Vergine Santa, Madre Maria
al sol guardarti l’alma s’indìa;
come sei bella! Questo tuo viso è tutto un’estasi di Paradiso (2 volte)
Ritornello: Volgi lo sguardo sopra Scandale che ti consacra il cuor: Madre della Difesa (2 volte) a Te sia gloria e onore.
Tu ci apparisti, Madre amorosa
sulla collinetta, tutta ascosa;
e fosti l’iride che sempre adduce pace di cielo, conforto e luce. (2 volte)
Ritornello: Volgi lo sguardo sopra Scandale che ti consacra il cuor: Madre della Difesa (2 volte) a Te sia gloria e onore.
Fin da quel giorno questo paese
per Te, Maria, d’amor s’accese;
t’ebbe Scandale qual primo vanto, dei fasti suoi poema, incanto. (2 volte)
Ritornello: Volgi lo sguardo sopra Scandale che ti consacra il cuor: Madre della Difesa (2 volte) a Te sia gloria e onore.
Son mille pagine di nostra Storia
che ci decantano l’eccelsa gloria
di chi ci arrise, qual vaga Stella, nell’ora triste della procella. (2 volte)
Ritornello: Volgi lo sguardo sopra Scandale che ti consacra il cuor: Madre della Difesa (2 volte) a Te sia gloria e onore.
Indìa: voce del verbo Indiàre - Trasformare in un Dio e quindi Deificare. De’ Serafin colui che più s’indìa (Dante Parad. IV. 28). Cioè (dice l’antico commento), che più partecipa alla beatitudine creata da Dio e più si accosta a Lui.
Ascosa: f sing; pp. di ascòndere - [letterario] nascosta, occultata, celata, appartata, segreta.
Iride: nome con cui si designa talvolta l'arcobaleno.
Adduce: voce del verbo addùrre - produrre, allegare, presentare, citare; [poetico] condurre.
Fasti:[in senso figurato] memorie di fatti onorevoli.
Arrise: voce del verbo arrìdere - essere favorevole; essere propizio.
Procella:[letterario] tempesta, impetuosa tempesta; [in senso figurato] sciagura.
Sabato 31 luglio alle ore 10.30, nella sala Giunta della Provincia di Crotone il presidente dell’Ente intermedio, Stano Zurlo, terrà una conferenza stampa per illustrare l’attività amministrativa messa in campo nel primo anno di governo. All’incontro con i giornalisti parteciperanno, oltre al presidente Zurlo, il presidente del Consiglio Benedetto Proto, gli assessori provinciali, i consiglieri di maggioranza ed i segretari/coordinatori provinciali di tutti i partiti che sostengono la coalizione di governo.
L’appello di Silvio Berlusconi ai sostenitori registrati su Forzasilvio.it
In queste ultime settimane sono riprese contro il governo e contro il Popolo della Libertà furibonde campagne mediatiche. Come mi ero impegnato a fare, ho ripreso in mano la situazione e sto lavorando con il consueto impegno su entrambi i fronti, forte del sostegno attivo di persone come te. Per questo motivo ti sottopongo in anteprima il pieghevole che riassume le cose fatte dal governo: è il primo di una serie di materiali di comunicazione che distribuiremo a settembre nelle Feste della Libertà, a Gubbio, ad Atreju, alla Summer school di Magna Carta, ai banchetti dei Promotori della Libertà, ovunque sia possibile. Sono convinto che conoscere e divulgare le tante realizzazioni del nostro “Governo del fare” sia la migliore risposta contro le calunnie e le campagne mediatiche. I nostri avversari sono maestri nelle chiacchiere, con le quali cercano di nascondere i loro demeriti e di oscurare il tanto di buono che abbiamo fatto in questi due anni difficili. Non riusciranno nel loro intento se noi saremo uniti, se il Popolo della Libertà sarà unito attorno al proprio governo, consapevole dei grandi risultati finora ottenuti, coeso tra leader, dirigenti e popolo. La forza del nostro stare insieme è nella moralità del fare. Proprio per questo cercano di toglierci l’orgoglio di essere nel Popolo della Libertà, motore principale del governo del fare Grazie per il tuo impegno. Andiamo avanti, insieme! Tuo Silvio Berlusconi
“Nel momento in cui chiediamo sacrifici all’Italia intera è giusto dare il buon esempio”. Così il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, che ha commentato il taglio del 10% dell’indennità di deputati e senatori stabilito dai questori di Camera e Senato in relazione alla riduzione delle spese prevista dalla manovra economica. “È un provvedimento che mi trova d’accordo”, ha sottolineato il ministro Meloni. “Si trattava di una necessità – ha aggiunto – sentita da tutti”.
La Federazione provinciale della Giovane Italia Crotone oggi alle 19.00 ricorderà Paolo Borsellino con una cerimonia commemorativa nella piazza intitolata al magistrato. Come ogni anno, i giovani di destra ricordano questo grandissimo personaggio portando avanti ed alta la bandiera della legalità, oggi come ieri, requisito fondamentale per volgere lo sguardo verso lo sviluppo.
Si è concluso ieri a Sorrento “Campo Cyrano” l’evento estivo di riferimento di tutti gli studenti d’Italia.
Campo Cyrano iniziato il 9 Luglio, è stata un’occasione d’incontro per tutti gli studenti d’Italia che hanno trascorso tre giorni insieme nella splendida cornice della costa sorrentina e unendo la capacità di divertirsi in modo sano e confrontandosi insieme sul futuro della scuola italiana.
Più di cinquecento ragazzi si sono confrontati con il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni, sulla realizzazione di un nuovo Risorgimento in Italia, possibile solo attraverso la passione e la partecipazione giovanile. Con il dottor Fracassi, il dottor Pizzo e il dottor Genovesi, l’attenzione si è rivolta sull’importanza storica e culturale del Risorgimento e sugli strumenti migliori che permettono la trasmissione di questa memoria alla nostra generazione. Sullo spirito che può animare questo cambiamento, Marcello Veneziani si è confrontato con i giovani partecipanti, fornendo spunti di criticità e riflessione per rilanciare una rivoluzione culturale della stessa portata del Risorgimento Italiano. L’evento conclusosi ieri mattina con un assemblea plenaria, nella quale gli studenti hanno delineato nuovi percorsi di partecipazione e cambiamento, ha fornito le basi necessarie per ripartire a settembre nell’impegno quotidiano all’interno degli istituti.
Gli studenti provenienti da tutta la penisola, escono da questa splendida avventura con lo spirito di Cyrano de Bergerac, cioè quello di credere che un sogno, se animato da giustizia e cambiamento, può sempre trovare realizzazione!
Esprimiamo tutto il nostro disappunto per la mancata approvazione del ddl Meloni sulle comunità giovanili. Il testo, peraltro, aveva già attraversato un iter lunghissimo, durato mesi. Ora, il suo rinvio in commissione, alla Camera, prolunga in maniera inaccettabile l’attesa di un provvedimento giusto e necessario. Il ddl Meloni si proponeva di dare un riconoscimento giuridico alle comunità giovanili e di sostenerne l’attività attraverso la possibilità di accedere a un fondo, stanziato annualmente dal Ministero della Gioventù. Senza soldi e senza strutture adeguate, è difficile svolgere delle attività, specie quelle che coinvolgono un numero elevato di ragazzi. I rilievi mossi al ddl appaiono, più che mai, strumentali. Lasciando da parte l’opposizione che si sa è pregiudizialmente contraria a qualsiasi iniziativa provenga dal Governo, lasciano a bocca aperta le dichiarazioni espresse da alcuni esponenti della minoranza Pdl (Fini e company). L’accusa più ricorrente è quella di voler para-statalizzare la creatività giovanile, quasi che senza soldi e senza controlli da parte dello Stato i giovani siano più stimolati a esprimere creatività e talento. È evidente la pretestuosità di queste critiche. Le comunità giovanili sono state immaginate da Paolo di Nella giovane che ha perso la vita negli "anni di piombo". Giorgia è riuscita a trasformare quel sogno in un progetto concreto e ieri si è vista bloccare tutto.
Noi siamo conviti di questo progetto e staremo al fianco del ministro Giorgia Meloni in questa battaglia.
Noi siamo dalla parte chi vuole difendere la nostra IDENTITA' e non di chi è pronto a svenderla a basso costo.
Caro presidente della camera e company,
Noi non siamo in vendita!
MURO DI SCUDI ! Le COMUNITA' GIOVANILI non si toccano.
Antonello Voce Dirigente provinciale Giovane Italia Crotone
Il 7 Luglio 1972 un altro giovane missino cadde a Salerno per colpa dell’odio comunista. Il suo nome era Carlo Falvella. Il padre, Michele, proveniva dalla Basilicata, era un professore di scuola media superiore, cattolico tradizionalista e mutilato di guerra. La madre, di origine abruzzese, era missina convinta, spesso girava per Salerno con i manifesti del Msi attaccati agli sportelli e al cofano della macchina. Sei figli, cinque maschi e una femmina. Carlo, studente di filosofia e vicepresidente degli universitari di destra salernitani, aveva abbracciato la vita politica proprio grazie alla tenacia e alla passione della madre. Purtroppo era affetto da una gravissima forma di miopia. Infatti, Carlo, era già stato operato tre volte di cataratta e solo il progresso della scienza oculistica poteva salvarlo dalla cecità totale. Mancavano cinque minuti alle ventidue del 7 luglio 1972, quando i Carabinieri di Salerno furono allertati da una telefonata per una furibonda rissa in via Velia. Carlo e l’amico Giovanni Alfinito, prima di rincasare, furono notati da un gruppo di tre persone, Giovanni Marini, Francesco Mastrogiovanni e Gennaro Scariati, tutti appartenenti alla sinistra extraparlamentare. Al loro incontro Marini estrasse il coltello e colpì Alfinito all’inguine. Carlo, per difendere l’amico, si lanciò contro Marini ed entrambi caddero a terra. Ma durante la colluttazione Carlo fu colpito gravemente alla aorta. Nonostante il trasporto immediato all’ospedale e un intervento chirurgico Carlo morì. Marini fu subito arrestato mentre Mastrogiovanni e Scariati si diedero alla latitanza. Alle esequie parteciparono circa ventimila persone, quasi tutte appartenenti al Msi, il giorno prima in città era arrivato anche il segretario Giorgio Almirante. Assenti tutti gli altri partiti ma anche le figure istituzionali quali il sindaco di Salerno, Gaspare Russo, e il presidente della Provincia, Carbone. Dopo quattro giorni dalla morte di Carlo, il Secolo d’Italia, organo ufficiale del Msi, pubblicò in prima pagina il titolo: “Un altro martire per la gioventù d’Italia. Dopo Venturini il sacrificio di Carlo Falvella”. Anche la federazione salernitana del Pci espresse il proprio sdegno per la scomparsa della giovane vita. Nei giorni successivi a Salerno accadde di tutto. Una vera e propria campagna innocentista a difesa di Giovanni Marini. Da Salerno a Milano, slogan, manifestazioni e addirittura la scrittura e la diffusione di quattro canzoni tutte ispirate allo stesso episodio. Soccorso rosso militante pubblicò un pamphlet dal titolo “Il caso Marini” proprio mentre era in corso il processo. Ma anche intellettuali dal calibro di Dario Fo, Franca Rame e un giovane avvocato destinato a una grande carriera, Giuliano Spazzali. In realtà chi era Giovanni Marini? Era un militante anarchico con alle spalle una storia in comune con quella di migliaia di proletari meridionali. Era nato in un piccolo paese, Sacco, in Campania, e all’età di dieci anni si era trasferito a Salerno con la famiglia. Cresciuto in una situazione sociale di disgregazione e miseria, iniziò presto a ribellarsi contro le cause dell’emarginazione. A diciannove anni, dopo la maturità in ragioneria, fu subito bollato come sovversivo e gli fu impossibile trovare impiego. Fu costretto a sopravvivere con lavori saltuari per alcuni anni e militò a lungo nel Pci per poi uscire definitivamente per le sue posizioni anarchiche. Al termine del processo, nel 1974, fu condannato a dodici anni di reclusione per omicidio preterintenzionale aggravato e concorso in rissa. Nel 1975, in appello, la condanna fu ridotta a nove anni. Mastrogiovanni e Scariati, invece, furono assolti dall’accusa di rissa. Già nel 1979, Marini uscì dal carcere e rimase per due anni sotto libertà vigilata. Trovò lavoro come assistente sociale, a Padula, quindici chilometri da Salerno. Ma non riuscì a integrarsi e scivolò gradualmente nell’alcolismo. Nel dicembre 1982, Marini fu nuovamente arrestato insieme ad altre persone con l’accusa di appartenenza alle Brigate Rosse. Morì a Salerno nel 2001 a quarantanove anni. Ventinove anni dopo la morte di Carlo Falvella.
Sono passati ormai trentotto anni dal quel 7 Luglio in cui Carlo Falvella, perdeva la vita. L’unica colpa di Carlo era quella di credere in un ideale: un destino che ha accumunato, nei terribili anni di piombo, troppi ragazzi.
Nei giorni scorsi si è tenuta a S. Mauro il primo incontro tra giovani ragazzi che vogliono aderire al progetto nazionale di istituire il movimento giovanile del PdL, meglio noto come Giovane Italia.
A livello nazionale la scorsa estate, in una conferenza stampa a Montecitorio, è stato presentato dal Ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, il movimento giovanile del "Popolo delle Libertà".
La Giovane Italia è il risultato del processo di sintesi tra i movimenti giovanili del centro-destra italiano e unisce " Azione Giovani" e "Forza Italia Giovani" in un unico gruppo. A scegliere il nome Giovane Italia sono stati i ragazzi del Pdl con un sondaggio su internet: il 78% ha votato per il nome che richiama l'organizzazione risorgimentale di Giuseppe Mazzini.
I ragazzi di S. Mauro si sono riuniti per discutere se vale la pena impegnarsi per far nascere nel nostro paese il movimento giovanile. La risposta è stata davvero soddisfacente in quanto la proposta è stata accettata con grande entusiasmo. Buona volontà e passione animano questi ragazzi, i quali sono realmente intenzionati ad istituire un punto di ritrovo dove poter affrontare problematiche politiche, dove potersi confrontare, dover poter dire la propria, dove poter dare una mano, con suggerimenti, all'amministrazione comunale. Infatti non bisogna mai dimenticare che sono i giovani la risorsa più preziosa di cui un paese dispone. Il movimento giovanile è l'esempio cardine della Politica perché è fatto con altrettanta passione, comunione di gruppo ed in un certo senso fatta anche in modo goliardico senza pensare a poltrone o ad incarichi politico-istituzionali con lo spirito di dare un contributo alla nostra società perché sappiamo tutti che la Politica svolge una funzione fondamentale all'interno di essa. Ecco perché vale la pena incoraggiare quest'iniziativa! Al giorno d'oggi le moderne società democratiche che riescono a crescere socialmente e culturalmente sono quelle in cui si registra una forma di attivismo politico-giovanile. Inoltre non bisogna trascurare un altro fattore: " in democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica" (Gandhi).
La politica è parte integrante della vita di ognuno, il vivere nella quotidianità porta inevitabilmente ad interessi alla politica. Basta scendere in piazza, per protestare, per poter dire che si sta facendo politica. A questo punto ci si augura che l'attività intrapresa a S. Mauro dia i giusti frutti, ovvero possa crescere rigogliosa e allo stesso tempo sia motivo d'ispirazione per tanti altri paesi che ancora non hanno un movimento giovanile. Il domani appartiene a noi giovani ed a chi come noi crede!
Amici, dopo le notizie di ieri che ci hanno turbato ed incitati a prepararci per una mobilitazione di massa, oggi è arrivta una buona notizia. Stamane, l'amico Patrizio Coriale recandosi a Catanzaro dall'on. Pugliano si è accertato che la Regione Calabria notificasse agli enti competenti il provvedimento sospensivo del Decreto Regionale Autorizzativo. La ditta in questione, non avendo ricevuto nessuna notifica in merito, comunicò l'inizio dei lavori, ma ora si dovranno fermare. Pertanto tutto sarà sospeso fino al giorno del riesame ma non finisce qui... A presto. Antonello Voce.
Amci, oggi abbiamo appreso che da da Lunedì 5 Luglio la ditta "Ecolsystem", con una comunicazione inviata al comune, inizierà dei lavori per la discarica di amianto in loc. Santa Marina di Scandale. Da domani ci attiveremo per chiedere al sindaco di impedirne l'inizio, come era stato deciso in seduta di consiglio comun...ale e nei vari incontri con le associazioni. Ad oggi non riusciamo a capirne il motivo visto che era stato sospeso tutto in vista del riesame. Se le nostre richieste non verranno accolte, insieme alle altre associazioni ci prepareremo per una mobilitazione di Massa. Antonello Voce. Fonte: Comitato "NO alla discarica di Giammiglione"
Fu il più importante esponente del Movimento Sociale Italiano, da lui fondato nel 1946 insieme ad altri reduci della Repubblica Sociale Italiana (come Pino Romualdi) ed ex esponenti del regime fascista (come Augusto De Marsanich).
Giorgio Almirante apparteneva a una famiglia di origine nobiliare molisana: gli Almirante erano stati dal 1691 i duchi di Cerza Piccola. Molti suoi parenti erano attori. Il padre, Mario Almirante, fu attore e direttore di scena delle compagnia di Eleonora Duse e di quella di Ruggero Ruggeri, ed in seguito regista del cinema muto. Il nonno Nunzio Almirante era anch'egli attore, e fratelli del padre erano anche gli attori Ernesto, Giacomo, Luigi. Era parente anche di Italia Almirante Manzini, attrice del cinema muto. A causa proprio del lavoro paterno Giorgio Almirante visse i primi 10 anni di vita in giro per l'Italia. La sua famiglia si stabili infine prima a Torino e poi a Roma.
Parallelamente agli studi, compiuti a Torino presso il Liceo Classico Vincenzo Gioberti, iniziò la sua carriera come cronista presso il quotidiano fascista Il Tevere. Nel 1937 Almirante si laureò in lettere con una tesi sulla fortuna di Dante Alighieri nel Settecento italiano con l'italianista Vittorio Rossi. La collaborazione con Il Tevere proseguì fino a divenirne caporedattore e terminò nel 1943.
Il 3 settembre del 1943 venne firmato l'Armistizio di Cassibile reso noto l'8 settembre. Alla creazione della Repubblica Sociale Italiana Giorgio Almirante passò a Salò, arruolandosi nella Guardia Nazionale Repubblicana con il grado di capomanipolo. Successivamente, dopo aver ricoperto il ruolo di Capo di Gabinetto del Ministro della Cultura Popolare di Mussolini passò al ruolo di tenente della brigata nera dipendente sempre dal Minculpop. In questa veste, al pari delle altre camicie nere, si impegnò nella lotta ai partigiani in particolare in Val d'Ossola e nel grossetano.
Dal 25 aprile 1945 fino al settembre 1946 rimase in clandestinità. Nell'autunno del 1946 partecipò alla fondazione dei Fasci di Azione Rivoluzionaria insieme a Pino Romualdi e Clemente Graziani. Il 26 dicembre 1946 Almirante partecipò a Roma alla riunione costitutiva del Movimento Sociale Italiano (MSI). Diresse "Rivolta Ideale" settimanale di propaganda. Nel nuovo partito assunse subito la carica di Segretario, che mantenne fino al gennaio 1950.
Fu eletto in Parlamento fin dalla prima legislatura (1948) e sempre rieletto alla Camera dei deputati.
Dopo la morte del segretario Arturo Michelini, tornò dal 29 giugno 1969 fino al dicembre 1987 al vertice del partito.
Il 10 dicembre 1969 Almirante in una intervista al giornale tedesco Der Spiegel dichiarò che, a suo avviso, la battaglia contro il comunismo avrebbe giustificato ogni mezzo e che era venuto il momento di non fare più distinzioni fra mezzi politici e militari.
Analogamente il 6 maggio 1970 a Genova, al comizio che segue i funerali di Ugo Venturini, Almirante afferma:
« Se altri popoli si sono salvati con la forza, anche il popolo italiano deve saper esprimere qualcuno che sia disposto all’uso della forza, per battere la minaccia comunista. »
Durante la sua lunghissima permanenza alla segreteria del MSI Almirante riscontrò problemi gestionali soprattutto dopo la fusione con i monarchici nel 1971, militavano personalità diversissime per provenienza politica e per caratteristiche caratteriali.
Fu l'artefice di quella che fu definita la "politica del doppiopetto", in bilico tra le rivendicazioni dell'eredità fascista e l'apertura al sistema.
Almirante ad un incontro pubblico, in compagnia di un giovane Gianfranco Fini alla sinistra, a destra Maurizio Gasparri e seduto Almerigo GrilzSi distinse in diverse battaglie per la difesa dell'italianità sul territorio nazionale, pronunciando discorsi-fiume (anche di nove ore) a favore del ritorno all'Italia di Trieste, la cui "questione" non era ancora stata risolta, e poi contro la modifica dello statuto speciale del Trentino-Alto Adige, con la quale veniva attuata la tutela della comunità di lingua tedesca ma che a suo vedere era troppo sbilanciata a sfavore della comunità italiana, e contro l'istituzione delle regioni nel 1970. Criticò anche la legge Scelba che vietava la ricostituzione del Partito Fascista.
Agli inizi degli anni sessanta si batté contro la nazionalizzazione dell'energia elettrica; agli inizi degli anni settanta, per disciplina di partito, contro l'introduzione del divorzio. La sua posizione di apertura era stata infatti messa in minoranza durante le discussioni alla direzione del MSI. Egli stesso si era avvalso delle possibilità offerte dalla legge Fortuna-Baslini per divorziare da Gabriella Magnatti e risposarsi con Assunta Stramandinoli, conosciuta quando era sposata con il marchese De Medici e rimasta poi vedova del primo marito.
Nel 1972, grazie anche alla fusione con il PDIUM il MSI ottenne il suo massimo storico alle elezioni politiche (diventando MSI-Destra Nazionale), 8,7% alla Camera e 9,2% al Senato, eleggendo 56 deputati e 26 senatori. Già l'anno prima il MSI (ormai Msi-Dn) aveva ottenuto un notevole risultato alle elezioni regionali in Sicilia, con un clamoroso 16 per cento.
Nel 1977 affrontò la scissione che portò alla nascita di Democrazia Nazionale, partito composto per lo più da elementi di provenienza monarchica ma anche da esponenti "storici" del MSI come De Marzio, Cerullo e Anderson che con un programma moderato intendevano tentare un aggancio con il centro democristiano. Alle elezioni politiche del 1979 Democrazia Nazionale non ottenne alcun seggio e sparì dalla scena politica. Nel 1978, in previsione delle elezioni europee del 1979, fondò l'Eurodestra.
Nella seconda metà degli anni settanta, in piena emergenza terrorismo, si schierò per l'introduzione della pena di morte per i terroristi colpevoli di omicidio. Successivamente avversò la legalizzazione dell'aborto.
Nel giugno del 1984 Almirante sorprese l'intero mondo politico italiano recandosi insieme a Pino Romualdi a rendere omaggio al feretro di Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano.
Il 26 gennaio 1986 parlando al Teatro Lirico di Milano, Almirante definisce le formazioni partigiane«bande che ebbero come emblema il ladrocinio e l’assassinio».
Le sue condizioni di salute lo obbligarono nel 1987 ad abbandonare la segreteria del partito, a favore del suo delfino Gianfranco Fini, già segretario del Fronte della Gioventù.
Il 24 gennaio 1988 fu eletto presidente del partito dalla maggioranza del comitato centrale. Morì a Roma alle 10.10 della domenica 22 maggio dello stesso anno per emorragia cerebrale, dopo anche un intervento eseguito a Parigi successivamente al quale le sue condizioni peggiorarono notevolmente. La sua morte cadde il giorno successivo a quella di Pino Romualdi.
Per i due leader missini si svolsero esequie comuni a Roma, a Sant'Agnese in Agone, con la partecipazione di migliaia di persone, tra le quali persino degli esponenti del Partito Comunista Italiano. Il giorno prima, Nilde Jotti, all'epoca presidente della Camera, e Giancarlo Pajetta si erano recati presso la camera ardente per rendere un ultimo omaggio ai due scomparsi. Venne sepolto nel Cimitero del Verano in un sepolcro donato dal Comune di Roma.
“Vedere tra le tracce dell’esame di maturità, il tema delle foibe ci riempe di orgoglio. La scelta, realizzata dalla commissione del Ministero dell’istruzione è una vittoria storica! Per anni le foibe sono state volontariamente messe da parte, non riportate sui libri di storia in nome di una cieca visione ideologica.” Dichiara Marco Perissa, segretario del consiglio nazionale della Giovane Italia “La scuola ha finalmente compiuto i primi passi in avanti verso la memoria condivisa e proprio a ridosso dei festeggiamenti per i 150 anni dall’Unità d’Italia. Questa traccia da finalmente la possibilità ai nostri ragazzi di riflettere su una delle più grandi tragedie della storia italiana, rendendo finalmente giustizia ai martiri delle foibe e alle loro famiglie, e permettendo cosi che il loro sacrificio non vada perduto invano. ”
Gli ultimi giorni ci hanno definitivamente dimostrato la solitudine politica che il territorio di Crotone, ormai, attraversa da anni. La proposta di abolire la provincia è stata l’ennesimo scippo tentato nei confronti di un territorio che paga le scelte scellerate di governi nazionali e regionali, che rivolgono le loro attenzioni a territori numericamente più importanti. Ci saremmo aspettati da parte dei nostri Deputati ed Onorevoli regionali tutti, una presa di posizione netta a difesa non di una provincia ma della nostra regione, è stato invece uno spettacolo desolante assistere al rumoroso silenzio dalla quasi totalità dei rappresentanti nazionali e regionali. Non si può che prendere atto che la rappresentanza crotonese alla Regione ha dimostrato, invece, una compattezza che è andata al di là dei colori politici. Importante è stato senza dubbio l’intervento del Presidente Scopelliti che ha capito il grave scippo che si stava perpetrando ai danni dei calabresi. L’azione forte messa in campo dal Presidente Zurlo ha poi consentito di dare una svolta decisiva alla vicenda, ha coinvolto tutti i sindaci del territorio in una protesta formale che ha visto consegnare le proprie fasce al Prefetto di Crotone, un segno inequivocabile di protesta. La vicenda sicuramente non finirà qui, già assistiamo ad altre proposte bizzarre, abolire le province sotto i 400 mila abitanti, da parte di personaggi alla disperata ricerca di visibilità. La verità è che nessun governo mette le mani dove ci sono i veri sprechi, le famose Regioni e Province a statuto speciale non hanno più nessun motivo di esistere, le ragioni storiche che hanno portato a questa scelta non esistono più. I compensi di consiglieri regionali,sindaci e presidenti di province autonome sono tra i più alti d’Italia,. Il gettito fiscale è trattenuto per il 90% da queste regioni, addirittura la Sicilia il 100%. Perché ? L’Italia è una nazione unica, per tutti gli stessi diritti, doveri e vantaggi. Invece di inventare soluzioni fantasiose basterebbe semplicemente aprire gli occhi alla realtà. Qualcuno si è mai chiesto cosa accadrebbe a privare una realtà come Crotone del Comando provinciale dei Carabinieri, Guardia di finanza,Questura,Prefettura? Credo di no. Le vicende di questi ultimi giorni quindi ci devono anche far riflettere sul ruolo dei partiti e della politica in generale. Un grande partito come il PDL,numericamente parlando, non può lasciare l’iniziativa a singoli Deputati ed ignorare le legittime richieste e critiche che vengono dal territorio. Non si può pensare di continuare un percorso politico in una grande forza che fa contare i propri tesserati a secondo la grandezza del territorio. L’Italia si avvia verso il federalismo, sarebbe opportuno copiare questa forma di governo per l’organizzazione del partito, quindi avere un partito nazionale ed uno locale che sono indipendenti ed ognuno agisce per le proprie competenze. Si eviterebbero così tante spiacevoli situazioni che non fanno altro che acuire divisioni all’interno del partito, che molto spesso si trasformano in correntismo esasperato. Ad oggi il PDL ha dimostrato di non poter essere un movimento popolare e territoriale. Crotone insieme ad altri numerosi comuni della provincia si avvia verso il rinnovo dei consigli comunali, serve uscire dall’isolamento sociale e politico nel quale ci hanno trascinato, occorre un alleanza, politicamente omogenea che possa andare oltre i partiti nazionali.
Salviamo Pomigliano ! E’ questo lo slogan della campagna lanciata dalla Giovane Italia, movimento giovanile del Popolo della Libertà, in merito alla crisi delle trattative sul futuro dello stabilimento di produzione Giovanbattista Vico di Pomigliano D’Arco (Na), in atto in questi giorni tra sindacati e Fiat.
“Condanniamo con forza la politica dei veti incrociati dei sindacati che sta rendendo seriamente concreto il rischio di trasferimento della produzione all’estero, con conseguente perdita per la popolazione locale di posti di lavoro e ricchezza. Siamo per un maggior senso di responsabilità sociale della Fiat che veda al contempo una fattiva ed operosa partecipazione dei lavoratori”. E’ quanto dichiara in una nota Marco Perissa, segretario della direzione nazionale della Giovane Italia.
“Noi crediamo che alcune sigle sindacali, arroccandosi su posizioni ormai incomprensibili alla maggioranza delle parti in causa, non stiano rendendo un buon servizio ai propri iscritti”. Così Ulderico de Laurentiis, componente napoletano della direzione nazionale di G.I. .Salvare Pomigliano è una priorità nazionale - continua - i diritti dei lavoratori sono sacrosanti, ma non crediamo che l’assenteismo rientri tra questi.
Pasquale Fiorillo, dirigente provinciale della giovane Italia di Napoli, lancia l’allarme:“La chiusura dello stabilimento di Pomigliano d’Arco metterebbe a dura prova la tenuta economico sociale dell’intero agro nolano, da Acerra a Nola, da Pomigliano a Marigliano e anche oltre, pertanto bisogna scongiurarla con azioni civili e grande senso di responsabilità da parte di tutti”.
"Sono patriottico e non voglio mai credere a niente di cattivo sul nostro Paese, ma le conclusioni di questo rapporto sono prive di equivoci: ciò che è successo il giorno di Bloody Sunday è stato ingiusto e ingiustificabile. È stato sbagliato", ha detto il primo ministro David Cameron, presentando le conclusioni del rapporto di Lord Saville of Newdigate sulla strage di Bloody Sunday. Nel "Bloody Sunday" 13 persone che partecipavano ad una manifestazione cattolica il 20 gennaio del 1972 furono uccisi dai militari britannici. Il primo ministro ha chiesto scusa per gli errori commessi all’epoca dai militari e, soprattutto, dal governo di Londra.
"I soldati spararono per primi" Furono i soldati ad aprire il fuoco per primi con "un comportamento ingiustificato e ingiustificabile", ha detto il primo ministro. Cameron si è detto "profondamente dispiaciuto" per il ruolo avuto dal Primo reggimento dei paracadutisti. Il rapporto di 5mila pagine, redatto da un team guidato dal giudice Lord Saville di Newdigate, è stato presentato dopo 12 anni di inchiesta e 195 milioni di sterline di spesa.
I militari inviati nell’Ulster da Londra aprirono il fuoco per primi, senza alcuna forma di avvertimento, quel giorno, ha stabilito l’inchiesta. Nessuna esplosione, nessun sasso, nessuna bottiglia molotov a giustificare il fuoco. Molti di coloro che furono colpiti stavano semplicemente fuggendo alla carica, o cercando di aiutare altri feriti. Nessuna delle vittime poneva un problema alla sicurezza dei militari. È questa la verità contenuta nei dieci volumi, cinquemila pagine, frutto di 12 anni di inchiesta in cui sono stati ascoltati 2.500 testimoni, con 922 deposizioni, costata 195 milioni di sterline. Migliaia di persone , fra cui il leader dello Sinn Fein, Gerry Adams, e il Nobel per la pace, John Hume, hanno sfilato a Londonderry e ascoltato le parole di Cameron trasmesse in diretta di fronte al Guildhall, dove alle famiglie delle vittime era stato presentato il rapporto.
(Trascrizione integrale dell’intervento pronunciato da Giorgia Meloni sabato 11/06/2010 alla convention “Più unito il PdL, più forte l’Italia”, Palazzo dei Congressi, Eur, Roma)
«E’ molto bello ritrovarci qui, oggi, soprattutto dopo il periodo che abbiamo attraversato. Questo convegno arriva dopo settimane di dibattito acceso, di confronto serrato, perfino di disorientamento in certi momenti. E ognuno è stato chiamato a operare delle scelte. Personalmente, resto convinta che chiunque abbia orientato la propria decisione nel senso della fedeltà alle proprie idee più che alle persone, per quanto care quelle persone possano essere, ha fatto la cosa giusta. Ora però occorre guardare avanti. Dobbiamo lavorare per dare sempre maggiore forza al Pdl e per affermare l’identità della quale siamo portatori, una identità che viene da lontano e che è un valore aggiunto per questo partito. E lo dobbiamo fare anche continuando a cercare sintesi tra posizioni diverse, a considerare il dibattito interno una risorsa irrinunciabile, ovviamente purché sia finalizzato a rafforzare e non a indebolire il partito. Ci sono, ci devono essere, i margini per ricostruire, per lavorare a un Pdl più unito e per questo più forte, e ciascuno di noi deve farsi parte diligente in questo senso. Il dibattito sulle intercettazioni è un segnale importante in questo senso. Ha ragione Maurizio Gasparri a dire che, cito, “siamo orgogliosi delle modifiche che abbiamo apportato anche con la discussione con la società civile, con le realtà del mondo delle professioni e all’interno della maggioranza, in un grande partito che sa confrontarsi e applicare al suo interno il metodo della democrazia”. Ha ragione Maurizio, e lo ringrazio, anche perché personalmente considero le modifiche migliorative del testo. E poi, dicevo, dare sempre maggiore forza e concretezza alla presenza delle nostre idee nel centrodestra. Ricordarci da dove veniamo, quali promesse abbiamo fatto. Può sembrare retorico, ma di fronte alle scelte difficili a me capita spesso di provare a guardarmi con gli occhi di quando ho cominciato a fare politica. Mi chiedo come mi giudicherebbe una ragazzina di 15 anni che, sulla scorta della rabbia per la strage che ha ucciso Paolo Borsellino ha appena bussato alla porta di una sezione del Movimento Sociale Italiano alla Garbatella. Perché so che quella ragazzina è il miglior giudice sul quale possa regolare la mia iniziativa politica. Naturalmente siamo tutti cresciuti, abbiamo fatto esperienza, imparato a conoscere i meccanismi, perfino le asprezze del gioco politico, ma io penso che non si debbano mai dimenticare le ragioni per le quali tutto è cominciato. Perché quelle ragioni sono la nostra identità profonda. Il motivo per il quale abbiamo scelto di rimboccarci le maniche, di metterci la faccia. Di stare da una certa parte del campo di gioco, e cioè a destra. Lo so che è un tema insidioso, quello della destra. Perché ha occupato molte delle argomentazioni usate a supporto delle diverse tesi in campo, ma per quanto mi riguarda, è il tema. Se ci ricordiamo perché abbiamo scelto di essere di destra allora sapremo sempre qual è il nostro ruolo e che cosa dobbiamo fare per onorare la nostra storia. E allora, parafrasando Giorgio Gaber, verrebbe da dire: Qualcuno era di destra perché voleva essere parte di un movimento popolare e interclassista, fatto di avvocati e contadini, di militari e artigiani, e non di congreghe di intellettuali, illuminati ma incapaci di leggere il quotidiano, con le sue miserie e le sue grandezze. E la grande sfida, anche nell’era della crisi economica, è ancora questa. Qualcuno era di destra perché pensava che la sicurezza non fosse un capriccio piccolo borghese, ma un diritto di tutti e dei più deboli in particolare, e qualcuno era di destra perché si commuoveva di fronte a quei ragazzi in divisa che con il loro impegno coraggioso garantiscono ogni giorno, lontano da casa, libertà e sicurezza a popoli oppressi. E’ questa la nostra solidarietà, contro quella ipocrita di chi farebbe entrare in Italia tutti gli immigrati fregandosene di che vita li aspetta sul nostro territorio nazionale. L’abbiamo vista a Rosarno la solidarietà della sinistra. L’abbiamo vista bene. Qualcuno era di destra perché credeva nella sacralità della vita. Non necessariamente un concetto religioso, o cattolico, ma il riconoscimento di qualcosa di cui noi non disponiamo a nostro piacimento. Qualcosa di più alto di un desiderio, di più grande di un diritto, di più naturale di un laboratorio. E per essere fedeli a questo principio noi continueremo a costruire una società nella quale non venga più considerato normale sperimentare su una vita umana per verificare la possibilità di curarne un’altra (solo perché la prima non può votare e la seconda si), oppure drogarsi per essere accettati, o piuttosto abortire nel modo più veloce possibile, magari da sole dentro casa grazie a non si sa bene quale pasticca miracolosa. E battersi contro queste menzogne non è oscurantismo, ma civiltà. Qualcuno era di destra perché osava ribellarsi alla violenza culturale e talvolta fisica della sinistra italiana nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università. E oggi, in quelle stesse università, qualcuno è di destra perché vuole battersi contro lo strapotere dei baroni, garantendo regole utili all’affermazione del merito, per dare una possibilità in più di farcela a qualche giovane ricercatore senza santi in paradiso e una in meno di imbrogliare a qualche figlio, nipote o genero del potente di turno. Qualcuno era di destra perché si ribellava a chi considerava normale, quando non giusto, ammazzare ragazzini di sedici anni a colpi di mitraglietta nel nome dell’antifascismo. Un presunto antifascismo reso sacro e intoccabile ancora trenta anni dopo la caduta del fascismo, solo per coprire la fuga di qualche terrorista all’estero o le colpe di un sistema politico corrotto. Per questo non smetteremo di chiedere giustizia per tutti i ragazzi vittime della violenza politica, e di lavorare perché le loro storie siano patrimonio condiviso del nostro popolo. E soprattutto per questo ci batteremo fino a quando assassini ripuliti del calibro di Achille Lollo e Cesare Battisti non salderanno il loro conto con l’Italia. Qualcuno era di destra perché si emozionava a sventolare una bandiera tricolore quando farlo era considerato un gesto reazionario. Abbiamo lavorato tanto per restituire agli italiani l’orgoglio di essere tali, e non dobbiamo mollare adesso. Per questo vorrei che rispondessimo con fermezza alle provocazioni di chi abolirebbe la festa della Repubblica perché è troppo costosa o dice di preferire che le olimpiadi si tengano in India piuttosto che nella capitale d’Italia mentre Roma si fa in quattro per rendere credibile la propria candidatura. Perché chi è eletto dal popolo italiano ha il dovere di rispettare l’Italia. Ma qualcuno era di destra anche perché, soprattutto perché, non sopportava la corruzione dei politici. Dovunque si annidasse. Perché rubare significa tradire la politica, la propria comunità. E’ tradire la patria e con essa tutti coloro che per lei hanno sacrificato qualcosa. E allora nessuna indulgenza con chi dovesse approfittare della militanza appassionata di tanti ragazzi, dell’empatia di Silvio Berlusconi con il popolo italiano, del suo consenso o del lavoro di ciascuno di noi per arricchire il proprio conto in banca a spese dell’Italia. Perché questa gente non c’entra niente con noi, rappresenta quello che abbiamo combattuto e che combatteremo sempre. Per questo ribadisco la mia proposta di inserire nello statuto del Popolo della Libertà una norma che impedisca a chiunque sia stato condannato in via definitiva per reati di corruzione connessi all’esercizio del proprio mandato politico, di essere candidato in qualunque assise vita natural durante. Ma la politica è solo una parte del problema, e neanche quella più significativa. Per questo credo che il ddl anticorruzione che arriva in Parlamento nelle prossime settimane rappresenti una grande occasione per colpire con forza anche la corruzione che si annida nella burocrazia, nelle procedure poco chiare, o nei piccoli potentati pubblici. Qualcuno era di destra perché odiava la mafia e io voglio dire che sono fiera, estremamente fiera, di far parte del governo che nella storia della repubblica ha ottenuto i più grandi risultati nella lotta alla criminalità organizzata. Sono fiera di vedere le immagini di quei “sorci” tirati fuori dalle loro tane e consegnati alle patrie galere. Il segnale che mi piacerebbe uscisse da questa assemblea è che il Pdl non ha solo un grande presente, ma un grandioso futuro. E di questa speranza proprio i suoi giovani possono essere custodi e sentinelle. Ci sono due storie che possono raccontarlo meglio di me e di tanti altri che, un po' ovunque, fanno i baluardi dell’antimafia attraverso i comunicati stampa. Sono due giovani uomini del sud. Il primo si chiama Fabio Chiosi, ha 34 anni ed è il presidente del primo municipio di Napoli, zona Posillipo. Qualche giorno fa ha ricevuto questa lettera: “Con le tue denunce stai facendo incazzare un sacco di gente importante, gente che conta. Guai a te se continui a parlare con i carabinieri, ti facciamo passare un guaio. Sappiamo dove abiti e che strada fai. Sappiamo dove abitano tuo padre, tua madre, tua sorella con il bimbo piccolo”. Fabio Chiosi con le sue denunce sta rivoltando il sistema marcio dei falsi invalidi, delle finte pensioni, e lo fa senza paura, senza le telecamere di Annozero, gli inviti da Fazio e la solidarietà dell’intellighenzia nostrana. E’ uno di noi.
Antonino Iannazzo, di anni ne ha 35, e fa il sindaco in Sicilia, a Corleone. Sulla home page del sito del comune ha pubblicato la foto dell’arresto di Bernardo Provenzano. Con una lettera, nella quale dice ai visitatori del sito che ha voluto quella foto tra le bellezze della città perché racconta di una Corleone diversa, libera dal peso della mafia, e perché – dice – sarebbe sciocco non guardare a viso aperto una parte della propria storia, “che è stata, che non è, e che non dovrà più essere”. E’ più coraggioso guardarla in faccia per schierarsi dalla parte giusta. E’ uno di noi.
In comune questi due giovani uomini hanno lo stesso partito, il Pdl, la stessa militanza giovanile, ma anche lo stesso coraggio. In comune hanno la fede in un’avventura politica che vuole difendere l’interesse del popolo italiano e riscattare una generazione alle prese con il periodo storico più difficile dal dopoguerra. Ci sono tante ragazze e tanti ragazzi straordinari nel Popolo della Libertà, e noi dobbiamo saperli valorizzare. La nascita della Giovane Italia, organizzazione giovanile del Pdl, risponde a questa ambizione. E lo fa in un’epoca vigliacca sulla quale è bene chiarirsi. Io non voglio restare a guardare i giovani italiani consumarsi giorno dopo giorno in una vita di precarietà e paura. Non ci sto.
Abbiamo tutti la nostra parte di colpa in questo senso. Certo, maggiormente quelli che negli anni belli hanno consentito a persone di 40anni di andare in pensione distruggendo il sistema pensionistico per gli anni venire, o quelli che hanno speso anche i soldi nostri lasciandoci un bilancio devastato, o quelli che hanno deturpato il territorio con le speculazioni edilizie o quelli che sognavano la gioventù al potere ma solo fino a quando erano giovani loro. Ma una certa parte di colpa ce l’hanno pure quelli che, a destra come a sinistra, hanno inneggiato alla flessibilità come panacea di tutti i mali, capace di assicurare occupazione e salari talmente alti da giustificare il piccolo fastidio del passaggio da un lavoro all’altro. La verità è che quel sogno è diventato un incubo. Lavoratori precari privi di qualunque tutela o potere contrattuale nei confronti del proprio datore di lavoro hanno trascinato al ribasso gli stipendi. Stipendi da fame che però non hanno impedito che si registrasse in Italia il più alto tasso di disoccupazione giovanile d’Europa. Dove per giovanile si intende gente che oggi ha 35 anni e domani ne avrà 45. Giovani spesso alla mercé di stage o praticantati retribuiti con pochi spiccioli e un bel calcio nel sedere al termine del periodo. Pronti per essere rimpiazzati da nuovi sbandati da sfruttare. Senza contare la questione previdenziale, dove al fatto che un giovane italiano non andrà in pensione nemmeno a 70 anni, altro che 40, si aggiungerà la beffa di un sistema contributivo destinato a restituirgli una pensione ridicola, che non gli restituisce neanche tutto quello che ha versato.
Il governo ha fatto tanto fin qui, ma serviranno riforme strutturali, e la Giovane Italia dovrà farsi carico di questa sfida. E se ci saranno piatti da rompere dentro casa nostra, si romperanno. La Giovane Italia nei mesi che verranno dovrà nascere di nuovo. Non più la mera fusione di organigrammi, ma un movimento tellurico in grado di scuotere le fondamenta di un sistema ingiusto. Una presenza radicata, fisica e ideale, che dovrà ritagliarsi i propri spazi nel dibattito politico nazionale più che i posti nelle liste bloccate. Ma ho anche bisogno di sapere se a questa classe dirigente, a questa comunità, interessa ancora avere un movimento giovanile credibile, autorevole e in grado di autodeterminarsi. Perché costruirlo è una sfida che richiede compattezza, che possiamo vincere solo se la consideriamo parte fondante di quello che siamo.
Allora si saremo all’altezza di quei giovani che 150 anni fa si sono sacrificati rincorrendo il sogno di un’Italia unita, di una Patria che è la nostra Patria. Quella gioventù ribelle che fece l’Italia consegna oggi il suo testimone a una nuova generazione che dovrà fare gli italiani. Con la stessa rabbia, con la stessa energia visionaria, con la stessa determinazione che faceva dire a un preoccupato ufficiale borbonico nel suo rapporto a Francesco II: “Si è rivelata una tendenza nella gioventù ad una idea strana e mostruosa. Questa idea abbracciata dai più avventati si è quella dell’unificazione d’Italia”. E’ questa idea “strana e mostruosa” di unità, dentro e fuori dal partito, a definire da che parte stiamo. Qualunque sia il nostro percorso politico, il territorio di provenienza, o l’incarico che ricopriamo. Unità intorno non a una persona, ma a un’idea. Un’idea che personalmente definisco di destra, ma che potrebbe chiamarsi in tanti altri modi in questo nuovo secolo, purché sia capace di contenere quel sistema di valori per cui ho iniziato la mia militanza politica.
Qualcuno era di destra per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione. Qualcuno era di destra perché ci credeva, e ci crede ancora»