Salviamo i nostri Marò

Salviamo i nostri Marò
I nostri due militari devono tornare a casa

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

martedì 23 ottobre 2012

mercoledì 10 ottobre 2012

E il guerriero Jünger conquistò la pace.


Ernest Jünger
Guerriero, scrittore, filosofo: la vita e l'opera di Ernst Jünger possono essere riassunte e spiegate con queste tre categorie, esplorate nel volume collettaneo La mobilitazione globale. Tecnica, violenza e libertà in Ernst Jünger, a cura di Maurizio Guerri (Mimesis, pagg. 212, euro 18), che raccoglie gli interventi presentati al convegno sullo scrittore tedesco tenutosi nel 2005 all'Università degli Studi di Milano. Dall'estremismo radicale degli scritti degli anni Venti fino alle meditate profondità dei diari della vecchiaia, l'opera jüngeriana è una lunga e coerente ricerca dell'eternità da parte di un personaggio che Heidegger riteneva «il più freddo e acuto pensatore» capace di vedere la realtà, che si svela soprattutto nelle situazioni estreme, di guerra e di morte.
La morte è la sostanza della guerra, e quindi, probabilmente, non è un caso che morte e guerra siano state rimosse insieme dall'orizzonte della società contemporanea. Eliminata da una giovinezza artificialmente smisurata e quindi nascosta nell'asettico freddo degli obitori, la morte non fa più parte del mistero della vita, rendendola quindi insensata. Ridotta a semplice «operazione chirurgica» o convertita ipocritamente in «missione umanitaria», la guerra non è più scontro tra avversari di pari dignità ma si è trasformata nel feroce annientamento del nemico, divenuto estraneo al concetto stesso di umanità.
Un primo, allarmante segnale di questa discesa agli inferi si ha durante il Secondo conflitto mondiale, quando allo scontro in armi tra nazioni si aggiungono gli atti terroristici dietro le linee e le inevitabili rappresaglie. In uno scritto a lungo ritenuto perduto, Jünger, nelle vesti di ufficiale delle truppe di occupazione, stila, a futura memoria, un rapporto sugli attentati che funestano Parigi a partire dall'agosto 1941, ora pubblicato per la prima volta in italiano da Guanda col titolo Sulla questione degli ostaggi. Parigi 1941-1942, (pagg. 190, euro 14), dove l'esteta lascia il posto al burocrate, attento a sottolineare come le vittime delle rappresaglie tedesche muoiano senza mostrare «odio contro la Germania o le truppe di occupazione», come effettivamente risulta dalle lettere dei condannati a morte raccolte dall'autore e qui pubblicate in appendice.
Al tema classico della guerra è invece dedicato il volumetto Guerra e guerrieri curato ancora da Maurizio Guerri e pubblicato da Mimesis (pagg. 74, euro 8), che raccoglie il contributo di Friedrich Georg Jünger all'antologia collettanea Krieg und Krieger pubblicata nel 1930, insieme con il discorso di suo fratello Ernst tenuto a Verdun il 24 giugno 1979, per celebrare l'anniversario di una delle più sanguinose battaglie della Prima guerra mondiale e auspicare l'avvento di una pace mondiale.
Con la Grande guerra una nuova, inaudita violenza ha fatto irruzione sulla scena mondiale e, cancellando la separazione tra stato di pace e stato di guerra, aveva trasformato anche l'azione politica, che diventa appannaggio di un nuovo ceto, una aristocrazia guerriera nata dal fango delle trincee e forgiata dal fuoco delle tempeste d'acciaio. Finita la guerra, il nuovo tipo umano che aveva saputo interiorizzare l'esperienza del combattimento doveva, per i fratelli Jünger, trasferire la propria volontà trasformatrice dal fronte bellico a quello interno del lavoro, in attesa della rivoluzione nazionale che avrebbe sostituito «l'azione alla parola, il sangue all'inchiostro, il sacrificio alla retorica e la spada alla penna», come scriveva Ernst sul Voelkischer Beobachter nel settembre 1923, molti anni prima di giungere alla conclusione, citata nel discorso di Verdun, che «l'era delle guerre nazionali stava volgendo al termine».
A quell'epoca eroica, fa invece riferimento l'altro Jünger, Friedrich Georg, anche lui combattente nella Grande guerra, il quale, scrivendo al crepuscolo della Repubblica di Weimar, riteneva esistesse un destino - altro tabù contemporaneo - sia individuale sia comunitario, che la guerra ci avrebbe aiutato a capire, mettendoci di fronte a scelte ed esperienze così radicali da elevare «il singolo e la società in un ambito dove legge e forma si incontrano in modo vincolante e fraterno». L'aspirazione a una pace universale, vista come l'unica via d'uscita per l'umanità dopo l'invenzione della bomba atomica, e l'esortazione a «diventare ciò che si è» cercando di capire quale sia il proprio destino, sono la consegna che questo denso volumetto lascia all'umanità, oggi distratta da guerre mascherate da rivoluzioni più o meno colorate e strangolata da una spaventosa crisi globale, due elementi che potrebbero, prima o poi, rendere le idee dei fratelli Jünger di bruciante attualità.
di Luca Gallesi.

martedì 9 ottobre 2012

Chi inventò lo Stato sociale? Il Fascismo.



di Giuseppe Brienza.
È stato presentato a Roma, al circolo culturale “L’Universale”, il libro di Michele Giovanni Bontempo Lo Stato sociale nel Ventennio (Pagine, Roma 2010, pp. 290, € 17). A documentare quanto è stato fatto per costruire nel nostro Paese le fondamenta di un welfare State sul quale si è appoggiata la Repubblica italiana (basti pensare all’Istituto nazionale di assistenza malattie, all’Opera maternità e infanzia, all’assistenza previdenziale e ospedaliera) sono intervenuti, oltre all’autore ed all’editore Luciano Lucarini, Fabio Torriero, Teodoro Buontempo, Adalberto Baldoni, Nazzareno Mollicone ed Egidio Eleuteri. «Chi ha promosso il welfare italiano, cioè quella politica sociale, economica ed industriale, che ha reso grande l’Italia anche all’estero? – si è chiesto Michele Bontempo – Non la sinistra, ma il fascismo durante il Ventennio. Una legislazione sociale che ha ripreso il welfare giolittiano». Seguendo l’indice del saggio pubblicato nella collana dei Libri del Borghese, il giovane giurista e funzionario dello Stato ha quindi descritto con precisione il cambiamento della società italiana negli anni che videro la nascita e l’affermazione del fascismo, soffermandosi soprattutto sulle leggi e sui provvedimenti riguardanti il Welfare. Da Lo Stato sociale nel Ventennio emerge, infatti, con estrema chiarezza, la profonda maturazione della società italiana che vide modificarsi radicalmente i rapporti alla base del lavoro, con datori di lavoro e lavoratori che assumono giuridicamente e socialmente diritti e obblighi reciproci.
Passando in rassegna i testi storici e le Gazzette Ufficiali dell’epoca, Bontempo esamina al principio del suo volume le principali dinamiche della società e dell’economia. Partendo da tale premessa analizza quindi le politiche intraprese dal governo Mussolini per agevolare la tendenza a “fare impresa”. Una tendenza che avrebbe poi salvato l’economia italiana dando vita al boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta. Tutto questo passando attraverso la promozione della politica sociale. Alla fissazione dell’orario di lavoro fa seguito l’ampia tutela per le donne (di questi anni il divieto di licenziamento per le gestanti) e i bambini. Non solo. Il saggio di Bontempo mostra molto chiaramente come il governo Mussolini abbia varato la prima normazione relativa all’igiene ed alla salubrità delle fabbriche.
Lo Stato sociale nel Ventennio, dunque, riporta coraggiosamente alla luce conquiste che non vengono insegnate a scuola e presentate dai media. È così che Bontempo ripercorre le radici del divieto di licenziamento senza giustificato motivo o senza giusta causa e degli istituti che garantiscono e regolano non solo la pensione ma anche le assicurazioni di invalidità, vecchiaia e disoccupazione. Il libro ricorda, infine, come sia proprio degli anni Trenta l’introduzione degli assegni per gli operai con famiglia numerosa e l’istituzione di strutture il cui fine è quello di assistere i poveri, i disabili e gli handicappati. Nel Ventennio – ha spiegato Bontempo – la conservazione del posto di lavoro era garantita e favorita da continui corsi professionali che avevano lo scopo di aggiornare i lavoratori.
A margine della presentazione del volume di Bontempo, il presidente dei «Circoli del Borghese», Biagio Ehrler, ha illustrato motivi e finalità di questa nuova iniziativa civica che, diffusasi nelle maggiori città italiane, come si legge nello Statuto, mira all’ambizioso obiettivo di «Aiutare la politica a rigenerarsi e i partiti a rinnovarsi», contrastando nel contempo il predominio culturale del “politicamente corretto” e della sinistra nel nostro Paese.

venerdì 5 ottobre 2012

Oltraggiato il Santuario della Madonna della Difesa con colpi d’arma.



Esprimiamo la nostra totale condanna ed il nostro più profondo sdegno per quanto avvenuto al Santuario della Madonna della Difesa. Ignoti hanno osato violare, crivellando con colpi da arma, il sacro muro del Santuario.
Non abbiamo parole di disprezzo e amarezza per condannare il gesto vile di questi vigliacchi che tanto hanno osato. Vorremmo semplicemente saperne il motivo augurandoci che vengano presto identificati dalle forze dell'ordine.
Periodicamente il suddetto Santuario, oltre ad essere luogo di bivacco di ogni genere dagli appuntamenti di coppia agli incontri di “fumo” ed alcol,  è  oggetto di atti vandalici, scritte sui muri e  vetri rotti, ora addirittura colpi d’arma. Cosa dobbiamo aspettarci ancora?
Tutto questo a nostro avviso è intollerabile specie per quello che il luogo rappresenta non solo a livello religioso ma anche storico e affettivo per la nostra comunità locale.
Noi militanti della Giovane Italia un anno e mezzo fa circa ne denunciammo lo stato di abbandono al Sindaco e all’ex parroco, chiedendone la ristrutturazione, il ripristino dell’illuminazione esterna, un sistema di sicurezza per salvaguardare la Sacra Effige e di riportare il cassone dell’immondizia.
Di queste quattro proposte soltanto due ne sono state accolte fino ad ora, la ristrutturazione e l’illuminazione esterna (se ancora non lo sapessero da oggi il santuario è di nuovo al buio).
Ciò non è avvenuto per opera del Sindaco e della sua giunta ma grazie all’arrivo del nuovo parroco, don Rino Lepera, il quale  nel mese di Luglio scorso l’ha fatto ristrutturare in occasione dei festeggiamenti Mariani, cioè un anno dopo la nostra denuncia.
Ora, per l’ennesima volta ci rivolgiamo a lei signor Sindaco, non al parroco perchè ha già  fatto tanto da solo, chiedendole a di far ripristinare il cassone dell’immondizia e di far dono al Santuario, tanto caro ai cittadini di Scandale, di un sistema di sicurezza e di videosorveglianza per evitare future azioni spregevoli.
Speriamo vivamente che almeno questa volta le nostre istanze vengano accolte, poiché riteniamo indecente tutto quello che è successo fino ad oggi, riconsegnando così ai fedeli un luogo più dignitoso ove poter vivere la propria spiritualità e devozione nei confronti della Vergine Maria

Antonello Voce
Presidente circolo "Paolo Di Nella"
Giovane Italia Scandale








 

giovedì 4 ottobre 2012

Giovane Italia occupa per protesta la sede del Pdl.


Di seguito la nota della Giovane Italia Crotone: I militanti della Giovane Italia hanno occupato, ieri sera, in segno di protesta la sede provinciale di Crotone del Popolo delle Libertà.

«Siamo stanchi e stufi – dichiara Fabrizio Zurlo – del nullismo politico dei vertici locali del partito, che da mesi non ci permettono di sfruttare neanche la federazione per fare attività politica. Il gesto, seppur non proprio etico, è testimonianza di insofferenza da parte nostra nei confronti di questo partito che a Crotone vive un lungo letargo, che si protrae ormai da troppo tempo e che tarpa le ali a chi realmente vuole fare politica tra la gente, senza alcuna aspettativa, senza pensare di servire un potere sempre più opportunistico e clientelare».
Con questo gesto i giovani militanti si riappropriano di ciò che ritengono casa propria.
«Noi siamo – continua Zurlo - la parte viva e l’anima del PdL, questa è casa nostra, eppure siamo stati costretti a fare un atto di forza per poter ripartire con la nostra attività politica».
La Giovane Italia ha deciso di assumersi l’onere di tenere aperta la sede ogni singolo giorno.
«Un grande Partito come il Popolo della Libertà, - dichiara inoltre il dirigente della Giovane Italia - dovrebbe essere faro e punto di riferimento per una comunità dilaniata da molteplici emergenze come è quella Crotonese, è questo che la nostra passione ci chiama a fare, gli altri dirigenti, se come hanno dimostrato vorranno portare solo le mostrine sulle spalle senza fare null’altro, se vorranno atteggiarsi a grandi strateghi politici, se non impareranno ad avere umiltà, a scendere in mezzo alla gente ed ad accogliere le proposte ed i numerosi malumori, se non incarneranno, quindi, gli ideali del centrodestra e non cercheranno di portare risultati concreti per il nostro territorio, da oggi è meglio che restino a casa o magari continuino a scaldare poltrone di pelle in questo o quel palazzo portando il loro negativismo e le loro polemiche all’interno delle loro abitazioni e non nel partito!».
La Giovane Italia ha deciso, quindi, di rompere gli indugi dando una sferzata alla dirigenza del proprio partito.
«Da oggi il vento cambia, - conclude Fabrizio Zurlo - da oggi si riaccende la fiamma della buona politica, della militanza, e la federazione di via risorgimento sarà aperta tutti i giorni per accogliere, ascoltare i simpatizzanti ed i cittadini. Il PdL non è il partito dei Fiorito e delle Minetti, ma una grande comunità umana, fatta da migliaia di ragazzi che ancora oggi si sacrificano per la propria Patria. Una goccia in mezzo a un mare?? Può essere.. ma la cosa importante è ripartire da zero!».
Oggi, giovedì 4 ottobre, alle ore 18,30 la Giovane Italia ha indetto una conferenza stampa, nei locali del PdL in via Risorgimento per rendere pubbliche le motivazioni di questo gesto così eclatante.

martedì 2 ottobre 2012

Pound, la «Carta da visita» straccia le banche usuraie.



Carta da visita di Ezra Pound, a cura di Luca Gallesi (Bietti, pagg. 106, euro 14). l libro fu scritto nel 1942 dall'autore direttamente in italiano, ed ebbe una seconda edizione (in sole in mille copie) per Scheiwiller nel 1974. Pubblichiamo parte dell'introduzione di Gallesi e alcuni brani di Pound.

 «Socrate fu accusato di empietà e di voler sovvertire le leggi del suo paese; eppure non era né empio né sovversivo, e la storia successiva lo ha dimostrato. Io sono accusato di tradire il mio paese, che amo tanto quanto voi italiani amate il vostro. Ma chi, come me, agisce alla luce di una verità percepita e pre­vista interiormente, anticipa nel presente una realtà futura molto certa». In queste parole, tratte da un’intervista del 1955, quando era ancora detenuto con l’accusa di tradimento a Washington, nel manicomio criminale di St. Elizabeths, c’è tutta la tragica grandezza di Ezra Pound, poeta, profeta e, soprattutto, patriota americano.
Pound si è sempre considerato, infatti, un leale cittadino statunitense, fedele ai principi della Costituzione americana, che i suoi governanti avevano, invece, manipolato e sovvertito. Come era già accaduto in occasione del primo conflitto mondiale, anche nella Seconda guerra mondiale gli Usa erano stati trascinati in un conflitto non voluto, che avrebbe arricchito pochi speculatori sulla pelle di milioni di vittime.
Proprio l’inutile strage della Grande guerra, che aveva mietuto le vite di molti suoi amici artisti, spinge Ezra Pound ad abbandonare il ruolo di esteta distaccato che aveva ricoperto fino ad allora per dedicarsi allo studio delle cause delle guerre, che sono spesso legate alla speculazione: «si fanno le guerre - scriveva ancora nel 1944- per creare debiti». Così, accanto alla sua infaticabile attività di talent scout, che favorì, tra gli altri, Eliot, Joyce ed Hemingway, e mentre cerca di dare con i Cantos un poema epico nazionale all’America, Pound denuncia la «guerra perenne» tra oro e lavoro, tra chi specula e chi fatica, tra gli usurai e gli uomini liberi, e decide di schierarsi a fianco di questi ultimi, scelta mai rinnegata e di cui pagherà dignitosamente tutte le conseguenze fino alla «gabbia per gorilla» in cui fu rinchiuso nel carcere militare statunitense allestito vicino a Pisa.
Prima di giudicare qualcuno, come il poeta stesso amava ripetere, bisogna esaminare le sue idee una alla volta, e quindi è necessario avvicinarsi alle sue opere senza pregiudizi, collocandole nel contesto storico generale e in quello biografico particolare. Riproporre, oggi, la sua Cartadavisita, che Pound scrisse direttamente in italiano, è dunque, innanzitutto, un’occasione per conoscere direttamente il pensiero di Ezra Pound, e confermarne, eventualmente, la profetica attualità.
Nel 1942, quando Carta da visita viene pubblicato la prima volta, il mondo è dilaniato dalla più spaventosa guerra mai combattuta, una tragedia che Pound aveva ingenuamente cercato di evitare con tutti i mezzi, incluso un viaggio intercontinentale per incontrare il presidente Roosevelt e convincerlo dell’importanza della pace.
Oggi, l’Europa non è in guerra, ma la situazione generale non è meno drammatica; il colonialismo si è trasformato in «delocalizzazione», i signori dell’oro sono diventati operatori di Borsa, e i popoli sono sull’orlo di un tracollo economico disastroso, esattamente come Pound aveva immaginato: «Il nemico è Das Leihkapital - tuonava il 15 marzo 1942 dai microfoni di Radio Roma - . Il vostro nemico è Das Leihkapital, il Capitale preso a prestito, il capitale errante internazionale. [...] E sarebbe meglio per voi essere infettati dal tifo e dalla dissenteria e dalla nefrite, piuttosto che essere infettati da questa cecità che vi impedisce di capire quanto siate compromessi, quanto siate rovinati ».
Sicuramente, in quegli anni, quando molti intellettuali impegnati si baloccavano con il mito della lotta di classe, Pound doveva risultare quantomeno eccentrico, con il suo insistere nella guerra contro la speculazione finanziaria, ricordando che «una nazione che non vuole indebitarsi fa rabbia agli usurai». Oggi, invece, il suo avvertimento contro «la banca che trae beneficio dall’interesse su tutta la moneta che crea dal nulla», come recita il Canto 46, risulta ben più efficace del rimedio allora auspicato da mol­ti, e cioè la «dittatura del proletariato».
I brani -  La Nazione non deve pagare l'affitto sul proprio credito
Risparmio. Abbiamo bisogno d’un mezzo di risparmio e d’un mezzo di scambio, ma non è legge eterna che ci dob­biamo servire dello stesso mezzo per queste due funzioni diverse. La moneta affrancabile (ovvero prescrittibile) si adoprerebbe come moneta ausiliaria, mai come moneta unica. La proporzione fra la moneta consueta, e l’affrancabile, se calcolata con perizia e saggezza, potreb­be mantenere un rapporto equo e quasi invariabile fra la quantità delle merci disponibili e desiderate, e la quantità della moneta della nazione, o almeno raggiungere una stabilità di rapporti sino al grado conciliabile.  Bacon ha scritto: «moneta come concime, utile solamente quando sparsa». Jackson: «il luogo più sicuro di deposito: le braghe del popolo».
Sociale. Il credito è fenomeno sociale. Il credito della nazione appartiene alla nazione, e la nazione non ha necessità di pagare un affitto sul proprio credito. Non ha bisogno di prenderlo in affitto da privati. [...] La moneta è titolo e misura. Quando è metallica, viene saggiata affinché il metallo sia di finezza determinata, nonché di peso determinato. Adoprando una tale moneta siamo ancora nel dominio del baratto. Quando la moneta viene capita come titolo, sparisce il desiderio di barattare. Quando lo stato capisce il suo dovere e potere, non lascia la sua sovranità in balìa di privati irresponsabili (o che assu­mono responsabilità non giustificate). È giusto dire che «la moneta lavoro» è «simbolo del lavoro». E ancor più è simbolo della collaborazione fra natura, stati e popolo che lavora. La bellezza delle immagini sulle monete antiche simboleggia, a ragione, la dignità della sovranità inerente nella responsabilità reale o imperiale. Collo sparire della bellezza numismatica coincide la corruzione dei governi.
Dichten=Condensare. La parola tedesca Dichtung significa poesia. Il verbo dichten = condensare. Per la vita, o se preferite per «la battaglia», intellettuale, abbiamo bisogno di fatti che lampeggino, e di autori che mettano gli oggetti in luce serena. L’amico Hulme ben disse: «Quello che un uomo ha veramente pensato (per sé) si scrive su un mezzo foglio. Il resto è spiegazione, dimostrazione, sviluppo». Chi non ha forti gusti non ama, e quindi non esiste.

lunedì 1 ottobre 2012

Ma è stata la democrazia a rivalutare il Fascismo.



"Fascista!" ha urlato Bersani a Beppe Grillo. Sembra essere tornati agli anni ’70 quando chi non si "dichiarava, laico, democratico e antifascista" era di per sè un fascista. Usare il termine "fascista" come insulto e strumento di lotta politica nell’anno di grazie 2012 non solo è un "non sense" è ridicolo. Evidentemente nella generazione dei Bersani, scatta ancora un riflesso, pavloviano dovuto all’età (a un Matteo Renzi, sindaco di Firenze, che di anni ne ha 37 e che pure è un Ds, non verrebbe mai in mente da dare del "fascista" a chichessia) e alla lunga militanza del Pci, che rischia di dare ragione a Berlusconi quando diceva che gli ex comunisti, nonostante tutti i cambi di sigle, erano rimasti, nel fondo della loro animuccia, comunisti.
Ma io vorrei spostare la questione su un altro piano. Alla luce dell’esperienza storica di quest’ultima secolo, "fascista" ebbe un’idea di Stato e di Nazione e cercò di attuarla con coerenza. Non fu solo treni che arrivavano in orario. L’Iri nel dopo guerra democratico diventò un indegno carrozzone, partitocratico, ma quando venne creato, nel 1931, fu un’intelligente risposta alla crisi del 1929 e infatti l’Italia non ne subì i contraccolpi se non marginalmente. Alberto Beneduce, che oltre all’Iri diresse altri importanti Istituti pubblici, fu uno straordinario "grand commis" che godette sempre di un’amplissima autonomia (la leggenda vuole che fosse il solo a poter di "no" a Mussolini). Le prime leggi a tutela dei beni culturali e artistici sono del ’39, come quelle ambientali e paesaggistiche, mentre dal ’42 ogni comune dovette dotarsi di un piano regolatore. Le bonifiche in Agro Pontino e in Maremma furono un modello di organizzazione anche se al prezzo dello spostamento forzoso, vagamente staliniano, di migliaia di contadini veneti. Mussolini aveva pronto anche un piano di frantumazione e redistribuzione del latifondo in Sicilia, cosa che ovviamente non piaceva ai baroni nè alla mafia (che il fascismo, col prefetto Mori, fu il solo a combattere seriamente). E i baroni e la mafia aprirono l’isola agli angloamericani, peccato d’origine le cui conseguenze, come si può ben vedere, scontiamo ancora oggi.
Il fascismo esercitò una censura sulla stampa feroce e stupida con esiti, spesso, esilaranti, ma in campo culturale ci fu sempre una certa libertà. L’architettura fascista può piacere o meno ma, a differenza di quella d’oggi, ha uno stile e in quegli anni fummo i primi nel design industriale (una vivacità culturale che la coraggiosa mostra milanese "Annitrenta" del 1982 osò mostrare per la prima volta). Anche l’idea della valorizzazione dell’agricoltura e di una ragionevole autarchia alimentare non era sbagliata, anzi è estremamente attuale. Certo poi ci sono gli orrori: il carcere di Gramsci ("dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per almeno vent’anni") l’omicidio Matteotti, quello dei Rosselli, il criminale uso dell’iprite in Abissinia, le leggi razziali. E l’errore fatale: entrare in guerra impreparati, Mussolini, che da maestro era diventato succube di Hitler, credeva che i tedeschi avrebbero vinto la guerra in quattro e quattr’otto ("ci basteranno poche centinaia di morti per sederci al tavolo della pace"). Questo riluttante cinismo gli italiani l’avrebbero pagato carissimo. Ma oggi dopo gli ultimi quarant’anni di Italia repubblicana, dobbiamo ammettere, con amarezza, che è stata la democrazia a rivalutare il fascismo.
di Massimo Fini.

martedì 25 settembre 2012

Riapertura della strada provinciale 56 ex 107 bis Scandale - Crotone.



Tratto ripristinato della strada provinciale 56 ex 107 bis Scandale-Crotone                     loc. Giammiglione

Esprimiamo piena soddisfazione per l’apertura della Strada Provinciale 56 ex 107 bis in località Giammiglione. Dopo un  anno di sollecitazioni verbali fatte al presidente Zurlo da parte nostra siamo riusciti a riappropriarci della nostra strada, arteria fondamentale che ci collega alla città capoluogo. La strada fu interrotta definitivamente nel mese di Febbraio scorso a causa delle forti piogge invernali, ma il cedimento del manto stradale fu dovuto anche dalla presenza di una falda acquifera sotterranea, (uno dei motivi per il quale la non si può costruire la famigerata mega discarica di rifiuti speciali).
Così come questo tratto è stato completato a loro dire “in tempi record”, ci auguriamo che anche il resto delle stradi provinciali vengano messe in sicurezza ridotte ormai  a mulattiere per l’incuranza degli ultimi anni. Su queste strade non solo si mette a rischio il buono stato delle auto ma anche la vita di conducenti e passeggeri.
Infine, ne approfittiamo per chiedere al sindaco Vasovino di mettere in sicurezza la strada interpoderale percorsa fino ad oggi, con tanti disagi, dai cittadini di Scandale in località Santa Domenica. Non vogliamo  che venga abbandonata a discapito dei proprietari di quei piccoli appezzamenti di terreno. Signor sindaco non aspettiamo i camion delle pale eloiche!             

Antonello Voce
Presidente circolo "Paolo Di Nella"
Giovane Italia Scandale.



Le foto sono di Area Locale.
 

lunedì 24 settembre 2012

La prevalenza del maiale.



Non bisogna farsi ingannare da quelle fotografie. Il martedì grasso della destra romano-laziale non è soltanto una mascherata tardo felliniana, non è un dramma satiresco: è uno stato dell’essere. E il segreto per comprenderlo sta nel maiale, nella maschera suina indossata sulla scena dai protagonisti maschili di una carnevalata che si può anche equivocare come parodia di un’epoca storica – l’antichità declinata nella penombra inconscia di riferimenti cinematografici moderni: dal toga party di “Animal House” alla lubricità di certi filmetti adolescenziali americani degli anni Ottanta – e che invece rinvia a significati più profondi. La scelta di una maschera obbliga al disvelamento del proprio sé. Il tradizionalista René Guénon utilizzò al riguardo parole illuminanti: “Le maschere di carnevale sono genericamente orride ed evocano il più delle volte forme animali o demoniache, tanto da essere quasi una sorta di ‘materializzazione’ figurativa di quelle tendenze inferiori, o addirittura ‘infernali’, cui è permesso così di esteriorizzarsi”. “Del resto – conclude il Guénon – ognuno sceglierà naturalmente fra queste maschere, senza neppure averne una chiara coscienza, quella che meglio gli conviene, cioè quella che rappresenta quanto è più conforme alle sue tendenze, sicché si potrebbe dire che la maschera, che si presume nasconda il vero volto dell’individuo, faccia invece apparire agli occhi di tutti quello che egli porta realmente in se stesso, ma che deve abitualmente dissimulare”. Questo spiega la presenza di maschere cornute e faunesche nelle celebrazioni primaverili dei paesi mediterranei, lì dove l’uomo (non il maiale) si riappropria di una funzione fecondatrice ancestrale e propizia l’uscita dal buio.
Di qui proviene, oggi, la facile impressione che il generone laziale di centrodestra (ma non solo quello) abbia trasceso il ciclo delle stagioni e abbandonato la finzione di un civismo politico ed esistenziale mal sopportato per troppo tempo: la liberazione notturna nell’indistinto, ove non vige più l’ordine delle regole solari, visibili e dunque responsabilizzanti, li ha precipitati nella più limpida autorivelazione. Maiali, dunque, nemmeno per libera scelta ma per una vocazione intima e occulta. Stabilito questo, ritrova forse senso la citazione antiquaria? I compagni di Ulisse tramutati in porci dalla maga Circe, costretti a grufolare nel suo orto, sono la condensazione simbolica della natura inferiore (“l’animale che mi porto dentro me”, cantò Battiato quando aveva voce), il vortice degli istinti bassi e vischiosi dell’uomo/verro. Del resto è noto a chiunque che il maiale non gode di ottima fama un po’ in ogni latitudine. L’imperatore Giuliano, nel Quarto secolo dell’èra volgare, spiegava così l’interdizione delle carni suine durante le feste patrizie in onore della Grande Madre: “… è bandito dal sacro cibo in quanto totalmente ctonio, sia per la forma, sia per il tipo di vita, sia per il carattere stesso del suo essere. (…) Questo animale non può guardare il cielo, non solo perché non vuole, ma anche perché, per natura, è tale che non può mai sollevare lo sguardo”. Triste condizione, quella del maiale. Ma non bisogna esagerare. La bestia è priva di colpa, come ogni fatto di natura. La porchetta è pur sempre un pasto gioviale e richiama il banchetto sacro dei popoli laziali che si radunavano sul Monte Albano per le feste. Se poi è ancora vero, come usa dire, che del maiale non si butta via niente, non c’è motivo di disperare per il futuro del generone di centrodestra.
di Alessandro Giuli.

domenica 23 settembre 2012

Un tè alla menta a casa di Evola.



Pubblichiamo un articolo di Ugo Franzolin, scomparso due settimane fa,  tratto dal libro “Gli articoli di Evola sul Secolo d’Italia. 1953-1964”, edito dalla Fondazione Evola e curato da Gianfranco Lami.

di Ugo Franzolin
(articolo tratto dal "Secolo d'Italia")

Con il congresso di Pescara nel Movimento Sociale Italiano del giugno 1965 vi furono i cambiamenti al vertice. Vinse il congresso Arturo Michelini, uno dei fondatori di quel partito, nato alla fine del 1946. In precedenza Michelini aveva comprato il quotidiano fiancheggiantore del movimento, Il Secolo d’Italia, proprietà del senatore Franz Turchi, suo fondatore.
Ne era il direttore dal 1964, ma fu chiamato a dirigerlo politicamente Nino Tripodi, un altro dei primissimi del Movimento Sociale, un intellettuale che si era segnalato tra i giovani più promettenti negli anni che precedono la Seconda guerra mondiale, avvocato e – negli anni Cinquanta – parlamentare. Chi però confenzionava materialmente il giornale e aveva quindi stretto rapporto con la redazione, era Cesare Pozzo, giornalista professionista, qualche anno dopo, senatore.
Un giorno Michelini mi chiama. Ero stato assunto al Secolo nel momento in cui il "Meridiano d’Italia", dove lavoravo aveva sospeso le pubblicazioni per trasferirsi da Milano a Roma. Mi avevano affidato la terza pagina che curai fino al 1967 quando passai al quotidiano "La Luna". Una pagina tradizionale, in più, una o due volte la settimana, una pagina monografica, letteratura, pittura, musica e storia.
“Ho qui un articolo di Evola”, mi dice Michelini, “scriverà per noi”. “Acquisto eccellente“, gli dico io, “un pensatore affascinante”, butto lì. Guardo Michelini, che mi guarda di sottecchi. “Sì, certo”, commenta, “ma io leggo i gialli, quando vado a letto la sera, prima di dormire e ho la testa piena delle cose che domattina dovrò fare, come, ad esempio, mandare i soldi alle federazioni, soldi che non ho e devo rifilare qualche balla per tirare avanti”.
Di Julius Evola, a dire la verità, non è che ne sapessi molto. Anzi, diffidavo un po’, come tutti quelli per i quali il fascismo, come nel mio caso, è stato prima un fatto di provincia – le realizzazioni – poi un fatto di guerra, “il sangue contro l’oro”, un semplificare che farebbe trasalire un intellettuale.
Dopo quattro o cinque articoli pubblicati come elzeviro, Evola mi invitò a casa sua per un tè. Abitava a Corso Vittorio.
Molto cordiale. Aveva un grave disturbo alla spina dorsale. Stava sempre seduto in poltrona. Gli feci visita quattro o cinque volte. Non so se gli interessassi. Forse sì, ma perché non avevo quasi niente delle sue letture, perché la mia testa, dopo cinque anni di guerra sui fronti e un anno di galera a San Vittore, era piena di immagini più che di speculazioni sottili.
Il tè era squisito. Glielo dissi. “Aggiungo foglioline fresche di mentuccia”, commentò, “e qualche fiore essiccato di ibisco, addolcendolo, come vede, con zucchero di canna, un dono che amici mi mandano dalla Germania”.
Mentre si sorseggiava il tè, Evola parlava, parlava. Aveva una voce bassa, musicale, due occhi che indagavano. Mi sembrò di capire che avesse studi esoterici, un’altra novità per me, sempre tenutomi lontano da esplorazioni misteriose, più amante dell’uomo che fa, spacca tutto, magari, ma che non sta lì a interrogare l’arcano, o vola in spazi siderali.
Un giorno, mentre Evola mi parlava della Parigi delle avanguardie nella quale viveva, qualcuno citofonò. Una signora che si occupava delle cose domestiche, venne a dire che un ragazzo chiedeva di salutare. Disse il nome, Adriano.
Entrò un giovane, poco più che ragazzo. Aveva una sua composta eleganza, un tratto signorile. Alla presentazione seppi che era il figlio di Pino Romualdi, che mi onorava della sua amicizia, conosciuto a Milano, vicesegretario del Partito Fascista Repubbicano. Conversammo un po’, ma dopo una decina di minuti dovetti salutare e andarmene perché mi aspettava il solito lavoro al giornale.
Prima di congedarmi invitai Adriano a collaborare alla mia pagina. Volevo ospitare dei giovani, voci nuove. Così fu, infatti. Diventammo amici. Io do del tu volentieri ai ragazzi, mi è più facile parlargli, e se loro fanno altrettanto, la cosa mi fa piacere. Eppure con Adriano ci fu sempre di mezzo il lei, anche se il rapporto era cordiale, affettuoso da parte mia e, oso credere, anche da parte sua.
Era preparatissimo, riflessivo, sempre disposto a riesaminare un concetto, ma con dei punti fermi, che erano ormai miei. Gli chiesi di Evola. “Sa”, gli dissi introducendo il discorso, “mi sembra un mago”. Adriano si mise a ridere. “Un po’ lo è”, rispose, “nel senso che sa sublimare intuizioni rare, al limite della visione onirica, il percorso misterioso della vita”.
Ricordo con rimpianto quel tempo. Evola è morto, Adriano, ancora giovanissimo, ci ha lasciati in situazioni tragiche, sul ciglio di una strada, dopo un incidente. Perché rimpianto? Ma perché allora, anche se da posizioni intellettuali diverse, per un proprio carattere, una propria storia personale era bello vivere, essere in attesa di un evento. Utopisti? Forse, ma la nostra utopia non era la carta di credito, o il telefonino, o la curva sud. Eravamo in attesa, ecco, ripeto. In attesa? Sì, certo, che i sentimenti tornassero.
Un giorno Evola mi disse: “Sa, la strada è lunga, interminabile”...

sabato 22 settembre 2012

L’oltraggio di Venezia e il Crocifisso di Vienna.



E’ difficile immaginare un oltraggio contro la fede cristiana più blasfemo e provocatorio di quello che si è avuto al Festival del Cinema di Venezia il 31 agosto con la proiezione del film Paradise Faith, Fede nel Paradiso, di Ulrich Seidl, film  che ha il suo punto culminante in una sequenza in cui la protagonista, l’attrice Maria Hoffstatter, si dedica all’autoerotismo utilizzando come strumento un crocifisso. E’ inutile entrare nei particolari, che sono raccapriccianti, ma sarà bene ricordare che per un cristiano non c’è simbolo più sacro del Crocifisso, che rappresenta Gesù Cristo, l’uomo-Dio, morto sulla Croce per redimere i peccati degli uomini. Tutta la fede cristiana si riassume nella predicazione di Cristo crocifisso.
 Lo scandalo di Venezia non è un episodio isolato, ma si inserisce in un quadro di cristianofobia dilagante. Lo spettacolo teatrale di Romeo Castellucci Sul concetto di Volto di Dio, messo in scena a Milano a gennaio, ha aperto quest’anno le danze. Il Festival di Venezia però è una ben più ampia cassa di risonanza, una vetrina internazionale, che ha visto accorrere giornalisti di tutto il mondo, per riferire senza alcuna indignazione della proiezione del film blasfemo, che ha avuto il premio speciale dalla Giuria.
La Santa Sede, il 12 settembre è intervenuta con un comunicato dal tono fermo: “Il rispetto profondo per le credenze, i testi, i grandi personaggi e i simboli delle diverse religioni è una premessa essenziale della convivenza pacifica dei popoli.” A dichiararlo è stato padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa Vaticana, che non si è riferito però alla blasfemia di Venezia, ma ad un altro film, Innocence of muslims, prodotto in America e considerato alle origini delle violente manifestazioni in Libia ed in altri paesi arabi.
 “Le conseguenze gravissime delle ingiustificate offese e provocazioni alla sensibilità dei credenti musulmani - ha scritto in una nota padre Lombardi – sono ancora una volta evidenti in questi giorni, per le reazioni che suscitano, anche con risultati tragici, che a loro volta approfondiscono tensione ed odio, scatenando una violenza del tutto inaccettabile“. Quanto è accaduto in Libia non sarebbe stato pianificato da mesi da Al Qaida in odio all’Occidente, ma sarebbe stato l’inevitabile conseguenza di “ingiustificate offese e provocazioni alla sensibilità dei credenti musulmani”. Ma perché non vengono definite “ingiustificate” le offese e le provocazioni alla sensibilità dei credenti cattolici come quelle del Festival di Venezia? Solo perché non provocano conseguenze, né gravissime, e neppure modestissime?

Ben pochi hanno ricordato che quanto è accaduto, nella città di Bengasi, è la conseguenza non dell’insulso film anti-Maometto, ma della politica franco-americana di cessione del Medio Oriente all’Islam, che, per nemesi storica,  ha avuto il suo momento principale proprio nel sostegno dato dalla Nato ai fondamentalisti di Bengasi contro Gheddafi. E se tutto il mondo ha protestato contro il film anti-islamico, che per ora è semi-clandestino, e presumibilmente non sarà mai proiettato, nessuno ha protestato contro il film anticattolico, che ha avuto tutte le luci della ribalta ed è destinato a larga circolazione, senza alcuna opposizione.
Il vero problema oggi è questo. Non esiste solo la persecuzione dei cristiani nelle terre di Islam, esiste anche la cristianofobia in Occidente. Ma soprattutto esiste l’arrendismo e la complicità dell’Occidente di fronte a questa cristianofobia. L’autolesionismo degli ambienti ecclesiastici fa parte purtroppo di questo sistema di complicità.

Il Beato Marco d’Aviano sulle colline del Kahlenberg, che dominano Vienna, brandiva il Crocifisso come strumento di lotta e di vittoria, per incitare i combattenti cristiani a liberare la città occupata dai musulmani. Oggi il Crocifisso è ridotto a strumento di sordido piacere da una società edonista che si autodistrugge consegnandosi all’Islam.
di Roberto de Mattei.

venerdì 21 settembre 2012

MA PERCHE' I REGISTI NON RACCONTANO I RISVEGLI?



Bocciata a Venezia e bocciata nelle sale, la Bella Addormentata di Marco Bellocchio ha risuscitato polemiche sul tema eutanasia e paraggi

 Marcello Veneziani - Dom, 16/09/2012

Bocciata a Venezia e bocciata nelle sale, la Bella Addormentata di Marco Bellocchio ha risuscitato polemiche sul tema eutanasia e paraggi.
Il regista ha detto ai cattolici che lo contestavano: avete tanti mezzi, perché non fate voi un film con la vostra versione del caso Englaro? Forse ha ragione.
Ma io rilancio a lui e al magico mondo del cinema un'altra proposta. Di film sul tema di staccare la spina ai malati terminali ne abbiamo visti già tanti. Ma è possibile che a nessun gran regista, sceneggiatore, produttore, attore, venga in mente e al cuore di portare al cinema qualche storia inversa, di condannati al coma irreversibile, a cui volevano staccare la spina, che si sono poi risvegliati? Vi dice nulla il caso di Salvatore Crisafulli, di Luca de Negris, di Luca Mongelli, di Terry Wallis che si risvegliò addirittura dopo 19 anni? Non si potrebbero fare grandi film su storie finite con una resurrezione imprevista, e non solo su eutanasie desiderate?
E ai film dedicati a coraggiosi aborti non si potrebbero affiancare film su Chiara Corbella o su Jenny e su Rosa e su Gianna e su altre ragazze che decisero di dare alla luce un figlio a prezzo della loro vita, capovolgendo sulla loro pelle il motto «mors tua vita mea»?
 Non sarebbero grandi storie, nobili, vere e struggenti, perché nessuno le racconta? È questo il conformismo che indigna e che sconforta, caro Bellocchio. Abbiate più coraggio e spirito libero, ma quello vero. Che sia anche per questo che mezzo cinema è in coma e che i film troppo scontati abortiscono in sala?

giovedì 20 settembre 2012

Villa Chigi Roma - Distrutta targa in memoria di Polo di Nella




"Lascia agli altri le vie dell'infamia: Piuttosto che vincere per mezzo di un'infamia, meglio cadere lottando sulla strada dell'onore"
(Corneliu Zelea Codreanu)

E' stata distrutta a martellate la targa di via Paolo di Nella riportiamo le dichiarazione di Giorgia Meloni e di Azione Universitaria Roma.
"Chi ha distrutto a martellate la targa di via Paolo Di Nella a Roma è un indegno. Spero vivamente che i responsabili di questo atto vigliacco siano individuati e mi aspetto una condanna unanime delle istituzioni e delle forze politiche. L’esempio di Paolo, ucciso a 20 anni da una cieca violenza politica, è forte e vive nei cuori di chi giorno prova a portare avanti le sue idee e le sue battaglie. Un simile gesto offende tutta la nostra città, la nostra Nazione e chiunque crede che la politica sia la forma più nobile di impegno civile"
Giorgia Meloni.
 
"Quello che si è consumato la scorsa notte a Villa Chigi è un atto di vandalismo e violenza che non può trovare alcuna giustificazione né tanto meno una spiegazione razionale. Il vortice di odio che quasi trent’anni fa uccise Paolo si abbatte oggi, con la medesima vigliaccheria, sulla targa che lo ricorda. Paolo era mosso dalla stessa passione e dallo stesso entusiasmo che animano migliaia di giovani impegnati quotidianamente sui territori, nelle scuole e nelle università per rendere migliore la nostra Nazione. Paolo è un esempio che nessuno può permettersi di infangare. Chiediamo al sindaco Alemanno e all’Amministrazione capitolina un’intervento immediato, per ripristinare subito la targa."
Azione Universitaria Roma. 
Il tuo sorriso è fermo li, è una pugnalata dritta al petto, Per chi quel giorno ti aggredi, per chi non conta proprio niente Per chi quel giorno sparí: maledetti dagli dei e da tutta questa gente...



Link:
Paolo Di Nella.

mercoledì 19 settembre 2012

IO SONO EUROPEO...

 
Sono nato qui dove è nata la civiltà, ho messo insieme le pietre a Stonehenge per avvicinarmi al cielo, ho costruito il Partenone e combattuto alle Termopili. Ho vinto con Costantino contro Massenzio e costruito un arco che è divenuto pilastro della storia.
Ho unito il quadrato, simbolo della terra, con il cerchio, simbolo dell'infinità del cielo per costruire l'ottagono del castello del monte. Ho vissuto lassù tra il grigio del castello di bamburgh, e riflettuto all'ombra del monastero benedettino di Subiaco.
Sono arso vivo per difendere le mie idee come Giovanna D'arco in Piazza del Mercato Vecchio.
Sono tornato a combattere la guerra di Cipro,ho poi raggiunto Apremont per raccogliere il bianco giglio nel campo dei ribelli. Sono tornato in Italia per vegliare sui fratelli del Monte Grappa.
Sono tornato a bruciare ancoro in piazza a Praga con Jan Palach per veder nascere dalle lacrime la primavera della Libertà.
Ho picconato il muro a Berlino per poter dire Io Sono Europeo, sono nato qui, dove è nata la civiltà, nell'Europa con il cuore senza rating.
 

martedì 18 settembre 2012

ATREJU, PERISSA: ALFANO E MELONI INFIAMMANO I NOSTRI GIOVANI.

Marco Perissa, Angelino Alfano, Giorgia Meloni e Annagrazia Calabria - Atreju 2012
 
Ringrazio davvero di cuore Angelino Alfano e Giorgia Meloni che hanno chiuso insieme questa mattina la quattordicesima edizione di Atreju. Li ringrazio soprattutto perché insieme hanno entusiasmato i nostri ragazzi, dimostrando che c'è chi vive la politica con la testa e con il cuore. Questo è il PdL che noi vogliamo, quello delle idee, quello dei valori e quello è pronto ad accettare la sfida del nostro tempo senza paura. Ma il ringraziamento più sentito va ai tanti ragazzi che da tutta la nostra Italia hanno riempito questa festa, partecipando attivamente a tutte le fasi della nostra cinque giorni. Loro dimostrano che esiste ancora oggi una generazione senza paura, che sceglie di donarsi senza riserve, senza ricevere un euro, ma solo per amore verso un'idea e una comunità. Sono loro l'esempio migliore per questa Italia, troppo spesso lasciata alla sua disillusione davanti la crisi. La speranza riparte da Atreju"
E' quanto dichiara Marco Perissa, presidente nazionale della Giovane Italia.

lunedì 17 settembre 2012

“Il mio film sui crimini dei partigiani? Non lo inviteranno mai a Venezia”.



di Adriano Scianca.

Possibile che le 136 vittime di Codevigo facciano ancora paura? Possibile che i soldati della Guardia Nazionale Repubblicana, delle Brigate Nere, che i civili uccisi e talora torturati nella primavera del 1945 nei pressi del comune padovano, a guerra finita, da partigiani garibaldini non possano essere ricordati neanche nell’Italia del 2012? Sembra di sì, almeno a giudicare dalle difficoltà che il regista Antonello Belluco sta incontrando nel girare il suo “Il segreto”, pellicola dedicata proprio alla strage dimenticata commessa dai partigiani e ricordata recentemente solo da Gianpaolo Pansa. Pressioni, lettere minacciose, finanziatori che se ne vanno, materiali che non arrivano mai, una sfilza infinita di “no” e tante porte chiuse. Perché, spiega, «certi temi sono ancora tabù e io, che sono figlio di profughi istriani e ho conosciuto Toni Negri, lo so bene. Ma il mio non un film politico, si tratta solo di una storia d’amore che ha sullo sfondo quei drammatici fatti che nessuno vuole più ricordare. Sarà per questo che ci stanno rendendo la vita impossibile...».
Belluco, come vanno le riprese? Pare che ci sia qualche difficoltà...
“Qualche”? Stiamo facendo una fatica incredibile. Se le parlassi di tutte le vicissitudini capitate riempirebbe una pagina solo con quelle. Quando si scopre l’argomento del film dicono tutti di no per qualsiasi cosa, anche le più banali. Il coproduttore, poi, se n’è andato e ci ha lasciato nei guai. Molti politici mi hanno detto di aver avuto pressioni affinché il film non uscisse mai. Ho anche ricevuto due raccomandate dal figlio del partigiano Arrigo Boldrini, il comandante “Bulow” delle Brigate Garibaldi, nelle quali mi si intimava di non andare avanti...
E voi andrete avanti?
Certo. Nonostante tutto il film si farà. Non ci manca poi tanto.
Non è che ce l’hanno con lei perché fa film “revisionisti”, ammesso che questa parola sia così offensiva come dicono?
No, nella mia pellicola non c’è nessun discorso politico, il film parlerà di una storia d’amore, la strage fa solo da sfondo. Io parlo di una famiglia come tante, marginale, in cui, certo, si indossava la camicia nera. Ma questo non può essere considerato una colpa in sé, dato che a quell’epoca tutti portavano la camicia nera. Persino Arrigo Boldrini mi risulta l’abbia indossata...
Vero, nel settembre del 1939 entrò nella Milizia volontaria per sicurezza nazionale prima di passare con gli antifascisti. Magari è proprio per questo che non se ne può parlare.
Peraltro Boldrini ha guidato l’Anpi ed è stato parlamentare, è una figura intoccabile, parlare di certe storie significherebbe mettere in crisi l’Anpi  tutto un certo mondo. Anche se si è sempre dichiarato estraneo all’eccidio di Codevigo, era pur sempre il comandante di una brigata coinvolta in questa brutta storia. E questo non è l’unico argomento tabù. Io sono figlio di esuli istriani e avrei sempre voluto fare un film su quel dramma ma niente, è impossibile, si trovano tutte le porte sbarrate. Di certi argomenti non si vuol proprio sentir parlare.
Qualcuno le darà del “fascista”...
Guardi, Giorgio Almirante diceva che chi non ha vissuto il fascismo non può definirsi fascista, che il fascismo è un’esperienza storica conclusa e io sono d’accordo con lui. Non ho vissuto il fascismo, ho vissuto altri anni e altre problematiche. Quelli di Mazzola e Giralucci, altra storia su cui mi sarebbe sempre piaciuto girare una pellicola. Quelli di Toni Negri, con cui ho persino fatto un esame all’università. Le storie da raccontare al cinema sarebbero tante...
E perché non lo si può fare? L’egemonia di sinistra è ancora così forte?
Altrove non so, ma al cinema assolutamente sì. Non esiste possibilità di entrare se non si è dei loro e se non si propongono storie legate alla loro cultura. Nelle grandi spartizioni politiche, la cultura è sempre toccata alla sinistra. È stata una decisione a tavolino. Anche ai festival, lo vediamo in questi giorni,  girano sempre gli stessi nomi, è un turnover fra le solite facce: Bellocchio, Moretti, Amelio etc. Meglio rassegnarsi: film come il mio non andranno mai ai festival.

venerdì 31 agosto 2012

SENZA PAURA | Atreju 2012 | 12-16 Settembre

 
 
Carissimi, ritorna il fatidico appuntamento  con "Atreju", la festa nazionale della Giovane Italia, che anche quest'anno si svolgerà a Roma nel parco del Celio, dal 12 al 16 settembre
"#SenzaPaura" è il titolo scelto per questa edizione. Perché oggi più che mai vogliamo gridare che non ci stiamo, che non saremo noi ad uccidere i nostri sogni e  non saremo noi a lasciare il futuro nella mani di chi ha abusato del passato compromettendo il presente. Senza paura, quindi, per descrivere il moto d'orgoglio della generazione che, nonostante tutto, ogni giorno scende in campo per combattere la crisi, per uscirne e per concedere ai propri figli un'Italia migliore di quella che ha ereditato.

Il programma ancora in fase di elaborazione, come di consueto verrà svelato i primi giorni di Settembre e affronterà i temi caldi di questa stagione politica e sarà affiancato da tanta cultura, con gli aperitivi letterari che animeranno il tardo pomeriggio e tanta musica ed intrattenimento. Non mancherà il 'Premio Atreju', il riconoscimento che la nostra generazione dà a coloro che si sono distinti per aver vissuto la propria vita, professione o passione, con dedizione e coraggio, diventando esempio.
Sul nuovo portale modalità di partecipazione e informazioni. Per rimanere aggiornati vi chiediamo di seguire Atreju sui canali ufficiali e condividere le notizie:

Fb: Atreju -Pagina Ufficiale-

Twitter: @atreju2012
Atreju è la nostra festa, la possibilità di raccontare la nostra visione del mondo. Atreju è la nostra sfida, siamo certi che anche quest'anno saremo all'altezza!

Marco Perissa                                      
Presidente Nazionale della Giovane Italia. 
Annagrazia Calabria
Coordinatrice Nazionale della Giovane Italia.