Salviamo i nostri Marò

Salviamo i nostri Marò
I nostri due militari devono tornare a casa

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

Visualizzazione post con etichetta religione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta religione. Mostra tutti i post

lunedì 18 marzo 2013

"I Luminari".


 
A Scandale, la sera del 18 Marzo di ogni anno si svolge una delle manifestazioni più qualificate di tradizioni culturali unica nel suo genere: "I LUMINARI" di San Giuseppe..
 
Approfondimenti:
 
 
San Giuseppe
 

sabato 22 settembre 2012

L’oltraggio di Venezia e il Crocifisso di Vienna.



E’ difficile immaginare un oltraggio contro la fede cristiana più blasfemo e provocatorio di quello che si è avuto al Festival del Cinema di Venezia il 31 agosto con la proiezione del film Paradise Faith, Fede nel Paradiso, di Ulrich Seidl, film  che ha il suo punto culminante in una sequenza in cui la protagonista, l’attrice Maria Hoffstatter, si dedica all’autoerotismo utilizzando come strumento un crocifisso. E’ inutile entrare nei particolari, che sono raccapriccianti, ma sarà bene ricordare che per un cristiano non c’è simbolo più sacro del Crocifisso, che rappresenta Gesù Cristo, l’uomo-Dio, morto sulla Croce per redimere i peccati degli uomini. Tutta la fede cristiana si riassume nella predicazione di Cristo crocifisso.
 Lo scandalo di Venezia non è un episodio isolato, ma si inserisce in un quadro di cristianofobia dilagante. Lo spettacolo teatrale di Romeo Castellucci Sul concetto di Volto di Dio, messo in scena a Milano a gennaio, ha aperto quest’anno le danze. Il Festival di Venezia però è una ben più ampia cassa di risonanza, una vetrina internazionale, che ha visto accorrere giornalisti di tutto il mondo, per riferire senza alcuna indignazione della proiezione del film blasfemo, che ha avuto il premio speciale dalla Giuria.
La Santa Sede, il 12 settembre è intervenuta con un comunicato dal tono fermo: “Il rispetto profondo per le credenze, i testi, i grandi personaggi e i simboli delle diverse religioni è una premessa essenziale della convivenza pacifica dei popoli.” A dichiararlo è stato padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa Vaticana, che non si è riferito però alla blasfemia di Venezia, ma ad un altro film, Innocence of muslims, prodotto in America e considerato alle origini delle violente manifestazioni in Libia ed in altri paesi arabi.
 “Le conseguenze gravissime delle ingiustificate offese e provocazioni alla sensibilità dei credenti musulmani - ha scritto in una nota padre Lombardi – sono ancora una volta evidenti in questi giorni, per le reazioni che suscitano, anche con risultati tragici, che a loro volta approfondiscono tensione ed odio, scatenando una violenza del tutto inaccettabile“. Quanto è accaduto in Libia non sarebbe stato pianificato da mesi da Al Qaida in odio all’Occidente, ma sarebbe stato l’inevitabile conseguenza di “ingiustificate offese e provocazioni alla sensibilità dei credenti musulmani”. Ma perché non vengono definite “ingiustificate” le offese e le provocazioni alla sensibilità dei credenti cattolici come quelle del Festival di Venezia? Solo perché non provocano conseguenze, né gravissime, e neppure modestissime?

Ben pochi hanno ricordato che quanto è accaduto, nella città di Bengasi, è la conseguenza non dell’insulso film anti-Maometto, ma della politica franco-americana di cessione del Medio Oriente all’Islam, che, per nemesi storica,  ha avuto il suo momento principale proprio nel sostegno dato dalla Nato ai fondamentalisti di Bengasi contro Gheddafi. E se tutto il mondo ha protestato contro il film anti-islamico, che per ora è semi-clandestino, e presumibilmente non sarà mai proiettato, nessuno ha protestato contro il film anticattolico, che ha avuto tutte le luci della ribalta ed è destinato a larga circolazione, senza alcuna opposizione.
Il vero problema oggi è questo. Non esiste solo la persecuzione dei cristiani nelle terre di Islam, esiste anche la cristianofobia in Occidente. Ma soprattutto esiste l’arrendismo e la complicità dell’Occidente di fronte a questa cristianofobia. L’autolesionismo degli ambienti ecclesiastici fa parte purtroppo di questo sistema di complicità.

Il Beato Marco d’Aviano sulle colline del Kahlenberg, che dominano Vienna, brandiva il Crocifisso come strumento di lotta e di vittoria, per incitare i combattenti cristiani a liberare la città occupata dai musulmani. Oggi il Crocifisso è ridotto a strumento di sordido piacere da una società edonista che si autodistrugge consegnandosi all’Islam.
di Roberto de Mattei.

domenica 12 agosto 2012

Il fuoco freddo dell'inferno.




«Inferno» è ormai una parola un po’ desueta, anche nel linguaggio religioso: abbiamo pensato di soffiar via la cenere che si era depositata su questo argomento incandescente (l’immagine del fuoco, come vedremo, è capitale) e di riproporne qualche aspetto. L’inferno è stato un po’ ostracizzato per ragioni diverse. C’è chi lo considera il reperto di un paleolitico spirituale ormai ammuffito e, al massimo, col filosofo francese Jean-Paul Sartre (1905-1980), proclama che «l’inferno sono gli altri», ossia il prossimo crudele o noioso. C’è invece chi afferma in modo perentorio, citando il poema edito postumo (1886) La fine di Satana di Victor Hugo (1802-1885), che «l’inferno sta tutto intero in questa parola: solitudine», la quale è il campo da gioco di Satana. C’è pure la ben fondata convinzione del filosofo ottocentesco americano William James (1842-1910), secondo il quale «l’inferno di cui parla la teologia non è peggiore di quello che noi creiamo a noi stessi in questo mondo». Ed effettivamente, come con la grazia divina accolta e vissuta in noi già si sperimenta il paradiso della salvezza, così chi pecca e odia già è insediato in uno di quei gironi simbolici che mirabilmente Dante ha tratteggiato e popolato nei canti del suo Inferno.

Dopo tutto, già san Giovanni metteva in bocca a Gesù queste parole: «Chi non crede è già stato condannato» (Gv 3,18). Che l’inferno, poi, sia vuoto lo si è ripetuto sbrigativamente sulla base di una riflessione ben più ponderata e articolata del famoso teologo Hans Urs von Balthasar (1905-1988:( si dev’essere invece consapevoli che, se è vero che immensa è la misericordia di Dio, superiore non solo al nostro peccato, ma alla stessa sua giustizia, come già insegnava anche l’Antico Testamento (cf Es 20,5-9; 34,6-7), è altrettanto vero che esiste la libertà umana, presa sul serio da Dio che la rispetta fino alle sue estreme conseguenze, anche quella del rifiuto radicale e totale del bene e dell’amore. Scriveva giustamente la romanziera tedesca Luise Rinser (1911-2002:( «Ecco la mia idea precisa dell’inferno: uno se ne sta lì seduto, completamente abbandonato da Dio, e sente che ormai non può più amare, mai più, e che mai più incontrerà un uomo per tutta l’eternità».

Ebbene, se stiamo alla Bibbia, sappiamo che è centrale un simbolo per rappresentare l’inferno: il fuoco. Anche l’immagine spaziale della Geenna, che in ebraico significava "valle dei figli di Hinnon", attirava con sé l’idea di un incendio, perché era il luogo ove avveniva la combustione dei rifiuti di Gerusalemme e ove si consumavano culti pagani proibiti, nei quali si bruciavano persino figli, immolandoli per placare la divinità (sono le «alture di Tofet» a cui fa cenno Ger 7,30-33). La trasformazione della Geenna e del fuoco in un simbolo infernale è, però, un risultato tipicamente cristiano, legato alle parole di Gesù (il profeta Gioele, al massimo, ricorre a un luogo vicino alla Geenna, la valle di Giosafat, per collocarvi la sede del giudizio divino finale sulla storia: cf Gl 4,2.12-14). Ecco solo un paio di esempi. «Se la tua mano [poi: il piede e l’occhio, ndr] ti è di scandalo, tagliala! È meglio per te entrare monco nella vita, che andare con tutte e due le mani nella Geenna, nel fuoco inestinguibile» (Mc 9,43-48). Nel giudizio finale agli empi è riservata questa minaccia di Cristo: «Andate via da me, o maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi seguaci» (Mt 25,41). L’immagine passerà anche in san Paolo, che destina a «essere bruciata» l’opera malvagia dell’apostolo, perché «la svelerà quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco saggerà quale sia l’opera di ciascuno» (1Cor 3,13-15).

San Giacomo, nella sua lettera, intravede nel peccato di lingua il bagliore delle fiamme infernali: «Anche la lingua è un fuoco! […] essa brucia la ruota della nostra vita ed è poi bruciata essa stessa nell’inferno» (Gc 3,5-6). L’Apocalisse allargherà l’immagine trasformando gli inferi in uno «stagno di fuoco e zolfo», ove sono relegati la Bestia satanica, i falsi profeti, la morte, gli inferi, i vili, gli increduli, gli abietti, gli omicidi, gli immorali, i fattucchieri, gli idolatri e tutti i menzogneri (cf Ap 20,10.14; 21,8). Ora, il fuoco di per sé è nella Bibbia un simbolo divino, come la stessa scenografia delle teofanie attesta (si pensi al roveto ardente del Sinai). Cristo dichiara: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e vorrei davvero che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Il fuoco è, inoltre, il simbolo dello Spirito Santo, come si ha nella scena ben nota della Pentecoste. Ora, è proprio il fuoco divino a rivestire anche un’altra funzione, rivelando un diverso volto di Dio che è, sì, il Salvatore, ma è al tempo stesso il Giudice, non indifferente alle esigenze della morale. Il fuoco è quindi l’amore di Dio, ma è altresì la sua giustizia.

Ecco, allora, il vero significato del fuoco  dell’inferno: è un modo espressivo e incisivo per mettere in scena il giudizio divino sul male. Il Signore non è il "buon Dio" di una certa morale accomodante; egli è il fuoco e, perciò, non può essere manipolato come a noi più piace, non è riconducibile alle nostre manovre e ai nostri diversivi. Egli è, certo, fuoco di amore e di passione profonda, egli riscalda i cuori e scioglie il gelo delle anime infelici. Ma è anche il fuoco che scotta chi tenta di afferrarlo o spegnerlo. La Geenna con il suo ardente focolare è, quindi, il simbolo dell’agire giusto di un Dio libero e ben deciso a ingaggiare con il male la sua lotta vittoriosa. In questo senso aveva ragione lo scrittore cattolico francese Georges Bernanos (1888-1948) quando, nel suo romanzo Monsieur Ouine (1946), non esitava a dichiarare: «Si parla sempre del fuoco dell’inferno, mentre l’inferno è freddo», proprio perché è la mancanza del fuoco benefico dell’amore. Si riesce, così, a comprendere, come spesso si è spiegato, che l’inferno, anche se nella Bibbia e nella tradizione è stato collocato in un luogo, è piuttosto uno stato, una realtà in cui viene a trovarsi la persona peccatrice.

Certo, come si è visto, l’Antico Testamento inizialmente vedeva l’oltretomba come un orizzonte indistinto (lo sheol), dove tutti piombavano dopo la morte. Il libro della Sapienza aveva cominciato a ridurlo a sede dei malvagi, facendone così una dimora infernale, mentre i giusti entravano nella comunione divina, nello zenit celeste, rispetto a quell’oscuro nadir di tenebra e di silenzio.

A questo punto possiamo comprendere quanto sia decisiva e necessaria la categoria di "inferno" espressa attraverso il simbolismo igneo come componente della vicenda umana nella sua libertà di scelta per il bene o per il male, e quanto lo sia anche per lo stesso concetto di Dio, Signore buono e giusto, pronto a tutelare la morale, a sanzionare il male e a premiare il bene. E proprio perché è sganciato dalla materialità spaziale, l’inferno penetra già ora, attraverso la morte, nella storia personale e universale, così come vi si insedia il paradiso. Aveva allora ragione - anche se il suo linguaggio non era del tutto teologicamente calibrato e la sua finalità non era strettamente religiosa - Italo Calvino (1923-1985) quando, nel romanzo Le città invisibili(1972), scriveva: «L’inferno dei viventi è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo è facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte, fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio».

di Gianfranco Ravasi.

domenica 29 luglio 2012

I progressisti in nome dei gay mistificano anche Platone.



L’Italia - si dice - è sull’orlo della bancarotta economica e il Pd in che modo si candida a governarla? Azzuffandosi sulle «nozze gay». Se questa torrida estate non fosse tragica, sarebbe comica. Perché perfino l’incolpevole Platone viene trascinato a sproposito nell’infuocata querelle che in queste ore ha visto polemizzare la Bindi, Bersani, la Concia e Casini. È capitato sulle pagine di D, il magazine di Repubblica. Nella sua consueta rubrica, Umberto  Galimberti critica il fatto che scienza, psicoanalisi, religione e diritto - a suo avviso - discriminano l’omosessualità considerandola «esclusivamente sul piano sessuale» (a differenza dell’eterosessualità).  A questo punto Galimberti sostiene che Platone combatté proprio questo «pregiudizio negativo nei confronti degli omosessuali» e per dimostrarlo si lancia in un’azzardata escursione nel «Simposio». Da cui cita un passo dove - a suo avviso - «Platone lega opportunamente la condanna dell’omosessualità a un problema di democrazia, a cui forse noi, a causa del perdurare dei pregiudizi, non siamo ancora giunti».

Ora, fare di Platone un teorico e paladino della «democrazia» (oltretutto una democrazia moderna e libertaria) è - a dir poco - surreale. Per sorriderne non occorre neanche aver letto Karl Popper (o il libro di Franco Ferrari, «Platone. Contro la democrazia», Rizzoli).

PAUSANIA, CHI ERA COSTUI?

Ma ancora più sconcertante è vedere attribuito a Platone un pensiero che nel «Simposio» è espresso da Pausania. Si deve infatti sapere che in questo dialogo vari personaggi intervengono esprimendo il loro diverso punto di vista su Eros. La voce con cui si identifica Platone ovviamente non è affatto quella di Pausania o quelle di Aristofane e di Agatone, ma - come di consueto - quella di Socrate che interviene dopo tutti gli altri e che demolisce tutti i discorsi che lo hanno preceduto. In sostanza Socrate guida gli ascoltatori a scoprire che l’amore non è ciò che loro credevano, ma piuttosto l’attrazione che l’anima umana ha per la perfezione e per l’Assoluto (qui si capisce perché il cristianesimo dialogò subito, non con le religioni, ma con la filosofia greca, che vedeva pervasa dell’attesa del Logos divino).

Se poi consideriamo l’intervento di Pausania - quello che Galimberti erroneamente presenta come pensiero platonico - è assai dubbio che si occupi di omosessualità, ma di certo si può dire che è il discorso più misogino che lì risuoni perché attribuisce l’amore per le donne all’Eros dell’«Afrodite volgare» (e lo depreca), mentre l’ Eros dell’«Afrodite celeste» è esclusiva dei maschi. È davvero esilarante che su un magazine femminile quale è  D venga citato come esemplare, edificante e «democratico» un discorso di quel tenore dove Pausania esalta il genere maschile perché «per natura più forte e più dotato di cervello».

ALTRO CHE PERBENISTA

Se poi volessimo sapere cosa veramente Platone pensava e cosa ha scritto sulla pratica omosessuale, scopriremmo pagine che oggi, sulle colonne del giornale di Scalfari e Galimberti, verrebbero subito condannate come terribilmente «omofobe».

Infatti nelle «Leggi», Platone critica quanti hanno «corrotto la norma antica e secondo natura relativa ai piaceri sessuali non solo degli esseri umani, ma anche degli animali». E spiega: «Bisogna considerare che, a quanto pare, il piacere sessuale fu assegnato secondo natura tanto alle femmine quanto ai maschi affinché si accoppiassero al fine di procreare, mentre la relazione erotica dei maschi con i maschi e delle femmine con le femmine è contro natura e tale atto temerario nasce dall’incapacità di dominare il piacere».

Come si vede qui Platone è perfino più «rigorista» della Chiesa per quanto riguarda l’unione dell’uomo e della donna al cui congiungimento fisico la teologia cattolica riconosce anche il fondamentale valore unitivo, cioè dell’amore fra i coniugi. In altri passi delle «Leggi», Platone condanna di nuovo i rapporti sessuali diversi da quelli fra uomo e donna adulti, invitando ad attenersi alle leggi di natura e a cercare sempre e solo l’acquisizione delle virtù. Il filosofo greco sembra considerare perfino come un «pericolo», per l’ordine sociale, gli «amori di donne al posto di uomini e uomini al posto di donne» perché «innumerevoli conseguenze sono derivate agli uomini privatamente e a intere città». Del resto Platone - decisamente lontano e opposto alla mentalità epicurea -  indicando l’esempio di un famoso atleta, Icco tarantino, che per vincere alle Olimpiadi si astenne da tutti i piaceri durante il lungo allenamento, invita a incitare i giovani a fare altrettanto e a «tener duro in vista di una vittoria molto più bella» ovvero: «la vittoria sui piaceri». Platone - con buona pace di coloro che fantasticano di un’antica Grecia libertaria e accusano la Chiesa Cattolica di aver portato illiberalità e sessuofobia - arriva addirittura a chiedere alle leggi di prescrivere la virtù: «La nostra legge deve assolutamente procedere dicendo che i nostri cittadini non devono essere peggiori degli uccelli e di molte altre bestie che, nati in grandi gruppi, vivono fino alla procreazione non accoppiati, integri e puri da unioni sessuali, ma quando giungono a questa età, congiuntisi per proprio piacere il maschio alla femmina e la femmina al maschio, vivono il resto del tempo in modo santo e corretto, attenendosi e saldamente ai primi patti d’amore; dunque essi (i cittadini) devono essere migliori delle bestie».

Questa la prima legge (dove si condannano anche i rapporti prematrimoniali e l’adulterio). E «qualora (i cittadini) vengano corrotti», aggiunge Platone, bisogna escogitare «una seconda legge per loro». Ovvero, se proprio alcuni non resistono all’attrazione dei piaceri senza legge «sia presso di loro cosa bella compiere di nascosto questi atti (…), mentre sia turpe il non farli di nascosto». Questo è il Platone vero, quello che racchiude le leggi nell’«ossequio agli dèi, l’amore pe gli onori e il fatto che non ci sia desiderio dei corpi, ma dei bei costumi dell’anima».

Dell’altro Platone, quello di Galimberti, non si trova notizia sui suoi testi. Voglio aggiungere che siccome a quel tempo sotto la categoria di amore andava anche il rapporto fra maestro e discepolo, e siccome questo rapporto poteva scadere (e scadeva) nella pederastia, c’è un passo di Platone (nella Repubblica, il dialogo filosofico, non il giornale) in cui si legge la condanna di questa degenerazione possibile: «tu stabilirai una legge nella città che stiamo fondando, in base alla quale chi prova affetto (erastés) per il suo ragazzo affezionato (ta paidikà), lo ami e lo accompagni e lo tocchi come farebbe un padre con il figlio; con il suo consenso e avendo come fine la contemplazione e la conoscenza del bello. Mai dunque dovrà accadere o sembrare che si vada oltre questi limiti».

LA FAMIGLIA NATURALE

Qualcuno potrà sorprendersi di scoprire questo Platone, perché da tempo si è diffuso il luogo comune che la famiglia eterosessuale (come fondamento della civiltà) e la legge naturale siano un’invenzione del cristianesimo. In realtà la famiglia fra uomo e donna è stata il fondamento istituzionale esclusivo di tutte le civiltà precedenti il cristianesimo e di tutti i popoli. Da sempre. E la legge naturale ben prima del cristianesimo è stata il fondamento della riflessione morale, in modo speciale nell’antica Grecia. Un formidabile saggio di Francesco Colafemmina, «Il matrimonio nella Grecia classica» vuole dimostrare tutto questo con ricchezza di citazioni (sorprendenti) e brillante scrittura. Il libro di Colafemmina (a cui devo tante preziose indicazioni) intende ribaltare «le mistificazioni contemporanee» e ricostruisce «un’etica matrimoniale condivisa fra ellenismo e cristianesimo». Una lettura preziosa in questi tempi di confusione e di ideologia. Una lettura da consigliare a tutti i nostri spensierati politici.

di Antonio Socci.

mercoledì 25 luglio 2012

Tommaso, l'unico Moro davvero Santo.


Aldo Moro
Lunedì scorso, in silenzio, è stato accolto il primo passo per avviare la santificazione di Aldo Moro, servo di Dio. Me lo diceva un suo fedelissimo, Luigi Ferlicchia, presidente del centro studi Moro e promotore con il postulatore Nicola Giampaolo della canonizzazione.

Ferlicchia è pure convinto che Moro sia stato vittima del Kgb sovietico: ricorda un borsista che seguiva le lezioni di Moro, Sergeij Sokulov, agente del Kgb, che avrebbe condotto Moro per braccio nel rapimento di via Fani.

Una tesi condivisa da due stretti collaboratori di Moro, Franco Tritto e Renato Dell'Andro. Ma questa è roba da commissione Mitrokhin.

Mi turba di più la santità di Moro (idem per De Gasperi. Verrà poi il turno di Andreotti?). Ammiro la devozione eterna dei postulanti nei confronti di Moro ma francamente non vedo tracce di santità. Non tiro in ballo il compromesso storico e l'apertura a sinistra di un politico che pure nasce moderato e da giovane fu fascista; né lo dico ricordando lo scandalo dei petroli, i suoi collaboratori inquisiti o l'affare Lockheed. Moro fu un politico e si comportò da politico, non da santo. La sua morte brucia ancora, ma come diceva Sant'Agostino non è la pena ma la causa a fare i martiri. E non vedo Moro mosso da una causa cristiana, al più democristiana. O dovremmo santificare tutte le vittime cattoliche del terrorismo?

veri santi si sacrificano nel nome della fede o dedicano la loro vita a opere di carità o compiono miracoli. Moro rientra in questi canoni? Un Santo Moro politico c'è già: è San Tommaso Moro. Basta lui. Dio non votava Dc.

di Marcello Veneziani.

martedì 12 giugno 2012

PRETI PEDOFILI. DON GIORGIO GOVONI: "QUANDO LA CALUNNIA UCCIDE".



di Massimo Introvigne.

I preti pedofili esistono. Come ha ricordato il Papa, sono “una vergogna” per la Chiesa e nei loro confronti non è giustificata nessuna tolleranza. Ma vi è anche un’altra categoria che non dev’essere dimenticata in questo lungo venerdì santo della Chiesa: quella dei preti accusati ingiustamente. Dal tentativo nazista di screditare la resistenza della Chiesa tedesca al regime moltiplicando le accuse di pedofilia – quasi tutte false – agli studi legali miliardari americani che sparano accuse talora davvero insensate al solo scopo di spillare quattrini alla Chiesa, c’è una storia parallela di calunnie che, per i sacerdoti che le subiscono, costituiscono un vero martirio.

Ricorre quest’anno il decimo anniversario di una vicenda dolorosissima che ha coinvolto un sacerdote italiano, don Giorgio Govoni (1941-2000). Questo parroco della Bassa Modenese – un parroco esemplare, amatissimo dai suoi parrocchiani – è accusato nel 1997 da un’assistente sociale, che afferma di avere intervistato tredici bambini, di guidare un gruppo di «satanisti pedofili» che praticherebbero riti satanici in diversi cimiteri tra Mirandola e Finale Emilia, violentando e talora uccidendo bambini (di cui peraltro non si sono mai trovati i corpi). Rinviato a giudizio, è ritenuto colpevole dal pubblico ministero che chiede per lui quattordici anni di carcere. La Curia di Modena si schiera fin dall’inizio con lui e ne sostiene la difesa, facendo appello anche a chi scrive, il quale crede di avere dimostrato in una perizia di parte il carattere assolutamente inverosimile delle accuse. Ma, dopo l’arringa del pubblico ministero, don Giorgio muore stroncato da un infarto nell’ufficio del suo avvocato il 19 maggio 2000.

La morte del sacerdote estingue le accuse contro don Giorgio, ma la sentenza nei confronti dei coimputati mostra che i giudici del Tribunale di Modena credono nonostante tutto agli accusatori. La situazione però si rovescia in sede di appello, interposto anche dai difensori del sacerdote defunto per riabilitarlo almeno post mortem. L’11 luglio 2001 la Corte d’Appello di Bologna dichiara che nella Bassa Modenese non è mai esistito un gruppo di «satanisti pedofili» e che don Giorgio è stato ingiustamente calunniato sulla base di fantasie indotte in bambini molto piccoli da un’assistente sociale che ha letto una certa letteratura su casi americani. Nel 2002 la sentenza di appello è confermata dalla Corte di Cassazione, con soddisfazione delle autorità ecclesiastiche e dei parrocchiani che hanno sempre visto in don Giorgio un eccellente sacerdote travolto da accuse inventate.

Ogni anno i suoi parrocchiani, spesso con la presenza del vescovo di Modena, si riuniscono sulla tomba di don Giorgio. Io, che l’ho conosciuto personalmente, sono rimasto sia edificato dalla sua testimonianza di sacerdote e di uomo d’intensa preghiera, sia spaventato dalla facilità con famiglie in difficoltà – può essere umanamente e moralmente distrutto da accuse infamanti immediatamente riprese dai media prima di ogni verifica. Ricordare a dieci anni dalla morte don Giorgio Govoni non assolve certamente nessun sacerdote davvero colpevole di abusi. Ma ci ricorda che esistono pure i fabbricanti di calunnie. Anche nei loro confronti è giusta la tolleranza zero.

domenica 3 giugno 2012

Pio IX? statista illuminato. Parola di "prof" reazionario.



S.S. Pio IX
La bibliografia sul Risorgimento italiano si è parecchio allungata nei mesi scorsi, in occasione dei festeggiamenti per i centocinquant’anni d’unità nazionale. Quel momento fondante e problematico della storia patria è stato raccontato sotto diversi punti di vista, anche le letture revisioniste e critiche hanno (finalmente) conquistato piena legittimità editoriale.

Ovvio che rimanga ancora molto da scoprire, da indagare, da comprendere per uscire definitivamente dalla retorica ottocentesca e poi fascista, per maturare una condivisa identità nazionale.

Ulteriore stimolo allo studio e alla riflessione arriva da Pio IX e la Rivoluzione italiana di Roberto de Mattei (Cantagalli, pagg. 208, euro 16). Il volume, fresco di stampa, è uscito fuori tempo massimo per rientrare nella sbornia editoriale celebrativa. Meglio così, dato che solo il nome dell’autore rischia di mettere in allarme i sinceri democratici e molti veri o presunti laici.

La fama del professor De Mattei, cattolico militante, presidente dell’associazione «Lepanto», ha valicato da tempo i confini degli addetti ai lavori della ricerca storica per via di una serie di prese di posizione politicamente scorrette: De Mattei ha preso posizione contro l’Unione europea che disgrega le unità nazionali e contro la teoria evoluzionista di Charles Darwin (secondo lui, poco compatibile con la fede cristiana). Dai microfoni di Radio Maria ha trovato un nesso fra la decadenza della civiltà occidentale e la propaganda omosessuale. Poiché «ogni male deve avere il suo castigo» non ha poi escluso che catastrofi naturali come un terremoto o uno tsunami possano rientrare nei piani della giustizia divina.

Di più. La sua «storia mai scritta» del Concilio Vaticano II, pubblicata per Lindau, ha vinto il premio Acqui Storia 2011, però ha sollevato molti dubbi anche fra cattolici non progressisti. In fondo, De Mattei non nasconde la sua vicinanza intellettuale alla cosiddetta scuola «controrivoluzionaria» di Plinio Corrêa de Oliveira. Secondo il pensatore brasiliano, la Rivoluzione è un processo messo in moto da forze avverse alla civiltà cristiana, iniziato con la Riforma protestante, proseguito con l’89 francese e culminato con il ’68. Il Risorgimento italiano è un’altra tappa fondamentale di questa scristianizzazione europea, aggiunge De Mattei. La stessa «questione romana non è un’appendice politico-diplomatica del Risorgimento ma il filo conduttore e il compimento». Significativa è l’immagine del primo civile che attraversò la breccia di Porta Pia: un valdese con un carretto carico di bibbie protestanti trainato da un cane battezzato con nome di Pio IX.

Ebbene, Giovanni Maria Mastai Ferretti, il pontefice che regnò più a lungo dopo San Pietro, ben trentadue anni, nella ricostruzione di De Mattei fu tutt’altro che sprovveduto in politica, ben conscio della posta in gioco, consapevole dell’attacco massonico e protestante dietro Mazzini, Garibaldi e Cavour. Addirittura sarebbe un mito quello del «Papa liberale» agli albori del pontificato, alimentato da nemici interni come Gioberti.

Non è necessario essere d’accordo del tutto con De Mattei, e sposare una certa propensione complottista, per ammettere una componente violentemente anticattolica in alcuni eroi risorgimentali, o per intravedere «un tentativo di eliminare il soprannaturale e il trascendente dalla storia». Se così non fosse, si spiegherebbero ben poco certi provvedimenti prima piemontesi e poi del Regno d’Italia nei confronti dei religiosi: abolizione per legge degli ordini contemplativi, espropri, carcerazioni, profanazioni. Nemmeno occorre militare fra i cattolici tradizionalisti per trovare in Pio IX motivi di stima: resse bene a un attacco culturale e militare senza precedenti nella storia della Chiesa. Affrontò di petto il materialismo trionfante proclamando a furor di popolo il dogma dell’Immacolata Concezione, aprendo il Concilio Vaticano I che sancì l’infallibilità papale e pubblicando il Sillabo, «sommario dei principali errori» dell’epoca.

Proprio il Sillabo non va venerato come fanno molti reazionari che confondono la Chiesa con la sua fase storica post-tridentina, ed è indubbiamente il documento di un’istituzione sotto attacco, che gioca in difesa.

Però ebbe il merito di rivendicare e tramandare un’idea medioevale del cattolicesimo e la visione del mondo tomista. In quest’epoca di tronfio neo-positivismo - suggerisce De Mattei - Pio IX ha qualcosa da dire a tutti, qualcosa di attuale. Non per nulla quando riesumarono il cadavere per la causa di beatificazione del settembre 2001 lo trovarono perfettamente conservato. Se lo stesso avviene per Mazzini - ha fatto notare qualcuno - è solo perché venne letteralmente mummificato dai seguaci.

di Luca Negri.

giovedì 31 maggio 2012

Che cosa succede in Vaticano?



Che cosa succede in Vaticano? I cattolici del mondo intero si domandano costernati qual è il senso delle notizie che esplodono sulla stampa e che sembrano rivelare l’esistenza di una guerra ecclesiastica interna alle Mura Leonine, la cui portata è artatamente ingigantita dai mass media. Però, se non è facile capire che cosa succede, si può tentare di capire perché tutto ciò oggi accade.

Non è privo di significato il fatto che l’autocombustione divampi proprio mentre ricorre il 50esimo anniversario del Concilio Vaticano II. Tra tutti i documenti di quel Concilio, il più emblematico, e forse il più discusso, è la costituzione Gaudium et Spes, che non piacque al teologo Josef Ratzinger. In quel documento si celebrava con irenico ottimismo l’abbraccio tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. Era il mondo degli anni Sessanta, intriso di consumismo e di secolarismo; un mondo su cui si proiettava l’ombra dell’imperialismo comunista, di cui il Concilio non volle parlare.

Il Vaticano II vedeva i germi positivi della modernità, ma non ne scorgeva il pericolo, rinunciava a denunciarne gli errori e rifiutava di riconoscerne le radici anticristiane. Si poneva in ascolto del mondo e cercava di leggere i «segni dei tempi», nella convinzione che la storia portasse con sé un indefinito progresso. I Padri conciliari sembravano aver fretta di chiudere con il passato, nella convinzione che il futuro sarebbe stato propizio per la Chiesa e per l’umanità. Così purtroppo non fu. Negli anni del postconcilio, allo slancio verticale verso i princìpi trascendenti si sostituì l’inseguimento dei valori terrestri e mondani.

Il principio filosofico di immanenza si tradusse in una visione orizzontale e sociologica del Cristianesimo, simboleggiata, nella liturgia, dall’altare rivolto verso il popolo. La conversio ad populum, pagata a prezzo di inaudite devastazioni artistiche, trasformò l’immagine del Corpo Mistico di Cristo in quella di un corpo sociale svuotato della sua anima soprannaturale. Ma se la Chiesa volta le spalle al soprannaturale e al trascendente, per volgersi al naturale e all’immanente, capovolge l’insegnamento del Vangelo per cui bisogna essere «nel mondo, ma non del mondo»: cessa di cristianizzare il mondo ed è mondanizzata da esso.

Il Regno di Dio diviene una struttura di potere in cui dominano il calcolo e la ragion politica, le passioni umane e gli interessi contingenti. La “svolta antropocentrica” portò nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio. Quando parliamo di Chiesa ci riferiamo naturalmente non alla Chiesa in sé, ma agli uomini che ne fanno parte. La Chiesa ha una natura divina che da nulla è offuscata e che la rende sempre pura e immacolata. Ma la sua dimensione umana può essere ricoperta da quella fuliggine che Benedetto XVI, nella Via Crucis precedente alla sua elezione, chiamò «sporcizia» e Paolo VI, di fronte alle crepe conciliari, definì, con parole inconsapevolmente profetiche, «fumo di Satana» penetrato nel tempio di Dio.
Fumo di Satana, prima delle debolezze e delle miserie degli uomini, sono i discorsi eretizzanti e le affermazioni equivoche che a partire dal Concilio Vaticano II si susseguono nella Chiesa, senza che ancora sia iniziata quell’opera che Giovanni Paolo II chiamò di «purificazione della memoria» e che noi, più semplicemente, chiamiamo «esame di coscienza», per capire dove abbiamo sbagliato, che cosa dobbiamo correggere, come dobbiamo corrispondere alla volontà di Gesù Cristo, che resta l’unico Salvatore, non solo del suo Corpo Mistico, ma di una società alla deriva. La Chiesa vive un’epoca di crisi, ma è ricca di risorse spirituali e di santità che continuano a brillare in tante anime. L’ora delle tenebre si accompagna sempre nella sua storia all’ora della luce che rifulge.

di Roberto de Mattei.

martedì 29 maggio 2012

Cardini: non confondere il cristianesimo con lo Stato.


S.S. Benedetto XVI
Lo storico Franco Cardini mette l'accento sulla confusione che spesso si fa fra queste due realtà e invita a «non gridare al cristianesimo offeso e tradito anche perché non è in causa il cristianesimo» in questo momento di turbolenza per il Vaticano. Che ha visto la sfiducia nei confronti del presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, e oggi al fermo del presunto «corvo» Paolo Gabriele, aiutante di camerà della famiglia pontificia, accusato di essere in possesso di documenti riservati. «Se ne sa ancora poco, è presto per fare illazioni. Ma, certamente, noi dimentichiamo che il Vaticano è uno Stato, ha un apparato istituzionale, è anche una grande potenza economico-finanziaria e da tutto questo conseguono una quantità di elementi che complicano un quadro che noi, un po' distrattamente, ameremmo essere un quadro religioso», dice Cardini.

Lo storico insiste poi sul fatto che «confondiamo lo Stato Città del Vaticano con la Chiesa e con la confessione cattolica della fede cristiana. È un errore dal quale dovremmo guardarci e lo facciamo un pò tutti». Per Cardini «non è particolarmente strano quello che è accaduto a Gotti Tedeschi. È una disavventura professionale che può succedere a qualunque esperto di finanza investito di una responsabilità così delicata come quella dello Ior, chiacchierato da tempo. Il nome di Marcinkus è diventato qualcosa di impronunciabile, come Dracula e il vampiro».

«Gotti Tedeschi lo riterrà uno smacco alla sua carriera professionale ma - continua lo storico - siamo tutti esposti a queste cose. In tempi si recessione economico-finanziaria è normale che succedano. Lo Stato Città del Vaticano non è lo Stato Europeo, ma risente della crisi attuale». Lo Stato Città del Vaticano, ricorda Cardini, «è una realtà nata nel '29 per risolvere un grosso problema che riguardava lo Stato Italiano: quello del contenzioso dei beni sequestrati e della libertà delle coscienze» ed «è chiaro che esistono i segreti di Stato. Facciamo l'errore di attribuire al Vaticano una superiorità morale e spirituale che non è nell'ordine delle cose storiche».

Fonte: Il Tempo.

domenica 20 maggio 2012

Mircea Eliade: il filosofo che indagò il "senso religioso"


Mircea Eliade
Mircea Eliade ha firmato alcuni dei saggi più interessanti del secolo scorso. Notevole è stata l’influenza del suo lavoro, anche fuori dall’ambito accademico, dal recinto degli studiosi di religioni e del sacro in generale. In centinaia di pagine Eliade ha raccontato «lo sciamanesimo e le tecniche arcaiche dell’estasi», il mito dell’eterno ritorno (ben più antico di Nietzsche, addirittura primordiale), l’alchimia ovvero la scienza occulta nella lavorazione dei metalli, il significato delle feste dei solstizi e degli equinozi, la varietà delle tecniche yoga. Si è anche occupato di occultismo, mode culturali, simbologia, ma il suo lavoro più noto è giustamente il poderoso trattato di storia delle religioni: un vero classico per gli appassionati dell’argomento.
                                           
Lo studioso rumeno è invece meno noto come romanziere; eppure scrisse una decina abbondante di opere narrative. Probabilmente tutte interessanti, dati il personaggio, la vastità, la profondità degli interessi. Qualche anno fa Francis Ford Coppola ha trasformato in film «Un’altra giovinezza», fresco di stampa per la collana narrativa di Jaca Book, è invece «Gaudeamus». Si tratta del secondo romanzo di Eliade, scritto nel 1928, quando era poco più che ventenne, molti anni prima del suo coinvolgimento nella Legione dell’Arcangelo Michele di Corneliu Codreanu, l’ordine iniziatico cristiano- ortodosso, nazionalista e antisemita (purtroppo, anche se la cosa era tutt’altro che rara nella Romania di allora).

È bene ricordare che negli anni della maturità, Eliade non diede mai adito al minimo segnale di antisemitismo in alcuna delle sue opere. Nella Legione di Codreanu cercava ben altro. Risulta chiaro dalla lettura del romanzo giovanile, anche perché marcato è l’elemento autobiografico. Entriamo infatti nella vita di uno studente universitario (non antisemita, sebbene non gli manchino cattivi esempi intorno) che parla in prima persona, come in un diario. Accompagnato dallo scorrere delle stagioni che mutano l’animo quanto e come il paesaggio esterno, il protagonista vive esperienze amorose e sessuali, avventure del pensiero e tensioni religiose. Soffre un po’ la scissione fra il richiamo dei sensi, (la bella compagna d’università dai capelli neri), e il l’elevazione del pensiero e dello spirito. Vorrebbe spingersi oltre le frontiere intraviste dal suo autore favorito: Giovanni Papini. Se l’italiano non è riuscito ad acquisire il sapere assoluto, ha dichiarato fallita la missione ed è tornato sotto la rassicurante cupola della Chiesa cattolica, il giovane rumeno non intende arrendersi. Ed è capace di studiare per giorni e notti intere, senza mai alzarsi dalla sedia. Materie impegnative, per giunta, come il sanscrito e l’ebraico. Naturale che si ammali per il tropo poco sonno ed eccessiva tensione nervosa, per la febbrile indagine su quali siano i limiti della sua volontà. Provvidenzialmente, sarà il suo professore di logica a dare i consigli migliori: trovarsi una fidanzata, andare in osteria e non fare il filosofo, non avere fretta di accedere alla sapienza. Sempre sulle orme dell’insegnante, (dietro il personaggio si nasconde l’intellettuale Nae Ionescu), il giovane si riavvicinerà al cristianesimo. Proprio come Eliade, che per tutta la vita, nonostante la conoscenza del tantra indù e buddista e di quasi tutti i culti della terra, anzi proprio per quel motivo, fu cristiano ortodosso. Ulteriore conferma che in Cristo tutte le religioni si incontrano, come succede a spirito e carne.

di Luca Negri

sabato 14 aprile 2012

La cosa più imperdonabile della Costituzione ungherese.



di Marcello Veneziani.


«Ecco avanzare in Ungheria lo spettro della reazione... sotto l’egida del clericalismo conservatore con l’intento di tornare al passato, annullando la democrazia e la libertà». È impressionante notare che le stesse parole usate oggi in Europa per condannare la nuova Costituzione ungherese, rea di difendere la tradizione, la famiglia e la sovranità nazionale e popolare rispetto al potere delle banche, siano state adoperate dal compagno Sandro Pertini per sostenere nel 1956 l’invasione dei carri armati sovietici in Ungheria.

Le tesi di Pertini collimavano con le tesi del Pci, anche nella sua ala moderata. Il compagno Giorgio Napolitano, ad esempio, scriveva che l’azione sovietica in Ungheria evitava «che nel cuore dell’Europa si creasse un focolaio di provocazioni» e benediceva l’intervento sovietico per impedire che l’Ungheria cadesse «nel caos e nella controrivoluzione», così contribuendo «in maniera decisiva, non già a difendere gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo». I carri armati e la repressione sanguinosa del popolo ungherese, in nome della pace... Se al posto dei carri armati dell’Urss mettete i carri finanziari della Ue, le parole del 1956 ritornano nel nostro presente. Certo, la dominazione euro-finanziaria è incruenta; lo spread non uccide, anche se talvolta induce al suicidio.

Sto parlando di due cose diverse ma analoghe. Le citazioni dei due presidenti della Repubblica quando erano esponenti del Psi e del Pci, sono tratte da Budapest 1956. La macchina del fango di Alessandro Frigerio uscito in questi giorni da Lindau, con prefazione di Paolo Mieli (pagg. 250, euro 21). Il libro ripercorre la vergognosa posizione dei comunisti italiani in favore dell’invasione militare sovietica e della brutale repressione. E racconta «la macchina del fango» (ma quella vera, originale) della disinformazione filo-sovietica ad opera di intellettuali, stampa ed esponenti della sinistra. Furono in pochi a sottrarsi: onore a Giolitti e a quel rustico galantuomo di Peppino Di Vittorio, o a quei militanti che uscirono dal Partito. Tra i socialisti ci fu una corrente filocomunista, detta dei «carristi», perché favorevoli ai carri armati: Pertini si era già segnalato tre anni prima per le sperticate lodi a Stalin nel giorno della sua morte. Passato sepolto, per carità.

Ma quel che inquieta è che la rivolta degli ungheresi contro il regime comunista fu bollata all’epoca con gli stessi epiteti con cui oggi si marchia a fuoco la nuova Costituzione ungherese, votata dal 70% del Parlamento, liberamente e democraticamente eletto nel 2010. Una Costituzione che cancella quella comunista e filosovietica del 1949. Ma gli eurocrati e i loro alleati politici, intellettuali, tecno-finanziari, preferivano quella precedente.

Sulla nuova costituzione ungherese è stata allestita una disinformazione che somiglia a quella filosovietica del ’56. Cosa scandalizza gli europei di quel testo e perché solo agli ungheresi è proibito riconoscersi nel patriottismo della loro Costituzione? Dio entra nella Costituzione, dicono indignati e allarmati. Vorrei ricordare che Dio è già entrato da due secoli e mezzo nella Costituzione americana e non ha mai fatto danni alla libertà e alla democrazia. Il riferimento alla «grazia di Dio e alla volontà della nazione» era anche la formula dell’Italia libera e unita nata dal Risorgimento. Perché «Dio salvi la regina» britannica va bene e invece non va bene «Dio salvi l’ungherese», molto più democratico perché estende la benedizione a tutto il popolo? La Costituzione ungherese non impone poi una professione di fede ma riconosce al cristianesimo «il ruolo avuto nel conservare l’integrità della nazione». Un riferimento storico, non confessionale. Che avrebbe dovuto fare anche l’Europa in tema di radici nella sua Costituzione. Ma la Carta ungherese sottolinea, e nessuno lo ricorda, «il rispetto per le varie tradizioni religiose».

Alla Costituzione magiara non perdonano poi il riconoscimento della famiglia come base della nazione, bene da tutelare, incoraggiando ad avere figli e concependola formata da un uomo e una donna, come del resto ogni civiltà ha inteso finora nella storia del mondo. Non c’è divieto di altre unioni, c’è lapromozione della famiglia. Un altro suo imperdonabile peccato è il riconoscimento del diritto alla vita e alla dignità umana, la protezione dell’embrione e del feto sin dal concepimento, il rigetto delle pratiche di eugenetica, dell’uso del corpo a scopo di lucro, la proibizione della clonazione, oltre alla difesa di donne, bambini, anziani e disabili. Si può condividere o meno quest’impianto ma non c’è nulla di criminale o disumano, illiberale o antidemocratico.

Ma la cosa più imperdonabile è un’altra: la Costituzione ungherese subordina la Banca Centrale all’interesse nazionale e impone ai suoi vertici di giurare fedeltà all’Ungheria (e il governo ha messo l’imposta speciale sui profitti delle banche). Questa, per gli eurocrati, è la colpa principale e il motivo ultimo per cui vogliono staccare l’ossigeno a giugno all’Ungheria del conservatore Orban. Il proposito indigna perfino il Wall Street Journal che ha denunciato la discriminazione nei confronti dell’Ungheria e il ricatto di negarle i fondi europei assegnati ad altri Paesi.

La disinformazione denuncia poi minacce ungheresi alla libertà di stampa: in realtà è previsto l’obbligo di rivelare le fonti quando è in pericolo la sicurezza nazionale, si prevedono multe, non chiusure o carcerazioni. E si tutela il made in Ungheria, stabilendo ad esempio per le radio di trasmettere almeno il 40 per cento di musica ungherese. (Norme proposte anche dalla sinistra europea per difenderci dall’americanizzazione).

Certo, può non piacere il tono patriottico e l’enfasi religiosa della Costituzione e non mancano aspetti non condivisibili: ad esempio, per colpire il ruolo invasivo della magistratura, si prevedono inaccettabili invasioni inverse, del potere esecutivo sul potere giudiziario. Ma ritenere che un Paese sia eversivo perché tutela la famiglia, la tradizione e la sovranità nazionale e popolare, è roba degna della macchina del fango filosovietica del ’56. Anche se i carri armati oggi si chiamano banche.

mercoledì 11 aprile 2012

Satana dimenticato.



Chi crede più all’esistenza di Satana? Probabilmente più nessuno (satanisti a parte!). Ma, non è solo l’uomo della strada ad aver dimenticato che il Grande Nemico esiste, ed è più forte che mai. Ad essere caduti nella trappola, o per meglio dire nella “grande menzogna” del diavolo, che consiste proprio nel far credere che egli non esista, è anzitutto la Chiesa cattolica. Parla Gabriele Amorth, che dal 1986 è in prima linea contro il demonio. “Su quel fronte purtroppo siamo rimasti in pochi”, dice con rammarico. Da poco in libreria è disponibile il suo nuovo libro: “L’ultimo esorcista” (Piemme, 2012) e quella che segue è una lunga intervista in cui affronta a tutto campo la difficile questione.

di Paolo Rodari

Un giorno padre Gabriele Amorth, l’anziano sacerdote paolino divenuto esorcista della diocesi di Roma nel 1986 per mandato firmato dal cardinale vicario di allora Ugo Poletti - da poco ha dato alle stampe “L’ultimo esorcista” (EdizioniPiemme, 266 pagine) -, viene ricevuto da un’eminenza importante della Santa Sede.

“Buon giorno eminenza, sono padre Gabriele Amorth. Sono un sacerdote paolino. Abito a Roma. Sono anche l’esorcista ufficiale della…”.

“So chi è lei. Ho sentito parlare di lei. Mi dica. Cosa vuole?”.

“Avrei bisogno di incontrarla”.

“Per quale motivo?”.

“Beh, vede, ho messo insieme un’associazione di esorcisti. Ci riuniamo a Roma per confrontarci e aiutarci. Sa, nel mondo siamo talmente pochi”.

“Senta. Adesso non ho tempo. Se vuole può venire a casa mia domani. Così mi dice quello che vuole. Saluti”.

Il cardinale chiude la telefonata piuttosto bruscamente. O almeno così pare a padre Amorth. Qualcosa gli dice che non gli sta simpatico. Il giorno dopo si fa annunciare in casa sua all’orario stabilito. Un pretino ossequioso entra in una stanza in fondo a un corridoio. Esce pochi istanti dopo senza guardare Amorth. Entra in un’altra stanza senza dire nulla.

“Avanti!”, urla una voce roca che Amorth intuisce provenire dalla stanza in fondo al corridoio. Entra. Sua eminenza è seduta su una poltrona. Davanti a sé ha un televisore acceso. In mano il telecomando. Gli fa cenno di sedersi su una poltrona. Quindi, una volta sedutosi, spegne la tv.

“Lei voleva vedermi. Dunque eccomi qua. Mi dica”.

“Ecco, eminenza. Ci tenevo a informarla del fatto che, in qualità di esorcista della diocesi di Roma, ho pensato di convocare un piccolo raduno di esorcisti. Siamo in pochi nel mondo e in pochissimi in Italia. Ho pensato che vederci ci avrebbe aiutato. È un mestiere difficile. Così sono venuto qui soltanto per informarla di questa iniziativa”.

“Ma deve informare Ruini - il cardinale Camillo Ruini è, nel momento in cui avviene questo colloquio, ancora il vescovo vicario per la diocesi di Roma, il successore di Poletti, ndr -, non me. Io dirigo un ufficio vaticano che sulla carta potrebbe avere competenza in materia ma soltanto sulla carta. Chi deve essere informato è Ruini”.

“Eminenza, Ruini è già informato. Gli ho scritto personalmente. Mi sembrava buona cosa avvisare anche lei…”.

“Sì, sì, per carità. Ha fatto bene. Ma tanto questa storia del diavolo…”.

“Come scusi?”

“Sto dicendo, lei fa l’esorcista, ma lo sappiamo entrambi che Satana non esiste, no?”.

“Come sarebbe a dire ‘sappiamo che non esiste’”.

giovedì 22 marzo 2012

Cresce l'intolleranza contro il Cristianesimo in Europa.



L'Osservatorio sull'Intolleranza e la Discriminazione contro i Cristiani in Europa, diretto dai coniugi Gudrun e Martin Kugler, è un'istituzione unica nel suo genere. Se numerose e spesso benemerite organizzazioni si occupano della "cristianofobia" e delle persecuzioni contro i cristiani in Africa e in Asia, solo l'Osservatorio di Vienna raccoglie sistematicamente dati sull'Europa. Il suo primo rapporto, sugli anni 2005-2010, ha esercitato una notevole influenza negli ambienti ecclesiali, politici e diplomatici, contribuendo in modo importante alla diffusione delle informazioni su un problema tanto grave quanto ignorato dalla grande stampa. Oggi l'Osservatorio rende pubblico un nuovo rapporto, relativo all'anno 2011, che certamente avrà a sua volta ampia eco.

Molti pensano che in Europa il problema della cristianofobia non esista. Dopo tutto, si dice, i cristiani non sono condannati a morte se parlano male dell'islam come in Pakistan, né sono bruciati vivi come in certe regioni della Nigeria o dell'India. Ma occorre distinguere, e il rapporto dell'Oservatorio lo fa. Il documento afferma che, sebbene in alcuni casi si potrebbe davvero parlare di «persecuzione», questa parola non va usata per l'Europa, in modo da tenere ben distinti i problemi europei da quelli africani e asiatici che sono caratterizzati da un alto numero di morti e dall'uso sistematico della tortura, della violenza armata e del terrorismo. In Europa è preferibile parlare di «intolleranza», di «discriminazione» e di «crimini di odio», questi ultimi più rari che in alcuni Paesi di altri continenti, ma non inesistenti.

I lettori che seguono La Bussola Quotidiana avranno riconosciuto qui uno schema che nell'anno 2011, nel corso del quale sono stato Rappresentante dell'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) per la lotta al razzismo, alla xenofobia e all'intolleranza e discriminazione contro i cristiani e i membri di altre religioni, ho ripetutamente promosso e fatto adottare in occasione di dichiarazioni ed eventi internazionali di tale ente internazionale, particolarmente al vertice di Roma del 12 settembre 2011 sui crimini di odio contro i cristiani, da me proposto e organizzato con il sostegno del governo italiano e della Santa Sede. In effetti, l'Osservatorio di Vienna lavora da sempre a stretto contatto con l'OSCE, è stato un aiuto prezioso durante il mio mandato, e nel rapporto diffuso oggi insiste particolarmente sul ruolo dell'OSCE nel 2011, sottolineando oltre al vertice di Roma di settembre la risoluzione approvata a Belgrado in luglio dall'Assemblea Parlamentare dell'OSCE, che ha tra l'altro espresso appoggio e incoraggiamento al lavoro che stavo allora svolgendo.

Secondo il rapporto viennese, si tratta di uno dei tre eventi positivi del 2011 nel campo della lotta all'intolleranza e discriminazione contro i cristiani. Il secondo è il rovesciamento in appello della "sentenza Lautsi", del 3 novembre 2009, della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale intendeva vietare l’esposizione del crocefisso nelle scuole italiane. La Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo in sede di appello il 18 marzo 2011, ha ribaltato la sentenza di primo grado riammettendo il crocifisso nelle aule scolastiche del nostro Paese.

Il terzo sviluppo positivo - traduco qui in termini più espliciti quanto il rapporto esprime in modo più diplomatico - è venuto dagli elettori spagnoli i quali, rimandando a casa il governo Zapatero, hanno permesso che il 31 gennaio 2012 il nuovo esecutivo spagnolo rendesse non più obbligatoria la frequenza degli alunni delle scuole di Stato ai corsi di educazione civica, la «educación ciudadana», in molte regioni orientati in senso fortemente laicista ed eticamente discutibile, contro i quali aveva levato la sua voce lo stesso Benedetto XVI. Il rapporto ricorda che 55.000 genitori spagnoli si erano dichiarati obiettori di coscienza, annunciando che i figli non avrebbero frequentato questi corsi nonostante le gravi conseguenze minacciate dal governo Zapatero, e 2.700 avevano presentato ricorsi ai tribunali.

Ma non mancano dati negativi. Il rapporto afferma che spesso all'Osservatorio di Vienna sono chieste statistiche, ma queste sono difficili dal momento che solo pochi Stati hanno risposto agli appelli dell'OSCE che chiedeva di raccogliere dati nazionali sugli episodi d'intolleranza e sui crimini di odio contro i cristiani. Il rapporto cita tuttavia tre dati statistici nazionali, uno privato e due di fonti governative. Un'indagine sociologica condotta in Gran Bretagna rivela che il 74% dei cristiani pensa di subire discriminazioni per la propria fede e di essere più discriminato dei membri di altre religioni, una percentuale in aumento rispetto al 66% del 2009.  Un rapporto ufficiale del governo scozzese afferma che il 95% degli atti di violenza contro comunità religiose è diretto contro i cristiani; quelli contro gli ebrei rappresentano il 2,3% mentre il 2,1% delle violenze anti-religiose colpisce i musulmani. In Francia, secondo dati della polizia presentati al vertice OSCE di Roma,  522 chiese e cimiteri cristiani sono stati oggetto di attacchi vandalici in un anno, il 2010. Questi attacchi rappresentano l'84% di tutti quelli portati in Francia contro edifici e luoghi di significato religioso, e l'aumento rispetto al 2009 è del 34%.

Il rapporto offre anche una ricca messe di esempi di cristianofobia, che vanno da casi gravissimi di violenza a esempi di stupidità come quello - fatto conoscere proprio da «La Bussola Quotidiana» - di un comune italiano che ha vietato in una sagra popolare la distribuzione di salamella, in quanto la sagra si svolgeva nel tempo che per i musulmani di Ramadan e la pubblica offerta di carne di maiale avrebbe potuto offenderli. Benché il rapporto offra anche una classificazione più raffinata in undici categorie, nella sostanza lo schema è quello da me proposto per conto dell'OSCE, che descrive la spirale delle violazioni della libertà religiosa, e più specificamente dell'intolleranza contro i cristiani,  attraverso un modello in tre stadi. Il primo stadio è l'intolleranza, che è un fenomeno culturale. Viene poi la discriminazione, che è un processo giuridico. Infine, i veri e propri crimini di odio. Gli attori sociali coinvolti in questi tre stadi sono, ovviamente, diversi. Ma c'è un "piano inclinato" che fa sì che si passi facilmente dal primo stadio al secondo, e dal secondo al terzo.

In Europa il rapporto nota particolarmente la presenza del primo stadio, l'intolleranza. C'è una crescente ostilità contro la religione in generale e contro la Chiesa in particolare in settori significativi dei media, dello spettacolo e qualche volta anche dell'arte moderna. Certamente il problema dell'equilibrio fra la libertà di espressione artistica e il rispetto dovuto al sentimento religioso è molto delicato. Tuttavia è un fatto che di recente in Europa sono state proposte o esposte diverse opere artistiche che sono state considerate offensive da un buon numero di cristiani.

Il passo successivo è la discriminazione, che si manifesta nel proporre una legislazione discriminatoria che cerca di ridurre il ruolo e la presenza sociale del cristianesimo. Il rapporto nota in particolare le restrizioni all'obiezione di coscienza in tema di aborto e matrimoni omosessuali. Nel Regno Unito s'impone agli orfanotrofi cristiani di inserire anche le «famiglie» omosessuali tra quelle in lista per adottare i loro bambini. In Olanda si minacciamo di licenziamento i funzionari pubblici cristiani che per ragioni di coscienza non vogliono partecipare alla celebrazione di matrimoni omosessuali. E così via.

Né manca ormai in Europa chi passa al terzo stadio, i veri e propri crimini di odio. Oltre al vandalismo contro cimiteri e chiese - che non si verifica solo in Francia, e che spesso ha un contenuto ideologico che va al di là delle semplici bravate di giovani balordi - il rapporto ricorda gli attacchi alle Messe nelle cappelle universitarie di Madrid e Barcellona, le aggressioni ad attivisti pro life in diversi Paesi, l'attacco agli uffici della Parrocchia dei Santi Marcellino e Pietro e la conseguente grave profanazione di un crocifisso e di una statuina della Madonna durante la manifestazione degli «indignati» dello scorso ottobre a Roma.

Ancora una volta - il rapporto lo sottolinea - sarebbe improprio mettere sullo stesso piano questi episodi, per quanto gravi, e i morti che ogni giorno cadono vittima delle persecuzioni anti-cristiane in Africa e in Asia. Ma la logica del piano inclinato è pericolosa. Se non si ferma la cristianofobia ora, anzi se non la si ferma al livello dell'intolleranza e della discriminazione, anche i crimini di odio non potranno che aumentare, con conseguenze imprevedibili. Sono lieto che il rapporto sottolinei ripetutamente il ruolo positivo dell'OSCE che nel 2011, durante il mio mandato e sotto la benemerita presidenza lituana, ha continuamente suonato l'allarme su questi problemi. Senza alcuna intenzione polemica - limitandomi a constatare un fatto - osservo che almeno in questo primo trimestre del 2012, sotto la nuova presidenza irlandese, forse molto concentrata sul problema dei preti pedofili, dall'OSCE è arrivato piuttosto un rumoroso silenzio - appena rotto da qualche affermazione generica - sugli episodi di intolleranza e discriminazione contro i cristiani, che pure continuano con frequenza quotidiana in Europa.

di Massimo Introvigne.