazione si chiudono il portone alle spalle. Sono in quattro: Paolo Signorelli, Maurizio Bragaglia, Stefano Sabatini e Fabio Rolli. Intanto il soprabito di Mikis ha preso fuoco mentre fuori gli assalitori sradicano un palo della segnaletica stradale e lo usano come ariete per sfondare il portone. Mantakas agonizza.
I quattro si spostano davanti a uno dei tre garage del cortile. Nessuno degli altri militanti può correre in aiuto perché il portoncino blindato della sezione che l’ultimo ha richiuso dietro di sé ha un congegno che si apre solo se azionato da un motorino elettrico. Ma il primo assalto ha provocato un black-out in tutto lo stabile. Il grosso dei militanti pertanto si ritrova al buio e per di più sigillato all’interno del locale. Gli extraparlamentari armati, una volta scoperta l’entrata secondaria, si concentrano su quest’ultima e provano a sfondarla e ci riescono. Una volta all’interno, si rendono conto che la sezione è inespugnabile e puntano sul garage. Scoppia il finimondo e un colpo di pistola 7,65 raggiunge Fabio Rolli al fianco.
In quel momento una pattuglia di militanti che tornano da piazzale Clodio irrompe nel cortile. Tra fumo, fiamme e colpi di pistola gli assalitori, temendo di trovarsi presi tra due fuochi, decidono di abbandonare il campo. Nella sezione intanto il gruppo rimasto in trappola riesce ad aprire la porta blindata. Hanno chiamato aiuto per telefono e nel frattempo riaprono il portone di via Ottaviano per tentare un ennesimo contrattacco per arrivare all’ingresso della piazza alle spalle dei nemici in fuga. Per strada, mentre percorre via Bastioni di Michelangelo sta passando in motocicletta un giovane tipografo, Luigi Picariello, raggiunto da un colpo vagante. Un proiettile gli perfora un polmone. Finalmente si fa viva la polizia. In un inseguimento rocambolesco per le vie Borgo Pio un agente ferma uno degli assalitori con la pistola ancora fumante: è Fabrizio Panzieri.
Viene subito arrestato e accusato di aver fatto parte del gruppo di fuoco che ha massacrato il giovane Mantakas. Ma la pallottola che ha ucciso il ragazzo è partita da un’arma diversa. Il fatto è che l’agente che ha intercettato Panzieri racconta di avere inseguito in realtà due giovani che poi a un certo punto si sono divisi. Nei giorni successivi nelle retate cade Alvaro Lojacono, militante di Potere Operaio figlio dell’economista ed esponente romano del Pci, Giuseppe Lojacono, e di una cittadina svizzera. Non gli è stata contestata neppure una multa.
In Ricordo di Mikis Mantakas.
Da giorni, nelle strade della Capitale, si combatteva per la conquista del territorio e dello spazio antistante all’ingresso del Palazzo di Giustizia, in Piazzale Clodio. Il 24 febbraio del 1975, nell’aula della prima Corte d’Assise del Tribunale Penale, si svolse il processo contro i tre militanti di Potere Operaio accusati di omicidio per la strage del Rogo di Primavalle, dove persero la vita i fratelli Stefano e Virgilio Mattei. Il processo divenne il luogo – simbolo dello scontro tra le due verità. I primi a capirlo furono i missini che si presentarono in massa. Alle nove del mattino l’aula venne chiusa al pubblico, trenta esponenti di sinistra, trenta di destra e trenta poliziotti in borghese. Fuori, invece, rimasero solo i giovani del Fuan. Alle dieci e trenta i militanti di sinistra di riorganizzarono formando un corteo e puntando dritti al Tribunale al grido di “Lollo libero”. La polizia intervenne, ma esplose la violenza. Tafferugli, molotov e auto incendiate. Due poliziotti e un missino feriti, un arresto, Stefano Salpietro diciannove anni, militante di sinistra trovato in possesso di una sbarra di ferro. Alle undici e trenta un commissario di pubblica sicurezza, Pietro Scrifana, fu stroncato da un infarto mentre era in servizio. Il secondo giorno, il 25 febbraio, i militanti di sinistra si organizzarono meglio, riuscendo, alle otto e trenta, a guadagnare per primi l’ingresso al Tribunale. I missini furono costretti ad attaccare la scalinata, ma la battaglia durò poco grazie all’intervento delle Forze dell’Ordine. La tensione salì la sera, quando i locali dell’Accademia pugilistica romana di Angelino Rossi, fu assaltata da un commando a viso coperto e muniti di bottiglie molotov. Per fortuna nessun ferito, ma il giorno dopo, l’attentato, fu rivendicato da Lotta Continua. Il terzo giorno, il 28 febbraio, la battaglia iniziò alle sei e trenta del mattino, quando i due eserciti tentarono ancora una volta di guadagnare per primi l’ingresso all’aula. Lanci di pietra, bulloni e altri oggetti, fino a quando non intervenne nuovamente la Polizia. Gli scontri proseguirono fino in via Suora della Carità e si udirono alcuni colpi di pistola. Uno sconosciuto aveva esploso tre colpi di pistola calibro sette e sessantacinque contro Morice Guido, dirigente del Fronte della Gioventù. La prima volta che si sparava per politica nelle strade della Capitale a viso scoperto e armi in pugno. I dimostranti diedero fuoco ai sacchi di rifiuti della nettezza urbana e tentarono di penetrare all’interno della sede della Rai. Intanto un altro corteo non autorizzato, formato da militanti di sinistra, partì dal quartiere di Primavalle e raggiunse in tre diverse direzioni il Palazzo di Giustizia. Un ragazzo, Vincenzo Lazzara, fu colpito da un mattone provocandogli la frattura del braccio. Un altro giovane venne ferito al ginocchio da un proiettile calibro sei e sessantacinque. Anche all’interno dell’aula si verificò una scaramuccia meno grave ma la più importante della giornata. Due ragazzi, un militante di sinistra con impermeabile chiaro e un maglione, e un militante di destra con capelli corti, arrivano ai ferri corti. I due furono fermati e identificati dagli agenti di pubblica sicurezza. Il ragazzo di destra era nato a Reggio Calabria e si chiamava Luigi D’Addio. Il ragazzo di sinistra, invece, si chiamava Alvaro Lojacono, rilasciato alle undici grazie all’intervento di un avvocato. Intanto altri missini, Umberto Croppi e Mikis Mantakas, era riusciti ad entrare in aula ma divisi dalla precipitazione degli eventi. Quando all’una l’udienza fu rinviata, i militanti missini, asserragliati nel Tribunale si organizzarono per arrivare incolumi fino all’avamposto più vicino, la sezione di via Ottaviano. Un primo drappello, tra cui Mikis Mantakas, riuscì a superare il cordone e arrivare a destinazione. Gli altri, tra cui Umberto Croppi, fu costretto ad aspettare una Fiat 128 che faceva da spola, trasferendo quattro persone alla volta. All’una e un quarto, in via Ottaviano, vi erano poco più di venticinque militanti, quando le prime molotov iniziarono a piovere sul portone del palazzo. La sezione era costituita da un piccolo labirinto di stanza e stanzette, con un profondo sottoscala, sotto il livello del suolo. Ma il palazzo aveva anche un altro ingresso, quello che dava su Piazza Risorgimento. Mentre il corridoio era già invaso dal fumo e dalle fiamme, i missini, decisero di dividersi e sfruttare l’effetto sorpresa, azzardando una disperata controffensiva per prendere alle spalle il commando. Una decina di giovani uscirono dall’ingresso della Piazza e corsero verso via Ottaviano. Ma arrivati all’angolo furono accolti da una pioggia di fuoco. Mikis Mantakas, ventitre anni, cadde a terra. Un proiettile lo aveva colpito al cranio trapassandogli la regione parietale sinistra. Perse conoscenza ma ancora vivo. Al suo fianco vi era un ragazzo, Franco Anselmi, munito di passamontagna e bagnato da un fiotto di sangue schizzato via dalla testa di Mikis Mantakas. Per anni conservò il passamontagna come una reliquia. I ragazzi della sezione raccolsero il corpo e con la forza della disperazione tornarono verso il portone posteriore. Il soprabito di Mikis Mantakas prese fuoco. Gli assediati riuscirono ad entrare nell’atrio e a barricare il portone. Fuori, gli assedianti sradicarono un palo della segnaletica stradale e lo usarono come ariete per sfondare il portone. Mentre i colpi del palo risuonavano nel cortile, i missini, decisero di chiudere il corpo di Mikis Mantakas, ancora vivo, in uno dei tre garage del cortile sorvegliato da un amico. Gli altri, invece, ripiegarono verso la sezione rifugiandosi nel sotterraneo. Sfondato il portone, il commando, non accorgendosi della saracinesca della sezione abbassata, puntarono sul garage centrale crivellandolo di pallottole. Mikis Mantakas e il suo custode si trovarono però nel garage di fianco. In quel momento una nuova pattuglia di missini, che tornava da fuori, irruppe nel cortile e gli assalitori decisero di abbandonare il campo. Nell’atrio cadde un altro missino, Fabio Rolli, colpito al fianco da una pallottola calibro sette e sessantacinque, che si trovava sulla via di fuga del commando. Arrivato a via Ottaviano, Umberto Croppi, capì che per l’amico non vi erano più speranze. Infatti, trasportato d’urgenza in ospedale, il cuore di Mikis Mantakas smise di battere dopo due ore dall’agguato. In quei momenti di confusione, un poliziotto, Luigi Di Iorio, centralinista nel vicino Commissariato di Borgo, mentre attraversava Piazza Risorgimento con la sua auto, una Fiat 850, vide materializzarsi due individui armati che si allontanavano dalla Piazza correndo con le pistole in pugno. Il primo, di media statura, alto circa un metro e settanta con un impermeabile chiaro. Il secondo, invece, più alto con i baffi e sempre con un impermeabile chiaro. L’appuntato scese dall’auto, estrasse la pistola d’ordinanza e iniziò l’inseguimento verso Borgo Pio. Uno dei due si girò e, sempre correndo, sparò due colpi. Come nei film, decisero di dividersi. Il più basso girò verso destra, l’altro, più alto, verso sinistra. L’agente Di Iorio decise di inseguire il primo quello che aveva sparato. Ma per qualche istante lo perse di vista. A quel punto fu avvertito da una persona anziana che il fuggitivo si era infilato in un portone, al numero ottantacinque di via Del Falco. Intanto una pattuglia della Polizia giunse sul posto. Entrarono nel portone e l’appuntato vide un giovane che scendeva. Indossava un paio di pantaloni blu, un maglione beige, ma niente impermeabile. Mentre gli altri agenti fermarono e perquisirono il ragazzo, Luigi Di Iorio, salì al primo piano e trovò un impermeabile di colore chiaro. Al secondo piano, invece, in un angolo, vi era una pistola Beretta calibro sette e sessantacinque, colpo in canna e un caricatore da sei colpi. Il giovane fu identificato come Fabrizio Panzieri che subito si dichiarò innocente ed estraneo ai fatti. A incastrare l’altro individuo furono le testimonianze di alcuni missini, ma non solo, che si presentarono spontaneamente dai Carabinieri. Prima Franco Medici, poi, Alessandro Rosa e infine, Fernando Maiolo. Tutti confermarono che a sparare quel pomeriggio fu Alvaro Lojacono, l’uomo che fu identificato dalla polizia alcune ore prima nell’aula del Tribunale. Mikis Mantakas nacque ad Atene il 13 luglio del 1952 ed era cresciuto in un quartiere residenziale, il Papagos. Il padre, Nikos Mantakas, era un Generale in pensione, aveva guidato le truppe partigiane durante la guerra contro il nazifascismo a Creta. La madre, Calliope, era antifascista e oppositrice attiva del regime. Mikis Mantakas, nel 1969, decise di trasferirsi in Italia. A Bologna, lo zio gestiva una clinica privata e il suo primo obiettivo era di laurearsi e lavorare con lui. Si iscrisse all’Università presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, ma fu costretto a trasferirsi a causa di un’aggressione, per motivi politici, subita di fronte all’istituto di biologia. Ricoverato in ospedale con quaranta giorni di prognosi, decise di iscriversi all’Università La Sapienza di Roma. Nel 1970, in Grecia, una dittatura fascista aveva preso il potere e per un greco in Italia significava o essere fascista o antifascista. Mikis Mantakas si avvicinò alle idee più lontane da quelle dei suoi genitori. Frequentava il bar di via Siena, molto vicino alla facoltà, dove conobbe i ragazzi del Fuan. Una comunità affiatata e cameratesca. Conobbe anche una ragazza, Sabrina Andolina, poco più piccola di lui, molto carina, lavorava come segretaria nella Sede Nazionale di via Quattro Fontane, con il Presidente del Fronte della Gioventù, Luciano Laffranco. Mensilmente, Mikis Mantakas, riceveva dal padre un assegno di centocinquantasette mila lire che serviva per pagare l’affitto di un piccolo appartamento che divideva con altre persone, le telefonate a casa e qualche libro. Si era iscritto al Fuan solo da sei mesi. Uno dei suoi migliori amici fu Umberto Croppi, leader della corrente rautiana, il camerata che quel 28 febbraio lo accompagnò al suo appuntamento con il destino. I funerali si svolsero a Roma, nella chiesa di Piazza della Minerva, riempita da una folla che straboccava nelle vie laterali. Al termine della messa, Giorgio Almirante, Segretario del Movimento Sociale Italiano, si fermò sulla scalinata dove improvvisò un discorso a braccio di sei minuti. Come per Lollo, Clavo e Grillo, anche Fabrizio Panzieri e Alvaro Lojacono, divennero i due simboli della sinistra extraparlamentare. Si mobilitarono il Soccorso Rosso, Dario Fo e Franca Rame, gli ideologi Vittorio Foa, Aldo Natoli e Antonio Landolfi, componenti del “Comitato per la liberazione di Panzieri”. Il comitato fu presieduto dal Senatore Umberto Terracini, Presidente dell’Assemblea Costituente e firmatario della Costituzione Italiana. Il processo di primo grado contro Fabrizio Panzieri e Alvaro Lojacono, militanti di Potere Operaio, si concluse nel marzo del 1977 con la condanna a nove anni e sei mesi di reclusione per concorso morale in omicidio a Panzieri. Assoluzione, invece, per insufficienza di prove a Lojacono. Il processo di secondo grado, presieduto dal Giudice Filippo Mancuso, nel maggio del 1980, si concluse con la condanna a sedici anni di reclusione per entrambi. Ma un ricorso in Cassazione riuscì a bloccare l’esecutività della sentenza per Alvaro Lojacono e, nonostante la condanna, rimase in libertà per poi fuggire prima, in Algeria, e poi, nel Canton Ticino, in Svizzera assumendo il cognome della madre. Più tardi si fece luce sulla sua partecipazione alla lotta armata, prima e dopo la sentenza di quell’anno. Nel 1978 fu accertata la sua presenza nel commando delle Brigate Rosse che rapì Aldo Moro e uccise la sua scorta. Nel 1981, fu incriminato per il rapimento Cirillo. Nel 1982 per l’omicidio dell’assessore campano, Raffaele Delcogliano. Nel 1983, fu condannato all’ergastolo per l’omicidio del Magistrato Girolamo Tartaglione, del consigliere della Democrazia Cristiana Italo Schettini, degli agenti di pubblica sicurezza Ollanu e Mea, per l’uccisione del Colonnello dei Carabinieri, Antonio Varisco, e per l’assassinio del Maresciallo di Polizia, Mariano Romiti. La Svizzera non concesse mai l’estradizione anche se fu arrestato nel 1988 a Lugano e condannato a 17 anni di reclusione per il caso Tartaglione. Dopo nove anni, nel 1997, ottenne dal Tribunale elvetico la semilibertà per seguire un corso di giornalismo e nel 1999 divenne un uomo libero. Anche Fabrizio Panzieri, approfittando di una scarcerazione, si diede alla latitanza. Gli inquirenti accertarono la sua affiliazione alle “Unità Comuniste Combattenti”, attive tra il 1977 e il 1979 nel Lazio, Toscana e Calabria, condannato, nel 1982, a ventuno anni di reclusione. Ancora oggi risulta latitante. Non persero troppo tempo a ringraziare, una volta usciti di cella, approfittando della prima occasione per scappare, senza concedere a chi aveva creduto nella loro innocenza nemmeno il conforto di una verità illusoria. Se Fabrizio Panzieri e Alvaro Lojacono fossero stati tenuti in carcere, la loro manovalanza sarebbe stata sottratta alla confezione di numerosi omicidi.
Quello di Mikis è l’ennesimo omicidio impunito di un giovane idealista che credeva nella libertà e nel coraggio, che lottava quotidianamente per dare concretezza ai suoi ideali. Il suo sacrificio, come quello di tutti i ragazzi che come lui hanno dato la vita per quello in cui credevano, deve essere per noi uno stimolo fortissimo a non lasciarci scoraggiare dalle difficoltà quotidiane, a continuare nell’impegno che loro prima di noi hanno portato avanti, a tenere sempre in alto la fiaccola dell’idea che le loro mani non possono più stringere ma che ora brucia fiera nelle nostre.
Onore al Martire Europeo
MIKIS MANTAKAS!
Sabrina, la ragazza di Mikis, il giorno dopo, scrisse una struggente lettera d'addio pubblicata sul "Secolo d'Italia". Proprio quella lettera ispirò a Carlo Venturino, leader del gruppo musicale "Amici del Vento", una delle più belle canzoni di musica alternativa, rimasta per oltre vent'anni il simbolo del martirio dei giovani di destra: "Nel suo nome".
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venerdì 17 febbraio 2012
Ernst Jünger. Testimone inquieto del nostro tempo.
“Se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono ad un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poichè tra il grigio delle pecore si celano i lupi vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto questi lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in un branco. E’questo l’incubo dei potenti.”
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Ernst Jünger |
Ernst Jünger è probabilmente uno dei volti più noti della Rivoluzione Conservatrice. Nacque il 29 marzo 1895 a Heidelberg, primo di sette figli, tra cui l’affezionato fratello Friedrich Georg (1898 – 1975), anch’egli poi scrittore rivoluzionario-conservatore. Il padre, Ernst Georg, era farmacista e si spostò spesso, durante l’infanzia dei figli, da una città all’altra della Germania. Questo portò il giovane Ernst ad avere difficoltà a scuola, ma a coltivare interessi personali, come la lettura, l’entomologia e la poesia. Nel 1911 s’iscrisse al movimento giovanile dei Wandervögel, un’organizzazione di carattere romantico e scoutistico. Due anni dopo, appena diciottenne, fuggì da casa per arruolarsi nella Légion étrangère in Nord Africa (in foto), da cui evase due volte per cercare di raggiungere l’Africa equatoriale: un’esperienza narrata più tardi nel libro Ludi africani (1936).
Dopo appena due settimane, il padre, agendo attraverso il Ministero degli Esteri tedesco, ne chiese il rimpatrio. Nel 1914 Jünger affrontò anticipatamente l’esame di stato (Abitur), per arruolarsi come volontario al fronte nel 73° Reggimento Fucilieri “Gibraltar”. Ferito a Les Eparges (aprile 1915), seguì un corso da alfiere durante la convalescenza, divenendo ufficiale, e passando poi a comandare i reparti d’assalto (Stoßtruppen). Nei due anni successivi combatté nella Battaglia della Somme a Guillemont e Combles, nella Battaglia della Somme a Guillemont e Combles (agosto 1916), nella Battaglia di Arras (aprile 1917), nella Terza Battaglia di Ypres (luglio e ottobre 1917), nella Battaglia di Cambrai (novembre 1917) e nell’Offensiva di Primavera (marzo 1918), venendo ferito in tutto quattordici volte e decorato con la Croce di Ferro di Prima Classe (gennaio 1917), con il Kronenorden von Hohenzollern (novembre 1917) e infine la Pour le Mérite, la più alta decorazione prussiana (settembre 1918), ricevuta a soli 23 anni, nonostante il parere contrario di Hindenburg, e di cui fu l’ultimo sopravvissuto tra i portatori.
Nel dopoguerra, rimase nella Reichswehr (l’esercito di Weimar) fino alla sua demobilitazione (1923). Poi si dedicò a studi universitari (che non terminò) a Lipsia e a Napoli, seguendo corsi di zoologia, botanica e filosofia. Divenne comunque un entomologo di una certa importanza, tanto che fu attribuito il suo nome ad alcune specie d’insetti da lui scoperte.
Nel dopoguerra, rimase nella Reichswehr (l’esercito di Weimar) fino alla sua demobilitazione (1923). Poi si dedicò a studi universitari (che non terminò) a Lipsia e a Napoli, seguendo corsi di zoologia, botanica e filosofia. Divenne comunque un entomologo di una certa importanza, tanto che fu attribuito il suo nome ad alcune specie d’insetti da lui scoperte.
Nel 1925 si sposò con Gretha Jensen, da cui ebbe due figli, uno, Ernst (detto Ernstel), battezzato come luterano, e l’altro, Alexander, battezzato come cattolico, con il giurista Carl Schmitt quale padrino. Nel frattempo, a partire dalla pubblicazione del romanzo autobiografico Nelle tempeste d’acciaio (1920), e di altre opere (La lotta come esperienza interiore, Il tenente Sturm, Boschetto 125, Fuoco e sangue, Il cuore avventuroso), che narravano le sue esperienze al fronte, divenne una figura di spicco negli ambienti della Destra nazionalista e reducista. Fece parte dei Freikorps e scrisse su varie riviste dell’area, diventando amico intimo di grandi figure intellettuali quali il filosofo Martin Heidegger, il giurista Carl Schmitt, il nazionalbolscevico Ernst Niekisch, lo scrittore Ernst von Solomon, e il discepolo Armin Möhler, che fu a lungo suo segretario.
Verso la fine degli anni ’20 il suo pensiero ebbe un’evoluzione importante: un allargamento della propria teoria. Fino ad ora, egli aveva messo in rilievo il carattere totalizzante e distruttivo della guerra moderna e sottolineato il maggior risalto ch’essa dava alla figura del soldato come guerriero (Krieger), che in questa situazione mette alla prova le proprie capacità umane. Con i saggi La mobilitazione totale (1929), Il dolore (1934), ma soprattutto L’operaio. Dominio e forma (1933), questa prospettiva è estesa dall’ambito bellico all’intera società moderna.
Verso la fine degli anni ’20 il suo pensiero ebbe un’evoluzione importante: un allargamento della propria teoria. Fino ad ora, egli aveva messo in rilievo il carattere totalizzante e distruttivo della guerra moderna e sottolineato il maggior risalto ch’essa dava alla figura del soldato come guerriero (Krieger), che in questa situazione mette alla prova le proprie capacità umane. Con i saggi La mobilitazione totale (1929), Il dolore (1934), ma soprattutto L’operaio. Dominio e forma (1933), questa prospettiva è estesa dall’ambito bellico all’intera società moderna.
Si tratta di portare all’estremo la situazione di guerra, creando una società mobilizzata anche nell’ambito dello studio e del lavoro. L’operaio (Arbeiter), attraverso la disciplina, ottiene il dominio sulla tecnica. Quest’opera ebbe un grande successo, tanto che Heidegger gli dedicò due cicli di lezioni (1934 e 1939-40) e ne trasse ispirazione per il suo discorso sull’Università tedesca, mentre Evola vi scrisse un commento esaustivo e profondo. Con l’ascesa al potere di Hitler, che apprezzava molto la sua figura e i suoi scritti, a Jünger fu offerto un seggio al Reichstag e la presidenza dell’Accademia Tedesca dei Poeti, ma egli rifiutò entrambi. Già pochi anni prima aveva respinto le profferte politiche di Goebbels, che più tardi dovette affermare: «Abbiamo offerto a Jünger ponti d’oro, ma lui non li volle attraversare». Come ad altri rivoluzionari-conservatori, anche a lui ripugnava un certo stile volgare e demagogico del nazionalsocialismo, ed era scettico circa i loro progetti grandiosi. La sua casa fu perquisita dalla Gestapo e l’uscita dei suoi libri messa sotto silenzio dalla stampa.
Nel 1939 Goebbels, a una conferenza pubblica, gli domandò: «E ora, Herr Jünger, cosa ne pensa?». La risposta dello scrittore non si fece attendere: fu il romanzo breve fantastico Sulle scogliere di marmo, un capolavoro nella forma che narra il passaggio violento di una terra idilliaca dall’ordine tradizionale a un regime barbarico e totalitario. A questo punto, Göring e Goebbels avrebbero voluto liquidare Jünger (come già era stato fatto con altri esponenti della Destra tedesca, quali Niekisch, imprigionato, e E. J. Jung, assassinato), tuttavia Hitler, ammiratore dello Jünger scrittore, si oppose fermamente.
Nell’agosto 1939, egli fu richiamato alle armi col grado di capitano, comandando dapprima una postazione della Linea Sigfrido, poi partecipando all’avanzata in Francia. Dal 1940 al 1944, fu di stanza alla guarnigione di Parigi, come membro dello stato maggiore del comandante la piazza, il generale Stülpnagel. Oltre al lavoro d’ufficio e alle escursioni entomologiche, frequentò i salotti artistici ed intellettuali di Parigi, conoscendo, tra gli altri, Braque, Céline, Cocteau, Colette, Gaston Gallimard, Florence Gould, Sacha Guitry, Jouhandeau, Léautaud, Montherlant, Paul Morand, il capo della resistenza clandestina Jean Paulhan e il famoso pittore Picasso. Inoltre continuò ad essere una figura importante in quegli ambienti legati all’opposizione militare al regime, tanto che il suo libello “La pace” (pubblicato poi nel 1946), delineante un futuro ordine europeo rivoluzionario-conservatore, fu inviato a Rommel a mo’ di scritto programmatico. Tuttavia, dopo il complotto del 20 luglio, non furono trovate prove a suo carico, e fu soltanto dimesso dall’esercito con disonore. Nel frattempo, ebbe la notizia della morte del suo primogenito, Ernst, cadetto della Kriegsmarine, presso Carrara, dove era in forze ad un battaglione di disciplina, stante la sua punizione per attività sovversiva.
Nell’agosto 1939, egli fu richiamato alle armi col grado di capitano, comandando dapprima una postazione della Linea Sigfrido, poi partecipando all’avanzata in Francia. Dal 1940 al 1944, fu di stanza alla guarnigione di Parigi, come membro dello stato maggiore del comandante la piazza, il generale Stülpnagel. Oltre al lavoro d’ufficio e alle escursioni entomologiche, frequentò i salotti artistici ed intellettuali di Parigi, conoscendo, tra gli altri, Braque, Céline, Cocteau, Colette, Gaston Gallimard, Florence Gould, Sacha Guitry, Jouhandeau, Léautaud, Montherlant, Paul Morand, il capo della resistenza clandestina Jean Paulhan e il famoso pittore Picasso. Inoltre continuò ad essere una figura importante in quegli ambienti legati all’opposizione militare al regime, tanto che il suo libello “La pace” (pubblicato poi nel 1946), delineante un futuro ordine europeo rivoluzionario-conservatore, fu inviato a Rommel a mo’ di scritto programmatico. Tuttavia, dopo il complotto del 20 luglio, non furono trovate prove a suo carico, e fu soltanto dimesso dall’esercito con disonore. Nel frattempo, ebbe la notizia della morte del suo primogenito, Ernst, cadetto della Kriegsmarine, presso Carrara, dove era in forze ad un battaglione di disciplina, stante la sua punizione per attività sovversiva.
Nel 1945, fu riarruolato come comandante della locale compagnia del Volksturm, ruolo in cui si adoperò per limitare le distruzioni e le vittime presso i civili. Dopo la guerra, rifiutò di compilare il formulario per la denazificazione, e inizialmente gli fu proibito di pubblicare dagli occupanti. Si spostò allora a Ravensburg, sul Lago di Costanza, nella zona d’occupazione francese, dove questo diritto gli fu concesso. In poco tempo però conobbe una discreta riabilitazione, anche per la sua opposizione in opere come Sulle scogliere di marmo, che fu definita da un critico, con gran scandalo di molti antifascisti, l’unica opera di resistenza scritta in Germania dopo il 1933. Continuando la sua attività di scrittore, pubblicò in tre riprese (Giardini e Strade, Irradiazioni, L’anno dell’occupazione) i diari degli anni legati alla sua seconda esperienza bellica, dal 1939 al 1948, nonché il romanzo fantastico Heliopolis, narrante la lotta per il potere all’interno di un regime dittatoriale tra due fazioni, una aristocratica ed una demagogica.
Ebbe poi un importante dibattito filosofico sul nichilismo con Martin Heidegger, a cui dedicò gli scritti Oltre la linea (1950) e Al muro del tempo (1970). Di fronte al pessimismo heideggeriano riguardo al dominio della tecnica sull’uomo e al conseguente dominio del totalitarismo (non importa se bianco, rosso o bruno), Jünger esprime un cauto ottimismo, sostenendo che la Linea, ovvero il meridiano zero del nichilismo, (il “meriggio” per dirla in termini nietzscheani), sia già stato sorpassato. Riprende quindi la tesi nietzscheana del nichilismo come fase intermedia patologica tra un passato retto da valori supremi e un futuro fecondo di nuove realizzazioni, per cui s’impone all’individuo di passare dal dubbio a un realistico pessimismo all’azione per superare questa fase e creare nuovi valori.
Ebbe poi un importante dibattito filosofico sul nichilismo con Martin Heidegger, a cui dedicò gli scritti Oltre la linea (1950) e Al muro del tempo (1970). Di fronte al pessimismo heideggeriano riguardo al dominio della tecnica sull’uomo e al conseguente dominio del totalitarismo (non importa se bianco, rosso o bruno), Jünger esprime un cauto ottimismo, sostenendo che la Linea, ovvero il meridiano zero del nichilismo, (il “meriggio” per dirla in termini nietzscheani), sia già stato sorpassato. Riprende quindi la tesi nietzscheana del nichilismo come fase intermedia patologica tra un passato retto da valori supremi e un futuro fecondo di nuove realizzazioni, per cui s’impone all’individuo di passare dal dubbio a un realistico pessimismo all’azione per superare questa fase e creare nuovi valori.
Nel libro successivo, Il trattato del ribelle (1952), viene prospettata quindi l’idea del “passare al bosco”, cioè sottrarsi al nichilismo, rifugiandosi in quelle oasi rimaste ricche di significato. È la teorizzazione della figura del Ribelle, che lotta contro il totalitarismo moderno, difendendo la propria sovranità d’individuo e rispondendo unicamente al tribunale interno della propria coscienza. Ciò perché il nichilismo di oggi è un problema che può essere affrontato da pochi individui, ma può allo stesso tempo portare a nuovi inizi. Dopo la guerra, Jünger si trasferì stabilmente nel villaggio di Wilflingen, in Alta Svevia (1950), dove prese dimora nella foresteria del maniero dei Conti von Stauffenberg (autori dell’attentato a Hitler del 20 luglio). Tuttavia continuò i suoi viaggi in tutto il mondo, iniziati già negli anni ’20, di cui lasciò traccia nei numerosi diari di viaggio (Myrdun, Terra sarda, Il contemplatore solitario fra gli altri). Nel 1955, recuperò le spoglie del figlio, con l’aiuto del suo traduttore Henry Furst, Giovanni Ansaldo e un giovanissimo Marcello Staglieno. Durante la sua vita, sperimentò diverse sostanze stupefacenti (etere, hashish, cocaina, mescalina), stringendo infine amicizia con il chimico svizzero Albert Hoffmann, inventore della dietilammide dell’acido lisergico (LSD), con cui sperimentarono questa droga. Le sue esperienze sono riecheggiate nel racconto Visita a Godenholm (1952), ermetico e insieme pregno di simbolismo tradizionale, e nella raccolta del 1970, Avvicinamenti: droghe ed ebbrezza. Nel 1960 rimase vedovo e si risposò dopo due anni con l’archivista e insegnante Liselotte Löhrer nata Bauerle, che gli sopravvivrà.
A partire dagli anni ’50 l’editore Klett Cotta di Stüttgart, per conto di cui egli dirigeva, insieme a Mircea Eliade, la rivista di studi esoterici Antaios, cominciò a pubblicare la sua opera omnia. Sarà l’unico scrittore tedesco, insieme a Goethe, Klopstock e Wieland a vedere pubblicate due edizioni delle proprie opere complete.
A partire dagli anni ’50 l’editore Klett Cotta di Stüttgart, per conto di cui egli dirigeva, insieme a Mircea Eliade, la rivista di studi esoterici Antaios, cominciò a pubblicare la sua opera omnia. Sarà l’unico scrittore tedesco, insieme a Goethe, Klopstock e Wieland a vedere pubblicate due edizioni delle proprie opere complete.
Continua naturalmente l’attività filosofica sempre legata al rapporto tra etica del singolo e politica: nel 1953, pubblica Il nodo di Gordio, frutto delle sue discussioni insieme a Carl Schmitt su Oriente e Occidente. Fanno seguito, tra le opere più importanti, il romanzo fantascientifico Le api di vetro (1957) e i saggi Al muro del tempo (1959) che riprende varie tematiche di Oltre la linea, Lo stato mondiale (1960) e Tipo, nome, forma (1963). Questa riflessione e la mutata situazione storica lo portò a rivedere e ‘aggiornare’ la figura del Ribelle in un nuovo tipo: l’Anarca. Fondamentale per la descrizione di questo tipo è il romanzo fantastico Eumeswil (1977), che chiude la trilogia iniziata con Sulle scogliere di marmo e proseguita con Heliopolis. Qui il protagonista, Martin Venator, servitore distaccato del Condor, tiranno di Eumeswil, simile per molti versi a uno dei cesari di Spengler, conduce la sua vita all’ombra del regime, mantenendosi sempre libero e sovrano. Tutto il libro è pervaso dalle sue riflessioni sull’Anarca, da distinguere dall’anarchico. Anzi, l’anarca sta all’anarchico, come il monarca sta al monarchico. Si può dire valga qui perfettamente quella massima di Evola: «Fa’ che ciò su cui non puoi nulla, nulla possa su di te». Di grande interesse è anche il romanzo breve Il problema di Aladino (1983), il cui protagonista è un ufficiale prussiano nella Polonia comunista, che fugge in cerca della sua libertà. Nei suoi ultimi anni, Jünger, benché avesse affermato di non rinnegare nulla della sua vita, era ormai pienamente riabilitato agli occhi di buona parte della società tedesca, che riconosceva i suoi meriti, indipendentemente da pregiudizi ideologici. Il suo stile letterario, conciso ma originale e brillante, e la grande esperienza di vita e di pensiero che ne traspariva, gli valsero molti riconoscimenti. Nel 1981 ricevette il Premio Mondiale Cino del Duca, «per il suo messaggio di umanismo moderno».
Nel 1984, in occasione del 70° anniversario della Prima Guerra Mondiale, parlò al memoriale di Verdun, insieme con il cancelliere tedesco Helmut Köhl e il presidente francese socialista François Mitterrand, entrambi suoi ammiratori. Negli anni ’90 continuò a scrivere e a curare l’edizione delle sue opere, ma anche a dedicarsi al proprio orticello e alle sue passioni come le passeggiate, l’entomologia e la lettura. Nel 1993, il secondogenito Alexander, rimasto paralizzato dopo un incidente, si tolse la vita. Il suo centesimo compleanno fu festeggiato da tutta la Germania, fu invitato a Venezia dal sindaco Cacciari, e ricevette la visita nella sua dimora rurale di Wilflingen di uomini di lettere e capi di stato, tra cui Köhl e Mitterrand. Negli ultimi tempi si era riavvicinato alla religione, per cui comunque aveva sempre avuto una particolare sensibilità, convertendosi al cattolicesimo il 26 settembre 1996. Morì infine, poco prima di compiere i 103 anni, il 17 febbraio 1998. Era nato nell’anno in cui furono inventati i raggi X, morì l’anno in cui fu fondato Google.
"Il liberalismo si è assicurato da tempo una strana specie di buffoni di corte il cui compito consiste nel dire ad esso delle verità divenute innocue. Si è sviluppato un singolare cerimoniale con cui l’individuo moderno travestito da quasi aristocratico o da quasi abate mette in scena, fra applausi ormai diffusi e generalizzati, e a regola d’arte, la rappresentazione di collaudati colpi di grazia. [...] Dietro quelle marionette che sulle tribune pubbliche già in demolizione logorano i luoghi comuni del liberalismo fino a renderli sottili come un foglio di carta velina, spiriti più fini e più esperti si preparano a mutare lo scenario."
lunedì 28 febbraio 2011
In ricordo di MIKIS MANTAKAS martire Europero.
Pagine di Storia:
IN RICORDO DI MIKIS MANTAKAS MARTIRE DELLA CIVILTA' EUROPEA.
MIKIS MANTAKAS PRESENTE!
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domenica 28 febbraio 2010
IN RICORDO DI MIKIS MANTAKAS MARTIRE DELLA CIVILTA' EUROPEA.
Il 24 febbraio 1975 iniziava, presso il Tribunale penale di Roma, il processo contro i tre attivisti di Potere operaio accusati di aver deliberatamente provocato un incendio nella casa di Mario Mattei, segretario della sezione missina di Primavalle, causando la morte dei suoi due figli.
Nella giornata stabilita il processo inizia. All’esterno del tribunale le forze dell’ordine presidiano la piazza, e la stessa cosa avviene nelle piazze più importanti dei quartieri confinanti con il palazzo di giustizia. Fin dalle prime ore della mattinata folti gruppi di extraparlamentari di sinistra tentano di aggredire i giovani di destra che stazionano fuori del tribunale non essendo riusciti ad entrare in aula. Nonostante la presenza delle forze dell’ordine, nascono sporadici tafferugli. Poco dopo i vari gruppi di sinistra, riunitisi per l’occasione, danno vita ad una vera e propria guerriglia urbana, provocando vari feriti anche tra i passanti. Stesse scene di violenza nei tre giorni seguenti, in cui gli extraparlamentari, con manifesti e appelli sui giornali e radio di sinistra, invitano tutte le forze antifasciste a partecipare al processo.
L’invito viene raccolto e il 28 febbraio, giorno della terza udienza del processo, già dalle sei di mattina confluiscono nella zona del tribunale gruppi di attivisti equipaggiati per la guerriglia urbana. Già alle 6.30 del mattino si verificano i primi incidenti: un dirigente del FDG viene aggredito a colpi di pistola, per fortuna senza conseguenze. Poco dopo un gruppo di circa cento extraparlamentari di sinistra compie un attacco in forze ai giovani di destra che stanno entrando in tribunale: una pioggia di sassi e bastoni tempesta i ragazzi di destra, che non possono fare altro che premere sulla porta del tribunale. Vengono anche sparati alcuni colpi di pistola, che raggiungono uno dei giovani di destra alla gamba. Accerchiati dagli avversari, i giovani di destra riescono ad entrare in tribunale dopo che qualcuno ha aperto la porta.L’assalto è durato qualche minuto e vari giovani di destra sono costretti a ricorrere alle cure dei sanitari per le ferite riportate.
Intanto in aula inizia l’udienza. La tensione rimane comunque alta: nella sala antistante l’aula processuale si verifica uno scontro tra un giovane di destra ed un extraparlamentare di sinistra, fermati e identificati dalla polizia: il secondo, Alvaro Lojacono, sarà rilasciato poco dopo le 11.00 per l’intercessione di un senatore del PCI. Tornato in libertà, si allontana seguito da un gruppo di extraparlamentari.
Mezz’ora dopo, quasi fosse un piano prestabilito, diversi focolai di guerriglia si accendono nei dintorni di Piazzale Clodio. Alle 11.30 si forma un corteo che scorrazza per venti minuti, dileguandosi rapidamente e si dirige verso via Ottaviano, evidentemente sapendo che i giovani del MSI, dopo i gravi incidenti della mattinata, si sono rifugiati nella loro sede sita proprio in via Ottaviano. Alle 13.15 circa inizia l’azione degli extraparlamentari di sinistra che culminerà con l’omicidio di MIKIS. I comunisti arrivano in via Ottaviano alla spicciolata: sono oltre cento, mentre nella sede missina si trovano non più di venticinque persone. Fuori del portone non c’è nessuno che si accorge della manovra di avvicinamento. Non sono presenti neanche le forze dell’ordine.
Dal gruppo degli aggressori partono le prime bottiglie incendiarie, che vanno a colpire il portone d’ingresso dello stabile nel cui sottoscala si trova la sezione missina. I giovani del MSI escono immediatamente, ma non possono raggiungere la strada perché tutto il tratto di corridoio che conduce al portone è invaso dalle fiamme e dal fumo. Probabilmente a questo punto qualcuno degli aggressori apre il fuoco verso l’ingresso dello stabile ma i giovani assediati, nel trambusto, non se ne accorgono. Tra i giovani missini c’è qualcuno che, superato il muro di fiamme, riesce a raggiungere il portone prima che i comunisti riescano ad entrare.
I giovani assediati si dirigono a questo punto verso l’altra uscita del palazzo, alla quale si arriva attraversando un cortile interno, che si affaccia su Piazza Risorgimento. Dal portone sulla piazza i giovani del MSI riescono ad uscire, dirigendosi verso l’angolo tra Piazza Risorgimento e via Ottaviano. Non sono più di una decina, e tra loro c’è Mantakas. I comunisti si accorgono della manovra e fingono di ripiegare su via Ottaviano. Alcuni di loro però si appostano dall’altra parte della strada, mentre il grosso si allontana.
Appena i giovani di destra giungono all’angolo i comunisti, disposti a raggiera di fronte all’angolo stesso, aprono il fuoco. Avanti a tutti, in mezzo alla strada, Alvaro Lojacono, armato di una pistola a tamburo di grosso calibro. Sono attimi tremendi: sottoposti al fuoco incrociato di almeno cinque pistole, i giovani missini cercano rifugio dietro le auto parcheggiate. Vengono esplosi numerosi colpi e la velocità di fuoco dei comunisti, confermata da alcuni testimoni, è impressionante.
Sotto il fuoco cade MIKIS MANTAKAS, colpito alla testa da un proiettile che gli attraversa tutto il cervello. A questo punto i comunisti si ritirano, non prima di aver lanciato alcune molotov. Solo ora i missini si accorgono che uno di loro è gravemente ferito: Mikis è a terra in una pozza di sangue, senza conoscenza. I camerati sollevano il suo corpo e lo trasportano a braccia all’interno del portone di Piazza Risorgimento, dal quale erano usciti pochi minuti prima. I comunisti tentano immediatamente un nuovo attacco in forze, dirigendosi velocemente verso l’entrata che i missini tentano di guadagnare. Avviene quindi la seconda parte dell’assalto: gli aggressori si accalcano all’ingresso e lanciano alcune bottiglie molotov, una delle quali colpisce il corpo di Mikis. Ne nasce un durissimo scontro, nel quale hanno momentaneamente la meglio i missini, che riescono a chiudere il portone. Dall’esterno gli aggressori si avventano sul portone stesso, che inizia a cedere sotto i loro colpi. All’interno gli assediati provvedono ad allontanare il corpo di Mikis da dietro il portone e si allontanano dal corridoio, ripiegando nel cortiletto interno e chiudendo una porta a vetri ed un cancello che dividono l’ingresso dal cortile.
Prevedendo che da un momento all’altro il portone avrebbe ceduto sotto i colpi degli aggressori, i giovani del MSI, una volta trasportato nel cortile il corpo esanime di Mikis, lo richiudono dentro un garage privato. Proprio nel momento in cui i comunisti sfondano il portone, i giovani missini chiudono la saracinesca: uno di loro resta vicino a Mikis che, dal momento in cui è stato colpito, è privo di conoscenza. Altri cercano rifugio nella sezione sentendo che, appena entrati nel corridoio, i comunisti hanno sparato. Alcuni ragazzi riescono ad entrare ma altri rimangono fuori: non sapendo che vi era stata una momentanea interruzione dell’energia elettrica infatti, uno dei missini con un movimento brusco e involontario chiude il portoncino blindato della sezione, che si aziona con un congegno elettrico. Chi è dentro la sezione quindi non può più uscire ad aiutare gli altri che sono rimasti fuori.
Mentre all’interno della sezione missina si cerca disperatamente di ripristinare la corrente, i comunisti superano facilmente la porta vetrata e la cancellata, non smettendo mai di sparare. I giovani del MSI rimasti fuori dalla sezione intanto, per non restare intrappolati, ritornano nel cortiletto. Prima di loro giungono però gli aggressori che, avendo sentito il rumore di una saracinesca che si chiudeva e credendo che all’interno vi fossero alcuni dei loro avversari, sparano numerosi colpi verso il garage centrale, che si trovano di fronte appena entrati e dove ritengono si siano rifugiati i missini. L’errore salva senza dubbio la vita del giovane che era rimasto a custodire il corpo di Mikis. E’ l’attimo in cui irrompono nel cortile anche i missini rimasti fuori dalla sezione. Tra gli aggressori c’è un attimo di sbandamento: evidentemente non si accorgono dell’esiguità del numero e credono che stia per uscire il grosso degli avversari. Mentre la maggior parte dei comunisti fugge per il portone appena sfondato, una parte di loro resta nel cortile, dove prima lancia alcune molotov e poi apre di nuovo il fuoco, colpendo ad un fianco un ragazzo del FDG di 17 anni. A questo punto, mentre i giovani di destra cercano di portare al riparo il ragazzo ferito, i comunisti fuggono. Nel frattempo quelli rimasti chiusi nella sezione riescono a sfondare la porta e si dirigono verso il portone di via Ottaviano, con l’intento di inseguire gli aggressori: costoro sono però riusciti a far perdere le loro tracce, confondendosi nel fuggi fuggi generale conseguente alla sparatoria, nella quale peraltro è rimasto ferito anche un passante. Le vittime della furia omicida dei rossi sono quindi tre. Il più grave è senz’altro Mikis, che perde sangue dalla testa e subisce una fuoriuscita di materia cerebrale.
Intanto a Piazza Risorgimento, circa dieci minuti dopo che era terminato l’assalto, giungono i primi soccorsi. Mentre Mikis è sempre disteso all’interno del cortiletto, arriva infatti un’ambulanza dei vigili del fuoco, che porta il ragazzo al Santo Spirito. Dopo cinque minuti iniziano ad arrivare le prime volanti, che danno vita ad uno spettacolare quanto inutile carosello, assolutamente inidoneo a rintracciare i responsabili dell’agguato.
Due giovani missini sono a questo punto avvicinati da una persona che dice di essere stato testimone oculare dell’intera scena: dice che i comunisti con le armi in pugno erano almeno cinque, e che gli sono passati davanti durante la fuga. I giovani missini si allontanano un attimo per andare ad avvisare i carabinieri, e quando tornano il testimone è misteriosamente sparito. Di lui non si saprà più nulla.All’ospedale Santo Spirito i medici si accorgono subito della gravità delle condizioni di Mikis: il giovane greco è in coma. Dopo numerose trasfusioni, si decide di trasferirlo al San Camillo per operarlo d’urgenza. Quando arriva in ambulanza sono le 14.30. Si continua con le trasfusioni, non essendo possibile operarlo subito a causa della fortissima emorragia. Alle 15.30 i medici decidono di operare comunque. Poco dopo le 16.00 inizia l’operazione, nel corso della quale viene estratto un proiettile di grosso calibro. L’intervento dura poco più di due ore. Alla sua conclusione, mentre i medici sono intenti a suturare, MIKIS MUORE.
Nella tarda serata del giorno successivo, dopo una serie di voci non confermate, si apprende da un servizio dell’ANSA che la persona che ha sparato contro Mantakas uccidendolo è Alvaro Lojacono.
Il 3 marzo il MSI annuncia per il pomeriggio una cerimonia funebre in memoria di Mantakas: la zona adiacente la chiesa è presidiata da un ingente schieramento di forze dell’ordine, che non riescono però ad impedire una serie di gravi incidenti. Nella chiesa intanto, in un clima di forte commozione, si portano a termine i funerali di Mantakas.
Alle 20.45 dello stesso giorno un dispaccio ANSA afferma che sono stati emessi due ordini di cattura per l’omicidio di Mikis Mantakas: uno contro Alvaro Lojacono, l’altro contro Enrico Panzieri. Da questo momento comincia per Lojacono il periodo di latitanza, favorito dal PCI, del quale il padre è un pezzo grosso. Riesce infatti ad espatriare e per l’omicidio di Mantakas, per il quale è stato condannato a 16 anni di reclusione, non si fa neanche un giorno di carcere. La latitanza di questo assassino si è finalmente conclusa il 2 giugno 2000 in un villaggio vacanze in Corsica, quando è stato arrestato dalla polizia francese.
Quello di Mikis è l’ennesimo omicidio impunito di un giovane idealista che credeva nella libertà e nel coraggio, che lottava quotidianamente per dare concretezza ai suoi ideali. Il suo sacrificio, come quello di tutti i ragazzi che come lui hanno dato la vita per quello in cui credevano, deve essere per noi uno stimolo fortissimo a non lasciarci scoraggiare dalle difficoltà quotidiane, a continuare nell’impegno che loro prima di noi hanno portato avanti, a tenere sempre in alto la fiaccola dell’idea che le loro mani non possono più stringere ma che ora brucia fiera nelle nostre.
Presente! Presente! Presente!

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