Salviamo i nostri Marò

Salviamo i nostri Marò
I nostri due militari devono tornare a casa

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

domenica 19 febbraio 2012

Le radici di un'idea Comune: Il Laboratorio Culturale Aslan Intervista il partito di Governo Ungherese.



E' per noi un enorme piacere poterci confrontare con voi, fratelli ungheresi. Le storie degli ultimi mesi hanno appassionato tutto il mondo, in particolare quei popoli e quelle nazioni libere che vedono nell'operato del Governo Orban un'azione interessante. I mass media stanno attaccando massicciamente la politica che punta nella direzione della riconquista della sovranità nazionale. Le contestazioni, in Ungheria come in Italia, sono state capeggiate da coloro che incitano alla libertà ma paradossalmente contestano il principio del potere popolare. Nonostante tutto, lo spirito di Budapest del 1956 sembra non essersi spento: se prima i nemici erano coloro che invadevano con i carri armati le città libere d'Europa, ora il potere sembra essere più infimo, le armi sono le agenzie di rating e i mandanti hanno volti sconosciuti e siedono dietro le scrivanie della finanza internazionale. Il "Fidesz", il partito di maggioranza magiaro, sta dimostrando coraggio, tentando di far uscire l'Ungheria dalla crisi con dignità e a testa alta.

I Telegiornali di tutto il mondo hanno gettato un'ombra sull'Ungheria, accusando il Fidesz ed il Governo Orban, di aver imposto una dittatura al popolo Magiaro. Come rispondete a queste accuse?

Il primo ministro ha affermato:  "Sulla questione dei diritti, la costituzione protegge tutti i punti della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Quindi dichiara l’inviolabilità della dignità umana, il diritto alla libertà, la sicurezza della persona e la protezione della proprietà privata."

Gli stessi media che vi accusano di estrema autorevolezza calcano molto la mano sulla questione della comunicazione. Siete stati accusati di voler imbavagliare il giornalismo attraverso leggi che censurano l'informazione. Cos'è successo esattamente?

Le nuove leggi sui media in Ungheria sono conformi a quelle dell’Unione Europea. Su queste critiche, Szalai ha dichiarato che l’obiettivo era più “Una prevenzione e non una punizione” e che i tribunali devono applicare i “Princìpi di gradualità, stessi trattamenti e penalità proporzionate” per i giornalisti.

Quali sono le azioni che state portando avanti per uscire dalla crisi?

Tra i risultati di questi 18 mesi, c'è il miglioramento del debito pubblico dell’Ungheria, un positivo bilancio fiscale e lo scioglimento dell’organizzazione paramilitare che minacciava le etnie di minoranza. Le riforme prevedono cambiamenti nel sistema governativo, legislativo, municipale, giudiziario e educativo, diverse saranno anche le tasse, le pensioni, ma anche i servizi sociali e l’assistenza sanitaria nazionale. “Abbiamo riorganizzato tutti i sistemi che prima alzavano il debito pubblico”. A partire da Giugno i cambiamenti attuati dal Fidesz saranno completati, e dopo ci sarà un periodo di calma, parola di Janos Lazar, capogruppo al parlamento.

In Italia, nei nostri concerti, cantiamo a squarciagola la canzone "Avanti ragazzi di Buda", brano che narra la rivolta del 1956. Che peso hanno questi eventi nella storia dell'Ungheria e nella vostra militanza politica?

La legge fondamentale dell’ungheria (25 aprile 2011) dice: "Siamo d’accordo con i membri del parlamento libero, che proclamò come prima decisione che la nostra libertà ebbe inizio durante la rivoluzione del 1956”.

Cosa pensate dell'attuale Unione Europea e quale è la vostra idea d'Europa?

"E’ nell’interesse dell’Ungheria che l’unione europea sia forte e unita e che la zona Euro esca dalla crisi al più presto possibile, afferma il ministro degli esteri Janos Martonyi." Il governo ungherese è pronto a dialogare con tutti su qualunque questione ma non accetta che nessuno metta in dubbio la nostra democrazia. Martonyi continua: "Chiediamo ai nostri vicini di abituarsi all’idea che non esiste un’identità individuale senza un’identità condivisa. Se capiranno questo, capiranno meglio l’identità Europea”.

La costituzione ungherese, attraverso una recente riforma approvata dal parlamento, sottolinea i principi saldi che guidano il popolo magiaro. Si parla di Dio e di Patria, come concetti imprescindibili a cui fare riferimento. Da cosa nasce la necessità di evidenziare questi argomenti?

Le leggi dell’Ungheria si basano sulla libertà dell’individuo e sul rafforzamento dei valori costituzionali e democratici della carta dei diritti dell’Unione Europea, afferma il presidente Pal Schmitt alla celebrazione della nuova costituzione, e riafferma che la famiglia, l’ordine pubblico, la casa, il lavoro e la sanità sono i valori principali.

Che importanza hanno, le radici e le tradizioni nella vostra visione del fare politica?

Il deputato Tibor Navracsis ha detto: "La nuova costituzione ha grande importanza sia pratica che simbolica.  Provvede a una fondazione per il nuovo spirito dell’Ungheria. Pensa al passato, presente e futuro della nazione e ai valori fondamentali del popolo ungherese."


sabato 18 febbraio 2012

Gli interessi dell’Italia e la «guerra preventiva» degli Usa all’Iran.

di Massimo Fini



Un giovane scienziato iraniano, Mostafa Ahmadi-Roshan, 32 anni, che lavorava al sito nucleare di Natanz, il più importante del Paese, è stato assassinato a Teheran da un commando in motocicletta che ha fatto saltare la sua auto, una Peugeot 405.

Con lui sono morti l’autista e un passante. Le autorità iraniane, anche se non al più alto livello, hanno accusato i servizi segreti di Stati Uniti e Israele di essere gli autori dell’attentato. È difficile dar loro torto. Nel giro di poco più di un anno è il quarto scienziato iraniano impegnato nel programma nucleare che viene ucciso, e sempre con le stesse modalità: commando in motocicletta. Non può essere una casualità. Del resto Mossad e Cia ci hanno abituato ad azioni molto «disinvolte», per dir così, che calpestano ogni legalità internazionale e, a volte, la stessa sovranità di Paesi alleati (caso Abu Omar, rapito a Milano da agenti Cia, portato nella base Usa di Aviano e da lì trasferito nell’Egitto dell’alleato Mubarak, per esservi torturato). Ci chiediamo cosa sarebbe successo a parti invertite, se quattro scienziati israeliani fossero stati uccisi a Tel Aviv da agenti stranieri.

Come minimo un putiferio diplomatico e mediatico e forse peggio. Ci chiediamo, con un certo sgomento, fino a dove voglia spingersi l’aggressività israelo-americana nei confronti dell’Iran. Si sa per certo che sono pronti da almeno due anni piani di attacchi militari (forse anche con atomiche tattiche) ai siti nucleari iraniani, e che esercitazioni in questo senso sono state svolte dagli israeliani partendo dalla base Usa di Decimomannu, in Sardegna.

La questione, com’è arcinoto, è quella del nucleare iraniano. Questione che, a lume di logica, appare incomprensibile. L’Iran, a differenza di Israele, ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, accetta le periodiche ispezioni dell’Aiea che non hanno mai trovato che nei siti iraniani l’uranio sia stato arricchito oltre il 20% che è il limite necessario, e consentito, per gli usi civili e medici (per la Bomba bisogna arrivare al 90%). Che cosa si vuole ancora dall’Iran? Che voglia farsi l’atomica è un puro processo alle intenzioni, che ricalca quella teoria della «guerra preventiva» che Obama sembrava voler abbandonare. Eppure il Consiglio di Sicurezza dell’Onu continua a emanare sanzioni contro la repubblica islamica e Washington sta cercando di forzare la mano alla Ue e ai singoli Paesi europei perché ne vengano varate delle nuove. Ora, l’Italia è il secondo partner commerciale dell’Iran e il suo interscambio petrolifero col Paese degli ayatollah è del 14% (mentre per la Francia, che sta facendo la voce grossa, come in Libia, è solo del 3%). Ha detto, mi pare molto saggiamente, il presidente della Camera di Commercio iraniana, Mihammad Nahavandian; «Considerando la crisi economica in Europa, è un peccato perdere le opportunità di investimento in un mercato emergente come l’Iran. Queste misure ingiustificate finiranno per portare a perdite reciproche».

L’Italia ha o no il diritto di difendere i propri interessi nazionali, o dovrà sottostare per sempre a quelli americani e all’eterno ricatto morale di Israele che, per lo sterminio di 65 anni fa, si sente autorizzato a tutto, anche ad ammazzare cittadini stranieri sul loro territorio?

Berlino affama la Grecia ma gli vende i sottomarini.



Se fossimo meno conformisti ed istituzionalmente paludati con gli stranieri almeno quanto siamo pronti al bordello televisivo quando parliamo di noi, la visita in Italia del presidente federale tedesco Christian Wulff poteva essere l’occasione per porgli un paio di domande. Non parliamo delle accuse di aver ricevuto favori e regali illeciti che gli muovono in patria, compresa una vacanza pagata a Castiglioncello. A Wulff, che ha approfittato dell'ospitalità al Quirinale per dire che Monti è ok “ma non deve fermarsi a metà strada” (immaginiamo Napolitano che dice le stesse cose a Berlino su Angela Merkel), ci piacerebbe chiedere altro.

Primo: se trova in linea con lo spirito e la lettera dell'Unione europea che il nuovo trattato di bilancio sia adottato senza informarne le opinioni pubbliche né chiedere una ratifica popolare o parlamentare. Nel '92 per il trattato di Maastricht occorsero quattro anni di confronti, e direttamente o attraverso i loro eletti i cittadini dissero la loro, con non poche bocciature. Adesso la Germania impone che misure destinate a cambiare ancora più la vita degli individui e delle società siano decise con maggioranze condominiali da una ristretta oligarchia riunita a Bruxelles o meglio ancora in conference call con Berlino.

Seconda domanda: se, nella sua qualità di garante della Costituzione tedesca del ‘49, che ha tra i pilastri la non ingerenza negli affari degli altri paesi – e in base a questa la Germania si è astenuta da tutte le operazioni militari non autorizzate dall'Onu – ritiene normale che la Merkel vada a fare campagna con Nicolas Sarkozy nelle elezioni per l'Eliseo. Mentre il segretario della Cdu, il suo partito, spiega che lo sfidante socialista Francois Holland “propone concetti vecchi e polverosi e fantasie di sinistra che renderebbero difficile un proseguimento della solidarietà europea”. Scusi Herr Wulff, lungi da noi la simpatia per la sinistra polverosa, ma di quale solidarietà stiamo parlando? Atene che brucia ci ricorda sinistramente un romanzo ed un film di successo, appunto “Parigi brucia?”. Era la domanda che Adolf Hitler ripeteva ossessivamente al governatore militare tedesco Dietrich von Choltitz mentre questi stava firmando la resa agli Alleati. Il Fuhrer voleva che la Wermacht non lasciasse dietro di sé altro che ponti e monumenti in fiamme: una Ordalìa punitiva per non essersi assoggettati al disegno egemonico nazista. Lo sappiamo, si tratta di paragoni che appaiono oggi spropositati e rischiosi.

Quando la cenere degli incendi e delle devastazioni dei black bloc (a proposito: complimenti ai tedeschi anche per averne fatto dei mezzi eroi) si sarà posata, e naturalmente Berlino e Bruxelles avranno stabilito che l'austerità della Grecia non basta ancora, ci accorgeremo che più che di un popolo si dovrebbe parlare di popoli: gli europei. Perché ciò che la Germania e gli altri governi tutti più o meno con la coda tra le gambe stanno imponendo alla culla della civiltà mondiale, l'Europa appunto, è una regressione dalla democrazia, dai diritti, dal benessere. In nome dei conti in ordine, si dice, e del fatto che la Grecia ha truccato i bilanci. Ma allora perché quando questo è saltato fuori non la si è allontanata dall'euro? Perché, a novembre 2011, quando l'ex premier George Papandreu ha proposto la cosa più ovvia in una democrazia, di sottoporre a referendum se accettare gli aiuti oppure tornare alla dracma, la Merkel e gli altri maggiorenti europei ne hanno preteso le dimissioni seduta stante e il rimpiazzo con un governo tecnico? Se la Grecia è brutta, sporca, cattiva e inaffidabile, nulla obbliga i tedeschi (e noi) a tenerla nel club. Nulla, tranne forse ciò che già si sa e che via via sta affiorando dalle inchieste del Wall Street Journal e dell'Herald Tribune. Gli interessi della banche tedesche e francesi? Certo, ma non solo.

Adesso salta fuori che l'estate scorsa la Merkel e Sarkozy imposero ad Atene una commessa per sottomarini prodotti dalla ThyssenKrupp, 223 carri Leopard dismessi dalla Bundeswehr, fregate ed elicotteri francesi, 60 caccia intercettori di tedeschi. Una spesa militare pari nel 2012 al tre per cento del Pil, oltre il triplo dell'Italia, che ha lasciato allibiti gli stessi vertici della Nato. E che ieri il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica italiana, ha giudicato “uno scenario altamente verosimile in base a quanto ne sappiamo”. Del resto lo stesso Lucas Papademos, assai più docile di Papandreu, aveva provato a proporre alla troika europea di tagliare le spese militari e non quelle sanitarie: risultato, un “nein” imperioso; così il massimo rimborso cui i greci avranno diritto per medicinali sarà di 23 euro l'anno. Ma qui si torna anche alla finanza. Il meccanismo di default pilotato del debito greco prevede che la svalutazione dei bond non riguardi i governi, Germania in primis, e quanto alle banche che sia compensato da garanzie collaterali che Atene dovrà fornire, a cominciare dal versamento degli interessi in un fondo chiuso accessibile ai paesi forti dell'Europa.

Il risultato è che secondo i calcoli dell'Ocse a fine 2014 il Pil della Grecia regredirà al livello dell'Egitto, a fine 2015 della Nigeria. Abbiamo già raccontato come perfino una squalo mondiale della speculazione come George Soros sia rimasto scandalizzato dalla dottrina Merkel. Noi temiamo che dopo lo scandalo accadrà di peggio: un'ondata antitedesca e antifrancese, e in generale antieuropea, che non verrà solo da piazza Syntagma, ma da molte altre piazze. E che alimenterà un fasciocomunismo di ritorno, a cominciare dai quei paesi border line che sono stati sotto dittatura fino a pochi anni fa. E che la Germania aveva pur sempre contribuito a liberare dal giogo, abbattendo il muro di Berlino e poi esportando benessere: quando però i suoi governanti si chiamavano Kohl e Schroeder, non Merkel.

di Marlowe

venerdì 17 febbraio 2012

Ernst Jünger. Testimone inquieto del nostro tempo.



“Se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono ad un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poichè tra il grigio delle pecore si celano i lupi vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto questi lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in un branco. E’questo l’incubo dei potenti.”

Ernst Jünger



Ernst Jünger è probabilmente uno dei volti più noti della Rivoluzione Conservatrice. Nacque il 29 marzo 1895 a Heidelberg, primo di sette figli, tra cui l’affezionato fratello Friedrich Georg (1898 – 1975), anch’egli poi scrittore rivoluzionario-conservatore. Il padre, Ernst Georg, era farmacista e si spostò spesso, durante l’infanzia dei figli, da una città all’altra della Germania. Questo portò il giovane Ernst ad avere difficoltà a scuola, ma a coltivare interessi personali, come la lettura, l’entomologia e la poesia. Nel 1911 s’iscrisse al movimento giovanile dei Wandervögel, un’organizzazione di carattere romantico e scoutistico. Due anni dopo, appena diciottenne, fuggì da casa per arruolarsi nella Légion étrangère in Nord Africa (in foto), da cui evase due volte per cercare di raggiungere l’Africa equatoriale: un’esperienza narrata più tardi nel libro Ludi africani (1936).

Dopo appena due settimane, il padre, agendo attraverso il Ministero degli Esteri tedesco, ne chiese il rimpatrio. Nel 1914 Jünger affrontò anticipatamente l’esame di stato (Abitur), per arruolarsi come volontario al fronte nel 73° Reggimento Fucilieri “Gibraltar”. Ferito a Les Eparges (aprile 1915), seguì un corso da alfiere durante la convalescenza, divenendo ufficiale, e passando poi a comandare i reparti d’assalto (Stoßtruppen). Nei due anni successivi combatté nella Battaglia della Somme a Guillemont e Combles, nella Battaglia della Somme a Guillemont e Combles (agosto 1916), nella Battaglia di Arras (aprile 1917), nella Terza Battaglia di Ypres (luglio e ottobre 1917), nella Battaglia di Cambrai (novembre 1917) e nell’Offensiva di Primavera (marzo 1918), venendo ferito in tutto quattordici volte e decorato con la Croce di Ferro di Prima Classe (gennaio 1917), con il Kronenorden von Hohenzollern (novembre 1917) e infine la Pour le Mérite, la più alta decorazione prussiana (settembre 1918), ricevuta a soli 23 anni, nonostante il parere contrario di Hindenburg, e di cui fu l’ultimo sopravvissuto tra i portatori. 


Nel dopoguerra, rimase nella Reichswehr (l’esercito di Weimar) fino alla sua demobilitazione (1923). Poi si dedicò a studi universitari (che non terminò) a Lipsia e a Napoli, seguendo corsi di zoologia, botanica e filosofia. Divenne comunque un entomologo di una certa importanza, tanto che fu attribuito il suo nome ad alcune specie d’insetti da lui scoperte.

Nel 1925 si sposò con Gretha Jensen, da cui ebbe due figli, uno, Ernst (detto Ernstel), battezzato come luterano, e l’altro, Alexander, battezzato come cattolico, con il giurista Carl Schmitt quale padrino. Nel frattempo, a partire dalla pubblicazione del romanzo autobiografico Nelle tempeste d’acciaio (1920), e di altre opere (La lotta come esperienza interiore, Il tenente Sturm, Boschetto 125, Fuoco e sangue, Il cuore avventuroso), che narravano le sue esperienze al fronte, divenne una figura di spicco negli ambienti della Destra nazionalista e reducista. Fece parte dei Freikorps e scrisse su varie riviste dell’area, diventando amico intimo di grandi figure intellettuali quali il filosofo Martin Heidegger, il giurista Carl Schmitt, il nazionalbolscevico Ernst Niekisch, lo scrittore Ernst von Solomon, e il discepolo Armin Möhler, che fu a lungo suo segretario. 
Verso la fine degli anni ’20 il suo pensiero ebbe un’evoluzione importante: un allargamento della propria teoria. Fino ad ora, egli aveva messo in rilievo il carattere totalizzante e distruttivo della guerra moderna e sottolineato il maggior risalto ch’essa dava alla figura del soldato come guerriero (Krieger), che in questa situazione mette alla prova le proprie capacità umane. Con i saggi La mobilitazione totale (1929), Il dolore (1934), ma soprattutto L’operaio. Dominio e forma (1933), questa prospettiva è estesa dall’ambito bellico all’intera società moderna.

Si tratta di portare all’estremo la situazione di guerra, creando una società mobilizzata anche nell’ambito dello studio e del lavoro. L’operaio (Arbeiter), attraverso la disciplina, ottiene il dominio sulla tecnica. Quest’opera ebbe un grande successo, tanto che Heidegger gli dedicò due cicli di lezioni (1934 e 1939-40) e ne trasse ispirazione per il suo discorso sull’Università tedesca, mentre Evola vi scrisse un commento esaustivo e profondo. Con l’ascesa al potere di Hitler, che apprezzava molto la sua figura e i suoi scritti, a Jünger fu offerto un seggio al Reichstag e la presidenza dell’Accademia Tedesca dei Poeti, ma egli rifiutò entrambi. Già pochi anni prima aveva respinto le profferte politiche di Goebbels, che più tardi dovette affermare: «Abbiamo offerto a Jünger ponti d’oro, ma lui non li volle attraversare». Come ad altri rivoluzionari-conservatori, anche a lui ripugnava un certo stile volgare e demagogico del nazionalsocialismo, ed era scettico circa i loro progetti grandiosi. La sua casa fu perquisita dalla Gestapo e l’uscita dei suoi libri messa sotto silenzio dalla stampa.

Nel 1939 Goebbels, a una conferenza pubblica, gli domandò: «E ora, Herr Jünger, cosa ne pensa?». La risposta dello scrittore non si fece attendere: fu il romanzo breve fantastico Sulle scogliere di marmo, un capolavoro nella forma che narra il passaggio violento di una terra idilliaca dall’ordine tradizionale a un regime barbarico e totalitario. A questo punto, Göring e Goebbels avrebbero voluto liquidare Jünger (come già era stato fatto con altri esponenti della Destra tedesca, quali Niekisch, imprigionato, e E. J. Jung, assassinato), tuttavia Hitler, ammiratore dello Jünger scrittore, si oppose fermamente. 


Nell’agosto 1939, egli fu richiamato alle armi col grado di capitano, comandando dapprima una postazione della Linea Sigfrido, poi partecipando all’avanzata in Francia. Dal 1940 al 1944, fu di stanza alla guarnigione di Parigi, come membro dello stato maggiore del comandante la piazza, il generale Stülpnagel. Oltre al lavoro d’ufficio e alle escursioni entomologiche, frequentò i salotti artistici ed intellettuali di Parigi, conoscendo, tra gli altri, Braque, Céline, Cocteau, Colette, Gaston Gallimard, Florence Gould, Sacha Guitry, Jouhandeau, Léautaud, Montherlant, Paul Morand, il capo della resistenza clandestina Jean Paulhan e il famoso pittore Picasso. Inoltre continuò ad essere una figura importante in quegli ambienti legati all’opposizione militare al regime, tanto che il suo libello “La pace” (pubblicato poi nel 1946), delineante un futuro ordine europeo rivoluzionario-conservatore, fu inviato a Rommel a mo’ di scritto programmatico. Tuttavia, dopo il complotto del 20 luglio, non furono trovate prove a suo carico, e fu soltanto dimesso dall’esercito con disonore. Nel frattempo, ebbe la notizia della morte del suo primogenito, Ernst, cadetto della Kriegsmarine, presso Carrara, dove era in forze ad un battaglione di disciplina, stante la sua punizione per attività sovversiva.

Nel 1945, fu riarruolato come comandante della locale compagnia del Volksturm, ruolo in cui si adoperò per limitare le distruzioni e le vittime presso i civili. Dopo la guerra, rifiutò di compilare il formulario per la denazificazione, e inizialmente gli fu proibito di pubblicare dagli occupanti. Si spostò allora a Ravensburg, sul Lago di Costanza, nella zona d’occupazione francese, dove questo diritto gli fu concesso. In poco tempo però conobbe una discreta riabilitazione, anche per la sua opposizione in opere come Sulle scogliere di marmo, che fu definita da un critico, con gran scandalo di molti antifascisti, l’unica opera di resistenza scritta in Germania dopo il 1933. Continuando la sua attività di scrittore, pubblicò in tre riprese (Giardini e Strade, Irradiazioni, L’anno dell’occupazione) i diari degli anni legati alla sua seconda esperienza bellica, dal 1939 al 1948, nonché il romanzo fantastico Heliopolis, narrante la lotta per il potere all’interno di un regime dittatoriale tra due fazioni, una aristocratica ed una demagogica.


 Ebbe poi un importante dibattito filosofico sul nichilismo con Martin Heidegger, a cui dedicò gli scritti Oltre la linea (1950) e Al muro del tempo (1970). Di fronte al pessimismo heideggeriano riguardo al dominio della tecnica sull’uomo e al conseguente dominio del totalitarismo (non importa se bianco, rosso o bruno), Jünger esprime un cauto ottimismo, sostenendo che la Linea, ovvero il meridiano zero del nichilismo, (il “meriggio” per dirla in termini nietzscheani), sia già stato sorpassato. Riprende quindi la tesi nietzscheana del nichilismo come fase intermedia patologica tra un passato retto da valori supremi e un futuro fecondo di nuove realizzazioni, per cui s’impone all’individuo di passare dal dubbio a un realistico pessimismo all’azione per superare questa fase e creare nuovi valori.

Nel libro successivo, Il trattato del ribelle (1952), viene prospettata quindi l’idea del “passare al bosco”, cioè sottrarsi al nichilismo, rifugiandosi in quelle oasi rimaste ricche di significato. È la teorizzazione della figura del Ribelle, che lotta contro il totalitarismo moderno, difendendo la propria sovranità d’individuo e rispondendo unicamente al tribunale interno della propria coscienza. Ciò perché il nichilismo di oggi è un problema che può essere affrontato da pochi individui, ma può allo stesso tempo portare a nuovi inizi. Dopo la guerra, Jünger si trasferì stabilmente nel villaggio di Wilflingen, in Alta Svevia (1950), dove prese dimora nella foresteria del maniero dei Conti von Stauffenberg (autori dell’attentato a Hitler del 20 luglio). Tuttavia continuò i suoi viaggi in tutto il mondo, iniziati già negli anni ’20, di cui lasciò traccia nei numerosi diari di viaggio (Myrdun, Terra sarda, Il contemplatore solitario fra gli altri). Nel 1955, recuperò le spoglie del figlio, con l’aiuto del suo traduttore Henry Furst, Giovanni Ansaldo e un giovanissimo Marcello Staglieno. Durante la sua vita, sperimentò diverse sostanze stupefacenti (etere, hashish, cocaina, mescalina), stringendo infine amicizia con il chimico svizzero Albert Hoffmann, inventore della dietilammide dell’acido lisergico (LSD), con cui sperimentarono questa droga. Le sue esperienze sono riecheggiate nel racconto Visita a Godenholm (1952), ermetico e insieme pregno di simbolismo tradizionale, e nella raccolta del 1970, Avvicinamenti: droghe ed ebbrezza. Nel 1960 rimase vedovo e si risposò dopo due anni con l’archivista e insegnante Liselotte Löhrer nata Bauerle, che gli sopravvivrà. 


A partire dagli anni ’50 l’editore Klett Cotta di Stüttgart, per conto di cui egli dirigeva, insieme a Mircea Eliade, la rivista di studi esoterici Antaios, cominciò a pubblicare la sua opera omnia. Sarà l’unico scrittore tedesco, insieme a Goethe, Klopstock e Wieland a vedere pubblicate due edizioni delle proprie opere complete.

Continua naturalmente l’attività filosofica sempre legata al rapporto tra etica del singolo e politica: nel 1953, pubblica Il nodo di Gordio, frutto delle sue discussioni insieme a Carl Schmitt su Oriente e Occidente. Fanno seguito, tra le opere più importanti, il romanzo fantascientifico Le api di vetro (1957) e i saggi Al muro del tempo (1959) che riprende varie tematiche di Oltre la linea, Lo stato mondiale (1960) e Tipo, nome, forma (1963). Questa riflessione e la mutata situazione storica lo portò a rivedere e ‘aggiornare’ la figura del Ribelle in un nuovo tipo: l’Anarca. Fondamentale per la descrizione di questo tipo è il romanzo fantastico Eumeswil (1977), che chiude la trilogia iniziata con Sulle scogliere di marmo e proseguita con Heliopolis. Qui il protagonista, Martin Venator, servitore distaccato del Condor, tiranno di Eumeswil, simile per molti versi a uno dei cesari di Spengler, conduce la sua vita all’ombra del regime, mantenendosi sempre libero e sovrano. Tutto il libro è pervaso dalle sue riflessioni sull’Anarca, da distinguere dall’anarchico. Anzi, l’anarca sta all’anarchico, come il monarca sta al monarchico. Si può dire valga qui perfettamente quella massima di Evola: «Fa’ che ciò su cui non puoi nulla, nulla possa su di te». Di grande interesse è anche il romanzo breve Il problema di Aladino (1983), il cui protagonista è un ufficiale prussiano nella Polonia comunista, che fugge in cerca della sua libertà. Nei suoi ultimi anni, Jünger, benché avesse affermato di non rinnegare nulla della sua vita, era ormai pienamente riabilitato agli occhi di buona parte della società tedesca, che riconosceva i suoi meriti, indipendentemente da pregiudizi ideologici. Il suo stile letterario, conciso ma originale e brillante, e la grande esperienza di vita e di pensiero che ne traspariva, gli valsero molti riconoscimenti. Nel 1981 ricevette il Premio Mondiale Cino del Duca, «per il suo messaggio di umanismo moderno».

Nel 1984, in occasione del 70° anniversario della Prima Guerra Mondiale, parlò al memoriale di Verdun, insieme con il cancelliere tedesco Helmut Köhl e il presidente francese socialista François Mitterrand, entrambi suoi ammiratori. Negli anni ’90 continuò a scrivere e a curare l’edizione delle sue opere, ma anche a dedicarsi al proprio orticello e alle sue passioni come le passeggiate, l’entomologia e la lettura. Nel 1993, il secondogenito Alexander, rimasto paralizzato dopo un incidente, si tolse la vita. Il suo centesimo compleanno fu festeggiato da tutta la Germania, fu invitato a Venezia dal sindaco Cacciari, e ricevette la visita nella sua dimora rurale di Wilflingen di uomini di lettere e capi di stato, tra cui Köhl e Mitterrand. Negli ultimi tempi si era riavvicinato alla religione, per cui comunque aveva sempre avuto una particolare sensibilità, convertendosi al cattolicesimo il 26 settembre 1996. Morì infine, poco prima di compiere i 103 anni, il 17 febbraio 1998. Era nato nell’anno in cui furono inventati i raggi X, morì l’anno in cui fu fondato Google.


"Il liberalismo si è assicurato da tempo una strana specie di buffoni di corte il cui compito consiste nel dire ad esso delle verità divenute innocue. Si è sviluppato un singolare cerimoniale con cui l’individuo moderno travestito da quasi aristocratico o da quasi abate mette in scena, fra applausi ormai diffusi e generalizzati, e a regola d’arte, la rappresentazione di collaudati colpi di grazia. [...] Dietro quelle marionette che sulle tribune pubbliche già in demolizione logorano i luoghi comuni del liberalismo fino a renderli sottili come un foglio di carta velina, spiriti più fini e più esperti si preparano a mutare lo scenario."

C’è stato un sogno una volta che era Roma... 2020



“C’è stato un sogno una volta che era Roma”, questa è una delle frasi più famose tratte da film capolavoro di Ridley Scott “Il Gladiatore”, che sembra calzare a pennello con lo stato d’animo di molti italiani quando hanno saputo che il premier Mario Monti ha bocciato il progetto di candidare la Capitale d’Italia a ospitare l’edizione delle Olimpiadi nel 2020.

Roma, dopo aver perso l’edizione del 2004, allora fu scelta Atene, aspettava un momento per ospitare un evento sportivo di tal portata visto che l’ultima Olimpiade, togliendo quella invernale di Torino 2006, ospitata in Italia è stata proprio nella città eterna nel lontano 1960.

Mario monti ha spiegato che la sua scelta, pur dolorosa (parole sue), è stata dettata dal fatto che la cifra necessaria per coprire tutte le spese organizzative sarebbe potuta esplodere ed arrivare fino a 30 miliardi di euro. Un costo troppo elevato per l’Italia di questo periodo, sebbene fosse stato per i Giochi Olimpici di Roma. La paura, poi, che sulle infrastrutture si fossero gettati i falchi del cemento con il ritorno della cricca Anemone-Balducci era reale e Monti è riuscito a dire no alle Olimpiadi 2020 a Roma. Anzi, sarebbe meglio dire alla candidatura di Roma per i Giochi 2020.

I dubbi montiani sono smentiti dai dati della commissione Fortis, secondo cui, la spesa complessiva per organizzare le Olimpiadi sarebbe stata stimata in 9,8 miliardi, in parte coperta da privati. Ospitare i Giochi avrebbe determinato una crescita del Pil di 17,7 miliardi e la creazione di 29 mila posti di lavoro

A questo punto però sembra che in Italia, a differenza degli altri paesi, c’è paura ad investire su un evento sportivo che sicuramente avrebbe portato tante entrate a Roma da coprire tutte le spese fatte, tutti i paesi che hanno organizzato grossi eventi sportivi, vedi il Sud Africa con i Mondiali di Calcio 2010, hanno si fatto sacrifici per riuscire a creare una manifestazione degna di tal nome, ma poi hanno anche raccolto i frutti di tali sacrifici ed oggi si trovano con infrastrutture all’avanguardia. Questa volta per Roma sembrava la volta buona vista la rosa delle altre città candidate ovvero Baku (Azerbaigian), Doha ( Qatar), Istanbul (Turchia), Madrid (Spagna), Tokyo (Giappone). Bene leggendo i nomi delle altre città candidate viene proprio da ridere, perché senza togliere nulla alle altre pretendenti alle Olimpiadi 2020, ma difficilmente questa volta i commissari del CIO avrebbero resistito alla bellezza e al fascino della Capitale Italica. Ma purtroppo Roma non si è neppure candidata e chissà quando l’Italia avrà un’altra occasione di questo tipo, forse tra cento anni, quando forse la nostra Patria riuscirà a colmare il debito che le banche ci stanno costringendo a sanare. È vero in passato l’organizzazione di grandi eventi sportivi ha lasciato molto a desiderare vedi i mondiali di Calcio 1990, dove gli sprechi e le opere incompiute sono stati così tanti che perdiamo il conto e gli stadi sono rimasti vetusti, mentre molte infrastrutture come metropolitane o strade sono per lo più opere non incompiute ma rimaste sulla carta da progetto. La stessa cosa vale per i Mondiali di Nuoto 2009 che si sono svolti, pure a Roma e dove molti edifici sono rimasti ancora da completare. Questa volta, però, le sensazioni erano molto diverse, stavolta si è persa un’occasione di rilancio per Roma e per l’Italia tutta, un’occasione per dimostrare che l’Italia nonostante le mille difficoltà che lo attanagliano rimane e può essere un paese efficiente. Stavolta l’Italia era seriamente favorita e non sarebbe stata preferita ad altri Stati di dubbia affidabilità com’è successo per la scelta dei paesi ospitanti per gli Europei di Calcio del 2012 dove al Belpaese furono preferite Polonia - Ucraina da quel Michel Platini che se è diventato qualcuno deve dire grazie solo all’Italia.

Roma 2020 è rimasto un sogno e come tutti i sogni deve fare i conti con la realtà, con la realtà dove un primo ministro predica austerità e intanto però non toglie un soldo dalle tasche di quei politici e da quei banchieri padri di questa crisi, con la realtà dove anche degli “italiani” come Umberto Bossi esulta per una bocciatura che non è solo per Roma, ma lo è per tutta la Patria, ma scusatemi Bossi e amici questa parola non la conoscono proprio  e quindi  è meglio lasciar perdere.


giovedì 16 febbraio 2012

“In Slovenia c’è chi ride sulle foibe”.



Sull’orrore delle foibe  nella ex-Yugoslavia trovano ancora modo di scherzarci su. Per questo un gruppo di parlamentari del Popolo delle Libertà  ha chiesto al Ministro degli Esteri  italiano di presentare una formale protesta al governo sloveno con allegata  richiesta alle autorità locali di far rimuovere dalla homepage della testata telematica slovena “Mladina” il link che conduce “ad un gioco sinistro, di pessimo gusto e offensivo della memoria degli infoibati”.

La richiesta è  contenuta nell’interrogazione parlamentare presentata  alla Camera dall’onorevole Giampiero Cannella insieme ai colleghi Alessandro Pagano, Giorgio Straquadanio, Manlio Contento, Giorgia Meloni, Ugo Lisi, Massimo Corsaro, Alessandra Mussolini, Maurizio Scelli e Marcello De Angelis. “L’atto parlamentare – spiegano i deputati del Pdl –  prende le mosse dalla presenza nel web, sulla pagina di presentazione della testata slovena ‘Mladina’, di un link ipertestuale (http://www.mladina.si/projekti/igre/fojba2000/), che conduce ad un gioco, una sorta di Tetris, nel quale vince chi precipita in fondo ad una foiba più nemici. Tutto questo è – aggiungono i firmatari dell’interrogazione parlamentare – è offensivo nei confronti della memoria delle migliaia di nostri connazionali di Fiume, Istria e Dalmazia che alla fine della seconda guerra mondiale  hanno vissuto la  tragedia della persecuzione comunista. “I più ‘fortunati’ di loro – spiega Giampiero Cannella – furono costretti a fuggire lasciando le case e i beni nelle mani degli slavi. Fu un esodo biblico impresso ancora a caratteri di fuoco nella memoria dei protagonisti. Per altri, molti altri, il destino fu più atroce. Le truppe al comando del maresciallo Tito – conclude il parlamentare –  attuarono la pulizia etnica precipitando nelle foibe migliaia di nostri connazionali colpevoli soltanto di essere italiani”.

Ad Atene sta bruciando l’Europa.

Gli europeisti tedeschi e francesi hanno venduto l'anima a banche e finanza dimenticando i "fratelli maggiori", cioè i greci.


L’Europa rischia di morire dove è nata. Una sorta di un ritorno nel grembo da dove era volata via. La leggenda narra che Zeus rapì Europa e la portò con sé a fecondare il Mediterraneo e poi Esperia, la terra del tramonto. Creta fu il loro nido dove vide la luce la civiltà minoica che sarebbe stata il seme della civiltà europea dispiegatasi poi nell’Ellade, patria di eroi, poeti, artisti, avventurieri, sacerdoti e legislatori. Atene fu il suo cuore. E da essa prese forma il Continente oggi immemore delle sue radici che conquistò il diritto ad esistere contrapponendosi all’Asia. Non una guerra tra civiltà e barbarie si produsse tra le due immense aree rappresentate dai greci e dai persiani poiché questi nulla avevano in termini di cultura da invidiare agli altri. Ma la lotta fu politica e tra concezioni del mondo. La Persia incarnava la monarchia universale, lo Stato totalitario; la Grecia il primato della persona, dell’individuo assoluto che trova la sua dimensione nella comunità organica. Questa eredità è il dono che Atene ha lasciato all’Europa. La battaglia di Salamina fu il suggello eroico di quel legato. Era il 480 avanti Cristo. Dopo 2500 anni, le tenebre stanno scendendo sul questo antico Continente e si allungano, per una sorta di tragico e beffardo destino, su quel lembo estremo d’Europa che è la Grecia, la sua culla. Infatti i popoli che le tagliano le mani sono gli stessi che quelle mani hanno nutrito. Di cultura, di poesia, di filosofia, di religiosità. Facendo diventare l’Europa ciò che è. Davanti alle vicende ateniesi rabbrividirebbe il vecchio Jakob Burckhardt dalla sua cattedra di Basilea, ammutolirebbero Erwin Rodhe e Friedrich Nietzsche che con Willamovitz-Moellendorf nuotarono nella filologia classica alla ricerca del mito di Europa. Antiche suggestioni. Eccentriche, incomprensibili forse dalle parti dell’Eurotower di Francoforte e nelle «case della democrazia» di Bruxelles e di Strasburgo. Qui nessuno s’indigna per Atene che brucia. Fanno piuttosto i conti del dare e dell’avere gli «europeisti» tedeschi e francesi, travestiti da statisti. Soprattutto i primi, rigoristi esemplari quando devono mettere mano ai loro portafogli, hanno fatto in fretta a dimenticare ciò che l’Europa gli ha dato prima del 1989 e dopo quell’anno fatale. Compresi i greci i quali, sono sempre stati reputati culturalmente come fratelli maggiori dai tedeschi. In queste ore si dissolve il sogno della nazione greca, come capitò a metà degli anni ’60 del secolo scorso. Ma con una differenza. Allora l’Europa c’era, si fece sentire, rivendicò la Grecia come parte essenziale di se stessa e non la lasciò nelle mani dei suoi carnefici. Oggi da Atene si diffonde un contagio propagato proprio da quei sedicenti virtuosi Stati europei, in realtà untori politici, che hanno venduto le loro anime alle banche, all’alta finanza, alle agenzie di rating, agli speculatori d’Occidente e d’Oriente affinché qualche profitto si salvasse sia pure a prezzo della morte di qualche popolo. È questa la morale corrente che sostiene l’idea di Europa. Un’idea corrosiva, sposata dalla Germania che non ha imparato nulla dalle lezioni che la storia le ha impartito. I suoi governanti, dall’intransigente Schauble alla tetragona Merkel, non hanno capito che la democrazia si fonda sulla dignità dei popoli e sulla tutela dei loro diritti. Probabilmente di Salamina non sanno nulla. Ma qualcosa dovrebbero ricordare di un Muro indecente che pure deve averli fatti soffrire. Adesso, con la complicità silente di altri Stati, forse al di là delle loro intenzioni, stanno costruendo altri muri, distruggendo di fatto quel poco di Europa che dal 1946 ad oggi eravamo riusciti a mettere insieme. Beninteso, siamo sempre stati dell’avviso che non si realizza un’unità politica prescindendo da una cultura condivisa e coltivando egoismi e particolarismi. Ma neppure è possibile immaginare un’Europa nella quale le sovranità sono state delegate dagli Stati ad organismi burocratici che non rispondono a nessuno, tantomeno ai popoli. A Salamina contro i persiani come a Belgrado, a Lepanto e sotto le mura di Vienna contro gli ottomani, l’Europa si ritrovò con le sue molte genti, i suoi diversi Stati e le sue culture a difendere la comune civiltà. Malauguratamente essa ha dimenticato, considerandosi continente, di essere una nazione divenuta tale per affinamenti progressivi, commistioni identitarie, amalgama religioso prodotto dal cristianesimo. E le nazioni possono anche collassare quando il loro spirito si affievolisce fino a smarrirsi e soprattutto se non sono sostenute da entità giuridiche, amministrative o statuali. Siamo a una svolta cruciale. Ad Atene non sta bruciando soltanto la Grecia. È l’Europa che si sta incendiando.


mercoledì 15 febbraio 2012

Sinistra e questione morale: arrestato lo ‘zar’ umbro Goracci.



L’attuale vicepresidente del Consiglio regionale dell’Umbria Orfeo Goracci è stato arrestato questa mattina in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Perugia per associazione a delinquere finalizzata all’abuso d’ufficio e alla commissione di altri reati. Tra questi, secondo quanto trapela da fonti giudiziarie, anche il reato di violenza sessuale aggravata dalla sua qualità di pubblico ufficiale.
Goracci, che nell’ambito delle indagini coordinate dai pm Mario Formisano e Antonella Duchini aveva già ricevuto un avviso di garanzia per corruzione, concussione e abuso d’ufficio, è stato anche sindaco di Gubbio, e proprio a quel periodo si riferiscono le accuse. Al centro dell’inchiesta ci sono delle presunte irregolarità all’interno del Comune umbro, con particolare riferimento ad assunzioni facili, stabilizzazioni di precari, avanzamenti di carriera e aste di beni immobili.
Un terremoto che ha decapitato buona parte della ex Giunta Goracci: oltre all’ex sindaco – definito nel capo di imputazione ‘il re o lo zar’ – e all’ex vice sindaco Maria Cristina Ercoli, sono finiti in carcere Lucio Panfili, assessore all’Ambiente della seconda giunta Goracci, Lucia Cecili, dirigente comunale, Graziano Cappannelli, ex assessore. Agli arresti domiciliari si trovano invece Marino Cernicchi, ex assessore, Antonella Stocchi, ex presidente del Consiglio comunale, Paolo Cristiano, ex segretario comunale, e Nadia Ercoli, funzionario della polizia municipale e sorella dell’ex vice sindaco Maria Cristina Ercoli. I nove raggiunti dalle ordinanze di custodia cautelare sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata a commettere una serie indeterminata di reati di abuso d’ufficio, concussione, falso e soppressione di atti pubblici.
Goracci, 53 anni, maestro elementare, venne eletto sindaco nel 2001 e confermato nel 2006, dimettendosi dopo la sua elezione a consigliere regionale nel 2010. In passato è stato anche parlamentare e vicepresidente della Giunta umbra. A novembre, raggiunto dall’avviso di garanzia, si era autosospeso dal partito, mantenendo però la carica di vicepresidente della Regione.

No di Monti a Roma 2020, il Pdl: “Danno d’immagine per l’Italia”.



Insiste il Professore: bisogna guardare al futuro senza slacciare la cintura di sicurezza. Ma il suo No alla candidatura di Roma alle olimpiadi del 2020, pronunciato a 24 ore dalla scadenza fissata dal Cio per la presentazione della documentazione di garanzia, rischia di restituire l’immagine di un Paese con il freno a mano perennemente tirato. “Noi abbiamo avuto la prudenza di esaminare il decorso post olimpico degli ulltimi 20 anni – ha spiegato il presidente del Consiglio – e quasi sempre abbiamo notato uno spostamento rilevante tra preventivi e consuntivi. Forse in altre situazioni della vita economica dell’Italia avremmo considerato questo rischio accettabile, in questa situazione – ha concluso – abbiamo valutato questo rischio come non responsabile”. La Capitale esce quindi di scena, lasciando il posto ad altre candidature come quella della Spagna, che certo non vivono situazioni dissimili sotto il profilo della contrazione economica. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha lasciato Palazzo Chigi incassando il No del professore al termine di un lungo colloquio. Lapidario il suo commento: “Monti ha dato motivazioni molto chiare, ma non condivisibili”.
Mario Monti

Decisamente contraria alla decisione del governo è Giorgia Meloni, che nei giorni scorsi aveva sottoscritto l’appello firmato da 60 atleti per dare il via libera alla candidatura di Roma. “Il No del premier è un danno considerevole all’immagine della nostra Nazione nel mondo, in termini di credibilità, solidità e coesione. Mi domando – ha aggiunto l’ex ministro della Gioventù – come sia possibile chiedere a un qualsiasi investitore internazionale di credere nell’Italia se un governo chiamato a rilanciare la nostra economia decide di bloccare una candidatura forte, autorevole e condivisa da tutte le Istituzioni. I Giochi – ha concluso Meloni – avrebbero rappresentano una grande occasione di crescita e sviluppo economico, per guardare al futuro con ottimismo. L’Italia ha perso oggi un’irripetibile opportunità”.

Parole condivise da Altero Matteoli, secondo il quale “l’Italia ha bisogno di dare un’immagine di tranquillità in Europa e nel mondo, e rinunciare alle Olimpiadi del 2020 è una cosa profondamente negativa”. E conclude con un auspicio: “Spero che il mio partito si faccia sentire con Monti per dire che non accettiamo questa sua decisione. A rimetterci sarà l’immagine dell’Italia intera”.

Il consigliere del Pdl alla Provincia di Roma, Federico Iadicicco, arriva a chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio, domandandosi “come può il Premier di una nazione avere un così alto tasso di sfiducia nelle capacità del suo popolo da non credere nell’opportunità che le Olimpiadi potevano rappresentare, non solo per Roma, ma per l’Italia intera”. “Siamo stufi delle lezioni del professor Monti, lezioni che offrono fra le altre cose ricette economiche vecchie di almeno vent’anni. Confido – ha concluso Iadicicco – in un sussulto d’orgoglio del Parlamento e del mio partito per chiudere tempestivamente questa triste esperienza del governo dei tecnocrati”.

martedì 14 febbraio 2012

Se Platone uscisse oggi dalla sua caverna, piangerebbe.


Le lacrime di un soldato greco nel vedere Atene in fiamme

Il piano di salvataggio della Grecia in realtà è un piano di affondamento di un´intera nazione e della stessa Europa. L´austerità durante la recessione è una follia che solo le menti di Berlino potevano concepire. Il Parlamento di Atene lo vota? Bene. Il risultato sarà una tensione sociale senza più limiti, la depauperazione del resto della ricchezza, la fuga degli ultimi capitali rimasti e la nascita di un fascio comunismo che si propagherà al resto dell´Europa.

Quello di Atene era un problema relativamente piccolo tre anni fa e lo si poteva risolvere. Ma Berlino e Parigi hanno pensato ai bilanci delle loro banche (piene di debito greco) e ora pensano al conto elettorale. Nel frattempo il sogno dell´Europa si sta trasformando in un incubo. E´ una situazione che indigna e suscita rabbia. Nessun popolo va al patibolo e dice grazie. Nessun popolo si fa ridurre alla fame. Quel popolo brucerà la casa di chi lo affama.


La cancelliera Merkel porterà sulle sue spalle il peso di una politica che conduce alla disgregazione della solidarietà europea. Il ministro tedesco Schauble in questi giorni ha usato parole e toni che umiliano un intero popolo e sono lontani dalla cultura europea, hanno un suono sinistro e minaccioso. Quando cinquantamila persone applaudono gli anarchici, i black bloc, l´estrema destra e l´estrema sinistra, vuol dire che sono allo stremo, che c´è il pericolo concreto di un ritorno del caos nel Vecchio Continente.

Tirare una linea sul conto profitti e perdite non significa saper leggere cosa alberga davvero nel cuore e nella mente delle persone. Significa perdere di vista quel che sta accadendo e rischiare di finire bruciati nel magma bollente della Storia. Sul Partenone sono nate la nostra cultura, la nostra filosofia, la nostra prima idea di politica.
Se Platone uscisse oggi dalla sua caverna, piangerebbe.

di Mario Sechi

lunedì 13 febbraio 2012

Cosa c'è stato dopo le foibe?

di Marco Pirina



Documenti sconvolgenti sulla verità storica delle foibe - pulizia etnica del popolo veneto - campi di concentramento italiani - comunisti - accordo per eliminare i veneti da Istria e Dalmazia - Partigiani e colpo di stato - falso 25 aprile

Se l’inverno fa paura allora l’Italia ha perso il contatto con la realtà.

di Massimo Fini


In questi giorni quasi tutti i telegiornali hanno aperto con il freddo che ha investito l’Italia per le correnti che provengono da est. Il metereologo è diventato il protagonista. Uno di questi servizi titolava: «Neve a Milano, tre gradi sotto zero». Vivo a Milano da più di sessant’anni e da noi l’inverno, soprattutto da fine dicembre a metà febbraio, è sempre stato freddo. Le temperature oscillano, di giorno, da più uno a meno uno e naturalmente la notte scendono. Ma ci sono state anche parecchie annate in cui di giorno faceva meno sette. Noi ragazzini giocavamo tranquillamente al pallone (correndo ci si riscalda, semmai il problema ce l’aveva il portiere che saltellava davanti alla porta in attesa di un tiro che gli scaldasse le mani, spesso nude perché eravamo poveri e non potevamo permetterci i guantoni). A Milano la neve qualche annata arriva, in qualche altra no. Quando c’era per noi era una festa. Si giocava a palle di neve, fra di noi e, se facevamo le elementari, anche con i genitori che ci venivano a prendere. Si era allegri. Il freddo e la neve erano il nostro habitat naturale, come la nebbia. A mia memoria non ricordo che le scuole siano mai state chiuse per neve (magari, ci avrebbero regalato una bigiata collettiva e autorizzata, ma certamente non l’avremmo sprecata standocene rinchiusi in casa). Fa eccezione l’inverno del 1985 quando vennero giù tre mesi di neve. La città si paralizzava: si vedevano gli autobus arancioni, vuoti, fermi di traverso in mezzo alla strada. Fu bellissimo. Non solo per il silenzio, ma un silenzio ovattato, accogliente, non quello metafisico, da quadro di De Chirico, della Milano d’agosto, ma perché gli uomini, e non le automobili, erano ridiventati i protagonisti della propria città. Poiché le abituali attività quotidiane erano diventate difficili si era ricreata fra la gente, che di solito manco si salutava, una solidarietà spontanea. Ci si aiutava, ci si dava una mano. Rischi veri non ce n’erano, bastava fare attenzione dove si mettevano i piedi. L’unico pericolo erano i lastroni di ghiaccio che venivan giù dai tetti, ma camminavamo, liberi, in mezzo alla strada perché non c’erano le macchine.
Adesso di uno spruzzo di neve si fa un dramma, fa notizia la bora a Trieste (ma quando mai a Trieste non c’è stata la bora?). Credo che a noi italiani farebbe molto bene una guerra. Per recuperare una gerarchia fra le cose che devono preoccupare e quelle che sono irrilevanti e, se si vuole, anche una gerarchia dei valori. Bambino nella Milano sventrata del dopoguerra vedevo i tram zeppi fino all’inverosimile, con la gente sui predellini aperti e qualcuno attaccato, dietro, al filo del troller. Chi era scampato ai bombardamenti angloamericani e ai rastrellamenti tedeschi non si preoccupava certo di poter cadere dal tram e farsi la bua. Oggi, in una situazione analoga, arriverebbe la polizia e magari anche Equitalia a multare chi non è riuscito a pagare il biglietto.
Il benessere ci ha reso nevroticamente tremebondi. Ci assicuriamo su tutto (la casa, gli incendi, i terremoti, la vita) e poi ci riassicuriamo sull’assicurazione (una specie di “future” esistenziale). Tutto ciò che esce dalla norma, che non esiste perché, grazie a Dio, la vita è caos, ci manda in fibrillazione. Tutto diventa un problema. Se c’è un inverno tiepido com’è stato, fino a ieri, quello di quest’anno è a rischio il business degli impianti sciistici perché manca la neve. Ma se poi finalmente la neve arriva, una spruzzatina a Milano diventa un dramma, una notizia da prima pagina.

domenica 12 febbraio 2012

12 mesi alla terza guerra mondiale?


Ahmadinejad
Continuano le provocazioni nei confronti dell’Iran che pensa, per tutta risposta, ad un embargo petrolifero nei confronti dell’Europa. Gli USA hanno diramato la notizia circa il fatto che Teheran sarebbe in grado di costruire una bomba atomica nel giro di 12 mesi ed hanno chiesto al Congresso di stanziare 82 milioni per costruire dei super-ordigni in grado di penetrare nei bunker atomici iraniani, che sembrano non funzionare. Ma hanno già pronta l’alternativa: bombardare le entrate e le uscite delle centrali nucleari. Insomma, gli USA continuano con la guerra mediatica visto che causa elezioni è meglio non avventurarsi nella guerra vera.

Dall’Iran la minaccia atomica: “Avranno la bomba in 12 mesi”

di Glauco Maggi


Gli iraniani potrebbero essere in grado di mettere a punto un ordigno nucleare entro 12 mesi. L’allarme arriva da Leon Panetta, segretario americano alla Difesa, in un’intervista a ‘60 Minutes’ di CBS News: “È opinione generale che se decidessero di farlo, impiegherebbero probabilmente circa un anno per riuscire a produrre una bomba e poi forse uno o due per installarla su un vettore di qualche tipo”. “Gli Stati Uniti - ed il presidente lo ha detto chiaramente - non vogliono che l’Iran sviluppi una bomba nucleare, ha affermato ancora Panetta. Per noi si tratta di un limite che non deve essere superato, e lo stesso è ovviamente per gli israeliani e quindi condividiamo un obiettivo comune. Gli Stati Uniti - ha infine chiarito - adotterebbero qualunque misura necessaria” per fermare l’Iran nel caso in cui ricevessero informazioni di intelligence secondo cui l’Iran starebbe procedendo in questa direzione. “Nessuna opzione è esclusa”. Nemmeno quella di una ’superbomba’ in grado di distruggere i bunker atomici di Teheran di cui vi diamo conto nell’articolo che segue.
La settimana scorsa Obama, nel discorso sullo Stato dell’Unione, aveva detto che «tutte le opzioni sono sul tavolo» per impedire a Teheran di entrare nel club nucleare. Non sono parole vuote. Il Pentagono ha segretamente chiesto al Congresso, riporta il Wall Street Journal, 82 milioni per finanziare il programma di Super Bombe necessarie a distruggere l’arsenale di Ahmadinejad. I capi militari si sono convinti che le bombe anti-bunker di cui dispongono ora sono insufficiente a penetrare le fortificazioni che proteggono le operazioni di arricchimento dell’uranio e di allestimento dei vettori. Finora la Boeing ha prodotto per la Difesa una ventina di ordigni, al prezzo di 330 milioni, chiamati MOP, Massive Ordnance Penetrators. Pesano da 30mila libbre, circa 15 mila kili, ma il loro nomignolo «distruggi bunker» non corrisponde più al vero.
Questi «penetrators», infatti, devono riuscire a sfondare la cortina di rocce, acciaio e cemento e a esplodere solo dopo aver raggiunto il vero obiettivo, la base atomica sottostante. Il ministro della Difesa Leon Panetta ha confermato al WSJ «che stiamo tentando di sviluppare» queste bombe più efficaci, anche se un portavoce del Pentagono ha poi precisato che simili armi «non intendono mandare segnali ad uno specifico Paese ma sono una dotazione che crediamo sia indispensabile nei nostri arsenali».
La realtà è che i militari Usa hanno rilevato qualche problema nel verificare il successo di queste bombe anti-bunker durante i primi test di funzionalità penetrativa. E la base iraniana a Fordow, sepolta  in una montagna circondata da una fitta batteria-antiaerea e iperfortificata, richiede un ordigno particolarmente potente. Quanto potente è difficile dire, perché la resistenza dipende anche dalla densità e dal tipo di rocce che fanno da protezione naturale, e questi dati non sono noti al 100%. I nuovi finanziamenti chiesti dal Pentagono, in un momento in cui  il presidente ha annunciato tagli al budget militare per quasi 500 miliardi di dollari, e l’ala di sinistra del suo stesso partito ha chiesto addirittura alla Casa Bianca di ridurre il budget di 900 miliardi, testimoniano della urgenza che il governo Usa dà all’Iran.
Oltre alla preparazione a tempo di record della nuova superbomba, Panetta sta preparando una strategia articolata, anche con bombardamenti tradizionali alle bocche di entrata e di uscita delle basi. Danni seri all’accesso agli impianti, comunque, avrebbero l’effetto di fermare i lavori e di rallentare la costruzione della bomba. Che i venti di guerra su Teheran soffino più forte nelle ultime settimane è confermato dal New York magazine domenicale. Sotto la copertina «Israele contro Iran», si sostiene che per la prima volta ci sono le tre condizioni indispensabili per un attacco di Tel Aviv: la capacità militare tecnica di Israele di colpire e quella politica di sopportare le conseguenze; il supporto tacito degli Usa; l’esaurimento delle vie diplomatico-economiche per impedire a Teheran di farsi la bomba.

Fonte: Libero.it

sabato 11 febbraio 2012

Foibe: il giorno dell’amnesia.

di Marcello de Angelis


Monti ha scelto il giorno del ricordo delle foibe per fare una passeggiata a Wall Street, così da evitarsi di partecipare a qualsiasi celebrazione. A causa del maltempo atmosferico – ma soprattutto del maltempo politico – quest’anno le Foibe sono tornate ad essere un simbolo di identità negata solo per alcune minoranze, tornate ad essere marginalizzate e tollerate a stento. Un ricordo dei familiari dei 300mila esuli, scappati dalla pulizia etnica del Compagno Broz Tito e trasportati attraverso l’Italia chiusi in treni che saltavano le fermate perché l’allora potentissimo Pc aveva mobilitato migliaia di militanti per insultare i profughi e impedire che fossero rifocillati. Secondo l’Italia di Togliatti, chi scappava dalla slavizzazione era un traditore della causa socialista. O un pazzo che rifiutava l’opportunità – sognata da milioni di compagni italiani – di vivere sotto il giogo comunista. Il 10 febbraio è tornato ad essere un giorno celebrato quasi solo a destra e nelle città dove forte è la presenza dei discendenti delle vittime. La nuova Italia ha voltato le spalle ai martiri che scelsero la morte pur di restare italiani. Non dovrebbe stupirci. La fine del governo di centrodestra ha riaperto le gabbie della faziosità italiana più infame. Ieri c’è chi, in scuole e università, ha organizzato persino party con prodotti jugoslavi per festeggiare le imprese di Tito. L’anno si è aperto con il tentativo di impedire le celebrazioni in ricordo dei ragazzi di destra ammazzati negli anni Settanta. Continua con la cancellazione del ricordo degli infoibati. Povera Italia, in che mani l’abbiamo fatta finire…

Le foibe? Caro presidente, furono i comunisti...

di Marcello Veneziani


GIORGIO NAPOLITANO
Presidente Napolitano, mi dispiace, ma non ci stiamo. Ricordando ieri le foibe lei se l’è presa con «le derive nazionalistiche europee», attribuendo a esse l’eccidio di migliaia di istriani, dalmati e dei partigiani bianchi.

Ma le cose, lei lo sa bene, non stanno così. L’orrore delle foibe fu perpetrato dai partigiani comunisti di Tito con l’appoggio del comunismo mondiale e dei comunisti italiani. Lei non ha mai citato il comunismo a proposito delle foibe.

È come se nella giornata della Memoria, celebrata pochi giorni fa, non citassero mai il nazismo ma se la prendessero con il comunismo. Certo, il nazionalismo fu una delle cause che inasprì i rapporti sui confini orientali; così come è noto che l’Unione Sovietica dette una mano a Hitler nella caccia e nello sterminio degli ebrei. Ma in entrambi i casi non si può tacere il principale colpevole e va citato per nome: il nazismo per la shoah e il comunismo per le foibe o per i gulag.

Lo sterminio degli italiani e la loro espropriazione obbedì a una triplice guerra: la guerra del comunismo contro l’Italia fascista, poi la guerra dei proletari comunisti contro i benestanti borghesi, quindi la guerra etnica contro gli italiani. Non salti i due precedenti passaggi e abbia l’onesto coraggio di chiamare i sicari per nome: furono comunisti. Il nazionalismo in questo caso c’entra assai meno, tant’è vero che i collaborazionisti di Tito furono anche i comunisti italiani. Con tutto il rispetto che merita, e persino la simpatia, non ricada nel dimenticazionismo.