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lunedì 2 aprile 2012

Spezziamo il cappio di questa catena di Sant’Antonio chiamata debito pubblico.



Gli italiani si sa, hanno memoria corta. Ce lo insegna la storia, lo leggiamo nel vissuto quotidiano.

Solo qualche mese fa un governo legittimamente eletto, è stato praticamente esautorato da una evidente speculazione sui titoli del nostro debito pubblico. Manovre correttive come se piovessero, e alla fine la resa. Poi sono arrivati  i salvatori, ma questa è un’altra storia.

Quello che ci interessa ricordare, è che questo attacco speculativo che ha fatto schizzare a livelli mai raggiunti BOT e CCT è stato possibile per l’evidente esposizione dell’Italia in materia di debito pubblico, sia che lo leggiamo con l’ambiguo rapporto debito PIL ( circa 108%) , sia che lo misuriamo in termini assoluti, 1900 miliardi di euro circa.

Ma da dove viene questo debito? Facile è scritto ovunque, quando lo stato chiude l’anno con un bilancio in deficit perché le uscite hanno superato le entrate, per ripianare il bilancio e per mantenere i propri impegni (apparato statale, e stato sociale) di fatto compra moneta, denaro, emettendo in cambio titoli di stato.

I titoli vengono messi sul mercato, nel nostro caso da Banca d’Italia; questi titoli hanno un costo (valore nominale) che viene pagato per intero dai creditori interessati ed una durata prevista prima della riscossione variabile (anni, mesi). Variabile è anche il tasso di interesse a cui i creditori prestano questi soldi allo stato.

Interesse, è anche semanticamente, il motivo per cui ci sono frotte di investitori pronti a comprare questi pezzi di carta che lo stato offre; alla scadenza il creditore che restituirà i titoli riceverà dallo stato il valore nominale del titolo, più gli interessi. Si, è vero, è talmente elementare che a provare a spiegarlo si fa la figura dei deficienti. Quell’obbligazione venduta a 100, avrà quindi per lo stato debitore sempre e comunque un costo superiore a quello nominale; che sia 101, 110 o 200, anche questo qui interessa poco.

Perché col debito italiano questi calcoli ormai sono totalmente sballati, siamo andati oltre , così non possiamo più ragionare di valori, ma solo di numeri, numeri all’apparenza asettici, ma di fatto mostruosi. 77 miliardi di euro da pagare per l’anno 2012, noi tutti, per i soli interessi sul debito già contratto.  E i quasi 2000 miliardi di debito consolidato.

Ma come e quando pagheremo questo debito? In realtà lo paghiamo costantemente, ogni volta che i titoli mese per mese, anno per anno vanno in scadenza, ma lo stato non fa profitti, al massimo può gestire un maggior introito fiscale derivante da un periodo di crescita, ma specie in un periodo di crescita prossima allo 0, come e dove prendere i soldi per pagare?

Una famiglia può vivere con un reddito uguale e costante, anche al netto dell’inflazione, ma non se ha un mutuo a tasso variabile e il tasso di interesse cresce, allora dovrà reperire i soldi per pagare questa differenza: voi consigliereste a questa famiglia di contrarre un altro debito, magari alle stesse condizioni del precedente, per pagare appunto il debito di cui non riesce a saldare le rate? No ?

A prescindere da come la si possa pensare su una famiglia sventurata, la nostra grande famiglia, o comunità, lo stato, paga così il suo debito, da sempre! CONTRAENDO ALTRI DEBITI.

Sono questi debiti su debiti a mettere alle corde la nostra nazione, uniti ovviamente ad una evasione contributiva altissima, ma che deriva in parte proprio dall’alta pressione fiscale necessaria per pagare gli INTERESSI dei  continui debiti contratti dallo stato.


Di fronte a questo meccanismo perverso poco contano le mille manovre che si susseguono, i tagli alla scuola, all’università, allo stato sociale, alle pensioni. Le (s)vendite di patrimonio pubblico immobiliare, di aziende strategiche come Telecom e ,chissà , Finmeccanica. Pochi miliardi di euro per mettere qualche pezza, non risolvendo il nostro indebitamento ma mandando in pezzi lo stato sociale e risorse decisive per il futuro. E comunque rimanendo sempre esposti al rischio di una speculazione che faccia schizzare il rendimento , e il nostro indebitamento. E siamo a poche settimane fa.

D’altronde se ne è accorto persino il presidentissimo Napolitano, quello per intenderci, che firmò il decreto che ratificava il nuovo statuto della Banca d’Italia che sanciva di fatto la privatizzazione della nostra banca centrale [1]. Ascoltiamolo : “Quello di abbattere il debito pubblico – ha detto Napolitano – è un obiettivo che riassume tutti gli altri, lo vado ripetendo da tempo e approfitto di qualsiasi governo voglia impegnarsi in questo senso. Noi non possiamo lasciare sulle spalle delle generazioni più giovani questa spaventosa eredità, dobbiamo allentare questo vincolo, perché viaggiamo oltre i 70 miliardi di euro ogni anno come interesse sui titoli, pensate quanta parte potrebbe essere usata per investimenti ed è invece sequestrata da questo obbligo che non possiamo trasferire sul futuro vicino e lontano”. E ancora! : “Non si lasci ai giovani il peso di un debito spaventoso. E’ un nostro dovere morale, anche nei confronti dell’Europa“.

Fantastico, il comunista più amato a Washington ha centrato perfettamente il problema! Peccato che abbia contribuito in maniera decisiva alla scelta di un premier, il professor Monti, che ha dimostrato da subito di non aver alcuna intenzione di muoversi su questa strada.

Nessuna nuova infatti sull’emissione titoli dall’insediamento del governo tecnico, che conferma il piano di emissione di 440 miliardi di euro di titoli per l’anno 2012, dato in leggero calo rispetto a 2009 e 2010, giusto per assecondare l’apparente ridotta liquidità sui mercati, ma che conferma la volontà di continuare sulla strada dell’indebitamento continuo.

Forse Napolitano sogna “ ‘o miracolo” ma con queste premesse è difficile che il debito di sciolga come il sangue di San Gennaro.

Il debito continuerà a crescere, e non è affatto escluso che una nuova speculazione sui titoli, con una esposizione così ampia, ci porti vicino al fallimento come è già successo per la Grecia. Perché il debito è chiaro, lo contrae lo stato, ma lo paghiamo noi, con il nostro lavoro, con le tasse che versiamo costantemente.

Eppure un governo eletto è stato costretto alle dimissioni, messo alla stretta proprio da una speculazione sui nostri titoli di stato; nessuna calamità naturale, nessuna crisi di produttività. Una crisi di fiducia si è detto; fiducia? Meglio quel serio professore a quell’imprenditore un po’ cazzeggione e puttaniere, i mercati sono roba seria, mica argomento da orge ad Arcore! E questo i nostri creditori lo sanno, ne parlano la domenica all’uscita dalla Chiesa o al tè delle cinque… però ecco, saremmo curiosi di guardarli in faccia questi nostri creditori così morigerati.

Eppure stranamente  ne abbiamo lette poche di inchieste in merito, su questi probabili puritani che non tollerano il divertimento extraconiugale.

Insomma mentre l’Italia vive una sorta di trancè acritica, in cui ogni nuova imposta è accettata come necessaria, ogni nuovo provvedimento generalmente accolto perché finalizzato alla magica crescita, sogniamo che in Parlamento, teoricamente il luogo della Sovranità popolare, qualcuno si svegli, abbia un moto di orgoglio.

Quello che è successo ieri, può succedere ancora. Una misteriosa quanto puntuale speculazione, la necessità di un governo di emergenza; non si è votato, nessuno pare più chiedere un ritorno alle urne, l’Italia è praticamente commissariata e il clima di generale di appecoronamento non fa  sperare che in futuro tutto questo non si ripeterà; e a pagare saranno ancora una volta i cittadini (tr. il popolo!) privi di ogni minima libertà decisionale, e continuamente gabellati per mandare avanti un sistema che nessuno ha intenzione di mettere in discussione.

Ora più che mai è necessario che quel simulacro rimasto  di rappresentatività che è il parlamento si risvegli, e riscatti la fiducia data a questo governo imposto dai mercati, andando a indagare come si è potuto rovesciare un governo democraticamente eletto con la forza della speculazione sul nostro debito pubblico.

È necessario che un gruppo di deputati liberi ( o che aspirano alla libertà ) chiedano l’istituzione di una Commissione parlamentare , che si ponga degli  obiettivi chiari,  ed il più velocemente possibile. Una commissione che dovrebbe:

Innanzitutto fare un inventario del debito pubblico :

- Indagare su come storicamente si è formato l’enorme debito pubblico italiano.

- Esaminare chi sono i maggiori proprietari del nostro debito pubblico.

-Verificare chi ha guadagnato in pochi giorni e con pochi click di mouse, miliardi di euro dall’innalzarsi dello spread sui nostri titoli.

MA SOPRATTUTTO:

- Studiare i casi di Argentina, Islanda, Ecuador, dove un enorme debito pubblico è stato rinegoziato con i creditori.

- Proporre una rinegoziazione del debito pubblico con i grandi creditori, annullando per gli attuali detentori il filtro che esiste tra piccoli investitori e banche nella vendita / acquisto dei titoli sul mercato.

- Mettere allo studio la nazionalizzazione della Banca d’Italia (oggi in mano ai privati), tramite la quale avviene oggi la collocazione dei titoli sul mercato.

- Proporre in generale soluzioni alternative al debito infinito per l’Italia.

Noi ovviamente non vogliamo lasciare soli i nostri deputati, e forniremo periodicamente materiale per liberarci di questa catena di Sant’Antonio, che ha assunto le sembianze di un cappio che ci troviamo al collo, e che qualche zelante personaggio nell’ombra, ogni tanto decide a suo piacimento di tirare…
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[1] Nel nuovo  e vigente statuto della Banca d’Italia, approvato (con decreto 12/12/2006) dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,  SCOMPARVE magicamente dall’art. 3 , il terzo comma, che nella precedente versione recitava: “In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici”. Tolto di mezzo questo “impiccio”, la strada alla privatizzazione era ormai priva di ostacoli!

mercoledì 1 febbraio 2012

BANKITALIA. RAMPELLI-MARSILIO (PDL): IL GOVERNO ACCOGLIE ODG PER IL RITORNO IN MANO PUBBLICA DELLA PROPRIETA'.



Quando la politica si trasforma in azione:

"Il governo ha accolto l'ordine del giorno n. 62 collegato al decreto Milleproroghe, a firma Rampelli, Marsilio e Maurizio Turco (Radicali), che impegna l'esecutivo a dare corso a quanto disposto dalla legge 262 del 2005, che disciplina il settore del risparmio e dei mercati finanziari, per la parte che riguarda il ritorno in mano pubblica dell'intera proprietà della Banca d'Italia. La legge aveva infatti previsto questo obiettivo, delegando il ministero dell'Economia ad adottare un regolamento in merito entro il 2008. I governi che si sono succeduti negli anni hanno fatto scadere il termine senza giungere ad alcun risultato. Ma la legge continua a prescrivere che la proprietà della Banca d'Italia debba essere detenuta al 100% da soggetti ed enti pubblici, mentre oggi solo una minotanza delle quote è in mano pubblica, essendo tutto il resto di proprietà delle banche private.
"E' arrivato il momento di far rispettare la legge - commentano Rampelli e Marsilio - e di riportare la proprietà della nostra Banca centrale in mano pubblica. Un'operazione che serve a rendere più trasparente e più autorevole il ruolo di via Nazionale, e a sgombrare definitivamente il campo da ogni sospetto sull'influenza che le banche proprietarie possono avere sull'Istituto che ha il compito di vigilarne l'attività"

martedì 31 gennaio 2012

TONNELLATE D’ORO CUSTODITE DA BANKITALIA: E’ L’ORA DELLA VERITA’.



In una delle puntate del programma “Ulisse” Alberto Angela compie un viaggio all’interno della “sagrestia” di Palazzo Koch, dove viene custodito dalla Banca d’Italia tutto l’oro Italiano. Almeno così ci racconta il figlio di Piero. Nel corso dell’escursione il conduttore racconta che una parte dell’oro italiano è stato esportato, per motivi di sicurezza nazionale, in tre punti strategici del globo: la Federal Reserve in U.S.A., la Bank of England e la Banca dei regolamenti internazionali a Basilea. Ma chi ha preso questa decisione? E perchè? Ma soprattutto, essendo Bankitalia una società di diritto pubblico da sempre in mano a privati (cfr. Bruno Tarquini, La Banca la Moneta, l’Usura – Ed Controcorrente), è ragionevole chiedersi a chi appartenga la proprietà dell’oro custodito nella sagrestia di palazzo Koch.


Quanto raccontato da Alberto Angela trova riscontro in un articolo di repubblica del 1/08/2009 dal titolo: L’oro italiano? A Manhattan La Fed detiene parte dei lingotti.

On. Fabio Rampelli (Pdl)
Due deputati del Popolo della Libertà, Fabio Rampelli e Marco Marsilio, dopo aver visto il programma Ulisse e l’articolo di Repubblica, hanno presentato il 19/01/2012 un’interrogazione al Ministro dell’Economia e delle Finanze per avere delucidazioni in merito.
Restiamo in fervida attesa di conoscere la risposta che, qualunque essa sia, imporrà al mondo politico italiano una seria riflessione sul ruolo delle Banche Centrali, sul meccanismo del debito pubblico e sulla creazione della moneta da parte delle stessa da almeno un secolo a questa parte.

Atto Camera
Interrogazione a risposta scritta 4-14567 presentata da
FABIO RAMPELLI
giovedì 19 gennaio 2012, seduta n.573
RAMPELLI e MARSILIO. -
Al Ministro dell’economia e delle finanze.
- Per sapere – premesso che:
da un articolo pubblicato sul noto quotidiano nazionale La Repubblica, datato 1o agosto 2009 e dal titolo «L’oro italiano? A Manhattan. La Fed detiene parte dei lingotti» si apprende che gran parte della riserva aurea italiana sarebbe custodita presso uno stabile sito vicino la Federal Reserve statunitense, a New York;
dallo stesso articolo, si evince inoltre che altri quantitativi della nostra riserva aurea, seppur minori rispetto al succitato, vengono detenuti presso la Banca d’Inghilterra e presso la Banca dei Regolamenti internazionali con sede a Basilea;
la stessa notizia viene riportata dalla trasmissione televisiva «Passaggio a Nord Ovest», noto programma di approfondimento di RAI 1, nella puntata andata in onda in data 11 settembre 2010;
dalle stesse fonti si apprende inoltre che una parte dell’oro custodito presso i forzieri della Banca d’Italia, nella sede di via Nazionale a Roma, non sarebbe sotto la nostra diretta custodia perché affidato alla Banca centrale europea -:
se quanto citato in premessa corrisponda al vero ed, eventualmente, quando e in base a quale accordo o disposizione di legge sia stata assunta una tale decisione e se tale scelta «strategica» sia ancora ritenuta funzionale agli interessi dell’Italia;
a chi appartengano la proprietà della riserva aurea detenuta a Palazzo Koch e la proprietà della riserva aurea detenuta nelle sedi estere;
se l’Italia abbia la completa disponibilità delle succitate riserve auree, sia di quella detenuta presso la Banca d’Italia, sia di quelle eventualmente detenute presso sedi estere. (4-14567)

E’ POSSIBILE SEGUIRE L’ITER DELL’INTERROGAZIONE QUI:
Bankitalia è, secondo le stime, la quarta banca centrale più ricca di riserve auree del mondo, dopo la FED, il FMI e la BUNDESBANK. Ma l’oro detenuto a Palazzo Koch è veramente di proprietà dei cittadini italiani? Quando Mr. Goldman Sachs farà rispondere al suo ministro a quest’interrogazione lo scopriremo, e ci sarà da divertirsi…



di Francesco Filini.