Salviamo i nostri Marò

Salviamo i nostri Marò
I nostri due militari devono tornare a casa

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

lunedì 12 marzo 2012

Paure e incubi dell’uomo macchina.



Quali sono le paure più diffuse in questo “tempo della crisi”? A giudicare da quanto si vede in psicoterapia, la paura della povertà è presente ma non sempre genera malessere psichico. Quella l’uomo la conosce (magari nel racconto familiare), anche se non l’ama; sa che ci si può convivere.
La paura che fa star male, e che oggi si diffonde, è quella di venir trattati sul lavoro e nella società come cose. Ciò spiega anche buona parte della riluttanza giovanile a inserirsi nelle aziende.
Giovani pieni di buona volontà, che si cimentano con ambite (anche se assai esigenti) opportunità di lavoro, di notte sognano di diventare gradualmente macchine, robot, o di venire divorati dagli squali.
Raramente si tratta di persone viziate, con poca voglia di lavorare sodo. Sono in genere intelligenti, ambiziosi, con forte senso del dovere, tanto da accettare ritmi di lavoro superiori alle 10 ore al giorno, come è ormai corrente nei posti “importanti” delle grandi città. Non hanno vizi, né nevrosi particolari.
La psiche, però, si ribella di fronte a situazioni lavorative che, in un certo senso, non la riconoscono. Che guardano all’uomo solo come “funzionario” come chi svolge una funzione, senza considerarne l’anima, il suo bisogno di relazione, di essere visto (anche senza fronzoli o sentimentalismi) come persona. E’ una situazione del tutto inedita, da molte generazioni.
Charles Dickens descrive, certo, nei suoi romanzi e racconti il capitalismo spietato della Londra dell’ottocento; ma da allora tutto, in Occidente, è molto cambiato. Gli sviluppi del liberalismo e dei movimenti socialisti, assieme alla crescente creazione di ricchezza e diffusione di cultura, hanno riparato a quell’“eclisse della persona” manifestatasi in Europa con la crescita dell’industrializzazione, ricreando così reti di relazioni sociali più propriamente umane. Gli anni della globalizzazione, però, hanno cambiato molte cose.
Le imprese occidentali si sono trovate a competere con aziende che pagavano in altre zone del mondo salari ridicoli, quasi senza oneri sociali. Spesso hanno chiuso gli stabilimenti in Europa o Usa, trasferendo la produzione altrove.
La negazione della persona umana è tornata in Occidente, sotto la forma degli attivi economici dei paesi che usavano i lavoratori come macchine. Contemporaneamente, anche il pensiero occidentale sposava la visione tecnoscientifica, affascinata dall’immagine di un uomo-macchina, dotato di veri e propri pezzi di ricambio e capace di riprodursi artificialmente, mentre della sua anima non parlava più nessuno.
Anche nei metodi educativi l’approccio tecnico, basato su test e valutazioni quantitative sta soppiantando l’incontro personale, l’attenzione alle potenzialità dell’individuo, che passano necessariamente dalle sue passioni, reali o potenziali.
Viviamo, ha scritto Pietro Barcellona, nell’epoca delle “passioni negate”. Senza passioni, però, diventiamo macchine. Una prospettiva che, anche se insistentemente proposta dalle tecnoscienze e dai media che se ne fanno portatori, ripugna profondamente all’umano, che non è “fabbricato” come le macchine, ma essere vivente, profondamente legato al mondo della natura, ed a quello dello spirito, che si manifesta anche nella psiche, nei suoi malesseri, e nei suoi momenti di felicità.
Perdere la propria umanità, la ricchezza del proprio mondo relazionale, gli aspetti “inutili”, non direttamente produttivi, della propria creatività, è il vero timore che serpeggia oggi tra i giovani più attenti, come anche in molti adulti che riflettono sulle proprie esperienze. Il domani passa anche da qui.

di Claudio Risè

domenica 11 marzo 2012

Così l’Italia fascio-sportiva stregò anche gli Stati Uniti.



A confermare l’indole poco italiana del governo Monti è arrivato  il no alle Olimpiadi a Roma. Il ricordo inverso risale all’Italia democristiana che volle le Olimpiadi nel 1960 e soprattutto al regime fascista che fece dello sport la sua bandiera e celebrò il suo trionfo alle Olimpiadi del 1932 a Los Angeles, dove fu l’Italia fu prima in medaglie dopo i padroni di casa.

Lo sport dava al fascismo la possibilità di celebrare la volontà di potenza e incarnare il mito del superuomo, esaltare il vitalismo e il culto della giovinezza, concepire la vita come la continuazione della guerra con altri mezzi e mobilitare il popolo, le donne, i giovani nella partecipazione attiva a eventi e parate che creavano coesione sociale e rito collettivo. Con lo sport il fascismo riprendeva il culto classico, greco-romano, dell’agonismo e il mito dell’atleta, come un eroe in tempo di pace, caro agli dei e ai popoli; l’elogio del corpo muscoloso e armonioso, il mito dell’educazione fisica e la nascita degli Istituti, poi Isef, il valore pedagogico della ginnastica. Mens sana in corpore sano.

Ma il fascismo partecipava pure al mito d’epoca, lo sport di massa e il culto del record, la concezione anglosassone poi americana dello sport come grande catalizzatore di energie e di simboli, fattore di coesione sociale e di salute pubblica. Nello sport si celebravano i miti della modernità: il culto della velocità e il corpo liberato, lo spettacolo della forza e la forza dello spettacolo, il primato dell’azione e il pragmatismo, l’emancipazione femminile, il prolungamento della giovinezza e l’esuberanza delle energie vitali. In questo, il fascismo era figlio di quel tempo che aveva ripristinato le Olimpiadi e aveva reso lo sport un formidabile strumento di ricreazione e divertimento. Lo sport inseriva appieno il fascismo nella corrente della modernità, pur nel culto classico dell’atleta. C’è un sottinteso paganesimo nel regime che esalta il corpo, il vigore e la bellezza, la salute e l’ardimento e considera gli eroi dello sport come divi o semidei.

Il culto dello sport ha attraversato le culture civili e politiche del novecento, a cominciare da quelle più rivoluzionarie: difatti, il mito dello sport fioriva nelle società in cui si celebrava il mito dell’uomo nuovo e dell’ordine nuovo. Vale a dire l’americanismo e il nazionalismo, il comunismo e il fascismo; accomunate da quella passione futurista che contagiò Roma e Parigi, Mosca e New York e che fu il pendant artistico-letterario del mito sportivo e dinamico. Anche il consenso al comunismo di Stalin e dei paesi dell’est, di Mao e poi di Castro non è immaginabile senza la mobilitazione agonistica. Le società di ginnastica, i Wanderwogel e i club sportivi furono formidabili incubatrici del nazionalismo in Germania. Sono noti i testi di George Mosse sul nesso tra l’esaltazione e la propagazione dello sport e l’esaltazione e la propagazione del nazismo. Nel culto dello sport si ritrovava l’album ideologico e letterario che aveva portato al fascismo: l’ardito dannunziano e malapartiano, lo spirito nietzschiano e lo stil novo marinettiano, il mito imperiale della romanità e dei circenses.

L’Italia fascista fu attraversata da miti sportivi popolari e valorizzati dal regime e dai suoi mezzi di informazione e propaganda: da Girardengo all’olimpionico Pavesi, mitici eroi a pedali, all’atleta Beccali che trionfò a Los Angeles, il mito di Carnera, le trasvolate atlantiche di Balbo, le imprese di de Pinedo e Locatelli, le gare in auto di Tazio Nuvolari, la Nazionale di Vittorio Pozzo, Piola e Meazza, le dinastie calcistiche dei Ferraris e dei Caligaris. Pozzo faceva cantare negli spogliatoi prima di ogni partita ai calciatori gli inni nazionali e i canti del fascismo. Era la loro cocaina. La Nazionale di Pozzo nell’arco di quattro anni vinse due campionati del mondo e un’olimpiade.

Lo sport si inserisce nell’estetizzazione della politica fascista: l’apologia dello sport, intrecciava vitalismo, culto della bellezza e culto del corpo tornito, muscoloso, senza adipe. Ma nell’esaltazione dello sport vi era anche il tratto etico, quasi platonico, del fascismo, la convinzione di poter educare tramite la disciplina e il gioco, la rinuncia e il sacrificio, la dura ascesi e l’esercizio faticoso. Non solo estetica ma etica. Lo sport diventava così il volto ludico dello Stato etico, in cui la funzione ricreativa e dopolavoristica si univa a quella etica e formativa. L’ideologia plasmava i corpi, la rivoluzione cominciava dalla vita all’aria aperta. Lo sport alimentava poi il senso della gerarchia, l’attenersi alle regole e seguire un ordine; insomma dare un limite, una forma e un’espressione armoniosa alla propria esigenza vitale.

Nell’esortazione allo sport vi era l’ideologia fascista del dovere, del coraggio e del sacrificio, ordine, gerarchia e disciplina. Ma vi era anche un sottinteso riscatto popolare e antiborghese. Lo sport era accessibile a coloro che erano già abituati ai sacrifici e alla vita dura, al lavoro manuale e allo sforzo fisico, dunque adatto ai ceti popolari.

E più ostico ai borghesi panciafichisti, come allora si diceva. Lo sport esaltava chi sapeva sopportare il duro regime atletico e si sottoponeva a esercizi pesanti e a diete ingrate. Così lo sport diventava un formidabile fattore di promozione sociale del proletariato; tramite lo sport trovavano possibilità di emergere anche i figli del popolo.

Lo sport generava una meritocrazia fondata sulle sole risorse personali e sulla disciplina, una specie di socialismo aristocratico, naturale, ardito e ascetico. Abissale resta la differenza tra il culto del corpo tramite lo sport e il mito razzista del sangue.

La mitologia sportiva investe anche Mussolini che figura come un grande atleta e sportivo mentre i gerarchi saltano nel cerchio di fuoco (E per il primo scudetto della Roma si parla di un intervento del regime per celebrare la romanità).
Il culto del Capo era al centro di un olimpo politeista di divi dello sport e del cinema, dell’arte, della guerra e della rivoluzione. Il fascismo voleva dare di sé la rappresentazione di un regime di giganti. Il culto fascista della personalità ammiccava al divismo di marca americana: un tratto di modernità neopagana.

Il fascismo fu un regime sportivo. Cercando la romanità virile e la grecità olimpionica, trovò l'America sportiva e cinematografica. Come piaceva l’Italia fascio-sportiva all’America olimpionica del ’32...

di Marcello Veneziani

Pound, economista in lotta contro gli usurai di Stato.


EZRA POUND
Alec Marsh è professore di inglese al Muhlenberg College, in Pennsylvania, e un autorevole studioso del grande (e complesso) poeta americano Ezra Pound (1885-1972). Oltre a essere presidente della «Ezra Pound Society», Marsh ha scritto una biografia dell'autore dei Cantos, intitolata semplicemente Ezra Pound, appena pubblicata nella collana «Critical Lives» delle edizioni Reaktion Books di Londra (pagg. 248, sterline 10,95). Lo abbiamo intervistato sulle radici americane del poeta, che costituiscono il cuore del libro.

Come nasce questa nuova biografia di Pound?
«Dal fatto che ho passato tutta la vita, a partire dal corso sul Modernismo frequentato al secondo anno di college, studiando Pound. All'inizio, l'oscurità dei suoi versi mi aveva spaventato, ma poi ne fui affascinato. Nel 1978 discussi la mia tesi su Pound e il Fascismo, e quando la Reaktion Books mi chiese di scrivere una biografia, pensai fosse finalmente venuto il momento di chiarire gli aspetti di Pound che mi avevano sempre intrigato: la questione della sua sanità mentale, le sue idee politiche, il suo antisemitismo. Argomenti che riuscivo tranquillamente a evitare nel mio insegnamento, dove mi concentravo esclusivamente sulla sua poesia».

Che cosa distingue il suo libro dalle altre biografie?
«Ho provato a descrivere Pound nel suo mondo, come attivista politico, cittadino responsabile, e soprattutto appassionato tifoso dell'Italia e degli Stati Uniti contro quella “cospirazione delle forze oscure” che chiamava Usura. Ho approfondito gli aspetti più tipicamente americani di Pound, sempre schierato a fianco della vera America, che non è quel deserto culturale che spesso appare. L'America reale è stata sedotta e tradita, debosciata e corrotta da una cultura falsa, anzi, da un simulacro di cultura - e sto citando l'amico di una vita di Pound, il poeta W.C. Williams, non Baudrillard. Pound sapeva che un'altra America esiste, che non è quella descritta oggi dai film e dalla tv, goffo protagonista di una politica estera banditesca. La incarnò lui stesso, con la sua passione, il suo coraggio, il suo idealismo e la sua rabbiosa frustrazione nel vederne l'incapacità di vivere all'altezza degli ideali».

Quindi, possiamo affermare che Pound si inserisce a tutti gli effetti in una genuina tradizione americana, quella aperta dal presidente Jefferson?
«Certamente. L'eredità di Thomas Jefferson, come dimostro nel mio libro, è estremamente importante non solo per Pound, ma anche per tutti gli Stati Uniti: Lincoln è sicuramente il più grande presidente americano, ma Jefferson è il più interessante, complesso e intelligente. Potrei sbagliarmi, ma credo che siano state scritte più biografie di Jefferson che di ogni altro presidente, e questo semplicemente perché conoscere Jefferson significa conoscere cosa vuol dire essere americano, con tutta la nostra potenzialità, con tutte le nostre contraddizioni e anche, purtroppo, con tutta la nostra vergogna».

Qual è l'importanza di Pound come poeta?
«Pound è il più autorevole poeta americano del suo tempo, e uno dei più grandi di tutti i tempi. Lo è per il fatto di insistere sull'importanza della poesia come mezzo per pensare e agire nel mondo. Egli capì ciò che in troppi hanno dimenticato: che la poesia è la suprema forma d'arte. Gli italiani lo sanno: del resto, avete Dante, probabilmente il più grande poeta mai vissuto, e lo studiate ancora a scuola! Pound non è il nostro Dante, è troppo duro, troppo ostinato e refrattario per diventare popolare... Diciamo che è il nostro Guido Cavalcanti: profondo, colto, e dissidente, sempre e comunque».

Quello di Pound e il fascismo è un capitolo difficile e controverso. Come lo ha affrontato nella sua biografia?
«Innanzitutto, credo sia molto difficile per uno straniero capire a fondo il fascismo italiano, e anche Pound era perfettamente consapevole che il Fascismo non era “merce da esportazione”. Il professor Tim Redman, autore di un documentatissimo studio su Pound e il Fascismo, definisce Pound un fascista di sinistra, e questo è corretto se parliamo delle sue idee economiche, anche se certamente non credeva nella lotta di classe e neppure nella validità delle teorie marxiste.
Le uniche classi riconosciute da Pound erano quelle degli sfruttati e degli sfruttatori, dei creditori e dei debitori, idee che riconobbe nel programma della RSI e nei 18 punti di Verona, che lo entusiasmarono fino alla fine».

Quanto sono valide, oggi, le teorie economiche di Pound?
 «Credo sia difficile dare una risposta, perché le sue idee non sono mai state messe in pratica. Ritengo le sue teorie economiche molto stimolanti e molto attuali, anche se ovviamente non sono quelle di un economista. Ma, dato che gli economisti di professione sembrano incapaci di suggerire, se non una soluzione, almeno una spiegazione delle crisi ricorrenti, forse dovremmo rivolgerci agli economisti dilettanti, come Ezra Pound».


sabato 10 marzo 2012

In Ricordo di Massimo Morsello.


“Entrammo nella vita dalla parte sbagliata
in un tempo vigliacco, con la faccia sudata…”


Nacque a Roma il 10 novembre del 1958 in una famiglia borghese. La madre, di origine bulgara, era arrivata in Italia dopo la presa di potere da parte del Partito Comunista. Il padre, invece, era profondamente anticomunista e un ammiratore della filosofia sociale del Fascismo. All’età di sedici anni, nel 1975, dopo la morte del padre, aderì al Movimento Sociale Italiano, diventando, prima, membro del movimento giovanile, il Fronte della Gioventù, e successivamente membro del movimento universitario, il Fronte Universitario di Azione Nazionale di via Siena. In quegli anni, Massimo Morsello, iniziò a coltivare la sua seconda passione, oltre alla politica, la carriera di musicista con la prima performance al secondo campo Hobbit a Fronte Romana nel 1978. Dopo alcuni mesi pubblicò il suo primo nastro dal titolo “Per me e la mia gente”. Ad un anno dalla strage di Acca Larentia, il 10 gennaio del 1979, durante una manifestazione non autorizzata, fu protagonista degli scontri nel quartiere di Centocelle, dove vide cadere al suo fianco Alberto Giaquinto, colpito alla nuca da un poliziotto in borghese. Massimo Morsello si presentò in Questura come testimone oculare ma finì per essere incriminato con l’accusa di devastazione e saccheggio. Durante gli anni di piombo e in concomitanza della strage alla stazione di Bologna, decine di mandati di perquisizioni e di cattura, colpirono gli ambienti neofascisti. Tra i tanti anche Massimo Morsello, arrestato e condannato a otto anni e dieci mesi per costituzione di banda armata e associazione sovversiva. Insieme a Roberto Fiore, leader di Terza Posizione, decise di rifugiarsi in Germania e successivamente in Inghilterra, a Londra. Per sopravvivere svolsero lavori precari soprattutto nel settore della ristorazione e come autisti di minicab. Ma non ebbero fortuna. Nel 1981, Massimo Morsello, riuscì a pubblicare il suo secondo nastro dal titolo “Nostri canti assassini – Canzoni dall’esilio”. Fermati dalla polizia di Scotland Yard nel settembre del 1982, la Magistratura italiana chiese l’estradizione ma le autorità britanniche si opposero. Solo nel 1986 iniziarono una proficua attività che in breve tempo portò ingenti guadagni ed un piccolo impero finanziario. Grazie all’amicizia ed al supporto di esponenti dell’estrema destra locale, come Nick Griffin, fondarono la “Meeting Point”, ribattezzata poi come “Easy London”. Una società che forniva impiego e alloggio a giovani studenti e lavoratori intenzionati a vivere a Londra per periodi più o meno lunghi. La maggior parte dei profitti furono utilizzati per finanziare il movimento di Forza Nuova in Italia. Intanto, Massimo Morsello, continuò le sue attività musicali, pubblicando nel 1990 il terzo nastro dal titolo “Intolleranza”. Nel 1996 pubblicò il suo primo cd dal titolo “Punto di non ritorno” per la casa discografica romana Rtp e, dopo qualche mese, uscì il video live dal titolo “Scusate ma non posso venire”, prodotto da Trifase – Rtp e trasmesso in Italia via satellite. Molti definirono Massimo Morsello come il “De Gregori nero”. Fu promotore e organizzatore di concerti. Lo show del jazzista Romano Mussolini, figlio del Duce, che si svolse nel marzo del 1996 presso l’esclusivo Marriot Hotel di Mayfair, portando l’attenzione della stampa italiana e britannica anche per le proteste di alcuni attivisti di sinistra all’esterno dell’albergo. Nel 1997 la casa discografica romagnola Cosmorecord pubblicò un cd che raccoglieva i primi due lavori di Massimo Morsello dal titolo “Massimino”, il suo diminutivo. Nella seconda metà degli anni novanta, gli fu diagnosticato un cancro non curabile. Seguì la terapia con somatostatine studiata dal professor Di Bella. Nel 1998, ancora per la Rtp, pubblicò il suo secondo cd dal titolo “La direzione del vento” e a fine anno incise una canzone dedicata al Professor ribelle dal titolo “Buon anno Professore” trasmessa anche da una emittente romana. L’anno successivo, dopo diciannove anni di esilio, rientrò in Italia per un concerto a Roma e partecipò alla raccolta “Vox Europa 1” con un brano inedito. Ma il 10 marzo del 2001 il cuore di Massimo Morsello smise di battere lasciando un vuoto incolmabile. Fu il primo cantautore nell’ambito della musica di destra radicale a vendere più di tredicimila copie in Italia.


A MASSIMO...


Addio a “Ginetto”, ultimo reduce di El Alamein.



È morto a Fivizzano, all’età di 95 anni, uno degli ultimi superstiti della gloriosa battaglia di El Alamein combattuta nel Nord Africa nell’ottobre-novembre 1942 dai paracadutisti della Folgore contro le preponderanti e meglio equipaggiate truppe inglesi. Guglielmo Mariotti, detto da tutti “Ginetto”, tenente colonnello in congedo, fece parte dei Guastatori della Folgore, utilizzati per quella battaglia come truppa di fanteria nel deserto. Il suo gruppo, il “Ruspoli”, venne completamente annientato dagli inglesi. Lui riuscì a scappare e a nascondersi nel deserto per qualche giorno, ma fu poi trovato dagli inglesi, catturato e fatto prigioniero. Riuscì a tornare in Italia soltanto nel 1946. Mariotti, personaggio eclettico, persona perbene, benvoluta da tutti a destra e a sinistra, ha un primato singolare e storico: fu il primo sindaco del Msi in Italia, essendo stato eletto a Mulazzo, dal 1952 al 1962. Un caso unico per quei tempi, perdipiù in una Lunigiana ancora oggi quasi completamente “rossa”.

Dopo il capitolo politico della sua vita, Mariotti si dedicò alla sua professione di insegnante, svolta fino all’età della pensione nelle aule dell’istituto Pacinotti nella vicina Pontremoli. Si sposò con la fivizzanese Maria Clorinda Ghinoi, detta Marinda, da cui nacque l’unica figlia, Giuliana, oggi noto avvocato. Il sindaco di Mulazzo, Sandro Donati, di tendenza politica opposta, ricorda quando, studente del professionale di Pontremoli, aveva tra gli insegnanti anche quel vulcanico “Ginetto” che, tra l’altro, è stato tra i fondatori del Premio Bancarella, la cui prima edizione avvenne nel 1952 a Mulazzo. La morte di Guglielmo Mariotti, avvenuta nella serata di martedì all’ospedale Sant’Antonio Abate, ha destato grande cordoglio in tutto il Fivizzanese dove “Ginetto” era conosciutissimo. Molti hanno appreso della sua morte leggendo le commosse parole di Ignazio La Russa ieri su twitter: «Onore all’ultimo reduce degli eroi di El Alamein».

I solenni funerali di Guglielmo Mariotti si sono svolti a Fivizzano, alla presenza di tantissime persone: «Era una persona speciale – dice la figlia – ma non per me, per tutti». E deve essere stato proprio così, perché da sindaco si muoveva a proprie spese, sia per andare a Roma dove aveva una rete di conoscenze legate alla guerra, sia per la regione e per i suoi incarichi istituzionali. Una persona da cui oggi i nostri politici dovrebbero prendere esempio. Da primo cittadino fece numerose opere pubbliche, tra cui l’acquedotto tutt’oggi in servizio. E della guerra che ricordo aveva? «Lui ha fatto veramente la guerra – ricorda ancora Giuliana – benché fosse orfano di padre e di madre della Grande Guerra, e quindi avrebbe potuto rifiutarsi di partire, tuttavia scelse di arruolarsi, volontario, e scelse i paracadutisti, per fare le cose sul serio. Lo faceva per la patria, per il suo ideale. Mi disse – ricorda ancora Giuliana – che aveva visto più volte la morte in faccia. Della prigionia, in Egitto, ne riportò indietro una speciale antipatia per gli inglesi... Ma la cosa che ricordava con maggiore amarezza era il fatto che quando tornò, reduce della guerra, al suo paese, era solo e abbandonato, senza un affetto, senza nessuno... Un ritorno amaro. Successivamente si laureò e si decidò alla sua grande passione, l’insegnamento».

Mariotti insegnava lettere ei suoi ex alunni, centinaia, lo ricordavano con affetto e stima anche negli anni successivi al diploma. È bello concludere questo ricordo con il messaggio postato da Fabio Rampelli su Facebook: «La sabbia del deserto lo ha accompagnato in cielo. Onore e gloria eterna a Guglielmo Mariotti, ultimo sopravvissuto della battaglia di El Alamein. L’Italia intera chini la testa e si metta la mano sul cuore».

di Antonio Pannullo (Secolo d'Italia)

venerdì 9 marzo 2012

“Borsellino ucciso perché ostacolo alla trattativa tra Stato e mafia”.



“La trattativa tra mafia e Stato è avvenuta, e Borsellino lo sapeva”. Lo ha confermato il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Domenico Gozzo, nel corso della conferenza stampa sui quattro nuovi arresti eseguiti questa mattina all’alba dalla Dia di Caltanisetta nell’ambito della revisione del processo sulla strage di via d’Amelio in cui morirono il giudice Borsellino e 5 agenti della sua scorta, Agostino Catalano, Eddie Walter Cusina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina. I provvedimenti a firma del Gip di Caltanissetta Alessandra Giunta, nei quali per la prima volta viene contestata l’aggravante della finalità di terrorismo, riguardano il capomafia palermitano Salvatore Madonia, 51 anni, ritenuto tra i mandanti della strage e i boss Vittorio Tutino, 41 anni, che rubò insieme con Gaspare Spatuzza la 126 imbottita di tritolo usata per la strage, e Salvatore Vitale, 61 anni, che abitava nel palazzo della madre di Borsellino, in via d’Amelio, e secondo gli inquirenti avrebbe fatto da talpa agli stragisti. L’unico ancora a piede libero era l’ex pentito di Sommatino (Caltanissetta), Calogero Pulci,  accusato di calunnia aggravata.

Secondo i magistrati nisseni, Borsellino venne ucciso perché era ritenuto dal boss Totò Riina un “ostacolo” alla trattativa tra Stato e mafia. Una trattativa che “sembrava essere arrivata su un binario morto” e che Riina volle “rivitalizzare” con una sanguinaria esibizione di potenza. “La tempistica della strage – scrivono i magistrati nisseni – è stata certamente influenzata dall’esistenza e dalla evoluzione della così detta trattativa tra uomini delle Istituzioni e Cosa Nostra”. “Dalle indagini è altresì risultato – proseguono i pm – che della trattativa era stato informato anche il dott. Borsellino il 28 giugno del 1992. Quest’ultimo elemento aggiunge un ulteriore tassello all’ipotesi dell’esistenza di un collegamento tra la conoscenza della trattativa da parte di Borsellino, la sua percezione quale ‘ostacolo’ da parte di Riina e la conseguente accelerazione della esecuzione della strage”.

E, nel corso della conferenza stampa, il pm di Caltanisetta Gozzo ha ricostruito alcuni passaggi chiave emersi dalle indagini. “De Donno (l’ex capitano del Ros e braccio destro dell’allora colonnello Mario Mori ndr) ci riferì che la notizia sulla trattativa era stata riferita al dottor Ferraro del ministero di Grazia e giustizia, allo stesso ministro Martelli e al presidente del Consiglio dei ministri. Quindi i più alti vertici dello Stato sapevano della trattativa che all’inizio non venne comunicata all’autorità giudiziaria. Peraltro – ha aggiunto il pm – il colonnello Mori all’epoca sentì anche l’onorevole Folena, deputato in Sicilia e responsabile del settore giustizia del Pds”. Secondo gli inquirenti nisseni, “Borsellino aveva appreso della trattativa con lo Stato nel pomeriggio del 28 giugno 1992” e, ha sottolineato il pm Gozzo, si mostrò contrario: “Ne parlò con la moglie Agnese, riferendole dei dialoghi tra esponenti infedeli dello Stato e Cosa nostra. Inoltre le raccontò della presenza di un ‘traditore’ ”. Nella ricostruzione e secondo quanto emerso dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Mutolo, ha concluso il pm, Riina “si rabbuiò perché c’era un ostacolo alla trattativa, che evidentemente era costituito da Borsellino. A quel punto fu organizzata in breve tempo la strage di via D’Amelio”.

Dopo i marò, altra figuracca mondiale: l’autorevole Monti non era stato avvisato del blitz inglese in Nigeria.



Se non bastasse il caso dei due ragazzi del reggimento San Marco detenuti tra le stalle e i serpenti del carcere di Trivandrum, sperduto buco dell’India, ecco che arriva il tragico caso di Franco Lamolinara a evidenziare quanto poco (per non dire nulla) conti l’Esecutivo italiano sulla scena internazionale. Quanto accaduto  in Nigeria è gravissimo: un governo straniero ha avviato un’operazione armata per liberare due ostaggi senza avvertire il paese da cui proveniva uno dei sequestrati.

Gli inglesi, insomma, hanno fatto tutto da soli (insieme ai nigeriani), evitando accuratamente di informare governo e servizi segreti italiani sul blitz imminente. Hanno tenuto tutto accuratamente segreto, limitandosi a notificare il fallimento dell’operazione solo a cose ormai drammaticamente avvenute. E’ stato il premier Cameron ad alzare la cornetta e a chiamare, addolorato e contrito, il suo amico Mario Monti, dicendogli quel che era accaduto.

Il nostro, pur stimatissimo, amatissimo, apprezzatissimo dal globo intero, è cascato dalle nuvole: nessuno gli aveva detto nulla, nessun canale diplomatico o d’intelligence aveva fatto sapere a Roma che agenti di Londra stavano per entrare in azione mettendo in pericolo la vita di un ostaggio italiano. Ecco che allora arriva “l’irritazione” di Palazzo Chigi, seppure in ritardo e solo dopo un giro di consultazioni con Farnesina, Difesa e Quirinale.

Chissà cosa si saranno detti Monti, GiulioMariaTerzidiSant’Agata e l’ammiraglio Giampaolo di Paola, pronti a pendere dal labbro quirinalizio di Giorgio Napolitano, la cui teoria (come abbiamo potuto constatare) è quella del “non disturbare gli altri paesi“, anche se ti ammazzano o ti imprigionano i connazionali.

E’ uno smacco, un insulto che nessuna conferenza stampa da Downing Street potrà cancellare. E’ la storia, triste e un po’ penosa, di un governo che fa il figo solo con banchieri, burocrati e baroni universitari. Appena usciti da questo recinto, Monti e i suoi sottoposti fanno piangere e rimpiangere chi (seppur puttaniere) andava a parlare al Congresso degli Stati Uniti d’America.

giovedì 8 marzo 2012

“Lezioni di sovranità” dalla piccola Islanda.


Quello che sta avvenendo in Islanda potrebbe costituire un precedente pericoloso per i politici convinti di farla sempre franca. Dopo che il Paese dei ghiacci è stato preso in mano dai suoi cittadini, in seguito al crollo del sistema bancario che ha inscenato una crisi monetaria senza precedenti con un’esplosione dell’inflazione, questi si sono rifiutati di pagare i danni cagionati dalle banche private agli investitori esteri ed ora hanno portato davanti al tribunale penale l’ex primo ministro Haarde accusandolo di negligenza nel controllo del sistema bancario che ha causato il fallimento del Paese. Lezione di civiltà dalla piccola Islanda, chissà cosa accadrebbe se il principio dovesse estendersi in Europa? 

Roma – Inizia il primo processo al mondo contro un capo di governo, per le conseguenze derivanti al paese dalla crisi finanziaria del 2008. Si tratta dell’ex-Premier dell’Islanda Geir Haarde, in carica dal giugno 2006 al febbraio 2009.
Simbolo della bolla formatasi nel sistema economico, per i migliaia di islandesi che hanno perso il lavoro e la loro casa a seguito del crollo delle banche nel 2008, colpendo duramente la valuta e portando in forte rialzo l’inflazione.
Il processo dovrebbe durare fino alla metà di marzo, con la corte che si prenderà altre 4-6 settimane per emanare il verdetto. Haarde è accusato di “negligenza” per non essere riuscito a prevenire l’implosione finanziaria del paese, dalla quale ancora fa fatica a riprendersi.
Haarde respinge le accuse, definendole semplicemente come “una persecuzione politica”. Piuttosto, accusa le banche per la situazione delineatasi, sostenendo che le autorità governative e di regolamentazione hanno fatto il possibile per prevenire la crisi. “La mia coscienza è a posto”. Rischia però due anni di carcere.


Vandana Shiva ai giovani italiani: occupate la terra come occupate le piazze!


Un'intervista rilasciata da Vandana Shiva sul pericolo dell'alienazione delle terre pubbliche programmata dal governo Monti. I governi hanno fallito nel loro ruolo, la terra è l'unica salvezza, e va messa in mano a chi la coltiva

L'accesso alla terra è sempre più difficile, perché la terra fa gola agli speculatori e ai palazzinari. Lo Stato italiano, per esigenze di cassa, ha pensato bene di mettere in vendita i terreni demaniali, non solo quelli su cui ha un effettivo diritto di proprietà, ma anche quelli su cui insistono i secolari diritti degli "usi civici". Ci stiamo letteralmente scavando il terreno da sotto i piedi, perché senza terra non c'è futuro. Sul portale di Navdanya International si è affrontato l'argomento con un intervista a Vandana Shiva, la nota scienziata ed attivista indiana, che insiste su un argomento: i governi hanno fallito il loro compito di rispondere ai bisogni della popolazione. La Terra è l'unico luogo dove tornare. Pubblichiamo per intero l'intervista:

 "La terra sostiene la nostra vita sulla Terra, e la Terra non discrimina tra giovani e vecchi, ricchi e poveri, per lei tutti i figli sono uguali.
Noi siamo legati alla Terra dal momento che ognuno riceve una giusta, equa e sostenibile parte di risorse: la biodiversità e i semi, il cibo che i semi ci procurano, la terra su cui possono crescere i cibi, l'acqua che scorre nei nostri fiumi e anche l'aria dell'atmosfera che respiriamo. La più grande sfida che dobbiamo fronteggiare oggi è quello che ho chiamato la rapina dei nostri beni comuni da parte delle multinazionali. I semi come beni comuni sono stati sottratti tramite la privatizzazione e brevettazione, l'acqua è stata privatizzata tramite leggi, la terra è stata privatizzata e rubata nei paesi poveri, in India, in Africa, ma anche nei paesi ricchi a causa dell'aggravarsi della crisi economica. Le vere forze che hanno generato la crisi, tramite una morte finanziaria, ora vogliono appropriarsi del benessere reale della società e del futuro, vogliono appropriarsi dell'acqua e della terra.

Penso che in questo momento di crisi,  di crisi economica, la terra è l'unico luogo in cui possiamo ritornare per ricostruire una nuova economia; e ogni governo alle generazioni future dovrebbe dire: "non abbiamo molto altro da darvi: abbiamo perso la capacità di darvi lavoro, sicurezza sociale e garantirvi un decente tenore di vita. Ma la terra ha ancora questa capacità, noi consegniamo le terre pubbliche agli agricoltori del futuro: provvedete a voi stessi". Questo è un obbligo, visto il fallimento dei governi, nell'attuale sistema economico, nel prendersi cura dei bisogni della gente; la terra può prendere cura dei nostri bisogni, la comunità può prendersi cura dei nostri bisogni. E se vogliamo avere un'economia viva, e dobbiamo averla, e se vogliamo avere una viva democrazia, la terra deve essere al centro di questo rinnovamento: dalla morte e distruzione alla vita.

Mettere la terra nelle mani delle generazioni future è il primo passo, e se non lo faranno, seguendo la strada giusta, invito i giovani a occupare la terra così come stanno occupando le piazze; voi dovete fare un dono al futuro dell'umanità."

mercoledì 7 marzo 2012

Non giocate a fare gli indiani, liberate i marinai italiani.



"Se e' vero che questo governo ha restituito prestigio internazionale all'Italia, allora quel prestigio lo faccia valere adesso, perche' la strategia del basso profilo non paga". E' la sollecitazione che la presidente della Giovane Italia e deputata del Pdl Giorgia Meloni, rivolge a Mario Monti e ai ministri impegnati per la risoluzione del caso dei due maro' italiani prigionieri in India. Il Pdl e la Giovane Italia hanno organizzato una maratona oratoria che si sta svolgendo a Piazza del Pantheon e nel corso della quale Giorgia Meloni ha detto che l'iniziativa si svolge "per tenere alta l'attenzione dell'opinione pubblica e far sentire la nostra solidarieta' e vicinanza a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone e alle loro famiglie".

"Mi chiedo perchè il Presidente Monti non abbia ritenuto fin qui di spendere anche la sua personale credibilità su questa questione - aggiunge la Meloni - L'Italia ha fin qui scelto di mantenere un profilo basso, ma è evidente che questa strategia non ha pagato: ci stiamo facendo sbeffeggiare e stiamo consentendo a una nazione straniere di non rispettare le regole del diritto internazionale"

Secondo Meloni il presidente del Consiglio dovrebbe attivare le organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e la Ue "affinche' esprimano una valutazione su cio' che e' accaduto. stiamo consentendo a una nazione di non rispettare le norme del diritto internazionale e di conseguenza di detenere i due marinai italiani. Il governo punti i piedi e alzi la voce perche' l'Italia e l'opinione pubblica non accettano questa detenzione ingiusta".

"Questa è una manifestazione per tenere alta l'attenzione del popolo italiano, per far sentire a questi due militari la vicinanza degli italiani e far capire che l'Italia non è distratta su questo tema".


Video intervista On. Giorgia Meloni




martedì 6 marzo 2012

Europa si, ma a sovranità limitata.



Le autorità europee sono al settimo cielo. Dopo averlo tanto bramato finalmente è stata apposta la firma sul Fiscal Compact anche detto Patto di Bilancio. L’accordo con cui i 25 Paesi europei firmatari (non hanno aderito al momento Regno Unito e Reppubblica Ceca) hanno deciso di dare ampi poteri di ingerenza alla Commissione Europea nella propria politica economica nazionale. Ergo, alla propria (residua) sovranità.
In caso di sforamento dei parametri di bilancio di un Paese aderente, sarà la Commissione Europea a guidarne la politica finanziaria e non il governo nazionale eletto. Ricordiamo che la Commissione Europea è un gruppo di tecnocrati non eletto direttamente dal popolo, semi-sconosciuti dal grande pubblico e, in fondo, espressione di interessi particolari.
Allora ben venga il referendum deciso dal governo irlandese sull’adesione al Fiscal Compact: la ‘tigre celtica’ fa tremare di nuovo l’Europa dei tecnocrati poichè gli irlandesi hanno già, in passato, fatto capire che non ci stanno a farsi comandare dai tecnici di Bruxelles.
Bruxelles - La firma è stata apposta. Venticinque paesi dell’Unione europea, ad esclusione di Regno Unito e Repubblica Ceca, hanno firmato questa mattina a Bruxelles il “fiscal compact”, il patto di bilancio che prevede regole più severe per i conti pubblici e che è stato voluto soprattutto dalla Germania e dai paesi più virtuosi.
“Gli effetti saranno profondi e di lunga durata”, ha commentato il presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy. Per l’Italia, ha apposto la sua firma il premier Mario Monti. Dopo l’esecuzione del patto, i lavori del Consiglio europeo proseguiranno per arrivare a conclusione a fine mattinata. In particolare, i 27 affronteranno la situazione in Siria, dopo la decisione di lunedi’ scorso su una nuova tornata di sanzioni contro il regime di Assad.
Intanto, aleggia la “minaccia” Irlanda, dopo che giorni fa il premier Kenny ha deciso che sarà il popolo irlandese a stabilere se il paese aderirà o meno alle nuove norme di controllo del budget fiscale imposte dalle autorita’ europee: appunto, il Fiscal Compact. Gli elettori irlandesi sono noti per il loro anti-europeismo. Due volte un referendum pro Europa e’ stato respinto prima di passare il voto previa concessioni offerte.
“Questo referendum comporta alti rischi - ha commentato ore fa Thomas Costerg, economista presso Standard Chartered Bank a Londra - L’area euro è già molto occupata con la Grecia. Aprire un altro fronte in Irlanda non è una cosa molto positiva a livello di tempistica. (Tale situazione) potrebbe aumentare il nervosismo sul futuro dell’area euro”. Inoltre, sebbene da sola l’Irlanda non possa mettere a repentaglio l’accordo sul Fiscal Compact deciso, una risposta “no” al trattato da parte della maggioranza degli irlandesi potrebbe impedire al paese di ricevere ulteriori aiuti, una volta che il fondo di aiuti permamente dell’area euro diventerà operativo.


I nostri marò sbattuti in carcere, dov’è il governo “autorevole e stimato nel mondo”?



In galera, almeno per tre mesi. Questo ha deciso stamattina il tribunale di Kollam, in India, in merito al controverso (eufemismo) incidente del 15 febbraio scorso che ha coinvolto due nostri militari del San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Non sono servite le richieste di perizie vere e incontrovertibili, nulla hanno potuto gli avvocati. Inascoltato anche chi per venti giorni andava dicendo che il diritto internazionale è chiaro, e che la giurisdizione in acque internazionali non può essere indiana. E pazienza se la legge di New Delhi prevede che per un indiano ucciso in qualunque parte del globo la giurisdizione sia sempre e comunque quella del grande stato asiatico.

Fallimentare (per non dire di peggio) è stata soprattutto la condotta della coppia Terzi di Sant’Agata-De Mistura, vale a dire il binomio formato dal ministro degli Esteri e dal suo sottosegretario. Abbiamo visto viaggi intercontinentali di entrambi, accoglienze calorose in terra indiana, discorsi e sbrodolamenti fatti dal sempre sorridente Terzi. Lui, il ministro, che annunciava di “ritardare il viaggio a New Delhi di una settimana perché tanto là c’è Staffan De Mistura”, il sottosegretario svedese-italiano che nella sua carriera ha missioni (spesso fallimentari) per conto dell’Onu.

In venti giorni di viaggi e di conferenze stampa, i due non sono riusciti a portare a casa niente. Meno di zero. Hanno solo aggravato la situazione, visto che i nostri militari sono stati sbattuti in galera da un giudice indiano.

Ma come è possibile che questo governo così stimato nel mondo, formato da gente così brava e competente, apprezzata da tutti ma proprio tutti i leader internazionali, capace di eccitare il vegliardo Napolitano, abbia toppato così clamorosamente? Semplice, perché al di là dei banchieri e dei cancellieri, di Monti e dei suoi untuosi ministri nel mondo se ne fregano.

Ai magistrati di Kollam non gliene può importare di meno della dentiera perennemente in mostra di Giulio Maria Terzi di Sant’Agata (che di professione è pure ambasciatore…), e men che meno delle aperture in burocratese di De Mistura. Quando non c’è uno spread da far calare tutto crolla. Sarebbe stato interessante, poi, sapere che ne pensa Mario Monti di tutta la vicenda, visto che sue dichiarazioni in merito se ne contano poche, pochissime.

Al di là della rabbia, dell’indignazione e del pensiero rivolto ai nostri ragazzi detenuti ingiustamente in India, il dato di fatto di tutta la vicenda è che alla prima vera prova di politica internazionale, il Governo dei migliori ha fallito. Miseramente. Si è fatto prendere a pesci in faccia. Ma siamo certi che anche stavolta c’è chi se ne starà zitto, ricordando che è peggio fare cucù alla Merkel che lasciare propri connazionali in una cella a rischiare la pena di morte.

lunedì 5 marzo 2012

La Tradizione: forma di resistenza collettiva.




Nella sua essenza, la Tradizione è la forma suprema di resistenza collettiva alla morte. La Tradizione è l'unica immortalità disponibile sulla terra e nella storia.  Essa è la sola trascendenza concessa nel fluire dell'esistenza, ovvero la visione di una continuità oltre il raggio individuale di un'esistenza. Tramite la sua continuità e la sua trasmissione è possibile tener vivo ciò che biologicamente appare destinato al tramonto. Ciò che si tramanda è sottratto al deperimento e alla definitiva scomparsa: la Comunità porta in salvo i tesori della Tradizione dalla rovina del tempo. L'uomo, diceva Platone nel Simposio, cerca rimedio alla morte non solo con il corpo, attraverso la generazione dei figli, ma anche con l'anima, attraverso la memoria tramandata ai posteri. L'immortalità spirituale nella vita terrena è dunque consentita in forma di Tradizione; la fama, la gloria lasciata ai posteri, è solo una delle sue modulazioni. Senza Tradizione la vita è consegnata alla labilità occasionale di un passaggio che non lascia traccia. L'angoscia della vita contemporanea risale a quella vertigine della precarietà, alla percezione che tutto muore con noi e nulla lascia impronte. L'angoscia è il lutto della Tradizione interrotta e il panico del divenire che trascorre dall'essere al nulla, senza nulla tramandare o portare in salvo.
La Tradizione è una ripetizione rituale della creazione, una rigenerazione continua del tempo.
A riprova che al di là delle tradizioni inventate c'è la Tradizione, ovvero la forma mentis, la categoria a priori o l'archetipo universale, che pre-dispone la persona e la comunità a collegare e collegarsi, secondo un sapere e una prassi che si configurano appunto in una tradizione. Quanto più e salda e vigente, tanto meno la Tradizione è evocata.
La Tradizione ha la stessa radice di Logos, di Comunità, di Religione e di Destino: in tutti l'elemento cruciale è il legame (legein), il nesso tra le idee e realtà, tra eventi e soggetti di diversa portata. La facoltà principale dell'uomo è quella di annodare, stabilire o scoprire nessi, cogliere le relazioni spaziali e temporali e disvelare la sequenza di causa ed effetto. In ultima analisi la Tradizione è il filo d'Arianna che congiunge Logos e Religio, ovvero il legame secondo l'intelligenza e il legame secondo la fede.

Marcello Veneziani

sabato 3 marzo 2012

Il popolo (di Alain de Benoist).



di Alain de Benoist (Diorama)

La parola «popolo» può avere due significati diversi, a seconda che lo si consideri come un tutto (un territorio e l'insieme degli abitanti che lo occupano, l'insieme dei membri del corpo civico) oppure come una parte di quel tutto (le «classi popolari»). Nella lingua francese, «peuple» ha in un primo momento designato un insieme di persone legate da una comunità di origine, di habitat, di costumi e di istituzioni. È il significato che il termine riveste quando fa la sua comparsa nel IX secolo, in particolare nei Serments (giuramenti) de Strasbourg (842). Ma ben presto si è diffusa la seconda accezione: il popolo "popolare", per contrasto con le élites dominanti, è la "piccola gente", la "gente da poco", quel "popolo minuto", come si diceva nel XVIII secolo, la cui definizione non si riduce affatto a una semplice dimensione economica (contrariamente aí "diseredati" o ai "più bisognosi"). Questa ambivalenza è estremamente antica.

Risale alla Grecia arcaica, dato che il termine demos è già attestato nel sillabario miceneo (da-mo). In origine, il demos rappresenta un modo di pensare la comunità in rapporto stretto con il territorio che gli è proprio e sul quale si esercita l'autorità dei suoi dirigenti (da ciò il "deme", circoscrizione territoriale e amministrativa). Questa dimensione territoriale del demos è direttamente legata alla sua dimensione politica. Già nei testi omerici, il demos non si confonde assolutamente con l'ethnos. Si distingue altresì dal laos, che si riferisce piuttosto ad un gruppo di uomini posti sotto l'autorità di un capo. A Sparta, attraverso la nozione di demos si costituisce l'ideale del cittadino-soldato. Ad Atene, il demos si riferisce all'insieme dei cittadini, cioè alla comunità politica che forma l'elemento umano della polis. In quanto soggetto del,—/ l'azione collettiva, è esso a creare Io spazio comune sulla cui base si può svolgere un'esistenza sociale propriamente politica.

A partire dal V secolo príma della nostra era, il termine demos designa anche la democrazia, ed acquista nel contempo una risonanza peggiorativa per coloro che stigmatizzano l'esercizio del kratos da parte del demos. Ma designa altresì un "partito popolare", equivalente della plebs romana, di cui si trova traccia già nei testi di Solone.
Il principio della democrazia non è quello dell'eguaglianza naturale degli uomini fra di loro, bensì quello dell'eguaglianza politica di tutti i cittadini. La "competenza" a partecipare alla vita pubblica non ha altra fonte al di fuori del fatto dí essere cittadini. Scrive Hannah Arendt: «Noi non nasciamo eguali, diventiamo eguali in quanto membri di un gruppo, in virtù della nostra decisione di garantirci reciprocamente eguali diritti». Il popolo, in democrazia, con il suo voto non esprime opinioni che siano più vere di altre.

Fa sapere dove vanno le sue preferenze e se sostiene oppure sconfessa i suoi dirigenti. Come scrive molto giustamente Antoine Chollet, «in una democrazia, ii popolo non ha né torto né ragione, ma decide». E il fondamento stesso della legittimità democratica. È proprio per questo che la domanda «chi è cittadino?» — e chi non lo è — è l'interrogativo che fonda ogni prassí democratica. Allo stesso modo, la definizione democratica della libertà non è l'assenza di costrizione, come nella dottrina liberale o in Hobbes («the absence of external impediment», si legge nel Leviathan, 14), ma si identifica con la possibilità per ciascuno di partecipare alla definizione collettiva delle costrizioni sociali. Le libertà, sempre concrete, si applicano ad ambiti specifici e a situazioni particolari. Un popolo può anche essere considerato composto da una moltitudine di singolarità, ma ciò non gli impedisce di formare un tutto, e quel tutto ha qualità specifiche indipendenti da quelle che ritroviamo negli individui che lo compongono. E perché il popolo forma un tutto che il bene comune non si identifica con un "interesse generale" che non sia nient'altro che la somma di interessi individuali. Il bene comune è irriducibile a qualunque sorta di suddivisione. Non richiede una definizione morale, ma una definizione politica.

In ogni governo rappresentativo vi è un'evidente inflessione antidemocratica, cosa che Rousseau aveva ben visto («Nell'istante in cui il popolo si dà dei rappresentanti, non è più libero», Contratto sociale, III, 15). La partecipazione politica vi è infatti limitata esclusivamente alle consultazioni elettorali, il che significa che il demos non raggruppa più degli attori, ma solamente degli elettori. Vi si afferma implicitamente che il popolo non può prendere da sé la parola, non deve fornire direttamente il suo punto di vista sui problemi del momento o su decisioni che chiamano in causa il suo futuro, che addirittura vi sono argomenti che devono essere sottratti al suo parere, dato che le decisioni e le scelte devono essere esercitate soltanto dai rappresentanti che esso designa, vale a dire da élites che non hanno mai cessato di tradire coloro dai quali avevano ricevuto il potere, élites alla cui testa si collocano gli esperti, che confondono regolarmente i mezzi con i fini. La percezione sociale del popolo si trasforma a partire dal XVIII secolo, nel momento in cui viene inventata la "società". Da un lato, si teorizza l'«anima del popolo» ( Volksseele), dall'altro si vede nel popolo —le classi popolari — un nuovo attore sociale capace di rimettere in discussione le antiche gerarchie. Nel XIX secolo, la destra conservatrice difende prima di tutto il popolo come totalità — con un netto scivolamento dal demos all'ethnos—, nel momento stesso in cui sviluppa una mistica dell'unità nazionale che giunge fino all'"unione sacra", mentre i socialisti difendono le classi popolari. E una dissociazione profondamente artificiale, dal momento che la "gente de popolo na sempre formato un'ampia maggioranza del "popolo". Il popolo deve infatti essere difeso in tutte le sue dimensioni.

L'esempio della Comune di Parigi è, da questo punto di vista, particolarmente notevole, giacché quel movimento ha coagulato nel contempo una reazione patriottica (la paura di assistere all'ingresso delle truppe prussiane a Parigi) e una reazione proletaria (il timore di una reazione monarchica contro il risultato delle elezioni del febbraio 1871).

Nel corso di quelle giornate, che termineranno nel sangue, il popolo parigino insorto prende il potere. In poche settimane, riesce a riversare le sue parole d'ordine in programmi, ad abbozzare al di là dei provvedimenti d'urgenza un'inedita forma istituzionale. In materia di rappresentanza, la Comune elegge da sé i propri delegati e proclama la revocabilità dei mandati. Sul piano sociale, sopprime le ammende sui salari, prevede la gratuità della giustizia e l'elezione dei magistrati. Decide inoltre la separazione tra la Chiesa e lo Stato, stabilisce il principio dell'insegnamento gratuito e obbligatorio, si pronuncia perfino per il «governo del mondo delle arti da parte degli artisti». L'ispirazione generale è quella del federalismo proudhoniano. L'associazione dei lavoratori viene posta come principio basilare dell'organizzazione della produzione. I versagliesi impediranno a quel programma di realizzarsi. «Il cadavere è a terra, ma l'idea è in piedi», dirà Victor Hugo.

venerdì 2 marzo 2012

Ecco perché i No-Tav hanno torto: fanno gli interessi della Merkel e di Sarkozy.



Di chi fanno gli interessi i No Tav? Non certo dell’Italia. Secondo i dati del Certet, centro studi della Bocconi dedicato ai trasporti, le cifre non lasciano margini di dubbio sulla necessità dell’opera.
Dalla pianura padana, dove si genera oltre il 75 per cento delle esportazioni italiane in valore, sarebbe possibile arrivare nel resto d’Europa dimezzando i costi e riducendo i tempi dei trasporti. Una direttrice cruciale, visto che Francia, Gran Bretagna e Spagna valgono il 23 per cento dell’interscambio commerciale dell’Italia e da questi proviene il 21 per cento dei turisti.  
E se la Merkel e Sarkozy ufficialmente caldeggiano la costruzione delle linee ad Alta velocità anche nel nostro Paese, è vero pure che uno scenario europeo dove le nostre merci possono arrivare nella case francesi e tedesche in tempi brevi, può influenzare gli scenari economici a nostro vantaggio. Il dossier dell’Istituto nazionale per il commercio estero parla chiaro: i due maggiori partner commerciali di beni che transitano attraverso le Alpi occidentali sono la Francia e la Germania. Dal 2006 al 2008 la maggioranza dei prodotti scambiati tra le tre nazioni sono stati in uscita dall’Italia, mobili (esportati dall’Italia alla Francia) frutta (esportata dall’Italia alla Germania). In particolare, la linea ridurre drasticamente il traffico di merci strada.
Basti pensare che, nell’ultimo decennio, secondo uno studio dell’economista francese Prud’homme il traffico ferroviario, a causa dei collegamenti lenti e difficoltosi, è diminuito del 25 per cento in favore del trasporto su camion. Con la Tav l’inversione di tendenza apporterebbe un consistente beneficio all’ambiente, con la riduzione drastica del Co2 prodotto dai motori del trasporto su gomma. Per tornare al vantaggio economico per la nostra economia, al momento, a causa della difficoltà dei collegamenti ferroviari attraverso le Alpi, esiste uno squilibrio strutturale tra il traffico in entrata (nel 1997, trenta milioni di tonnellate) e quello in uscita (nello stesso anno appena quindici milioni di tonnellate). Inoltre, il mancato corridoio dell’alta velocità ci priva della possibilità di scambio di merci con la penisola iberica e le isole britanniche. Opportunità, invece, che grazie alla Torino-Lione e ai recenti collegamenti veloci tra Francia e Gran Bretagna, si presentano per il nostro export. Per l’economia italiana – ha spiegato al Sole 24 ore Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere (l’associazione delle Camere di commercio) – l’export è vitale.  «La Tav Torino-Lione – ha sottolineato Dardanello – è un segmento determinante del corridoio 5 Lisbona-Kiev; il Terzo valico Genova-Tortona-Milano è un tratto altrettanto basilare del corridoio 24 Genova-Rotterdam. «Noi siamo un paese che vive di esportazioni e non possiamo precludere alla nostre imprese importanti sbocchi di mercato perché incapaci di realizzare le grandi direttrici di trasporto utili a raggiungere milioni di consumatori. Tagliare fuori l’Italia dai grandi corridoi europei – ha detto il presidente di Unioncamere – per il trasporto di merci e persone significa condannare a un ruolo marginale e periferico migliaia di piccole e medie imprese che vivono di export».         
Il punto è chiaro: le proteste dei No Tav, se disgraziatamente andassero davvero in porto, ci farebbero retrocedere al livello di Malta, Cipro e Grecia, nazioni dove le tratte ferroviarie sono pressoché inesistenti. Ma vuoi mettere la bellezza del paesaggio?


giovedì 1 marzo 2012

Aborti selettivi a Londra.



In alcune cliniche abortive del Regno Unito i medici sono disposti a chiudere un occhio di fronte alla richiesta sconcertante di alcune donne, quella di «sbarazzarsi di un figlio» semplicemente perché non è del sesso desiderato. L’aborto selettivo in base al sesso è illegale nel Regno Unito eppure, secondo un’inchiesta pubblicata ieri dal Daily Telegraph, la pratica è comune.

Usando un reporter in incognito che ha accompagnato donne incinte in nove cliniche del Regno, il quotidiano ha scoperto che in tre casi i medici si sono detti disposti a far abortire una donna «insoddisfatta del sesso del bambino» che aveva in grembo. «Queste rivelazioni sono inquietanti – ha detto ieri mattina il ministro della Sanità Andrew Lansley –. La selezione del sesso è illegale e immorale» e ha promesso che aprirà subito un’inchiesta. Ma per Anthony Ozimic della Società per la protezione del bambino non ancora nato (Spuc) «non c’è affatto da stupirsi».

«L’indagine del Telegraph1 – dice ad Avvenire – conferma che l’eugenetica è una realtà nella medicina moderna britannica e che alcuni innocenti esseri umani sono considerati sconvenienti». E continua: «La selezione sessuale dei feti è l’inevitabile conseguenza di un accesso troppo facile all’aborto».

Nell’indagine, il Telegraph scrive anche che alcuni medici hanno addirittura ammesso di essere pronti a «falsificare alcuni documenti» pur di permettere alle donne di «sottoporsi all’aborto desiderato».
«Meglio non fare troppe domande», scrive ancora il quotidiano riportando la telefonata di un medico che indirizzava una paziente a un collega che effettua aborti.

Le polemiche hanno innescato immediatamente le prime reazioni. Il Mall Medical di Manchester, una delle cliniche citate dal quotidiano, ha detto di «aver sospeso i contatti con un medico». Ma per la conservatrice Nadine Norris il settore ha bisogno di una regolamentazione più rigida: «Dobbiamo essere sicuri – ha dichiarato la deputata che da tempo combatte affinché alle donne venga offerta una consulenza indipendente, vale a dire non fornita solo dalle cliniche che vengono pagate per effettuare aborti – che le strutture operino nel rispetto della legge».

Ma proprio la legge è ricca di sfumature. La selezione del sesso, per esempio, è già permessa in Gran Bretagna anche se solo in condizioni molto precise come nel caso in cui ci sia il rischio di una grave malattia ereditaria. In Inghilterra, Galles e Scozia l’aborto è consentito fino alla ventiquattresima settimana di gestazione. L’aborto è consentito anche dopo le 24 settimane in rarissimi casi: uno di questi è la grave disabilità riscontrata nel feto. Inoltre, due medici devono dare l’approvazione a un aborto, ma in caso di emergenza ne basta uno.

Duro, in fine, è stato anche il commento di Gillian Lockwood, ex vicepresidente del comitato etico del Royal College of Obstetrics and Gynaecology sono «sconvolgenti». Perché «in nessuna circostanza un feto che per i genitori è del sesso “sbagliato” dovrebbe abortito».

Elisabetta Del Soldato

Encomio per il carabiniere insultato, aggredita troupe di CorriereTv. Gasparri: “Pagina ignobile”.




Una scintilla, un movimento fuori posto, un accenno di reazione e probabilmente si sarebbe assistito all’ennesima battaglia furibonda nel cuore della Val di Susa. “Ho fatto solo il mio dovere”. Si è limitato a pronunciare queste parole, nella telefonata ricevuta dal comandante generale dell’Arma, Leonardo Gallitelli, il carabiniere che oggi ha ricevuto un encomio solenne per il suo “lodevole comportamento” di ieri in Val di Susa, dove è stato ripetutamente insultato da un manifestante impegnato in una penosa parodia dell’eroe solitario, aspirante martire, di piazza Tien An Men. Il generale Gallitelli lo ha chiamato al telefono per complimentarsi personalmente “per la fermezza e la compostezza professionale dimostrate”. Un gesto e una compostezza che, oltre all’encomio dei vertici dell’Arma, hanno suscitato ammirazione e plauso tra le forze politiche.



Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, parlando di “una pagina ignobile che rende solo l’idea delle meschine e violente motivazioni che muovono la minoranza no Tav”, ha così commentato l’episodio di ieri: “Quello che sta accadendo in questi ultimi giorni in Val di Susa è vergognoso. La protesta – ha detto ancora Gasparri – è legittima finché è civile. Ma non si può cedere il passo all’insulto ed alla provocazione vigliacca. Esprimo convinta solidarietà all’Arma ed in particolare al carabiniere che ieri è stato bersaglio di un presunto manifestante, provocato ripetutamente mentre svolgeva il suo lavoro, ma che ha saputo mantenere – ha concluso – un contegno esemplare non cedendo in alcun modo all’offesa”.

Il clima che si respira nella valle è incandescente e, ad essere presi di mira dai manifestanti sono anche i giornalisti impegnati a documentare quanto sta accadendo. I due operatori di Corriere.tv che hanno girato le immagini del faccia a faccia tra il manifestante No Tav e il carabiniere insignito dell’encomio solenne, sono stati vittima questa mattina di un’aggressione. Secondo quanto riporta il Corriere.it, “La troupe di H24 che per Corriere Tv riprende in diretta la protesta in Valsusa è stata aggredita intorno alle 12 a Chianocco. Una trentina di ragazzi a volto coperto – si legge sul sito del quotidiano – hanno circondato i due operatori, li hanno fatti scendere dall’auto di servizio. I due sono stati minacciati, gli è stato intimato di consegnare le chiavi del mezzo dove avevano il materiale per fare le riprese che è stato danneggiato. I due sono autori del video sulle ingiurie di un militante No Tav a un carabiniere. Gli aggressori si sono fatti consegnare le telecamere, le attrezzature tecniche e i telefoni cellulari. Prima di allontanarsi, hanno tagliato le gomme dell’automobile. I due operatori – si legge ancora – stanno bene”.

Un episodio censurato anche dall’Associazione Stampa Subalpina. Secondo il sindacato dei giornalisti, “l’aggressione alla troupe di Corriere.tv in Valsusa, che fa seguito a quella di lunedì scorso al collega della Stampa Marco Accossato, malmenato mentre stava raccogliendo informazioni sulle condizioni di salute di Luca Abbà, segna una ulteriore tappa nell’escalation di violenza nei confronti dei giornalisti da parte di frange del movimento No-Tav”. L’Associazione Stampa Subalpina ricorda che “il compito dei giornalisti, a maggior ragione in una vicenda complessa e delicata come quella della Tav, è quello di informare i cittadini con il massimo dell’obiettività. Per questo non possono essere accettate intimidazioni di sorta a maggior ragione da parte di un movimento che più volte si è appellato ai mezzi di comunicazione per far conoscere le proprie ragioni. La libertà d’informazione – conclude il sindacato dei giornalisti – è un valore assoluto, chi non rispetta questo principio si pone al di fuori delle regole democratiche”.