Salviamo i nostri Marò

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giovedì 22 marzo 2012

Se neonazista è un killer, se musulmano diventa “presunto”.



L’uomo che ha ucciso i tre parà, i tre bambini ebrei e il rabbino di Tolosa fino a ieri era indicato senza dubbio alcuno come il “killer neonazista”. Fate bene attenzione: il killer neonazista. Nessun “presunto”, nessun dubbio su nulla: non sul fatto di aver ucciso e nemmeno sul suo essere “neonazista”. Era ovvio, era e doveva essere neonazista.

Poi le cose vanno un po’ diversamente, e oggi si scopre che quella pista non c’entra assolutamente nulla. Il soggetto in questione si chiama Mohamed, è un mujaheddin, appartiene ad Al Qaid, ha voluto vendicare i bambini palestinesi e ce l’ha con l’esercito francese per i suoi interventi all’estero.

E quindi? Magicamente il killer diventa “presunto”. Eh sì, ecco la parolina magica: presunto. In tutte le agenzie che anche qui vi abbiamo fornito era tutto un fiorire di quel “presunto”. Probabilmente davanti ad un musulmano filopalestinese si è più attenti e scatta immediatamente quella magica precisazione.

Oggi i giornali, usciti ancora con la pista neonazista, sono da incorniciare. Prendiamo ad esempio Il Fatto Quotidiano, che in prima pagina identificava “il killer di Tolosa” come “il neonazista”, e all’interno addirittura si sbilanciava così: “A Tolosa emuli di Breivik”. Spiega Il Fatto nell’articolo di Gianni Marsilli:
"Prende corpo il profilo “Breivik”, dal nome del neonazista norvegese autore della strage di Oslo la scorsa estate.Tutti i bersagli dell’assassino sono in qualche modo di origine straniera, ed è questo che corrobora la pista neonazista."
Va detto che Il Fatto, in Italia, è in buona compagnia. In realtà in Francia non ne erano così sicuri, visto che proprio il procuratore di Parigi continuava a ripetere di “tenere aperte la pista neonazista e quella del terrorismo islamico”. Su molti quotidiani italiani, invece, è stata presa in considerazione soltanto la pista neonazista. Era quella sbagliata, e scoperto l’errore il “killer” Mohamed è diventato “presunto”.

mercoledì 21 marzo 2012

Tolosa, Israele bacchetta la UE: Gaza è differente!


Avigdor Lieberman 

di Claudio Marsilio

Catherine Ashton 


Ieri mattina è apparsa sul quotidiano israeliano Yedioth Aronoth la reazione del ministro degli Affari Esteri israeliano, Avigdor Lieberman 
( http://www.ynetnews.com /articles/ 0,7340,L-4205193,00.html “Lieberman: Ashton’s Toulouse-Gaza comparison inappropriate” ) alle dichiarazioni del Commissario EU Affari Stranieri Catherine Ashton per  i suoi commenti che comparano l’attacco terroristico a Toulouse alla situazione a Gaza, chiamandoli “impropri.” Lieberman “spera che la Ashton ritirerà la sua asserzione“, dichiara la portavoce del Ministro.

Ma cosa ha detto la Ashton di così grave da urtare la nota sensibilità del rappresentante del Governo Israeliano?

Testuale: “When we think about what happened today in Toulouse, we remember what happened in Norway last year, we know what is happening in Syria, and we see what is happening in Gaza and other places,” Ashton said on the sidelines of a meeting of Palestinian youths in Brussels.
Ashton hailed the young Palestinians, who “against all odds, continue to learn, work, dream and aspire to a better future.”

Per chi non ha superato l’esame di inglese di terza media come me, traduco con l’aiuto di internet:

“Quando noi pensiamo a quello che accadde oggi a Tolosa, ricordiamo quello che accadde in Norvegia l’anno scorso, sappiamo quello che sta accadendo in Siria, e vediamo quello che sta accadendo in Gaza e negli altri luoghi“, Ashton ha affermato a margine di una riunione di giovani palestinesi a Bruxelles. Ashton si è congratulata con i giovani Palestinesi che “contro tutte le disparità, continuano ad imparare, lavorare, sognare e aspirare a un futuro migliore.”

Ha ragione il ministro, nato in Moldavia e naturalizzato israeliano, leader del partito ultranazionalista “Yisrael Beytenu”: comparare il gesto di un folle (come quello che ha sparato a Tolosa ai bimbi israeliti francesi) a ciò che accade a Gaza è decisamente inappropriato.

Un accostamento decisamente infelice.

Rispetto ai fatti di Norvegia e Tolosa, e alle uccisioni di innocenti nella torbida insurrezione armata contro Assad in Siria, ciò che accade a Gaza è di una diversità oggettiva: qui è applicato un genocidio, una punizione collettiva, un tentativo di pulizia etnica, una sistematica e cinica violazione dei più elementari diritti umani e spregio del diritto internazionale che la Storia abbia mai visto.

Niente di paragonabile al gesto d’uno squilibrato.

Qui è lo Stato che da anni perpetra scientificamente una politica di annientamento fisico e della dignità umana ai danni del proprio popolo (cioè, ad onor del vero, a danno dei cittadini che non considera affatto “proprio popolo” in virtù della definizione di Israele come “stato ebraico” ledendo quindi la dignità di coloro che ebrei non sono pur abitando in Israele; discriminando quelli che non appartengono alla religione ebraica, come i palestinesi di Gaza, ma anche i cristiani che vi abitano).

Se non fosse bastato ciò che è successo durante l’operazione Piombo Fuso e quello che sta accadendo in questi giorni ( con l’assassinio mirato – condannato dal Diritto Internazionale – dei resistenti palestinesi, e degli innocenti “collaterali”, donne e bambini ), ecco di seguito elencati alcuni impietosi numeri degli effetti dei due anni di chiusura di Gaza relativi al 2007-2009, tratti dal sito israeliano Gisha:

Giugno 2007 – giugno 2009 una frontiera chiusa. La limitazione degli approvvigionamenti

- Quantità di beni a cui è consentito l’ingresso a Gaza, in base alla domanda: 25% (approssimativamente 2.500 tir al mese contro i 10.400 precedenti al giugno 2007)

- Forniture di gasolio a cui è consentito l’ingresso a Gaza, in relazione al fabbisogno: 65% (2,2 milioni di litri alla settimana contro i 3,5 necessari per produrre elettricità)

- Durata media dell’interruzione nell’erogazione di energia elettrica a Gaza: 5 ore al giorno

- Numero delle persone senza accesso all’acqua corrente a Gaza: 28.000 

Confronti e comparazioni

- Numero delle voci dei beni alimentari di cui la risoluzione del Governo israeliano ha promesso l’ingresso a Gaza: illimitato

- Numero delle voci dei beni alimentari che attualmente hanno il permesso di entrare a Gaza: 18

- Ammontare della somma di denaro promesso per gli aiuti alla ricostruzione dalla Conferenza dei    Donatori nel marzo 2009: 4,5 miliardi di dollari

- Quantità di materiali per l’edilizia autorizzati ad entrare a Gaza: Zero

- Tasso di disoccupazione a Gaza nel 2007, anno in cui è stata imposto il blocco: 30%

- Tasso di disoccupazione a Gaza nel 2008: 40%

Niente sviluppo, niente prosperità, solo i beni “umanitari minimi” sono autorizzati all’ingresso

- L’esercito israeliano consente l’ingresso della margarina in piccole confezioni singole ma non quello della margarina stoccata in grandi contenitori perché potrebbe essere usata per l’industria (per esempio dalle aziende alimentari, producendo così posti di lavoro)

- Il Governo israeliano ha chiarito l’interpretazione restrittiva al provvedimento del 22 marzo 2009, il quale autorizzava l’ingresso senza limitazioni di rifornimenti alimentari all’interno di Gaza e che il governo “non intende rimuovere le restrizioni imposte precedentemente all’entrata di cibo e rifornimenti in Gaza”. Traduzione: le forniture alimentari continuano ad essere limitate.

-         Tra prodotti alimentari il cui ingresso a Gaza è vietato figurano: Halva (dolce a base di pasta di semola), the e succhi di frutta.

- Tra beni non alimentari il cui ingresso a Gaza è vietato figurano: palloni da calcio, chitarre, carta, inchiostro.

Un popolo in trappola

- Numero di giorni in cui il valico di Rafah è stato aperto per un traffico regolare: Zero

- Numero di persone ogni mese non in grado di attraversare Rafah: 39.000

- Criterio per il passaggio al valico di Erez: casi umanitari eccezionali ( nel 2011 ne sono stati autorizzati solo 3000, in larga parte pazienti con i loro parenti, e mercanti ).

La situazione al 2011 è di poco cambiata: sul sito di Gisha si può leggere la scheda aggiornata  

A Gaza, 40.000 persone dipendono – per la propria sopravvivenza – dall’industria della pesca, e questa comunità è stata lentamente decimata dai violenti attacchi israeliani contro pescatori disarmati. Nel 1990, il pescato medio a Gaza era stimato intorno alle 3.000 tonnellate, mentre ora è di circa 500 tonnellate, soprattutto a causa delle pesanti ripercussioni dell’assedio israeliano.

Come noto la marina di Israele ha imposto restrizioni sempre maggiori alla pesca nelle acque di Gaza: i limiti dell’area permessa sarebbero circoscritti a 6 miglia dalla costa, tuttavia viene regolarmente attaccata qualsiasi imbarcazione incrociata oltre le 3 miglia nautiche.

Questo anche in ragione delle ben note scoperte di giacimenti di gas e idrocarburi al largo delle coste gazesi 

Per ciò che concerne la guerra condotta contro la Striscia di Gaza, dopo mesi di indagini accurate il centro israeliano per i diritti umani B’Tselem           
                     
ha accertato che 1.385 palestinesi sono stati uccisi durante l’offensiva «Piombo fuso» compiuta dall’esercito israeliano tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009.


Degli uccisi, ha riferito l’Organizzazione, 762 erano civili e tra questi 318 erano minorenni e 109 donne con una età superiore a 18 anni. Altri 330 palestinesi uccisi erano combattenti e 248 agenti di polizia morti in gran parte nel bombardamento aereo del primo giorno di offensiva. Per altri 36 palestinesi non è stato possibile determinare lo status di combattente o civile.

Nove gli israeliani uccisi durante le operazioni, ma per “fuoco amico”: troppi soldati in un territorio così piccolo, hanno finito per spararsi addosso!

Le dichiarazioni della Ashton hanno indotto il ministro Lieberman a dichiarare che “Israele è un paese di alta morale, poiché fa le dovute distinzioni tra civili e combattenti”.

Abbiamo appena visto come.

mercoledì 29 febbraio 2012

Pansa, l'Istria e le foibe: 300mila italiani traditi dal Pci.



Qualche giorno fa, una radio mi ha chiesto: «Perché le sinistre italiane non amano ricordare gli assassinati nelle foibe e l’esodo istriano, fiumano e dalmata?». Ho risposto d’istinto: «Perché hanno la coscienza sporca». Il giornalista mi rimproverò: «Dottor Pansa, lei vede comunisti dappertutto!». Gli replicai, sorridendo: «Non dappertutto, per fortuna. Ma in quella vecchia storia c’erano, stia sicuro».

Nel Giorno del Ricordo, l’altroieri, sono state rammentate soprattutto le vittime delle foibe di Tito, quasi niente la tragedia dei trecentomila italiani costretti ad andarsene dall’Istria, dal Quarnaro e dalla Dalmazia. Nel complesso, l’esodo durò una decina d’anni. Ma ebbe un picco all’inizio del 1947, quando il Trattato di pace, imposto all’Italia dai vincitori, stabilì che le terre italiane sulla costa orientale dell’Adriatico dovevano passare alla Jugoslavia.
Perché tanta gente se ne andò? Ridotti all’osso, i motivi erano tre. Il più importante fu il terrore di morire nelle foibe com’era già accaduto a tanti altri italiani. Il secondo fu il rifiuto del comunismo come ideologia totalitaria e sistema sociale. Il terzo fu la paura speciale indotta dal nazional-comunismo di Tito e dalla decisione di soffocare con la violenza qualunque altra identità nazionale.

La prima città a svuotarsi fu Zara, isola italiana nel mare croato della Dalmazia. Era stata occupata dai partigiani di Tito il 31 ottobre 1944, quando il presidio tedesco aveva scelto di ritirarsi. La città era un cumulo di macerie. Ad averla ridotta così erano stati più di cinquanta bombardamenti aerei anglo-americani. Le incursioni le aveva sollecitate lo stato maggiore di Tito. Era riuscito a convincere gli Alleati che da Zara partivano i rifornimenti a tutte le unità tedesche dislocate nei Balcani. Non era vero. Ma le bombe caddero lo stesso. Risultato? Duemila morti su una popolazione di 20.000 persone. Molti altri zaratini vennero soppressi dai partigiani di Tito dopo l’ingresso in città. Centosettanta assassinati. Oltre duecento condanne a morte. Eseguite con fucilazioni continue, dentro il cimitero. Oppure con due sistemi barbari: la scomparsa nelle foibe e l’annegamento in mare, i polsi legati e una grossa pietra al collo.

Intere famiglie sparirono. Accadde così ai Luxardo, ai Vucossa, ai Bailo, ai Mussapi. Gli italiani di Zara iniziarono ad andarsene in quel tempo. Nel 1943 gli abitanti della città erano fra i 21.000 e il 24.000. Alla fine della guerra si ritrovarono in appena cinquemila. Poi fu la volta di Fiume, la capitale della regione quarnerina o del Quarnaro, fra l’Istria e la Dalmazia. L’Armata popolare di Tito la occupò il 3 maggio 1945, proclamando subito l’annessione del territorio alla Jugoslavia. Da quel momento l’esistenza degli italiani di Fiume risultò appesa a un filo che poteva essere reciso in qualsiasi momento dalle autorità politiche e militari comuniste.

L’esodo da Fiume conobbe due fasi. La prima iniziò subito, nella primavera 1945. Il motivo? Le violenze della polizia politica titina, l’Ozna, dirette contro tutti: fascisti, antifascisti, cattolici, liberali, compresi i fiumani che non avevano mai voluto collaborare con i tedeschi. Bastava il sospetto di essere anticomunisti, e quindi antijugoslavi, per subire l’arresto e sparire. All’arrivo dei partigiani di Tito, gli italiani di Fiume erano fra i 30 e i 35.000, gli slavi poco meno di 10.000. I nuovi poteri che imperavano in città erano il comando militare dell’Armata popolare, un’autorità senza controlli, e il Tribunale del popolo, affiancato dalle corti penali militari. Dalla fine del 1945 al 1948 vennero emesse duemila condanne ai lavori forzati per attività antipopolari. Molti dei detenuti non ritornarono più a casa. Ma il potere più temuto era quello poliziesco e segreto dell’Ozna, il Distaccamento per la difesa del popolo. A Fiume la sede dell’Ozna stava in via Roma. Un detto croato ammoniva: «Via Roma - nikad doma». Se ti portano in via Roma, non torni più a casa. In due anni e mezzo, sino al 31 dicembre 1947, l’Ozna uccise non meno di cinquecento italiani. Un altro centinaio scomparve per sempre.

Il primo esodo da Fiume cominciò subito, nel maggio 1945. Per ottenere il permesso di trasferirsi in Italia bisognava sottostare a condizioni pesanti. Il sequestro di tutte le proprietà immobiliari. La confisca dei conti correnti bancari. Chi partiva poteva portare con sé ben poca valuta: 20 mila lire per il capofamiglia, cinquemila per ogni famigliare. E non più di cinquanta chili di effetti personali ciascuno. Il secondo esodo ci fu dopo il febbraio 1947, quando Fiume cambiò nome in Rijeka e divenne una città jugoslava. Ma erano le autorità di Tito a decidere chi poteva optare per l’Italia. Furono molti i casi di famiglie divise. Nei due esodi se ne andarono in 10.000. E gli espatri continuarono. Nel 1950 risultò che più di 25.000 fiumani si erano rifugiati in Italia. Per il 45 per cento erano operai, un altro 23 per cento erano casalinghe, anziani e inabili. Ma per il Pci di allora erano tutti borghesi, fascisti, capitalisti e plutocrati carichi di soldi. Provocando le reazioni maligne che tra un istante ricorderò.

La terza città a svuotarsi fu Pola, il capoluogo dell’Istria, divenuta in serbocroato Pula. A metà del 1946 la città contava 34.000 abitanti. Di questi, ben 28.000 chiesero di poter partire. Gli esodi si moltiplicarono nel gennaio 1947 e subito dopo la firma del Trattato di pace. L’anno si era aperto sotto una forte nevicata. Le fotografie scattate allora mostrano tanti profughi che arrancano nel gelo, trascinando i poveri bagagli verso la nave che li attende. In poco tempo Pola divenne una città morta. Le abitazioni, i bar, le osterie, i negozi avevano le porte sigillate con travetti di legno. Su molte finestre chiuse erano state fissate bandiere tricolori. Fu l’esodo più massiccio. Dei 34.000 abitanti se ne andarono 30.000. Dopo Pola, fu la volta dei centri istriani minori, come Parenzo, Rovigno e Albona. Le autorità titine cercarono di frenare le partenze con soprusi e minacce. Ma non ci riuscirono. Da Pirano, un centro di settemila abitanti, il più vicino a Capodistria e a Trieste, partirono quasi tutti.

Sfuggiti al comunismo jugoslavo, gli esuli ne incontrarono un altro, non meno ostile. I militanti del Pci accolsero i profughi non come fratelli da aiutare, bensì come avversari da combattere. A Venezia, i portuali si rifiutarono di scaricare i bagagli dei “fascisti” fuggiti dal paradiso proletario del compagno Tito. Sputi e insulti per tutti, persino per chi aveva combattuto nella Resistenza jugoslava con il Battaglione “Budicin”. Il grido di benvenuto era uno solo: «Fascisti, via di qui!». Pure ad Ancona i profughi ebbero una pessima accoglienza. L’ingresso in porto del piroscafo “Toscana”, carico di settecento polesani, avvenne in un inferno di bandiere rosse. Gli esuli sbarcarono protetti dalla polizia, tra fischi, urla e insulti. La loro tradotta, diretta verso l’Italia del nord, doveva fare una sosta a Bologna per ricevere un pasto caldo preparato dalla Pontificia opera d’assistenza. Era il martedì 18 febbraio 1947, un altro giorno di freddo e di neve. Ma il sindacato dei ferrovieri annunciò che se il treno dei fascisti si fosse fermato in stazione, sarebbe stato proclamato lo sciopero generale. Il convoglio fu costretto a proseguire. E il latte caldo destinato ai bambini venne versato sui binari.

A La Spezia, gli esuli furono concentrati nella caserma “Ugo Botti”, ormai in disuso. Ancora un anno dopo, l’ostilità delle sinistre era rimasta fortissima. In un comizio per le elezioni del 18 aprile 1948, un dirigente della Cgil urlò dal palco: «In Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani».
Rimase isolato il caso del sindaco di Tortona, Mario Silla, uno dei protagonisti della Resistenza in quell’area. Quando lo intervistai per la mia tesi di laurea, mi spiegò: «Io non sono mai stato un sindaco comunista, ma un comunista sindaco». I suoi compagni non volevano ospitare i mille profughi destinati alla caserma “Passalacqua”. Ma Silla s’impose: «È una bestialità sostenere che sono fascisti! Sono italiani come noi. Dunque non voglio sentire opposizioni!».
La diaspora dei trecentomila esuli raggiunse molte città italiane. I campi profughi furono centoventi. Anno dopo anno, le donne e gli uomini dell’esodo ritrovarono la patria, con il lavoro, l’ingegno, le capacità professionali, l’onestà. Mettiamo un tricolore alle nostre finestre in loro onore.

(di Giampaolo Pansa)

sabato 25 febbraio 2012

Le Foibe e la pistola di Togliatti puntata contro la democrazia.



Ancora una volta il Giorno del Ricordo è servito a dimenticare la verità. A nasconderla. A farla a pezzi, così da poterne prendere soltanto la parte (piccola piccola) condivisa da (quasi) tutti. Compresi i variegati eredi del Pci. È vero, le foibe furono una pulizia etnica anti-italiana. Si omette di ricordare, però, che quella strage fu soprattutto una pulizia politica, finalizzata ad un preciso disegno: liberare dagli elementi ostili il cosiddetto “corridoio jugoslavo”, affinché potesse essere facilitata l’invasione dell’Italia del Nord da parte dei comunisti (la rottura stra Stalin e Tito avverrà solo nel 1948). Un progetto che vide l’adesione totale e convinta del Pci di Togliatti e Longo, che collaborò attivamente con gli assassini jugoslavi affinché le foibe avessero le proporzioni della tragedia che oggi – finalmente – tutti  conosciamo. Gli indirizzi degli italiani «da prelevare» erano spesso e volentieri forniti dai comunisti italiani; gli stessi che in quegli anni, come alcuni documenti del Viminale dimostrano, organizzavano i «campi di concentramento regionali per gli oppositori» del nuovo regime che avrebbe dovuto affogare l’Italia nella dittatura rossa. Tutto ciò non accadde soltanto perché il rispetto dell’Urss degli equilibri di Yalta impedì al Pci di fare ciò che – anche dopo le elezioni del 1948 – avrebbe voluto.

Un esito che i comunisti italiani prepararono ben prima della fine della guerra, come testimonia l’eccidio alle malghe di Porzûs, quando il 7 febbraio 1945 i partigiani del Pci fecero strage dei partigiani cattolici e liberali. Ad essere trucidati dai compagni in armi furono altri resistenti, alleati nella lotta di liberazione, ma contrari all’annessione alla Jugoslavia comunista. Un eccidio sul quale calò una pesantissima coltre di silenzio al fine di far trionfare una serie di falsi storici destinati a diventare veri e propri miti. A cominciare dall’unità antifascista e dall’interpretazione della Resistenza come secondo Risorgimento, tutte circostanze che uscivano letteralmente a pezzi da quell’eccidio e dalla vicenda delle foibe.

È una verità scomoda che i gendarmi della memoria devono censurare due volte: innanzitutto perché smentisce l’interpretazione minimalista della tragedia istriano-dalmata come “pulizia etnica”, puro e semplice odio anti-italiano da rintracciare in una «reazione al fascismo» che non spiega quasi nulla di ciò che accadde. Già nel 1943 – come ricorda il ricercatore di Lubiana Matej Leskovar – esistevano liste di persone da eliminare a Trieste (ben 20mila) elaborate insieme da comunisti italiani e sloveni, oltre che accordi sulla divisione dei territori di confine.

In secondo luogo, la verità di un’operazione politica e non semplicemente etnica va negata in quanto rischia di minare le basi di quel mito della resistenza che, in barba a tutti i revisionismi, continua a non dovere essere scalfito: cioè che il Pci combattè per la libertà e la democrazia. Al contrario, il partito di Togliatti fu una pistola costantemente puntata contro il nostro ordinamento democratico, al punto da organizzare un vero e proprio esercito in armi, un’organizzazione paramilitare totalmente anticostituzionale – la famosa Gladio rossa – la cui vicenda, nonostante gli importanti passi in avanti fatti dalla storiografia negli ultimi anni, è in parte ancora oggi avvolta da fitte nebbie.

È questo l’autentico peccato originale, il vero falso storico che ha avvelenato – e continua ad avvelenare – la memoria e la coscienza della nostra Patria.

Vincenzo Nardiello

giovedì 16 febbraio 2012

“In Slovenia c’è chi ride sulle foibe”.



Sull’orrore delle foibe  nella ex-Yugoslavia trovano ancora modo di scherzarci su. Per questo un gruppo di parlamentari del Popolo delle Libertà  ha chiesto al Ministro degli Esteri  italiano di presentare una formale protesta al governo sloveno con allegata  richiesta alle autorità locali di far rimuovere dalla homepage della testata telematica slovena “Mladina” il link che conduce “ad un gioco sinistro, di pessimo gusto e offensivo della memoria degli infoibati”.

La richiesta è  contenuta nell’interrogazione parlamentare presentata  alla Camera dall’onorevole Giampiero Cannella insieme ai colleghi Alessandro Pagano, Giorgio Straquadanio, Manlio Contento, Giorgia Meloni, Ugo Lisi, Massimo Corsaro, Alessandra Mussolini, Maurizio Scelli e Marcello De Angelis. “L’atto parlamentare – spiegano i deputati del Pdl –  prende le mosse dalla presenza nel web, sulla pagina di presentazione della testata slovena ‘Mladina’, di un link ipertestuale (http://www.mladina.si/projekti/igre/fojba2000/), che conduce ad un gioco, una sorta di Tetris, nel quale vince chi precipita in fondo ad una foiba più nemici. Tutto questo è – aggiungono i firmatari dell’interrogazione parlamentare – è offensivo nei confronti della memoria delle migliaia di nostri connazionali di Fiume, Istria e Dalmazia che alla fine della seconda guerra mondiale  hanno vissuto la  tragedia della persecuzione comunista. “I più ‘fortunati’ di loro – spiega Giampiero Cannella – furono costretti a fuggire lasciando le case e i beni nelle mani degli slavi. Fu un esodo biblico impresso ancora a caratteri di fuoco nella memoria dei protagonisti. Per altri, molti altri, il destino fu più atroce. Le truppe al comando del maresciallo Tito – conclude il parlamentare –  attuarono la pulizia etnica precipitando nelle foibe migliaia di nostri connazionali colpevoli soltanto di essere italiani”.

lunedì 13 febbraio 2012

Cosa c'è stato dopo le foibe?

di Marco Pirina



Documenti sconvolgenti sulla verità storica delle foibe - pulizia etnica del popolo veneto - campi di concentramento italiani - comunisti - accordo per eliminare i veneti da Istria e Dalmazia - Partigiani e colpo di stato - falso 25 aprile