Salviamo i nostri Marò

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Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

venerdì 23 marzo 2012

Pagine di Storia ...


L'IMBOSCATA DI VIA RASELLA

di Ivaldo Giaquinto.



Nella ricorrenza del venticinquesimo anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento, avvenuta a Milano il 23 marzo 1919, un gruppo del movimento clandestino di resistenza romano preparò e attuò un temerario attentato contro i tedeschi, che ebbe tragiche conseguenze di sangue per la popolazione romana e scosse profondamente la coscienza nazionale.
Il 23 marzo 1944 alle ore 15 circa, nell'interno della città aperta di Roma, in pieno centro storico, in via Rasella, all'altezza di palazzo Tittoni, mentre passava un reparto di 156 uomini della 11a Compagnia del Reggimento "Bozen", comandato dal maggiore Helmut Dobbrick - che da quindici giorni era solito percorrere quella strada per rientrare in caserma dopo le esercitazioni - scoppiava una bomba a miccia ad alto potenziale collocata in un carrettino per la spazzatura urbana, confezionata con 18 chilogrammi di esplosivo frammisto a spezzoni di ferro. La tremenda esplosione causò la morte di trentadue militari tedeschi e di due civili italiani di cui un bambino di dieci anni.
Subito dopo lo scoppio una squadra di appoggio, che sostava tra via del Boccaccio e via del Traforo, lanciava delle bombe a mano contro la coda del reparto per disorientare i militari e quindi si dileguava verso via dei Giardini allontanandosi rapidamente dalla zona.
Coloro che presero parte all'azione furono: Rosario Bentivegna che, travestito da spazzino, trasportò la bomba con la carretta; Franco Calamandrei, che si tolse il berretto per indicare a Bentivegna che il reparto aveva imboccato via Rasella e che la miccia per l'esplosione doveva essere accesa; Carla Capponi, che aspettava Bentivegna all'angolo di via delle Quattro Fontane; e poi Carlo Salinari, Pasquale Balsamo, Guglielmo Blasi, Francesco Cureli, Raoul Falciani, Silvio Serra e Fernando Vitagliano. Questi giovani (tra i 20 e i 27 anni) facevano parte di uno dei tanti gruppi denominati di Azione Patriottica (Gap) e dipendevano dalla Giunta militare, emanazione del Comitato di Liberazione Nazionale (Cln), di cui erano responsabili Giorgio Amendola (comunista), Riccardo Bauer (azionista) e Sandro Pertini (socialista). L'ordine di eseguire l'imboscata di via Rasella, preparata nei minimi particolari da Carlo Salinari, fu dato dai responsabili della Giunta militare. Successivamente Bauer e Pertini dichiararono di non essere stati preventivamente informati e che l'ordine venne dato da Amendola a loro insaputa. Amendola stesso, qualche tempo dopo, confermò la versione, rivendicando a se stesso la responsabilità di aver dato ai "gappisti" l’ordine operativo per l'attentato.
La sera del 26 marzo i giornali pubblicarono il testo del comunicato ufficiale germanico. In uno stile freddo, burocratico, la cittadinanza romana viene a sapere che: "Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata trentadue uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l'attività di questi banditi scellerati. Il Comando tedesco ha perciò ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci comunisti-badogliani saranno fucilati: quest'ordine è stato eseguito".
Processo Kappler. Tribunale Militare di Roma, 20 luglio 1948. Momento drammatico di alta tensione in aula quando, nel corso dell'udienza, esce dal pubblico una voce straziante di donna che investe violentemente Rosario Bentivegna presente in aula in qualità di testimone: "Assassino, codardo! Ho la mia creatura alle Fosse Ardeatine, perché non ti sei presentato, vigliacco?". È un’invettiva che esce dal cuore lacerato di una madre. Scottante, crudele. Essa pone il problema morale della guerriglia e solleva un dubbio atroce: si poteva evitare la rappresaglia dei tedeschi? In altre parole, se i responsabili materiali dell'attentato si fossero presentati, il Comando tedesco avrebbe ugualmente deciso la rappresaglia?
Il presidente del Tribunale, gen. Euclide Fantoni, pone la domanda a uno dei protagonisti presenti, Rosario Bentivegna, appunto. Il teste risponde che la presentazione degli attentatori non fu esplicitamente richiesta dai tedeschi. “Se ci fosse stata - afferma - mi sarei presentato". E aggiunge: "la colonna tedesca costituiva un obiettivo militare. Facevano rastrellamenti e operavano arresti. Erano soldati. Ho avuto l'ordine di attaccarli e li ho attaccati".
"No, - ribatte Kappler - l’eccidio avrebbe potuto essere evitato se si fosse presentato l'attentatore o se fosse venuta un'offerta della popolazione. D’altra parte, da mesi erano affissi manifesti per gli attentati con l'indicazione della rappresaglia da uno a dieci".
"No, - dice l'accusa - i manifesti di cui parla l'imputato Kappler erano stati affissi due mesi prima e lasciati esposti per soli due giorni".
Il punto da chiarire, quindi, non era tanto quello di sapere se la rappresaglia ci sarebbe stata oppure no. Era noto alle autorità politiche e amministrative, e a larga parte della popolazione, che ad ogni attentato le rappresaglie c'erano sempre, puntualmente. Quello che bisognava appurare era se un avviso, un comunicato fosse stato diramato dal Comando tedesco agli esecutori dell'attentato per invitarli a presentarsi onde evitare una strage di persone innocenti. Come abbiamo visto dagli atti del processo, Bentivegna lo esclude.  Ma Domenico Anzaldi di Roma, in una lettera al settimanale "Panorama" (n. 414 del 28 marzo 1974) afferma: "Senza voler entrare nella polemica sulle responsabilità della strage delle Fosse Ardeatine, desidero testimoniare che la sera dell'attentato di via Rasella è stato affisso sui muri di Roma, e io l'ho letto, un manifesto preannunciante che il Comando tedesco avrebbe fatto uccidere dieci «comunisti badogliani» per ogni militare tedesco morto" .
 In una intervista Bentivegna dichiara: "Non credo che se mi fossi costituito la rappresaglia non sarebbe avvenuta..." ("Oggi" n. 52 del 24 dicembre 1946).
Ma due avvenimenti tragicamente analoghi a quello di via Rasella, al contrario di quello sublimati dall'olocausto di quattro innocenti, mettono in una luce diversa l’affermazione di Bentivegna. Quello di Palidoro, in provincia di Roma, avvenuto nel settembre 1943, è noto. Avendo i tedeschi catturato ventidue ostaggi per consumare su di essi la rappresaglia in seguito allo scoppio di una bomba nella locale caserma, il vicebrigadiere dei Carabinieri, Salvo d'Acquisto, con grande eroismo e coraggio si presentò al Comando tedesco dichiarandosi, sebbene innocente, autore dell'attentato. Venne fucilato, ma col suo sacrificio salvò la vita di ventidue innocenti che stavano per essere fucilati; medaglia d'oro al valor militare. Meno noto è quello di Fiesole, in provincia di Firenze, svoltosi nell'agosto 1944. Tre carabinieri della locale stazione - Vittorio Marandola, Alberto La Rocca e Fulvio Sbarretti - per salvare le vite di dieci innocenti ostaggi si presentarono ai nazisti che li fucilarono immediatamente contro un muro dell'albergo Aurora; medaglie d'oro al valor militare.
Dice Bentivegna: "La colonna tedesca costituiva un obiettivo militare. Facevano rastrellamenti e operavano arresti. Erano soldati. Ho avuto l'ordine di attaccarli e li ho attaccati". Al processo Kappler si apprese, invece, che il reparto di 156 militari preso di mira dai "gappisti" romani non era di truppe combattenti, ma era formato da riservisti altoatesini che non operavano rastrellamenti e arresti ma erano destinati a compiti di ordine pubblico, compatibili con le norme che regolavano il funzionamento della città aperta di Roma.
In un giornale di Milano, nell'edizione romana del 19 febbraio 1978, in un servizio dal titolo: "Parla uno dei partigiani di via Rasella per l'attentato del 23 marzo 1944", Pasquale Balsamo sottolinea: "È stata universalmente riconosciuta una azione di guerra". Il Tribunale Militare di Roma, che il 20 luglio 1948 condannò Kappler all'ergastolo, pur stigmatizzando duramente il massacro perpetrato alle Cave Ardeatine, sia per la sua sproporzione che per l'inaudita crudeltà e ferocia usata verso le inermi e innocenti vittime, trattate peggio delle bestie da mattare, dovette prendere atto che, secondo il diritto internazionale (art. I della Convenzione dell'Aia del 1907), l’attentato di via Rasella fu un fatto illegittimo. Chi invece considerò l'imboscata di via Rasella "un'azione legittima di guerra" fu la Magistratura ordinaria, che con sentenza della Corte di Cassazione dell' 11 maggio 1957 non accolse le richieste di risarcimento avanzate dai parenti delle vittime, già respinte dal Tribunale e dalla Corte d'Appello civili di Roma, e sentenziò definitivamente che ogni attacco contro i tedeschi costituiva un “atto di guerra". In seguito, l’attentato fu sempre rivendicato come azione di guerra da tutte le autorità dello Stato.
La condanna all'ergastolo inflitta a Kappler dalla Magistratura militare fu invocata non per la rappresaglia seguita all'azione di via Rasella; non per aver fatto uccidere dieci italiani per ognuno dei trentadue "tedeschi" morti in via Rasella, eseguendo un ordine superiore, ma per il delitto di omicidio volontario per aver fatto fucilare 15 persone in più: 335 anziché 320. Dieci per il trentatreesimo militare altoatesino deceduto successivamente in ospedale (senza aver ricevuto specifico ordine dal gen. Maeltzer, suo superiore diretto), e cinque per errore contabile sul numero delle persone contenuto in una lista delle vittime designate. Nella condanna fu anche considerato il reato di requisizione arbitraria di beni per avere, nel settembre del 1943, estorto agli ebrei romani 50 chilogrammi di oro.
Scrive Jo Di Benigno nel suo libro "Occasioni mancate": "Era ormai cosa nota a tutti che per ogni tedesco ucciso, dieci italiani venivano sacrificati. L'attentato di via Rasella non ha nulla di glorioso".
Ripa di Meana scrive sull'organo clandestino della Resistenza "L'ltalia nuova" del 4 aprile 1944: "Per Roma intera la deplorazione dell'attentato fu unanime; perché assolutamente irrilevante ai fini della guerra contro i tedeschi nella quale il nostro paese è impegnato; perché insensato, dato che il maggior danno ne sarebbe certamente derivato alla popolazione italiana; per quell'ampio senso di umanità che distingue noi latini e che non si estingue neppure durante gli orrori di una guerra e per il quale ogni inutile strage non può trovare la sua giustificazione nell'odio ma solo nella necessità".
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    Alla onesta imparziale ricostruzione che Ivaldo Giaquinto ha scritto per "Volontà", desideriamo aggiungere qualche nota a seguito di quanto s'è detto nella ricorrenza del cinquantenario di quel triste episodio. Soprattutto desideriamo evidenziare gli sforzi che qualcuno, come lo scrittore Paolo Volponi, fa ancora nel tentativo di giustificare l'attentato di via Rasella per levarsi dallo stomaco il peso di tanti morti innocenti. Scrive ("Corriere della sera" del 25 marzo 1994) Volponi: “L'agguato di via Rasella è stato quindi un vero e proprio atto di guerra, coraggioso e ben condotto", concludendo "Nessun soldato ha mai dovuto provare la necessità di espiare per le morti seminate in battaglia": ma quale microscopica mistificazione, quale vera presa in giro è mai questa. Soldato è quello in divisa, è quello che si riconosce e in battaglia si trova di fronte a un soldato nemico a sua volta in divisa, e i due sono uno contro l'altro, cioè tu cerchi di prevalere su di me ed io cerco di fare altrettanto su di te.
    L'assassino invece è in abiti borghesi e ti ammazza perché tu non sai che è un assassino, altro che "morti seminate in battaglia"! Del resto, sullo stesso quotidiano milanese (23 marzo 1994), Sergio Quinzio è stato in proposito molto chiaro: "Se i tedeschi infierirono - scrive - con una rappresaglia al di là dei limiti imposti dalla legge di guerra, gli attentatori, facendo saltare un reparto di soldati tedeschi non impegnati in combattimento, compiendo cioè un'azione più dimostrativa che di reale portata militare e sapendo bene la sproporzione che avrebbe avuto la rappresaglia, avrebbe dovuto, se proprio avessero deciso in quel modo, uscire allo scoperto e pagare il prezzo della loro azione con la loro vita". Coraggiosamente, invece, gli attentatori fuggirono subito e si tennero ben nascosti, lasciando che i tedeschi uccidessero - come era stato previsto in precedenza in casi del genere - centinaia di innocenti, ma non come scrive "Sette" del 24 marzo 1994 perché "colpevoli soltanto di essere italiani" bensì vittime inconsapevoli degli attentatori come lo erano stati, senza possibilità di difendersi, i 35 altoatesini del reparto tedesco obbiettivo degli attentatori.
    Le centinaia di morti, altoatesini compresi, dovrebbero pesare sulla coscienza soprattutto del principale protagonista dell’episodio, invece Rosario Bentivegna - per questa...gloriosa azione addirittura decorato di medaglia d 'argento - oggi docente di medicina del lavoro non esita a dichiarare che rifarebbe tutto.
    Adesso il quotidiano di lingua tedesca "Dolomiten" parlando di via Rasella scrive di "un'azione insensata sul piano politico e su quello militare... e come ogni altro atto di viltà, essa rappresenta tutt'altro che un attestato di gloria per la Resistenza italiana". E "L'Osservatore romano", a sua volta, condannando l'azione già cinquant'anni fa scriveva essersi trattato di "una manovra politicamente e militarmente insensata...e di una diretta sfida a Pio Xll". Nel giugno del 1980 Marco Pannella si chiedeva pubblicamente se i morti di via Rasella fossero da attribuire alla necessità della guerra partigiana o non piuttosto al tornaconto del partito comunista. Pannella in quell'occasione si chiedeva testualmente: "Quale fu la verità di via Rasella? È vero che gran parte dei quadri antifascisti e anche comunisti non direttamente organizzati dal PCI, che lo stesso comando ufficiale della Resistenza romana erano contrari all'ipotesi dell'azione terroristica e furono contrari ai comportamenti successivi dei dirigenti del PCI? Come mai l'argomento è rimasto tabù anche per gli storici democratici?".
    È l'eroico (?) Bentivegna, cercando di giustificare la sua viltà nel libro da lui scritto "Achtung Banditen! Roma 1944" ha affermato "era nostro dovere non presentarci a un bando del nemico che ci avesse offerto la vita degli ostaggi in cambio della nostra", quanto dire "meglio che muoiano loro che noi".
    Meno disonesto Amendola che "non riusciva a liberarsi dalla sensazione di una responsabilità personale" perché, ricordando l'episodio recentemente ha scritto Silvio Bertoldi, "lo avevano deciso i comunisti del CLN, con l'assenso del loro leader Giorgio Amendola ".

La Russia vieta la propaganda gay.



L’Europa non è solo quella di Strasburgo, dove si sfida la logica, la natura e pure l’etimologia, sollecitando la legalizzazione di «matrimoni omossessuali». O quella della Milano progressista e progredita dove si adottano per le scuole elementari libri che esaltano le famiglie con due «papà». Ed esiste un altro tipo umano europeo, rispetto a quello rappresentato da sobri e tecnocratici politici che, come la Fornero, lamentano «gravi ritardi culturali e di apertura mentale», premendo affinché «la diversità» debba essere «fra le cose che i bambini imparano da piccoli».

Ecco, che l’omosessualità, essendo «un valore», vada insegnata a scuola, perché «i semi si gettano fra i bambini» (affermazione un po’ infelice), è un’idea che in certe zone «arretrate» e ancora «incivili» del nostro continente trova una certa resistenza.

A San Pietroburgo, ad esempio, seconda città della Russia, dove è stata varata una norma che mette al bando ogni forma di propaganda dell’omosessualità tra minori. Legge accolta con grande apprezzamento dalla Chiesa ortodossa russa, che ne ha sollecitato «l’estensione subito a tutto il Paese, a vantaggio dei giovani».

Nella stessa normativa – come ha riferito Radio Vaticana – sono contenute misure anche contro la pedofilia. Le disposizioni hanno già scatenato le reazioni contrarie delle sparute organizzazioni di omosessuali, sostenute ed eterodirette da ambienti occidentali, al pari di quei gruppi e ong che - sponsorizzati da organizzazioni come l’americana «National Endowment for Democracy» (finanziata dal Congresso) e la Open Society del narco-speculatore George Soros - hanno inscenato gazzarre di protesta a Mosca e in altre città del Paese, dopo la vittoria di Vladimir Putin alle recenti elezioni presidenziali.

La Chiesa ortodossa, al contrario, considera la legge «uno strumento in più a protezione dei minori». Lo ieromonaco Dimitry Pershin, responsabile dei giovani ortodossi ed esperto della commissione della Duma per la famiglia, le donne e l’infanzia, ha sostenuto — come ha riportato l’agenzia Interfax — che la normativa adottata a San Pietroburgo è «necessaria» e che «dovrebbe urgentemente ricevere lo status federale», venendo applicata, cioè, e «senza indugio», in tutta la Russia.

Secondo l’esponente della gerarchia ortodossa, la legge recentemente approvata a San Pietroburgo «aiuterà a proteggere i bambini dalla manipolazione delle informazioni» sulla sessualità diffuse da organizzazioni da anni impegnate nel tentativo di organizzare a Mosca e in altre città russe manifestazioni e parate come quella del «gay pride». Iniziative che, come noto, hanno avuto ben scarso successo, incontrando l’ostilità, prima ancora che delle autorità, della gente comune, per non parlare della Chiesa ortodossa, che considera tali fenomeni «un attacco all’identità morale, culturale e spirituale russa».

Secondo la normativa adottata — un emendamento alla legge locale sui reati amministrativi, firmata dal governatore di San Pietroburgo, Georgij Poltavčenko — la propaganda dell’omosessualità, del transessualismo e della pedofilia verrà punita con multe varianti dai 5.000 rubli (per le persone fisiche) ai 500.000 (per quelle giuridiche).

di Siro Mazza

giovedì 22 marzo 2012

Cresce l'intolleranza contro il Cristianesimo in Europa.



L'Osservatorio sull'Intolleranza e la Discriminazione contro i Cristiani in Europa, diretto dai coniugi Gudrun e Martin Kugler, è un'istituzione unica nel suo genere. Se numerose e spesso benemerite organizzazioni si occupano della "cristianofobia" e delle persecuzioni contro i cristiani in Africa e in Asia, solo l'Osservatorio di Vienna raccoglie sistematicamente dati sull'Europa. Il suo primo rapporto, sugli anni 2005-2010, ha esercitato una notevole influenza negli ambienti ecclesiali, politici e diplomatici, contribuendo in modo importante alla diffusione delle informazioni su un problema tanto grave quanto ignorato dalla grande stampa. Oggi l'Osservatorio rende pubblico un nuovo rapporto, relativo all'anno 2011, che certamente avrà a sua volta ampia eco.

Molti pensano che in Europa il problema della cristianofobia non esista. Dopo tutto, si dice, i cristiani non sono condannati a morte se parlano male dell'islam come in Pakistan, né sono bruciati vivi come in certe regioni della Nigeria o dell'India. Ma occorre distinguere, e il rapporto dell'Oservatorio lo fa. Il documento afferma che, sebbene in alcuni casi si potrebbe davvero parlare di «persecuzione», questa parola non va usata per l'Europa, in modo da tenere ben distinti i problemi europei da quelli africani e asiatici che sono caratterizzati da un alto numero di morti e dall'uso sistematico della tortura, della violenza armata e del terrorismo. In Europa è preferibile parlare di «intolleranza», di «discriminazione» e di «crimini di odio», questi ultimi più rari che in alcuni Paesi di altri continenti, ma non inesistenti.

I lettori che seguono La Bussola Quotidiana avranno riconosciuto qui uno schema che nell'anno 2011, nel corso del quale sono stato Rappresentante dell'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) per la lotta al razzismo, alla xenofobia e all'intolleranza e discriminazione contro i cristiani e i membri di altre religioni, ho ripetutamente promosso e fatto adottare in occasione di dichiarazioni ed eventi internazionali di tale ente internazionale, particolarmente al vertice di Roma del 12 settembre 2011 sui crimini di odio contro i cristiani, da me proposto e organizzato con il sostegno del governo italiano e della Santa Sede. In effetti, l'Osservatorio di Vienna lavora da sempre a stretto contatto con l'OSCE, è stato un aiuto prezioso durante il mio mandato, e nel rapporto diffuso oggi insiste particolarmente sul ruolo dell'OSCE nel 2011, sottolineando oltre al vertice di Roma di settembre la risoluzione approvata a Belgrado in luglio dall'Assemblea Parlamentare dell'OSCE, che ha tra l'altro espresso appoggio e incoraggiamento al lavoro che stavo allora svolgendo.

Secondo il rapporto viennese, si tratta di uno dei tre eventi positivi del 2011 nel campo della lotta all'intolleranza e discriminazione contro i cristiani. Il secondo è il rovesciamento in appello della "sentenza Lautsi", del 3 novembre 2009, della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale intendeva vietare l’esposizione del crocefisso nelle scuole italiane. La Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo in sede di appello il 18 marzo 2011, ha ribaltato la sentenza di primo grado riammettendo il crocifisso nelle aule scolastiche del nostro Paese.

Il terzo sviluppo positivo - traduco qui in termini più espliciti quanto il rapporto esprime in modo più diplomatico - è venuto dagli elettori spagnoli i quali, rimandando a casa il governo Zapatero, hanno permesso che il 31 gennaio 2012 il nuovo esecutivo spagnolo rendesse non più obbligatoria la frequenza degli alunni delle scuole di Stato ai corsi di educazione civica, la «educación ciudadana», in molte regioni orientati in senso fortemente laicista ed eticamente discutibile, contro i quali aveva levato la sua voce lo stesso Benedetto XVI. Il rapporto ricorda che 55.000 genitori spagnoli si erano dichiarati obiettori di coscienza, annunciando che i figli non avrebbero frequentato questi corsi nonostante le gravi conseguenze minacciate dal governo Zapatero, e 2.700 avevano presentato ricorsi ai tribunali.

Ma non mancano dati negativi. Il rapporto afferma che spesso all'Osservatorio di Vienna sono chieste statistiche, ma queste sono difficili dal momento che solo pochi Stati hanno risposto agli appelli dell'OSCE che chiedeva di raccogliere dati nazionali sugli episodi d'intolleranza e sui crimini di odio contro i cristiani. Il rapporto cita tuttavia tre dati statistici nazionali, uno privato e due di fonti governative. Un'indagine sociologica condotta in Gran Bretagna rivela che il 74% dei cristiani pensa di subire discriminazioni per la propria fede e di essere più discriminato dei membri di altre religioni, una percentuale in aumento rispetto al 66% del 2009.  Un rapporto ufficiale del governo scozzese afferma che il 95% degli atti di violenza contro comunità religiose è diretto contro i cristiani; quelli contro gli ebrei rappresentano il 2,3% mentre il 2,1% delle violenze anti-religiose colpisce i musulmani. In Francia, secondo dati della polizia presentati al vertice OSCE di Roma,  522 chiese e cimiteri cristiani sono stati oggetto di attacchi vandalici in un anno, il 2010. Questi attacchi rappresentano l'84% di tutti quelli portati in Francia contro edifici e luoghi di significato religioso, e l'aumento rispetto al 2009 è del 34%.

Il rapporto offre anche una ricca messe di esempi di cristianofobia, che vanno da casi gravissimi di violenza a esempi di stupidità come quello - fatto conoscere proprio da «La Bussola Quotidiana» - di un comune italiano che ha vietato in una sagra popolare la distribuzione di salamella, in quanto la sagra si svolgeva nel tempo che per i musulmani di Ramadan e la pubblica offerta di carne di maiale avrebbe potuto offenderli. Benché il rapporto offra anche una classificazione più raffinata in undici categorie, nella sostanza lo schema è quello da me proposto per conto dell'OSCE, che descrive la spirale delle violazioni della libertà religiosa, e più specificamente dell'intolleranza contro i cristiani,  attraverso un modello in tre stadi. Il primo stadio è l'intolleranza, che è un fenomeno culturale. Viene poi la discriminazione, che è un processo giuridico. Infine, i veri e propri crimini di odio. Gli attori sociali coinvolti in questi tre stadi sono, ovviamente, diversi. Ma c'è un "piano inclinato" che fa sì che si passi facilmente dal primo stadio al secondo, e dal secondo al terzo.

In Europa il rapporto nota particolarmente la presenza del primo stadio, l'intolleranza. C'è una crescente ostilità contro la religione in generale e contro la Chiesa in particolare in settori significativi dei media, dello spettacolo e qualche volta anche dell'arte moderna. Certamente il problema dell'equilibrio fra la libertà di espressione artistica e il rispetto dovuto al sentimento religioso è molto delicato. Tuttavia è un fatto che di recente in Europa sono state proposte o esposte diverse opere artistiche che sono state considerate offensive da un buon numero di cristiani.

Il passo successivo è la discriminazione, che si manifesta nel proporre una legislazione discriminatoria che cerca di ridurre il ruolo e la presenza sociale del cristianesimo. Il rapporto nota in particolare le restrizioni all'obiezione di coscienza in tema di aborto e matrimoni omosessuali. Nel Regno Unito s'impone agli orfanotrofi cristiani di inserire anche le «famiglie» omosessuali tra quelle in lista per adottare i loro bambini. In Olanda si minacciamo di licenziamento i funzionari pubblici cristiani che per ragioni di coscienza non vogliono partecipare alla celebrazione di matrimoni omosessuali. E così via.

Né manca ormai in Europa chi passa al terzo stadio, i veri e propri crimini di odio. Oltre al vandalismo contro cimiteri e chiese - che non si verifica solo in Francia, e che spesso ha un contenuto ideologico che va al di là delle semplici bravate di giovani balordi - il rapporto ricorda gli attacchi alle Messe nelle cappelle universitarie di Madrid e Barcellona, le aggressioni ad attivisti pro life in diversi Paesi, l'attacco agli uffici della Parrocchia dei Santi Marcellino e Pietro e la conseguente grave profanazione di un crocifisso e di una statuina della Madonna durante la manifestazione degli «indignati» dello scorso ottobre a Roma.

Ancora una volta - il rapporto lo sottolinea - sarebbe improprio mettere sullo stesso piano questi episodi, per quanto gravi, e i morti che ogni giorno cadono vittima delle persecuzioni anti-cristiane in Africa e in Asia. Ma la logica del piano inclinato è pericolosa. Se non si ferma la cristianofobia ora, anzi se non la si ferma al livello dell'intolleranza e della discriminazione, anche i crimini di odio non potranno che aumentare, con conseguenze imprevedibili. Sono lieto che il rapporto sottolinei ripetutamente il ruolo positivo dell'OSCE che nel 2011, durante il mio mandato e sotto la benemerita presidenza lituana, ha continuamente suonato l'allarme su questi problemi. Senza alcuna intenzione polemica - limitandomi a constatare un fatto - osservo che almeno in questo primo trimestre del 2012, sotto la nuova presidenza irlandese, forse molto concentrata sul problema dei preti pedofili, dall'OSCE è arrivato piuttosto un rumoroso silenzio - appena rotto da qualche affermazione generica - sugli episodi di intolleranza e discriminazione contro i cristiani, che pure continuano con frequenza quotidiana in Europa.

di Massimo Introvigne.

Se neonazista è un killer, se musulmano diventa “presunto”.



L’uomo che ha ucciso i tre parà, i tre bambini ebrei e il rabbino di Tolosa fino a ieri era indicato senza dubbio alcuno come il “killer neonazista”. Fate bene attenzione: il killer neonazista. Nessun “presunto”, nessun dubbio su nulla: non sul fatto di aver ucciso e nemmeno sul suo essere “neonazista”. Era ovvio, era e doveva essere neonazista.

Poi le cose vanno un po’ diversamente, e oggi si scopre che quella pista non c’entra assolutamente nulla. Il soggetto in questione si chiama Mohamed, è un mujaheddin, appartiene ad Al Qaid, ha voluto vendicare i bambini palestinesi e ce l’ha con l’esercito francese per i suoi interventi all’estero.

E quindi? Magicamente il killer diventa “presunto”. Eh sì, ecco la parolina magica: presunto. In tutte le agenzie che anche qui vi abbiamo fornito era tutto un fiorire di quel “presunto”. Probabilmente davanti ad un musulmano filopalestinese si è più attenti e scatta immediatamente quella magica precisazione.

Oggi i giornali, usciti ancora con la pista neonazista, sono da incorniciare. Prendiamo ad esempio Il Fatto Quotidiano, che in prima pagina identificava “il killer di Tolosa” come “il neonazista”, e all’interno addirittura si sbilanciava così: “A Tolosa emuli di Breivik”. Spiega Il Fatto nell’articolo di Gianni Marsilli:
"Prende corpo il profilo “Breivik”, dal nome del neonazista norvegese autore della strage di Oslo la scorsa estate.Tutti i bersagli dell’assassino sono in qualche modo di origine straniera, ed è questo che corrobora la pista neonazista."
Va detto che Il Fatto, in Italia, è in buona compagnia. In realtà in Francia non ne erano così sicuri, visto che proprio il procuratore di Parigi continuava a ripetere di “tenere aperte la pista neonazista e quella del terrorismo islamico”. Su molti quotidiani italiani, invece, è stata presa in considerazione soltanto la pista neonazista. Era quella sbagliata, e scoperto l’errore il “killer” Mohamed è diventato “presunto”.

mercoledì 21 marzo 2012

Tolosa, Israele bacchetta la UE: Gaza è differente!


Avigdor Lieberman 

di Claudio Marsilio

Catherine Ashton 


Ieri mattina è apparsa sul quotidiano israeliano Yedioth Aronoth la reazione del ministro degli Affari Esteri israeliano, Avigdor Lieberman 
http://www.ynetnews.com /articles/ 0,7340,L-4205193,00.html “Lieberman: Ashton’s Toulouse-Gaza comparison inappropriate” ) alle dichiarazioni del Commissario EU Affari Stranieri Catherine Ashton per  i suoi commenti che comparano l’attacco terroristico a Toulouse alla situazione a Gaza, chiamandoli “impropri.” Lieberman “spera che la Ashton ritirerà la sua asserzione“, dichiara la portavoce del Ministro.

Ma cosa ha detto la Ashton di così grave da urtare la nota sensibilità del rappresentante del Governo Israeliano?

Testuale: “When we think about what happened today in Toulouse, we remember what happened in Norway last year, we know what is happening in Syria, and we see what is happening in Gaza and other places,” Ashton said on the sidelines of a meeting of Palestinian youths in Brussels.
Ashton hailed the young Palestinians, who “against all odds, continue to learn, work, dream and aspire to a better future.”

Per chi non ha superato l’esame di inglese di terza media come me, traduco con l’aiuto di internet:

“Quando noi pensiamo a quello che accadde oggi a Tolosa, ricordiamo quello che accadde in Norvegia l’anno scorso, sappiamo quello che sta accadendo in Siria, e vediamo quello che sta accadendo in Gaza e negli altri luoghi“, Ashton ha affermato a margine di una riunione di giovani palestinesi a Bruxelles. Ashton si è congratulata con i giovani Palestinesi che “contro tutte le disparità, continuano ad imparare, lavorare, sognare e aspirare a un futuro migliore.”

Ha ragione il ministro, nato in Moldavia e naturalizzato israeliano, leader del partito ultranazionalista “Yisrael Beytenu”: comparare il gesto di un folle (come quello che ha sparato a Tolosa ai bimbi israeliti francesi) a ciò che accade a Gaza è decisamente inappropriato.

Un accostamento decisamente infelice.

Rispetto ai fatti di Norvegia e Tolosa, e alle uccisioni di innocenti nella torbida insurrezione armata contro Assad in Siria, ciò che accade a Gaza è di una diversità oggettiva: qui è applicato un genocidio, una punizione collettiva, un tentativo di pulizia etnica, una sistematica e cinica violazione dei più elementari diritti umani e spregio del diritto internazionale che la Storia abbia mai visto.

Niente di paragonabile al gesto d’uno squilibrato.

Qui è lo Stato che da anni perpetra scientificamente una politica di annientamento fisico e della dignità umana ai danni del proprio popolo (cioè, ad onor del vero, a danno dei cittadini che non considera affatto “proprio popolo” in virtù della definizione di Israele come “stato ebraico” ledendo quindi la dignità di coloro che ebrei non sono pur abitando in Israele; discriminando quelli che non appartengono alla religione ebraica, come i palestinesi di Gaza, ma anche i cristiani che vi abitano).

Se non fosse bastato ciò che è successo durante l’operazione Piombo Fusoquello che sta accadendo in questi giorni ( con l’assassinio mirato – condannato dal Diritto Internazionale – dei resistenti palestinesi, e degli innocenti “collaterali”, donne e bambini ), ecco di seguito elencati alcuni impietosi numeri degli effetti dei due anni di chiusura di Gaza relativi al 2007-2009, tratti dal sito israeliano Gisha:

Giugno 2007 – giugno 2009 una frontiera chiusa. La limitazione degli approvvigionamenti

- Quantità di beni a cui è consentito l’ingresso a Gaza, in base alla domanda: 25% (approssimativamente 2.500 tir al mese contro i 10.400 precedenti al giugno 2007)

- Forniture di gasolio a cui è consentito l’ingresso a Gaza, in relazione al fabbisogno: 65% (2,2 milioni di litri alla settimana contro i 3,5 necessari per produrre elettricità)

- Durata media dell’interruzione nell’erogazione di energia elettrica a Gaza: 5 ore al giorno

- Numero delle persone senza accesso all’acqua corrente a Gaza: 28.000 

Confronti e comparazioni

- Numero delle voci dei beni alimentari di cui la risoluzione del Governo israeliano ha promesso l’ingresso a Gaza: illimitato

- Numero delle voci dei beni alimentari che attualmente hanno il permesso di entrare a Gaza: 18

- Ammontare della somma di denaro promesso per gli aiuti alla ricostruzione dalla Conferenza dei    Donatori nel marzo 2009: 4,5 miliardi di dollari

- Quantità di materiali per l’edilizia autorizzati ad entrare a Gaza: Zero

- Tasso di disoccupazione a Gaza nel 2007, anno in cui è stata imposto il blocco: 30%

- Tasso di disoccupazione a Gaza nel 2008: 40%

Niente sviluppo, niente prosperità, solo i beni “umanitari minimi” sono autorizzati all’ingresso

- L’esercito israeliano consente l’ingresso della margarina in piccole confezioni singole ma non quello della margarina stoccata in grandi contenitori perché potrebbe essere usata per l’industria (per esempio dalle aziende alimentari, producendo così posti di lavoro)

- Il Governo israeliano ha chiarito l’interpretazione restrittiva al provvedimento del 22 marzo 2009, il quale autorizzava l’ingresso senza limitazioni di rifornimenti alimentari all’interno di Gaza e che il governo “non intende rimuovere le restrizioni imposte precedentemente all’entrata di cibo e rifornimenti in Gaza”. Traduzione: le forniture alimentari continuano ad essere limitate.

-         Tra prodotti alimentari il cui ingresso a Gaza è vietato figurano: Halva (dolce a base di pasta di semola), the e succhi di frutta.

- Tra beni non alimentari il cui ingresso a Gaza è vietato figurano: palloni da calcio, chitarre, carta, inchiostro.

Un popolo in trappola

- Numero di giorni in cui il valico di Rafah è stato aperto per un traffico regolare: Zero

- Numero di persone ogni mese non in grado di attraversare Rafah: 39.000

- Criterio per il passaggio al valico di Erez: casi umanitari eccezionali ( nel 2011 ne sono stati autorizzati solo 3000, in larga parte pazienti con i loro parenti, e mercanti ).

La situazione al 2011 è di poco cambiata: sul sito di Gisha si può leggere la scheda aggiornata  

A Gaza, 40.000 persone dipendono – per la propria sopravvivenza – dall’industria della pesca, e questa comunità è stata lentamente decimata dai violenti attacchi israeliani contro pescatori disarmati. Nel 1990, il pescato medio a Gaza era stimato intorno alle 3.000 tonnellate, mentre ora è di circa 500 tonnellate, soprattutto a causa delle pesanti ripercussioni dell’assedio israeliano.

Come noto la marina di Israele ha imposto restrizioni sempre maggiori alla pesca nelle acque di Gaza: i limiti dell’area permessa sarebbero circoscritti a 6 miglia dalla costa, tuttavia viene regolarmente attaccata qualsiasi imbarcazione incrociata oltre le 3 miglia nautiche.

Questo anche in ragione delle ben note scoperte di giacimenti di gas e idrocarburi al largo delle coste gazesi 

Per ciò che concerne la guerra condotta contro la Striscia di Gaza, dopo mesi di indagini accurate il centro israeliano per i diritti umani B’Tselem           
                     
ha accertato che 1.385 palestinesi sono stati uccisi durante l’offensiva «Piombo fuso» compiuta dall’esercito israeliano tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009.


Degli uccisi, ha riferito l’Organizzazione, 762 erano civili e tra questi 318 erano minorenni e 109 donne con una età superiore a 18 anni. Altri 330 palestinesi uccisi erano combattenti e 248 agenti di polizia morti in gran parte nel bombardamento aereo del primo giorno di offensiva. Per altri 36 palestinesi non è stato possibile determinare lo status di combattente o civile.

Nove gli israeliani uccisi durante le operazioni, ma per “fuoco amico”: troppi soldati in un territorio così piccolo, hanno finito per spararsi addosso!

Le dichiarazioni della Ashton hanno indotto il ministro Lieberman a dichiarare che “Israele è un paese di alta morale, poiché fa le dovute distinzioni tra civili e combattenti”.

Abbiamo appena visto come.

martedì 20 marzo 2012

Denaro sterco del nulla.


di Massimo Fini

Nella società attuale l’impresa è centrale. Perché qualsiasi cosa produca, sciocchezze o mine antiuomo come l’Oto Melara o qualcosa di utile, dà lavoro e quindi stipendi o salari che permettono il meccanismo produzione-consumo-produzione (ma oggi sarebbe più esatto dire: consumo-produzione-consumo) su cui si regge tutto il sistema. Ecco perché in questa fase di crisi non solo il governo Monti, ma tutte le lead occidentali cercano di sostenere in ogni modo l’impresa a costo di passare per il massacro di chi ci lavora.
L’impresa dipende però dai crediti delle banche per i suoi investimenti. E qui c’è già una stortura. Il mercante medievale, che è l’antesignano dell’imprenditore moderno, investiva denaro proprio, non chiedeva prestiti. E questa buona creanza si è mantenuta a lungo, anche dopo la Rivoluzione industriale, se è vero che nel 1970 Angelo Rizzoli senior sul letto di morte raccomandava al figlio e ai nipoti “non fate mai debiti con le banche” (i discendenti non lo ascoltarono e si è visto com’è andata a finire). Ma, per la verità, il vecchio Rizzoli era ormai un uomo fuori dai tempi.
Se le imprese dipendono dalle banche noi dipendiamo dalle imprese. Siamo tutti, o quasi, come scrive Nietzsche, degli“schiavi salariati” che è un concetto più omnicomprensivo del marxiano proletariato che riguarda gli operai di fabbrica. Non siamo più padroni di noi stessi mentre l’uomo medievale, almeno economicamente, lo era. Perché, contadino o artigiano che fosse, viveva sul suo e del suo. Anche i famigerati “servi della gleba”, detti più correttamente servi casati, è vero che non potevano lasciare i terreni del feudatario, ma non potevano neanche esserne cacciati. La disoccupazione non esisteva. Il lavoro non era un problema. La sussistenza di ciascuno era assicurata dalle servitù comunitarie, cioè a disposizione di tutti, che gravavano sulla proprietà e sul possesso (servitù di legnatico, di acquatico, di seconda erba, eccetera).
Era il regime dei “campi aperti” (open fields) che teneva in un delicato ma straordinario equilibrio il mondo rurale. Per un secolo e mezzo le case regnanti inglesi dei Tudor e degli Stuart si opposero ai grandi proprietari terrieri che volevano recintare i campi (enclosure) perché ne avrebbero tratto maggior profitto, capendo benissimo che questo avrebbe buttato milioni di contadini alla fame. Col parlamentarismo di Cromwell, preludio della democrazia, fu invece introdotta l’enclosure (quei parlamenti erano zeppi di proprietari terrieri, di banchieri, di mercanti e di altri furfanti similari).
Tutti questi processi sono stati enfatizzati dalla trasformazione del denaro, nella sostanza e nella forma. Da utile intermediario nello scambio per evitare le triangolazioni del baratto (c’è un bel geroglifico egizio che mostra, come in un fumetto, un tale che per procurarsi una focaccia deve fare tre passaggi) diventa a sua volta merce. All’inizio è oro o argento o bronzo. Non che l’oro rappresenti davvero una ricchezza, è una convenzione come un’altra (i neri africani e i polinesiani gli preferivano le conchiglie cauri) ma ha almeno una consistenza materiale. Poi diventa banconota, poi segno su carta, infine impulso elettronico e quindi totalmente astratto. Per questo enormi masse di tale denaro virtuale possono spostarsi in pochi attimi da una parte all’altra del mondo. Se dovesse spostare dobloni d’oro la speculazione non esisterebbe.
Infine per scendere dalla luna sulla terra non si capisce perché fra tante misure inutili non si vieta almeno, in Borsa, la compravendita allo scoperto dove uno vende azioni che non ha o le compra con denaro che non possiede, lucrando sulla differenza. E con ciò gonfiando ulteriormente la quantità di denaro virtuale e facendone una massa d’urto che puntando su un obiettivo lo determina, anche per il trascinamento psicologico che comporta, e può così strangolare paesi e intere aree geografiche.

La Grecia è alla fame: il “salvataggio” è perfettamente riuscito.



Solo uno scemo può aspettarsi di ottenere risultati diversi mettendo in atto, via via, le stesse azioni: questo scemo si chiama Fondo Monetario Internazionale. Scemo, se vogliamo essere ‘politically correct’ ed escludere il dolo. Il fatto è che in Grecia la storia si sta ripetendo, come da copione, simile ad ogni Paese che è sceso a patti con il FMI applicando la sua panacea contro il male del debito, che possiamo riassumere in tre parole: tagli, tasse e privatizzazioni. E anche questa volta il risultato è lo stesso. La Grecia, nonostante i buoni propositi, sprofonda sempre più nei debiti ormai senza avere più possibilità di uscita, dopo la confisca delle riserve auree per mano della troika. Donne incinte che “abitano” in strada, suicidi sempre più frequenti e sistema sanitario ormai collassato con la reminiscenza di malattie come AIDS e malaria. A rileggere il testo sembra che stiamo raccontando di qualche Paese centrafricano anzichè di una nazione dell’Unione Europea e membro dell’Euro. Attenzione perchè quando i predoni finanziari avranno fagocitato tutto, lasceranno comunque la morente Atene al proprio destino.

Atene - Donne senzatetto incinte lasciate in strada, i resti nel patume che diventato il pasto principale della giornata, studenti costretti a fare la fila ai centri di sussistenza per bisognosi e ora anche la diffusione di malattie gravi, ma che sarebbero tranquillamente curabili in un sistema sanitario funzionante.
I tagli ai servizi sanitari in Grecia, hanno spinto il sistema sociale e dell’health care ellenico sull’orlo del collasso, aumentando al contempo i casi di malaria e Aids nella nazione indebitata.
Il tasso di incidenza delle due malattie infettive tra i tossicodipendenti e tra soggetti che fanno uso di droghe per iniezione e’ balzato dell’1,25% nei primi 10 mesi del 2011 rispetto all’anno prima.
A lanciare l’allarme e’ la divisione greca di Medici Senza Frontiere, secondo cui la malaria, per la prima volta da quando al potere c’erano i colonnelli, e’ diventata endemica nella parte meridionale del paese, ovvero una malattia infettiva costantemente presente. La dittatura dei colonnelli e’ caduta negli Anni 70.
Reveka Papadopoulos, numero uno dell’organizzazione ellenica, ha sottolineato che in seguito ai tagli alla salute, compresi tagli al personale e diruzione del 40% dei finanziamenti agli ospedali, i servizi sociali “sono in una situazione molto difficile, se non in uno stato di sfacelo”, precisando che sono segnali chiari di un sistema che non ce la fa piu’.
I tagli pesanti, orizzontali e “ciechi” hanno coinciso con un aumento del 24% della domanda per servizi ospedalieri, spiega Papadopoulos, “in gran parte perche’ la gente non si puo’ piu’ permettere di ricorrere ai sistemi di assistenza privata. L’intero sistema si sta deteriorando”.
Ieri il Fondo Monetario Internazionale ha accordato un nuovo pacchetto di aiuti da €28 miliardi, che fara’ parte di un piano straordinario di finanziamenti pari a €130 miliardi complessivi. Atene ne ha un disperato bisogno per riuscire a ripagare i debiti e poter conservare i suoi servizi sociali. Ma se questo e’ il prezzo da pagare, sarebbe meglio ricorrere al default del debito sovrano.


lunedì 19 marzo 2012

Famiglia, ultimo baluardo a difesa di una società sana e naturale.


Pubblichiamo una nota, certamente polemica, in merito alle proposte avanzate dall'Europa di una estensione ai paesi membri dei matrimoni gay. Non siamo mai stati favorevoli, come è immaginabile, pur non avendo mai lasciato spazio ad argomenti che potessero essere interpretati all'esterno - e quindi strumentalizzati - in chiave discriminatoria. Dal momento che siamo certi e consapevoli della nostra identità, non abbiamo mai avuto bisogno di discriminare chicchessia, fosse per la razza, l'orientamento sessuale, la fede politica o chissà quale altro parametro. Ma dal momento che questo blog è libero ed ospita liberamente i pensieri dei lettori, diamo spazio ad una riflessione sul tema...


di Alex A.

E' di questi giorni la notizia apparsa su tutti i quotidiani, di un nuovo insulto alla famiglia tradizionale, nucleo imprescindibile per natura di ogni civiltà umana. La notizia parla di un parlamento europeo che promuove una nota di indirizzamento etico-politico in cui si dice ai governi nazionali europei di riaffermare il principio di uguale trattamento di orientamento sessuale.

Andatelo a spiegare a questi dittatori del diritto ideologico forzato che la specie umana si riproduce per natura col rapporto tra due sessi differenti! Per la società come può essere utile un tale indirizzamento moralmente e naturalmente traviante che potrebbe addirittura diventare un'imposizione ai singoli stati europei, magari tramite qualche futuro trattato?

Non se ne capisce il motivo, fatto stà che questa Unione Europea come al solito pone di importanza primaria ciò che più dannoso vi può essere per minare le basi degli stati nazionali sovrani, che sempre si sono retti sulle istituzioni sacre delle famiglie, con un probabile futuro in cui la decrescita della natalità sarà arrivata vicino al livello zero e i pochissimi prossimi nascituri potrebbero crescere nella piena confusione esistenziale di una futile scelta di sessualità.

Nelle varie testate quotidiane si riporta anche un intervento strampalato di una parlamentare europea olandese(guarda caso) che testualmente dice:"il minimo che possiamo fare nell'Ue è applicare il principio di mutuo riconoscimento.Lo facciamo per la marmellata, il vino, la birra: perchè no per i matrimoni e relazioni personali?"

Un intervento che potrebbe benissimo essere uscito dalla bocca di un povero e sfortunato malato mentale; una birra la beviamo per dissetarci, il matrimonio lo facciamo per unirci e procreare, chi ha mai pensato di spalmarsi la marmellata sul fondoschiena per bisogno di sfamarsi? L'esempio calza in rapporto al tema del matrimonio.

Evidentemente queste persone non hanno bene a mente che tutto sulla Terra ha per volere divino e naturale una sua legge che non potrà mai essere contrapposta.


domenica 18 marzo 2012

I Luminari 'i San Giuseppi.



A Scandale, la sera del 18 Marzo di ogni anno si svolge una delle manifestazioni più qualificate di tradizioni culturali unica nel suo genere: "I LUMINARI" di San Giuseppe.
Qui vogliamo riportare un antico canto della nostra tradizione popolare in onore del Santo:

San Giuseppi 'u Vecchjiariaddru 

Patrjiarca 'Mmeculotu
di Gesù custod'amotu
Tu si 'u  Sposu 'i Maria
e prutetturi i l'anima mia

San Giuseppi 'u vecchjiariaddru
ara capu u sontu cappiaddru
ari manu u sontu bastuni,
San Giuseppi ni pirduna

San Giuseppi vua siti 'u patri
vergini siti 'nziami ara matri
i di santi vua siti 'u maggiuri
e siti u patri i nostru Signuri

San Giuseppi 'u vecchjiariaddru
ara capu u sontu cappiaddru
ari manu u sontu bastuni,
San Giuseppi ni pirduna

San Giuseppi nun durmiri
ca Maria àddi parturiri
e àddi fari nu beddru figghjiualu
l'àdd'annumari Sarvatori

L'àddi mintiri subbra l'Ataru
ccu tre d'Anciuli a cantari,
a cantari ccu beddra vucia,
o Maria quantu si ducia.

E si ducia e 'nzuccherata
o Maria a 'Mmeculata.


San Giuseppi 'u vecchjiariaddru
ara capu u sontu cappiaddru
ari manu u sontu bastuni,
San Giuseppi ni pirduna


Approfondimento:

Pensieri in controtendenza su quarant’anni di conformismo di massa.



Il ’68 è al potere e ci controlla.
La febbre corrosiva del ’68, l’ultimo virus che attraversò le giovani generazioni occidentali, è ben presente nella nostra epoca.
I rivoluzionari di quel periodo e i loro seguaci dominano nel mondo della cultura, della politica, dei sindacati, dell’istruzione, dei media e, ahimé, della magistratura.
I principi dominanti di quella cultura (io ritengo subcultura) sessantottina, che voleva essere rivoluzionaria, si è svilita a conformismo di massa e criterio di vita.
Quella spinta contestatrice ha distrutto i valori della tradizione, dell’educazione, della religione, disintegrando i due pilastri sociali fondamentali: scuola e famiglia. Ci ha lasciato l’eredità di un’ideologia libertina e permissiva sul piano dei valori, dei doveri, dei costumi ma intollerante e repressiva verso chi, come il sottoscritto, non si riconosce in quel movimento libertario e verso chi non vuole adottare quei codici o quei modelli.
Leggendo alcuni scritti di chi ha studiato il ’68 e cito Pietrangelo Buttafuoco, Giampiero Mughini e Marcello Veneziani in primis, discorrendo con chi ha vissuto l’esaltazione fallimentare di quel periodo, a quarant’anni di distanza è arrivato il momento di trarre le conclusioni attraverso una rivisitazione critica ed un’inversione di rotta rispetto al pensiero dominante.
La rivoluzione sognata dal ’68 non ha rovesciato gli assetti di potere, i rapporti di classe, ma solamente i valori e i costumi.
Il movimento sessantottino cercò di far scoppiare un incendio e si è ritrovato in una nuvola di fumo. Fumo ideologico di una generazione che correva dietro fumose utopie. Fumo di molotov e di P38. Fumo di spinelli e allucinogeni.
Gli effetti sociali furono un disastro, devastanti, la scuola, l’università, la chiesa, le istituzioni tutte, la famiglia uscirono peggio di com’erano entrate: demotivate e culturalmente ed eticamente peggiorate.
Alcuni intellettuali come Marcello Veneziani ritengono, con argomenti importanti, che il ’68 non fu nemmeno una novità ma solo un vecchio rigurgito anarchico.
Si cercò di imporre una società fondata sul principio del piacere. S’impose la liberazione sessuale che coincise con l’uso commerciale e consumistico della donna. A tale proposito, vale la pena di sottolineare che coloro che oggi condannano acidamente questa tendenza sono i medesimi che all’epoca la volevano ad ogni costo.
I professori, gli insegnanti delle scuole e università, che un tempo godevano di prestigio, autorevolezza, sono ridotti al rango di animatori o colf. Il professore, oggi, costituisce un antimodello, denigrato in una scala sociale bassa ed esempio di ciò che i ragazzi non vogliono diventare.
Il ’68 ha rinnegato e sbeffeggiato il principio fondante della scuola e cioè che essa si fonda sulla tradizione. Non può esserci scuola se non c’è nulla da trasmettere, da tramandare. La scuola è connessione ad una rete di saperi ed esperienze tra generazioni.
Lo sfascio familiare ha creato una nuova figura tragica (tra l’altro neanche aiutata dal legislatore nel caso sia un padre), errabonda, grottesca: lo sfamiglio (cito testualmente Veneziani), che non è semplicemente un single, ma un profugo, un superstite di un’esplosione che ha devastato la cellula fondamentale della società, la famiglia, appunto.
La famiglia, in questa deflagrazione, è considerata ormai inutile e non il passaggio naturale dalla natura alla civiltà, ciò che dà un senso a quanto creato dalla natura, una prospettiva.
Insomma, né single né sposati, con tutto ciò che negativamente segue, con l’esaltazione della trasgressione intesa come la normalità.
Il ‘68 vide come attori falliti la maggior parte degli antifascisti che fecero la Resistenza e non volevano la libertà ma un’altra dittatura, quella comunista. Portavano avanti il sogno di un totalitarismo più compiuto rispetto a quello fascista, che abolisse proprietà, disuguaglianze, mercato e religione.
Questo egocentrismo generazionale, raggomitolato sulle proprie utopie, ha fallito, proprio come rivoluzione politica, soprattutto laddove pensava di poter rovesciare i rapporti di classe, gli assetti di potere, mentre invece è riuscito nell’unico intento di distruggere i valori della tradizione.