Salviamo i nostri Marò

Salviamo i nostri Marò
I nostri due militari devono tornare a casa

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

sabato 21 gennaio 2012

Un punto di vista interessante dall'Università di Washington... (un po' pessimistico)



L’idea che i tedeschi e i nordeuropei in generale debbano “diventare generosi” e aiutarci prende sempre più piede fra coloro a cui piacerebbe tanto essere aiutati. Ho argomentato precedentemente che, siccome più o meno tutti i paesi occidentali si trovano di fronte agli stessi problemi strutturali, l’aiuto che può venirci da chi sta solo quantitativamente un po’ meglio di noi non può che essere molto parziale ed è probabilmente in via di esaurimento.
Sarebbe il caso di far le somme e rendersi conto che fra credito della BuBa (la Banca centrale tedesca) al sistema bancario del Sud Europa via Bce e contributi allo Efsf, la Germania si è esposta per quasi un trillione di euro verso i propri partners bisognosi di “aiuto”, una cifra che, quando si controlla per la relativa dimensione delle due economie, è sostanzialmente maggiore di quanto Fed e Tesoro abbiano immesso nell’economia privata americana dal 2008 ad oggi. Nondimeno, consideriamo per un attimo le fondamenta logiche e fattuali della teoria che chiamerò dell’egoismo tedesco.
(I) Moneta unica implica cambio unico ed il cambio dell’euro nei confronti delle altre monete è troppo alto, il che rende i prodotti dei paesi mediterranei non competitivi perché troppo costosi. Questi paesi sono scarsamente produttivi ed essendo anche esposti ad una stretta fiscale non riescono né a generare domanda interna né ad esportare.

(II) La Germania e gli altri paesi del Nord si trovano in una situazione opposta. Avendo fatto i propri compiti per casa, questi paesi (e gli altri del Nord Europa che non fanno parte della zona euro, Svezia per prima) sono molto più produttivi del resto e riescono tranquillamente ad esportare anche con un euro relativamente forte. Essi possono anche adottare politiche fiscali di spesa ed indebitamento ulteriore.

(III) I paesi del Sud sono “debitori” ed i paesi del Nord sono “creditori”. Ma chi deve non è in grado di ripagare perché ha poca capacità di export e quindi di crescita del reddito nazionale. Da qui la situazione di crisi la cui unica uscita altro non può essere che una qualche forma di svalutazione ed inflazione generalizzata all’intera area euro, attraverso un’espansione massiccia, da parte della Bce, della quantità di moneta in circolazione ed una politica di aggressiva spesa pubblica ed ulteriore indebitamento, da parte dei paesi “creditori”, Germania in testa.
Questa spiegazione delle origini della crisi e delle sue possibili soluzioni è così banalmente falsa da generare perplessità il fatto che si perda tempo a discuterne. Tanto per rimanere nel semplice: l’economia del Regno Unito non versa in condizioni molto migliori di quelle della media della zona euro, eppure non mi risulta quel paese abbia adottato l’euro o manifestato l’intenzione di farlo. Per non parlare poi dell’Islanda o, per metterci il cuore in pace una volta per tutte, degli Stati Uniti il cui debito nazionale venne declassificato, cinque mesi fa e proprio da S&P, allo stesso livello oggi attribuito a quello francese ed il cui sistema economico e bancario è in condizioni forse migliori di quello italiano ma paragonabili comunque alla media franco-tedesca.
L’idea che il debito pubblico italiano o spagnolo (per non parlare dell’irlandese o del portoghese) possa essere spiegato con il deficit commerciale di questi paesi verso la Germania è ugualmente risibile. Il debito italiano era in essere già prima dell’introduzione dell’euro e la bilancia commerciale con la Germania è andata in rosso solo cinque o sei anni fa. Non solo, se si guardano i numeri si nota che l’Italia esporta in Germania circa il 75% del valore in euro di quanto quest’ultima esporti da noi. Siccome la popolazione tedesca è esattamente i 4/3 di quella italiana ed il loro reddito pro-capite è sostanzialmente maggiore del nostro, le conclusioni sono ovvie. Argomenti simili si applicano a praticamente tutti i paesi coinvolti con l’unica eccezione della Grecia. Fra i paesi europei, poi, il paese con maggior deficit commerciale è il Regno Unito, del cui debito (al momento) nessuno sembra preoccuparsi.
Potrei continuare con i dati, ma lo spazio scarseggia. Consideriamo, dunque, quali potrebbero essere le conseguenze di una crescita della spesa pubblica tedesca. Ignoriamo pure il fatto che un paese con un rapporto debito/Pil che viaggia verso il 90% non ha poi questa grande capacità d’indebitarsi senza correre rischi. Facciamo finta che i tassi passivi rimangano inalterati e che l’accresciuto indebitamento tedesco non dreni risorse che altrimenti sarebbero disponibili per finanziare o ben il debito pubblico o ben gli investimenti degli altri paesi dell’area.
Facciamo finta, appunto, visto che al momento la BuBa è l’unico canale di finanziamento per tutte le banche italiane, spagnole e portoghesi. Per quale ragione un’espansione della spesa pubblica tedesca dovrebbe ridurre il debito pubblico italiano, per dire, o far crescere il prodotto interno lordo, quindi il gettito fiscale del nostro paese? Questo si realizzerebbe solo se la spesa pubblica addizionale si trasformasse in domanda per beni le imprese italiane non riescono a vendere; perché, se Berlino decide di costruire qualche nuovo ponte, dubito assai lo commissioni alla Cmc. Perché mai una crescita della domanda tedesca dovrebbe rendere competitive imprese che ora non lo sono o far rimanere in Italia quelle che, come nei recenti casi di Omsa e Alcoa o dell’amico mio piccolo imprenditore veneto, han deciso di muoversi altrove perché produrre in Italia è poco competitivo? Perché mai la domanda addizionale del Nord Europa dovrebbe ridurre i costi delle imprese italiane? Non è dato sapere.
Morale: questa crisi è solo iniziata e non è nemmeno chiaro quando e se essa terminerà, questo almeno se, con la parola “terminare”, intendiamo riferirci ad un agognato ritorno ad una situazione simile a quella che esisteva, per dire, nel 2003-2005. Quando smetteremo, se smetteremo, di essere in crisi sarà perché saremo riusciti, pazientemente e testardamente, a costruire un’Italia ed un’Europa molto diverse da quelle a cui gli ultimi cinquant’anni ci avevano abituati. Alternative non ce ne sono, anche perché il resto del mondo sta cambiando comunque e non sta certo lì ad aspettare che gli italiani aprano gli occhi e capiscano che mettere termine al proprio declino è solo responsabilità loro.

*Department of Economics – Washington University in Saint Louis

venerdì 20 gennaio 2012

Forconi Calabresi - Foto di Rivolta!

                                                     











                                                                                                                                                                          









"FORCONI CALABRESI"DOMANI SI BLOCCA LA STATALE 106"



CONFERMATO OGGI 20 GENNAIO ORE 9:00. CROTONE SI FERMA BLOCCHIAMO LA ROTONDA ALL'ALTEZZA DEL PANORAMA (Loc. Passovecchio) SULLA STATALE 106 PRECEDENZA SOLO AI CASI URGENTI... PER IL RESTO TUTTO BLOCCATO ORA SPARGETE LA VOCE E L'INCONTRO E' OGGI VENERDI PER LE 9:00.
SCENDIAMO IN COLLABORAZIONE CON IL MOVIMENTO DEI FORCONI SICILIANI, NOI SIAMO I FORCONI CALABRESI, CONTRO QUESTE MANOVRE E QUESTO GOVERNO CHE VUOLE PORTARCI ALLA ROVINA, ORA SE AVETE LE PALLE E' FINITO IL MOMENTO DI LAMENTARSI, PASSIAMO AI FATTI COINVOLGETE AGRICOLTORI, COMMERCIANTI, STUDENTI, FAMILIARI DISOCCUPATI, TUTTI! 
E' UFFICIALE I "FORCONI CALABRESI"BLOCCANO LA CALABRIA.


QUESTO NON E' IL MOMENTO DELLE DIVISIONI E DEI PARTITI POLITICI...
NOI PARTECIPIAMO! 
PASSATE PAROLA...

giovedì 19 gennaio 2012

IN RICORDO DI JAN PALACH, MARTIRE EUROPEO.


JAN PALACH
Nacque a Praga, in Cecoslovacchia, l’11 agosto del 1948. si iscrisse alla facoltà di Filosofia presso l’Università Carlo di Praga, dove assistette con interesse alla stagione riformista del suo paese, chiamata Primavera di Praga. Nel giro di pochi mesi, però, quella esperienza fu repressa militarmente dalle truppe dell'Unione Sovietica e degli altri paesi che aderivano al Patto di Varsavia. Praga viveva il quinto mese di occupazione militare e il numero degli esuli cresceva insieme alla rassegnazione. 
Nel tardo pomeriggio del 16 gennaio del 1969, con il freddo invernale e le luci che si smorzavano sulle mura gotiche del castello di Hradcany e su quelle barocche del quartiere di Mala Strana, Jan Palach si recò in Piazza San Venceslao, al centro di Praga, e si fermò ai piedi della scalinata del Museo Nazionale. Si cosparse il corpo di benzina e appiccò il fuoco con un fiammifero. Dopo tre giorni di agonia, restando sempre lucido, il suo cuore smise di battere. Ai medici disse di aver preso a modello i monaci buddhisti del Vietnam tra i quali il caso di Thích Quảng Đức, attirando l'attenzione mondiale.
Al suo funerale, il 25 gennaio, parteciparono circa seicento mila persone, provenienti da tutto il Paese. Jan Palach, prima di essere avvolto dalle fiamme, decise di non bruciare gli appunti e gli articoli in quanto rappresentavano i suoi pensieri e i suoi ideali. Tutto il materiale cartaceo fu chiuso in un sacco a tracollo e tenuto distante dalle fiamme. Tra le dichiarazioni trovate nei quaderni a righe da scolaro, Jan Palach, parlava di un’organizzazione che esprimeva la protesta e cercava di far scuotere la coscienza del popolo afflitto ormai dalla disperazione e dalla rassegnazione. L’obiettivo era di ottenere l’abolizione della censura e la proibizione del Regime Comunista. Non fu mai accertata la vera esistenza dell’organizzazione descritta da Jan Palach, ma grazie al suo sacrificio estremo la sua figura venne considerata dagli antisovietici come un eroe e un martire. In città e paesi di molte nazioni furono intitolate strade con il suo nome. Anche la Chiesa Cattolica, in persona del teologo Zverina, lo difese. Quel clima portò a drammatiche conseguenze con la morte di altri sette studenti, tra cui l’amico Jan Zajic, che seguirono il suo esempio nel silenzio più totale degli organi di informazione controllati dalle forze di invasione. 
Praga - Piazza San Venceslao
Dopo il crollo del Comunismo e la caduta del Muro di Berlino, la figura di Jan Palach fu rivalutata, nel 1990, dal Presidente Vàclav Havel che gli dedicò una lapide per commemorare il suo sacrificio in nome della libertà. L’anno precedente, invece, l’Amministrazione Comunale di Praga decise di intitolare, alla giovane vittima, il nome della Piazza fino ad allora dedicata all’Armata Rossa. Jan Palach rappresentò non solo un martire ma anche un simbolo nella lotta di una generazione contro la menzogna, la falsità e la crudeltà di un Regime che, nel nome dell’uguaglianza e della libertà, annullava l’uomo e la sua dignità dai valori e dalle tradizioni per soddisfare i bisogni di pochi. Non fu un suicidio per disperazione ma una azione offensiva, un gesto di un soldato che sacrificava la propria vita per gli altri, esortandoli a combattere.


NEMMENO LA NOSTRA GENERAZIONE 
HA PAURA!


ONORE A JAN PALACH!


Qui di seguito un video con la canzone "JAN PALACH " della Compagnia dell'Anello.



LINK:

INTERVISTA A JAN PALACH - PRIMAVERA DI PRAGA 1969.


mercoledì 18 gennaio 2012

LA RIVOLUZIONE CONTAGIA LA CALABRIA.



La “Forza d’Urto” dei nuovi vespri siciliani é sempre più incontenibile. Gli argini isolani hanno da poco ceduto. La Rivoluzione é ora in Calabria. Il fervore popolare ha attraversato lo stretto ed ha raggiunto la punta dello Stivale. Chissà se riuscirà ad abbracciare tutta la Patria. Forse, a quel punto, i telegiornali finalmente ne parleranno.
La rivolta popolare é comunque, ad oggi, ancora in fase embrionale. Sta a tutti noi italiani fare in modo che non si esaurisca. In queste ore, sono gli autotrasportatori calabresi che stanno facendo la loro parte. A Villa San Giovanni, importante crocevia della viabilità italica, luogo d’attracco dei traghetti da e per la Sicilia, snodo strategico in cui le merci vengono messe su ruota e smistate in tutta la nazione, tutto é fermo.
É la gente comune che fa l’Italia, la gente semplice, quella che lavora nelle raffinerie siciliane o sulle autostrade calabresi. Chi governa forse non ha ben compreso che senza di loro, senza di noi, l’Italia non esiste. Senza la preziosa manovalanza la società italiana si paralizza. E allora perché la si bastona con pesantissime tasse, perché le si nega la pensione e un posto di lavoro sicuro? L’economia va rilanciata, non repressa: la gente va aiutata, non spremuta come un limone e poi gettata via.
Monti sta accondiscendendo ad ogni richiesta dell’Europa, siamo ricattati, ci stanno facendo credere che senza il potere economico della BCE o del FMI l’Italia fallirà. Sempre più soldi verranno chiesti agli italiani. Vorrei davvero però sapere in quanti credono ancora nel progetto Euro. Quanti italiani sono veramente disposti a tutti questi sacrifici per mantenere in piedi l’idea di una moneta unica, di un Europa Unita. Nessuno ce l’ha chiesto, la voce del popolo italiano é stata messa a tacere, ci hanno imposto un governo tecnico che sta decidendo per noi, che ha già deciso di “dissanguarci e delacrimarci” tutti.
Siciliani e calabresi sono i primi di tanti esasperati. Ora serve anche l’apporto dei fabbricanti veneti, dei mercanti liguri, dei commercianti romani, dei negozianti napoletani, degli imprenditori milanesi: Tutti insieme recapiteremo a Monti e ai suoi commensali d’Europa un bel messaggio: “Giù le mani dall’Italia. Gli italiani non ce la fanno più a dover pagare per i vostri errori. Ridateci la nostra patria, la nostra sovranità.”
In Europa, storicamente, tutti i tentativi di super-agglomerazione di stati sono miseramente falliti: ne se qualcosa Cesare, Alessandro Magno, Ottone, Napoleone, quello psicopatico di Hitler. Prima le invasioni erano militarizzate: i popoli si sottomettevano con le guerre, con il terrore. Poi ci hanno provato con la “diplomazia politica”, con la creazione a tavolino della Jugoslavia e dell’URSS. Altri tentativi miseramente falliti. Non sono io a dirlo, é la storia.
Ora c’è solo un modo per compattare tutta l’Europa sotto una bandiera: l’invasione dei mercati, le speculazioni finanziarie e la compravendita dei debiti pubblici delle nazioni.
Le grandi banche lo possono fare, lo stanno facendo. Ci stanno compattando tutti per vampirizzarci più facilmente.

L’Italia però non ci sta, o meglio, ad oggi, siciliani e calabresi non ci stanno.

“SE UN UOMO CAMMINA CON LA SCHIENA RICURVA, LA SCHIENA SI STORCE. SE E’ UN POPOLO INTERO A FARLO, SI STORCE LA STORIA”.


Gioventù castrata.



“Non studio, non lavoro, non guardo la tv” cantava Giovanni Lindo Ferretti prima della sua crisi mistica con conseguente trasmutazione in hooligan di Giuliano Ferrara. Era il 1985, al governo c'era Craxi, al Quirinale arrivava Cossiga e il disagio sociale giovanile aveva a che fare soprattutto con le pere. Anche allora l'Italia era il fanalino di coda westeuropeo quanto a disoccupazione ma alla fine, vuoi il parente, vuoi la conoscenza, vuoi il partito, un posto “a 'sti poveri ragazzi” lo si trovava sempre.
Forse allora i CCCP non lo immaginavano - o forse si dato il background socialista - ma la loro “Io sto bene”, da cui è tratta la strofa sopra riportata, è diventata una sorta di inno generazionale dei giovani italiani degli anni zero, quelli sfigati s'intende.
Li chiamano NEET - acronimo che in inglese sta per "not in education, employment or training” e che nella nostra lingua può essere tradotto come “nè, nè” -  sono giovani tra i 16 e i 29 anni che non hanno un'occupazione, non vanno all'Università e non seguono corsi di formazione. Una nuova categoria sociale coniata in tempi non ancora sospetti - era il 1999 - dal report della task force anti-esclusione sociale del governo britannico e che nel 2010 comprendeva ben 2,2 milioni di giovani italiani.
I numeri, com'è ovvio, sono però destinati a crescere: l'Istat ha già lanciato l'allarme, indicando che tra gli under 25 la disoccupazione è al 30,1% e che il 72% delle giovani donne rinuncia a trovare un'occupazione nel breve periodo per dedicarsi alla casa e alla famiglia.
Bamboccioni spesso loro malgrado, i NEET sono persone che non hanno titoli di studio sufficienti o che al contrario hanno fin troppe lauree e specializzazioni, pronte ad inserirsi nel mercato del lavoro ma invano, perché intrappolati nel vicolo cieco della crisi e delle innumerevoli porte sbattute in faccia. Ragazzi che non vanno né avanti né indietro ma fluttuano in un mortificante limbo, con la terribile sensazione di non saper far nulla, di essere inutili. Il risultato è che in molti vengono svuotati a tal punto da questa condizione imposta da arrendersi alla disoccupazione, rinunciando a immaginare il futuro prospettatogli dai genitori quando i tempi erano migliori.
Stando al rapporto di Bankitalia sull’economia delle regioni italiane il nostro paese è il secondo in Europa per popolazione NEET, con un 24,2% di “nullafacenti”, ma gli esimi censori non tengono in debito conto che in questo particolare momento storico “cercare lavoro” è a tutti gli effetti un lavoro, full time e non retribuito tanto quanto i cosiddetti stage o tirocini formativi che l'istruzione propone agli studenti e che le aziende sfruttano come manodopera a costo zero.
Eurostat nel dossier “Methods Used for Seeking Work” ha rilevato come in Italia oltre due persone su tre in cerca di lavoro si affidano a un intermediario che può essere un parente o anche un sindacato, mentre le agenzie interinali e gli annunci sul web vengono snobbati in quanto “contatti a distanza”.
I dati riguardano il secondo trimestre del 2011 ma evidentemente non sono aggiornati. Basta andare in qualsiasi agenzia di collocamento, privata o pubblica che sia, per rendersene conto. Fino a poco tempo fa queste, soprattutto quelle private, scontavano la fama di essere fabbriche di precari malpagati con contratti al limite della legalità ed erano frequentate per lo più da immigrati o studenti alla ricerca del lavoretto per pagarsi i vizi: il 18% della popolazione secondo Eurostat.
Ora invece a compilare moduli e a consegnare curricula ci sono distinte signore, giovani italianissimi e soprattutto c'è un affollamento tale che spesso sulla porta compaiono cartelli in cui ci si scusa per il disagio ma “la consegna di cv è momentaneamente sospesa per eccesso di candidature e conseguente impossibilità di gestione”.
Delle due l'una: o le agenzie hanno degli archivi veramente striminziti oppure le persone non sanno davvero più a che santo votarsi pur di lavorare. Sempre secondo Eurostat la seconda via scelta per trovare un'occupazione consiste nel chiedere direttamente al datore di lavoro, stando alle tabelle del sondaggio oltre sei persone su dieci in cerca di occupazione si rivolge al principale.
Dato il “nanismo imprenditoriale” italiano, è normale che da Bruxelles considerino molto più semplice arrivare direttamente al capo, ma anche in questo caso la crisi, e soprattutto le cosiddette “manovre a contrasto”, hanno imposto le loro condizioni e per quanto sia facile presentarsi al datore di lavoro il passo successivo, ovvero farsi assumere in un qualche modo, è reso quasi impossibile.
Eppure l’eterogeneo popolo dei NEET costituisce un'immensa forza lavoro sprecata che, in congiunture economiche come quelle in cui sta affondando l’Italia, sarebbe fondamentale per uscire dalla crisi, ma si preferisce abbandonare questa forza a se stessa o peggio ancora la si convince, come provano a fare Ichino e Boeri, che la colpa sia di quelli che il lavoro già ce l'hanno e non vogliono rinunciare al tanto discusso articolo 18 che in realtà i lavoratori li tutela tutti, sia quelli di oggi che quelli che verranno.
Una gioventù castrata, disarmata e imbelle di fronte al sovvertimento di quella normalità generazionale che vorrebbe i figli vivere meglio dei loro padri. “Io sto bene, io sto male, io non so come stare” cantava nell'85 Ferretti. Sempre attuale.

di Mariavittoria Orsolato

martedì 17 gennaio 2012

Contro la speculazione finanziaria occorre disciplinare il ruolo delle agenzie di rating.



Ora basta! È arrivato il momento di riconsiderare l’operato delle agenzie di rating. Vere e proprie società private a scopo di lucro, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch, con le loro valutazioni non sempre infallibili, finiscono spesso col condizionare l’economia di un intero continente. Il declassamento operato la scorsa settimana da S&P ai danni di nove paesi europei, tra i quali la Francia, ha lasciato perplessi sia sotto il punto di vista della tempistica che del contenuto. Nel mese di novembre, la Commissione europea aveva redatto un progetto di regolamento per ridimensionare l’influenza delle agenzie di rating sulle società e sui governi e la bastonata delle “tre sorelle” è arrivata puntuale proprio quando sembrava andato in porto un primo rafforzamento della zona euro.
Del resto, nel 2008 la crisi dei mutui subprime aveva messo in luce i gravi conflitti d’interesse delle agenzie che, non curanti dei prevedibili effetti disastrosi, attribuirono la famosa “tripla A” a una serie di “prodotti tossici” che inondarono i mercati finanziari. Non meno eclatante fu la promozione a pieno titolo dell’istituto di credito Lehman Brother’s a sette giorni dal suo fallimento. Ciononostante, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch riuscirono a farla franca continuando a svolgere serenamente il ruolo di guardiani dell’economia mondiale.
La necessaria indipendenza di giudizio delle tre agenzie è minata dalla loro appartenenza a complessi gruppi finanziari, come nel caso di S&P, posseduta dal gruppo editoriale McGraw-Hill presente sul listino dello Stoc Exchange di New York e fra i cui principali azionisti figura il gestore di fondi capital World. Anche Moody’s è sullo stesso binario. La Berkshire Hathaway, primo azionista della società, risponde al nome di Warren Buffet che, secondo la rivista Forbes, nel 2007 e nel 2008 è stato l’uomo più ricco del mondo. Mentre Fitch, basata a New York e Londra, è controllata dal gruppo francese Fimalac, il cui presidente è l’imprenditore Marc Ladreit de Lacharriere, già al comando di importanti gruppi come Air France e France Telecom.
Sarebbe certamente sbagliato addossare le cause della crisi economica, che sta mettendo in difficoltà l’Europa, all’esclusiva azione delle agenzie di rating; ma gli errori collezionati dalle stesse negli ultimi anni hanno danneggiato gravemente i mercati e spesso indebolito le politiche economiche di molti Stati. Occorre prioritariamente eliminare questi errori per far si che le valutazioni dei rating riacquistino credibilità, consentendo al sistema economico di affrancarsi dall’asfissiante morsa della speculazione finanziaria. E questo risultato si potrà raggiungere soltanto con una sana consapevolezza da parte dei leader europei che le sorti dell’unione economica e politica, se ancora auspicabili, mal si conciliano con le anacronistiche aspirazioni di supremazia di qualche sedicente statista.

lunedì 16 gennaio 2012

Chi controlla le"Controllate " Standard & Poor’s e Moody’s?

Sarkò

La sperequazione è talmente macroscopica e il libero arbitrio altre sì evidente, che "l'anomalia a stelle e strisce"salta all'occhio come una trave in una scatola di stuzzicadenti!
Come era prevedibile l'ultima calata di scure elargita con precisione chirurgica sul collo d'Europa da una delle due"sorelle Americane del rating " Standard & Poor's, ha provocato un coro unanime di polemiche e proteste. Dalla Grecia fino All'Italia passando per la Spagna fino ad arrivare alla Francia, si è protestato per l’intempestività e le scarse blande giustificazioni addotte per un abbassamento del rating da molti considerato arbitrario e altamente ingiustificato.
Insomma l'ultima azione"destabilizza Mercati e affossa governi" ordinata dall'agenzia di rating americana Standard & Poor’s ha scatenato le ire di gran parte dei capi di stato di quel cumulo di macerie fumanti che è oggi  l'Old Europa.
Un declassamento quello ordinato da S & P che va a colpire pesantemente "tutti i paesi dell'Enclave dell'Euro " ma guarda caso non  la "nazionalista e dissidente"Germania, procurando nevvero un orgasmo multiplo alla grassa Merkel. Tuttavia il declassamento che ha suscitato più clamore sui mercati è stato quella inflitto alla Francia, che ha perso infine la sua tripla A.
La perdita della tripla A insomma è una tegola d'immane proporzione che s'abbatte sul collo del nano dell'Eliseo Sarkozy con la forza del maglio di un ramaio. Una tremenda botta che rischia di seppellirlo politicamente dato che a ottobre il furbo di Francia si era lasciato scappare l'infelice e auto lesiva frase : «Se la Francia perde la tripla A io sono un uomo morto».
L'amaro verdetto di S & P ovviamente ha suscitato le ire del premier, tant'è che Alain Minc, suo consigliere economico ha addirittura inveito contro gli analisti dell'agenzia di rating, bollandoli come pedofili della moneta: «Si tratta di un’azione svolta da persone con gravi comportamenti perversi».
Da ieri dunque la moneta unica dell’Unione europea è di fatto diventata "il marco".  Declassamento anche "alla nuova Italia del rigore" di Mario Monti, e per la nuova Spagna di Mariano Rajoy, che a braccetto del Portogallo scivolano di due gradini alla tripla B. Ancora un gradino sotto e il nostro e altri paesi risulterebbero sensibili il rischio di default.
Insomma  nell'ultima valutazione di S&P oramai diventato un gioco al massacro, posto in essere dalle sorelle d'oltre oceano del rating si è salvata di fatto solo la Germania di Angela Merkel, che viene ritenuto l’unico Paese sulla cui stabilità realmente poggia la moneta unica.

"Le sorelle Americane"
Standard & Poor's non è quotata in borsa ed è posseduta dal gruppo editoriale McGraw-Hill che è presente invece sul listino dello Stock Exchange di New York. Moody's Corporation è una società con base a New York che esegue ricerche finanziarie ed analisi sulle attività di imprese commerciali e statali. L'azienda realizza un omonimo rating per le attività che analizza. Un indice che ne misura la capacità di restituire i crediti ricevuti in base ad una scala standardizzata e suddivisa tra debiti contratti a medio termine e a lungo termine. Moody's insieme a Standard & Poor's sono le due maggiori agenzie di rating al mondo. Dal 19 giugno 1998 Moody's è quotata al New York Stock Exchange.
Del suo azionariato fa parte il magnate statunitense Warren Buffett.

( ndr. a buon intenditore poche parole)

domenica 15 gennaio 2012

Eroi al tramonto di un'era.




Utopia o anti-utopia, ordine o libertà, sicurezza o rischio? Il Novecento doveva dare una risposta a queste domande. Ci ha provato, con le sue guerre mondiali, con le sue ideologie, con il pendolo della politica che oscillava tra Stato e individuo. Ci ha provato, portando i suoi sogni allo zenit, e massacrandoli. Ci ha provato, con le sue terze vie, che sono apparse poi alla fine troppo banali o poco affascinanti o incapaci di rispondere a quel bisogno di assoluto o di nulla che ancora ci perseguita. Ci ha provato il Novecento, senza riuscirci, accontentandosi di dire: comunque siamo sopravvissuti e non è poco, ma lasciando la domanda, aperta, ai posteri, ancora ingabbiati nel dialogo tra il Grande Inquisitore e il Cristo, quella leggenda che Fëdor Dostoevskij lascia raccontare a Ivan Karamazov.

Ivan confessa al fratello Alësa di aver scritto un poema. Siviglia, Sedicesimo secolo, Inquisizione, Cristo decide di tornare nel mondo per riportare la Chiesa all'interno del Verbo. Ancora una volta servono i miracoli, qualcuno lo segue, qualcun altro lo crede un impostore, la legge decide la sua sorte. L'inquisitore, che ne riconosce l'origine divina, ordina comunque il suo arresto e lo condanna al rogo. Nella notte il gesuita si reca dal prigioniero e spiega i motivi della sentenza. Cristo - dice - non ha il diritto di interferire con le scelte della Chiesa, a cui ha trasmesso il suo potere e la sua autorità. Cristo ha sbagliato, si è illuso sul conto degli uomini. Ha concesso il libero arbitrio, la possibilità di scegliere. Ha proposto una religione adatta esclusivamente a individui superiori, capaci di addossarsi la fatica della libertà. «Nessuna scienza - argomenta il vecchio inquisitore - darà loro il pane finché resteranno liberi, e alla fine non potranno che deporre la loro libertà ai nostri piedi e ci diranno: rendeteci pure schiavi, ma sfamateci. Finalmente capiranno da soli che libertà e pane terreno a piacimento per tutti sono cose fra loro inconciliabili perché mai e poi mai sapranno dividerlo fra loro! (…) Io ti dico che non vi è per l'uomo affanno più grande che quello di trovare al più presto qualcuno a cui rendere il dono della libertà che quello infelice ha avuto nascendo. Ma si impossessa della libertà degli uomini solo chi pacifica la loro coscienza. Con il pane ti si offriva una bandiera inattaccabile: dagli il pane e l'uomo ti si inchinerà poiché non vi è nulla di più indiscutibile del pane… Anziché impossessarti della libertà umana, tu l'hai potenziata e hai oppresso per sempre con il fardello dei suoi tormenti il dominio spirituale degli uomini. Tu hai voluto il libero amore dell'uomo affinché ti seguisse liberamente, ammaliato e conquistato da te…».

sabato 14 gennaio 2012

Perché Unicredit si rilancerà e perché all’Italia conviene tifare per lei.



Unicredit ha dovuto ricapitalizzare. Cosa si intende con questa espressione? Ricapitalizzare significa aumentare il patrimonio netto attraverso apporti di denaro che, nel caso specifico dell’istituto di Piazza Cordusio, dovrà essere pari a 7,5 miliardi. Nelle società per azioni, ed a maggior ragione in questo caso, la ricapitalizzazione può avvenire con l’emissione di azioni con un diritto di opzione prevista per chi è già in possesso di titoli Unicredit. Infatti, dal 4 gennaio è partita la vendita delle azioni della banca che, nelle cinque sedute d’inizio anno, hanno perso il 38%, passando dai 6,42 euro del 30 dicembre ai 3,98 euro di lunedì scorso. Per quanto la discesa possa sembrare brusca, non si tratta di un crollo improvviso, ma di una situazione comunque prevista. L’operazione di ricapitalizzazione di Unicredit ha un importo record, mai nessuna banca si era spinta così in là. In ordine cronologico è la ricapitalizzazione più alta degli ultimi 15 anni, dopo la scalata a Telecom Italia di 13 anni fa e l’operazione Enel. Ma se le grandi capitalizzazioni precedenti erano inquadrate in un discorso di crescita, questa di Unicredit servirà a potenziare l’equilibrio finanziario, cioè si chiedono soldi al mercato perché c’è scarsità di liquidità. Dunque, proprio l’importo monstre della manovra ha avuto bisogno di un forte “sconto”, in parole povere il prezzo di emissione delle nuove azioni è stato di 1,943 euro. I vecchi azionisti di Unicredit hanno dovuto scegliere se aderire all’aumento o meno: nel primo caso hanno sottoscritto due nuove azioni per ogni vecchio titolo posseduto, per cui un investitore che aveva in mano un’azione Unicredit che per la Borsa valeva 6,33 euro, dopo l’aumento di capitale se ne ritroverà due in più pagati a 1,943 l’uno, quindi con un portafoglio di 10,2 euro, vale a dire con un prezzo medio per ogni azione di 3,4 euro, un valore ancora accettabile nonostante i fortissimi ribassi e nonostante la ricapitalizzazione.
 Tutto questo semplicemente ci restituisce l’idea di una situazioine in cui i movimenti, seppur bruschi al ribasso, non possono essere considerati come segnali di sfiducia del mercato, ma semplicemente tecnicismi indotti dalla manovra stessa.
 L’unica certezza che abbiamo in questo momento è che quello di Unicredit è il primo grande test che tra non molto, anche su richiesta dell’European Banking Authority (Eba), dovranno sostenere anche le altre banche italiane ed europee per rafforzare il patrimonio. Il problema tuttavia è che i capitali scarseggiano e nessuno ci dà la sicurezza che da qui in avanti possano coprire tutte le richieste di tutte le banche. Per questo motivo, andare per primi sul mercato e anticipare questa operazione potrebbe rivelarsi una scelta vantaggiosa, e anticipando la concorrenza potrebbe significare pagare meno di chi andrà sul mercato nei prossimi mesi, quando tutti si affolleranno e chiederanno capitali freschi. Se tutto andrà per il meglio, alla fine della capitalizzazione, intorno all’inizio del prossimo mese di febbraio, la banca dell’ad Federico Ghizzoni potrebbe ritrovarsi leader in Europa per capitali e liquidità, consentendo così alle filiali sparse sul territorio di poter aumentare il credito alle imprese e alle famiglie, soprattutto in questo ultimo periodo storico in cui in Italia abbiamo la necessità di cominciare a crescere di nuovo.
Sergio Marchionne
Non ci vuole un molto per capire che qualcosa, nel mondo del lavoro e soprattutto della contrattazione sindacale, sta cambiando. La recente vicenda della Fiat targata Marchionne lascerà, molto probabilmente, un segno evidente ed indelebile da qui ai prossimi anni.
La strategia del’ad dal maglione blu è stata premiata dalla Borsa, con qualche difficoltà nella fase di avvio (ma solo per l’impossibilità del paragone con precedenti andamenti del titolo), e ha radicalmente trasformato l’assetto novecentesco della Fiat sposando un modello di crescita fondato sull’aggregazione di attività non omogenee.
Ma non è su questo che vogliamo interrogarci, piuttosto sulla definizione dei criteri della rappresentanza sindacale, a causa della quale si sprecano analisi ed epiteti nei confronti di Marchionne: tanto a Mirafiori quanto a Pomigliano la “soluzione” non è solo nuova, ma ha trovato una soluzione dotata di un valido fondamento giuridico (l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori del 1970) per estromettere la FIOM dalla gestione degli accordi aziendali. La norma della legge n.300 fu manipolata da un quesito referendario (presentato e sostenuto nel 1995 dalla sinistra sindacale tra cui ampi settori della stessa FIOM) tanto da riconoscere il diritto di costituire rappresentanze sindacali aziendali (RSA) soltanto alle organizzazioni firmatarie del contratto che si applica nella azienda. E’ vero. Intese contrattuali precedenti e successive hanno istituito le RSU, ma il destino ha voluto che toccasse proprio alla FIOM, sempre pronta a rivendicare, insieme alla CGIL, norme di legge al posto di disposizioni contrattuali ( lo abbiamo potuto notare recentemente durante il dibattito sulla conciliazione e l ‘arbitrato) incontrare sulla sua strada una impresa che le ha sbattuto in faccia proprio una norma di legge, per di più scritta nel sancta sanctorum del diritto del lavoro.
Si può essere, anche da destra, contrari a questo modo, insolito, di condurre una trattativa. Tuttavia va apprezzato il coraggio di affrontare la forza la politica dei veti incrociati dei sindacati, come la Fiom, arroccata su posizioni ormai incomprensibili alla maggioranza delle parti in causa. Una sfida soprattutto per l’attuale governo che ha sempre cercato di girare al largo degli argomenti politicamente sensibili (si pensi alla scelta di archiviare qualsiasi ipotesi di revisione dell’articolo 18 dello Statuto o di non prendere di petto il tema delle pensioni). Ha avuto in cambio una guerra senza quartiere da parte della CGIL. Non sarebbe il caso di condurla fino in fondo?

Dopo il ‘No’ della Consulta tocca al Pdl guidare le riforme.



Nessuna sorpresa: la palla passa al Parlamento. La decisione con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili i quesiti referendari per l’abrogazione del ‘porcellum’ – una legge dalla “pelle dura”, prendendo a prestito una colorita ed efficace espressione del senatore Lauro – era nell’aria. Così come era prevedibile, anche se non giustificabile, l’attacco frontale Di Pietro alla Consulta e al Capo dello Stato. Un attacco censurato dallo stato maggiore del Pd, ma non da alcuni suoi esponenti come il vice capodelegazione del partito di Bersani al Parlamento europeo, Andrea Cozzolino, che si sarebbe aspettato dai giudici costituzionali “maggiore coraggio”. Nulla di nuovo: anche in materia di legge elettorale la sinistra procede in ordine sparso con poche idee ma confuse. E il dispiacere ostentato da Bersani per la bocciatura di un referendum che, secondo l’Idv, non ha neanche firmato personalmente ne è una prova eloquente, al limite del ridicolo.

Eppure è tempo che il ‘porcellum’ passi alla storia, per lasciare il posto non solo ad una nuova legge elettorale ma anche a una ridefinizione dell’architettura costituzionale dello Stato. Sono queste le riforme che spettano alla politica e che non ammettono ulteriori ritardi. Sintetizzando le parole del presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, “tocca ora al Parlamento fare una legge che consenta ai cittadini di scegliere sia il governo che i parlamentari”. E’ questo l’effetto politico della decisione della Consulta. E, come sostiene Renato Brunetta, “da oggi il Parlamento non ha più alibi, è su di esso che grava intera la responsabilità di quelle riforme che tutti dicono improcrastinabili”. La scelta del bipolarismo, che ha rappresentato una parte significativa della rivoluzione politica seguita alla discesa in campo del Cav, va ribadita e, semmai, potenziata. “La storia di questi ultimi vent’anni – ricorda saggiamente Renato Brunetta – ci dimostra che la riforma della legge elettorale è necessaria ma non sufficiente”. E secondo l’ex ministro “è indispensabile intervenire direttamente sulla Costituzione e trasformare la tendenza pluridecennale al presidenzialismo di fatto in un sistema equilibrato di presidenzialismo formalmente regolato”. Non c’è dubbio che i cittadini vogliano decidere oltre chi li rappresenta anche e soprattutto chi li governa. Ed è in questa direzione che va attivato un percorso riformista che non può non vedere, per storia e credibilità, il Pdl impegnato in prima fila.

venerdì 13 gennaio 2012

Forti e degni contro le nuove ghigliottine...

di Gabriele Marconi


Gabriele Marconi
Ho sempre avuto in uggia gli ottimisti a oltranza. Rischio il coma diabetico quando vedo le pubblicità con Tonino Guerra sul “profumo della vita” e via zuccherando. La speranza di un domani migliore, è comunque sacrosanta anche quando si è coscienti delle eterne magagne del mondo. Mai, però mi sarei aspettato di dover vedere di nuovo le porcherie che avevano infangato (e spesso insanguinato) l’Italia degli anni Settanta.
Quando uscimmo con la copertina che riproponiamo questo mese (era il 5° numero di Area, Luglio/Agosto 1996), anche allora certe cose sembravano ormai appartenere a un passato sepolto. E il regime che denunciavamo era ben poca cosa rispetto a quello di oggi, anche se già allora gli intellettuali organici teorizzavano l’alleanza tra “sinistra buona” e “capitalismo responsabile” per uscire dalla crisi; già allora sbrodolando senza vergogna agiografie per i nuovi ministri «belli, coltissimi, disinvolti e ben vestiti». Corsi e ricorsi…
Appena caduto il governo Berlusconi, lo scorso dicembre i nuovi “padroni del vapore” hanno messo sul tavolo una manovra vampiresca, e per distogliere l’attenzione del popolo bue è stata scatenata una nuova caccia alle streghe. Così ci siamo ritrovati improvvisamente in un clima di persecuzione in perfetto stile anni Settanta, con linciaggi mediatici e di piazza, epurazioni e inquisizioni giudiziarie che avrebbero del grottesco se non coinvolgessero persone vere…
Arresti in pompa magna a seguito di “pericolosissime” scritte murali.
Galantuomini come Gianfranco de Turris messi alla gogna per aver scritto prefazioni a libri di un autore poi impazzito. E suoi colleghi come Gad Lerner che, dimostrando una disonestà intellettuale di vomitevole perfezione, fingono di non conoscerlo, descrivendo uno tra i più limpidi uomini di cultura esistenti oggi in Italia come un miserabile cattivo maestro, complice morale degli omicidi di Firenze.
Un movimento - Casapound - che l’impazzito frequentava indicato come responsabile fino a chiederne la messa al bando.
Un console italiano come Mario Vattani messo “sotto inchiesta interna” perché canta in una band di rock identitario…
Ogni giorno pensiamo di aver toccato il fondo, ma ogni giorno veniamo disgraziatamente smentiti. Attacchi a tutto campo, con personaggi d’ogni genere che gettano la maschera “trasversale” rivelando una foga inquisitoria da Terrore giacobino.
Giornali che dovrebbero essere “seri” che scrivono articoli deliranti contro colleghi “di destra”: e questa è successa a noi di Area, “accusati” non solo di aver sempre collegato le varie anime del nostro ambiente (cosa di cui andiamo orgogliosi) ma - udite udite! - addirittura di ospitare rigurgiti neonazisti e di essere invischiati con la ’ndrangheta calabrese: a quel poveretto che ha scritto l’articolo ricorderei che gente che fa affari con l’“onorata società” non annaspa per arrivare a fine mese come noi, ma se ne sta bello bello spaparanzato al sole… Ci scherziamo su, ma come si fa a scrivere certe cose? Dov’è l’onestà intellettuale? Dov’è la dignità?
E oltre a tutto questo, il sistema - votando a maggioranza l’interpretazione retroattiva di una norma nuova, contro ogni regola del diritto - sta provvedendo acché le voci libere vengano messe a tacere. Stanno cercando di mandare in bancarotta decine di piccole testate, le sole in grado di garantire la pluralità dell’informazione, così che rimangano solo quelle organiche (che altro non sono se non i lacchè dei banchieri) a fare da scendiletto cantando lodi servili a questo potere tecnocratico e capitalcomunista. Non si pensi che solo perché ancora non si è stati colpiti si possa dormire sonni tranquilli: riguarda tutti e toccherà a tutti se non faremo quadrato.
Area è entrata nel diciassettesimo anno di vita. Ragazzini che hanno cominciato a leggerci in quel lontano 1996 adesso sono padri di bambini che ci auguriamo possano a loro volta essere nostri lettori in futuro. Perché sia possibile, però, perché Area continui ad esser territorio di discussione e di elaborazione, terreno fertile di politica e cultura, abbiamo bisogno del sostegno di tutti: abbonamenti, presentazioni, proposte. In parole povere: movimentare tutte le energie possibili.
A tutti voi, a tutti noi, l’augurio per il 2012 è lo stesso di sempre, l’unica cosa che da sempre chiediamo al Cielo: mantienici forti e degni per combattere ogni giorno la nostra buona battaglia.

giovedì 12 gennaio 2012

“Unioni civili e aborto offendono la dignità dell’uomo”.


SS Benedetto XVI 
Chiaro e forte il monito che Benedetto XVI ha voluto lanciare ieri nel corso del suo discorso al Corpo diplomatico accreditato in Vaticano. Il Papa ha espresso preoccupazione  per “le misure legislative che non solo permettono, ma talvolta addirittura favoriscono l’aborto, per motivi di convenienza o per ragioni mediche discutibili”. Allo stesso modo il Pontefice ha denunciato anche “le politiche lesive della famiglia che minacciano la dignità umana e il futuro stesso dell’umanità”.

“Nel mondo occidentale – ha detto Ratzinger nel corso del suo intervento – ci sono leggi che si oppongono all’educazione dei giovani e di conseguenza al futuro dell’umanità”.  Il Papa ha ribadito la centralità della famiglia “fondata sul matrimonio di un uomo con una donna” ed ha lanciato un appello per la sua  difesa.
“Questa – ha spiegato ai 180 ambasciatori riuniti nella Sala Regia – non è una semplice convenzione sociale, bensì la cellula fondamentale di ogni società”. Secondo il Santo Padre occorrono politiche che  valorizzino e aiutino così la coesione sociale e il dialogo. “È nella famiglia, infatti, -  ha ribadito – che ci si apre al mondo e alla vita, che è segno di apertura al futuro. In questo contesto, Benedetto XVI ha ricordato con soddisfazione come una espressione di “apertura alla vita”, la recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che, ha rilevato, “vieta di brevettare i processi relativi alle cellule staminali embrionali umane, come pure la Risoluzione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, che condanna la selezione prenatale in funzione del sesso”.

mercoledì 11 gennaio 2012

11 Gennaio 1979 – In ricordo di Stefano Cecchetti


Stefano Cecchetti
Ma la tragica giornata del 10 gennaio 1979 non è conclusa con gli scontri e con la morte di Alberto Giaquinto, ucciso da un poliziotto in borghese nel quartiere Centocelle, che un’altra tragedia stava per verificarsi sempre nella città di Roma. L’11 gennaio del 1979, mentre i telegiornali nazionali battevano la notizia e mettevano in scena la parodia sulla verità dell’omicidio Giaquinto, l'altra faccia della strategia del terrore, i comunisti, si muovono per offrire anche il loro contributo all'anniversario di Acca Larentia.
Il metodo prescelto è quello già sperimentato per uccidere Zicchieri: sparare da un'auto in corsa. Una tattica vile, che non prevede nessuna possibilità di reazione e bassissimi rischi. Il commando omicida non sceglie neppure le vittime, non compie un "gesto politico simbolico", come nel caso dell'assalto di via Acca Larentia, colpisce nel mucchio, con un solo obbiettivo: uccidere un fascista. Nel quartiere Talenti, Montesacro alto, in via Capuana, angolo con largo Rovani, davanti al bar “Urbano”un bar di quelli frequentati da giovani di destra, ma certo non solo da loro, vi erano seduti tre ragazzi che chiacchieravano. Alessandro Donatone, Maurizio Battaglia e Stefano Cecchetti, tutti diciassettenni. Si commentavano gli episodi della giornata, con rabbia, orrore, dolore per Alberto Giaquinto, anche se nessuno lo conosceva di persona: era un camerata ed era stato assassinato.
Mancavano pochi minuti alle otto di sera quando una macchina a fari spenti si avvicinò al bar. Una Mini Minor di colore verde metallizzato, con il tetto bianco e una targa molto strana, G2.
All’interno, tre persone, tutti a volto coperto da passamontagna. Il primo era al volante, mentre gli altri due, abbassarono il finestrino e a braccia tese impugnarono due pistole, una calibro 7.65 e una calibro 9. Faceva buio e freddo quando i ragazzi escono, non fanno neppure caso ad un'auto che si mette in moto, non vedono neppure le canne delle armi uscire dal finestrino, sentono solo i colpi secchi. I due iniziarono a sparare e per tre interminabili minuti, sui ragazzi e sul bar cadde una pioggia di piombo. La macchina, prima di dileguarsi, si fermò di nuovo all’angolo con via Breme, questa volta per colpire un altro gruppo di ragazzi. Sul selciato, i corpi dei tre ragazzi, feriti gravemente ma ancora vivi. Furono soccorsi da alcuni passanti e trasportati d’urgenza all’ospedale. Alessandro Donatone, fu raggiunto da tre proiettili al gluteo, all’anca e al polso. Ricoverato nel reparto di chirurgia e sottoposto a continue trasfusioni di sangue. Maurizio Battaglia, invece, fu colpito lievemente alla gamba destra. Stefano Cecchetti, infine, fu colpito al bacino e al torace, provocando gravissime lesioni interne e la rottura dell’aorta. Fu sottoposto ad un intervento chirurgico per quasi sei ore ma il suo cuore smise di battere poco dopo, senza più riprendere conoscenza. Intanto, alla redazione giornalistica dell’Ansa, la rivendicazione, da parte di un uomo, del ferimento dei tre fascisti ad opera dei “Compagni organizzati per il comunismo”, che rimarranno impuniti...
La famiglia Cecchetti abitava in un appartamento di via Davanzati. Il padre era usciere in banca. La figlia Carla, ventuno anni, era iscritta alla facoltà di Giurisprudenza. Il figlio minore, Stefano, era nato a Roma il 25 maggio del 1962, frequentava il terzo anno del Liceo Scientifico Nomentano. Era un simpatizzante del Fronte della Gioventù. Un ragazzo scherzoso e simpatico. Alto e con i capelli lunghi. Appassionato di moto, di calcio e di musica. Amava portare i Camperos, considerati di destra, ma anche le Clarks, considerate invece, di sinistra. Per lui era un sogno calzare le Desert Boot originali. L’occasione si presentò quando nella palazzina si sparse la voce che un vicino del condominio sarebbe andato a Londra per un viaggio di lavoro. Stefano Cecchetti, raccolse tutti i suoi risparmi e implorò il vicino per comprargli un paio di scarpe colore sabbia. Amava, soprattutto, giocare a flipper. Le sue prime partite con un solo tasto, poi, da solo, con l’obiettivo di superare il record e ottenere una partita gratis. Subito dopo la sparatoria, davanti al bar “Urbano”, si radunarono i primi militanti, formando una specie di sacrario con bandiere del Movimento Sociale Italiano e un cartello con una scritta nera e alcune croci celtiche. In realtà, i tre ragazzi non avevano nessuna tessera di partito e soprattutto non avevano precedenti politici noti, ma nell’immaginario collettivo, il bar “Urbano”, era considerato un ritrovo privilegiato per i militanti della destra da quasi due anni, per un motivo ben preciso. Il 30 marzo del 1975, si era consumata una piccola tragedia familiare. Bruno Giudici, dipendente di banca, scendendo giù la bar, vide il figlio, Vincenzo, coinvolto in una furibonda rissa e aggredito da un militante della sinistra extraparlamentare. Bruno Giudici riuscì a porre fine alla rissa e a recuperare il figlio. Ma dopo l’aggressione, tornato a casa, avvertì un forte dolore al petto accasciandosi al suolo. Morì di infarto nel giro di poche ore. Da allora, quel bar, fu considerato come un avamposto per i militanti di destra. La Magistratura romana non fu capace di individuare i responsabili. Nessun identikit, nessuna traccia, nessun elemento per condurre le indagini sull’omicidio di Stefano Cecchetti. In ospedale, alla notizia della morte di Stefano, i genitori, svennero. Il riconoscimento della salma fu affidato alla sorella, Carla. Il corpo di Stefano era adagiato sul lettino della sala operatoria coperto dal telo verde del reparto di chirurgia ancora sporco di sangue e con gli occhi semichiusi. Il giorno delle esequie, Carla, vestì per l’ultima volta il fratello. Un maglione a girocollo, un paio di pantaloni di velluto a costa larga e le sue amatissime Clarks Desert Boot color sabbia. Il rito funebre si tenne a Tuscania, in provincia di Viterbo, in forma privata. Tra i presenti tantissimi compagni di scuola. Tutti i vestiti e le cose di Stefano furono distribuite fra gli amici. L’unica colpa di Stefano Cecchetti fu, nel momento dell’agguato, di avere i Camperos e trovarsi davanti a un baretto di fasci.

Nel Tuo ricordo la nostra lotta!

STEFANO CECCHETTI: PRESENTE!