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venerdì 21 settembre 2012

MA PERCHE' I REGISTI NON RACCONTANO I RISVEGLI?



Bocciata a Venezia e bocciata nelle sale, la Bella Addormentata di Marco Bellocchio ha risuscitato polemiche sul tema eutanasia e paraggi

 Marcello Veneziani - Dom, 16/09/2012

Bocciata a Venezia e bocciata nelle sale, la Bella Addormentata di Marco Bellocchio ha risuscitato polemiche sul tema eutanasia e paraggi.
Il regista ha detto ai cattolici che lo contestavano: avete tanti mezzi, perché non fate voi un film con la vostra versione del caso Englaro? Forse ha ragione.
Ma io rilancio a lui e al magico mondo del cinema un'altra proposta. Di film sul tema di staccare la spina ai malati terminali ne abbiamo visti già tanti. Ma è possibile che a nessun gran regista, sceneggiatore, produttore, attore, venga in mente e al cuore di portare al cinema qualche storia inversa, di condannati al coma irreversibile, a cui volevano staccare la spina, che si sono poi risvegliati? Vi dice nulla il caso di Salvatore Crisafulli, di Luca de Negris, di Luca Mongelli, di Terry Wallis che si risvegliò addirittura dopo 19 anni? Non si potrebbero fare grandi film su storie finite con una resurrezione imprevista, e non solo su eutanasie desiderate?
E ai film dedicati a coraggiosi aborti non si potrebbero affiancare film su Chiara Corbella o su Jenny e su Rosa e su Gianna e su altre ragazze che decisero di dare alla luce un figlio a prezzo della loro vita, capovolgendo sulla loro pelle il motto «mors tua vita mea»?
 Non sarebbero grandi storie, nobili, vere e struggenti, perché nessuno le racconta? È questo il conformismo che indigna e che sconforta, caro Bellocchio. Abbiate più coraggio e spirito libero, ma quello vero. Che sia anche per questo che mezzo cinema è in coma e che i film troppo scontati abortiscono in sala?

lunedì 2 luglio 2012

L'economia irreale ha sovrastato quella reale Si recuperi il senso del limite.



di Marcello Veneziani.

La crisi è più economica o valoriale?
"La crisi economica che stiamo vivendo si inquadra in una crisi epocale che ha una natura spirituale. E' difficile stabilire automaticamente il nesso, però è un modello di vita e di società che è andato in crisi".

Siamo al capolinea?
"Io temo che siamo arrivati in una fase di declino irreversibile. Bisogna tentare fino in fondo la possibilità di risorgere però quando si crea una congiuntura fatta di crisi demografica da una parte (che è un indicatore straordinario per la denatalità e l'assenza di futuro) e si aggiunge l'economia irreale che vince su quella reale si crea un circuito con scarsa capacità reattiva e tutto fa pensare che siamo in una fase di difficile recupero. Possiamo migliorare nel contingente ma il quadro non è esaltante".

Come uscirne?
"Dal momento che la ragione della crisi non è economica, il rimedio non può essere di tipo economico. Non è semplicemente attraverso operazioni finanziari o un maggiore prelievo fiscale che si può arrivare a superare la crisi. E' una questione che attiene al modello di civilità politico culturale, è una crisi su vari livelli quindi non è detto che se si tampona un livello migliorino gli altri.

Rispetto alle crisi del passato, sembra che adesso ci sia un maggiore scoramento diffuso. Come se lo spiega?
"In passato e in altre crisi c'erano dei punti fermi che restavano nello sfondo e poi si modificavano alcuni assetti. Adesso l'impressione è che questi punti fermi siano stati giocati già all'interno di questa crisi e non ci sono più punti fermi da cui ripartire".

Qual è la sua ricetta per ripartire?
"Il punto di partenza è quello: cioè ripensare ai nostri legami comunitari, al senso del sacro, alla vita, al rapporto con gli altri, occorre dare contenuti e missioni alla vita. È un discorso molto più ampio e radicale rispetto a cui i paradigmi della società finanziaria e dei consumi sono assolutamente inadeguati".

Propone un ritorno alla tradizione e al passato?
"Non credo che oggi la soluzione possa essere contrapporre il mondo della tradizione come un mondo chiuso a se stante al mondo della modernità. Noi dobbiamo attraversare la modernità superarla ma non certo tornare indietro o immaginare dei modelli assoluti attinti dal passato".

Si parla di uscita dall'euro. Che idea si è fatto?
"L'euro ha acutizzato un processo, ma io credo che il problema sia quello di un potere assoluto dell'economia virtuale, finanziaria irreale rispetto a quella reale. Cioè quando si diventa così subalterni a quel tipo di modello poi si rimane inviluppati. Quindi all'interno di questa patologia l'euro ha funzionato da detonatore. Ora non so se un ritorno indietro sia possibile o se sia possibile una soluzione a latere, come le due velocità o come un sistema coerente a livello monetario mediterraneo senza inseguire il modello inaccessibile della Germania. Resta il fatto che buona parte delle crisi economiche sono scoppiate da quando è stato introdotto il sistema monetario unico".

E' stato giusto parlare dei suicidi sui giornali?
"Sono perplesso sui suicidi perché sui giornali vedo una concentrazione diffusa ma se leggo le statistiche non c'è stato un sostanziale cambiamento e l'impressione è che siano da inserire in una crisi esistenziale più che alla crisi economica che può essere il motivo scatenante per alcuni suicidi ma non è che fa aumentare il ricorso al suicidio. Ho impressione che diamo troppa importanza al fattore economico ma in realtà c'è una disperazione di fondo che si attacca all'economia ma non è derivata solo da questa".

Un percorso di letture per provare a reagire?
"Occorre uscire dalla convinzione che non ci sia niente da fare. La mia impressione è che il fenomeno sia irreversibile però credo che sia umano reagire e per reagire occorre leggere gli autori forti del passato: Seneca, Platone, Plotino. Oppure uno come Latouche con La Decrescita felice", che non è il rimedio reale della sua società però ci fa capire che il modello dei consumi illimitati è una utopia.

Non si può pensare che la società progredisca sempre. Bisogna recuperare il senso del limite, del confine, recuperare il nostro rapporto col passato e col futuro. Viviamo completamente immersi nel presente e rischiamo di essere inghiottiti nelle sabbie mobili del presente e soltanto la convinzione che c'è stato un mondo prima di noi e ce ne sarà un altro dopo di noi possiamo recuperare una dimensione spiriturale collettiva, comunitaria rispetto a questo atteggiamento di totale debacle che stiamo vivendo".

giovedì 14 giugno 2012

A PROPOSITO DI "FROCI"... E STAVOLTA SPARO A ZERO!



Il recente battibecco a distanza tra Cecchi Paone e Cassano ha riportato l'attenzione sull'omosessualità. A più di 24 ore dal giorno in cui sono state pronunciate e alla vigilia di una partita da dentro fuori per la nostra nazionale, si possono ancora sentire gli strascichi di una polemica che va avanti ormai da anni.

Lasciatemelo dire: non ne posso più ! Sono nauseato dalle risposte ipocrite e delle reazioni indignate che provengono da chi vorrebbe fare dell'omosessualità una questione di principio, una battaglia di civiltà. Ormai non si può più dire- come detto da Cassano- che non te ne importa nulla dell'esistenza dei "froci", (termine dialettale, si badi bene, non dispregiativo), e che, se esistono, sono problemi loro. Vi immaginate se il genio di Bari vecchia, anziché parlare di gay, avesse parlato che so, di feticisti o di "sadomasochisti"? Nessuno avrebbe detto nulla. Invece, di omosessuali devi per forza interessarti, prendertene cura, difenderli a spada tratta e coccolarli, nemmeno stessimo parlando di gente indifesa ed oppressa, a cui è proibito qualcosa. Devi spendere parole melliflue e politically correct. Devi dire che ti farebbe piacere avere un gay come vicino di casa, uno allo sportello della posta, uno dal meccanico, uno in edicola e uno dal tabaccaio, e che ti piacerebbe vederne decine di coppie al parco pubblico, al ristorante e al cinema, magari con un bimbo, (ovviamente procreato da una famiglia naturale!), al loro seguito. Perché si sa, i gay sono multicolor, sono dolci e simpatici, rompono lo stereotipo dell'uomo rude e virile, sono comprensivi e sensibili. Mica come tutti gli altri omacci eterosessuali, ridotti ormai ad ex uomini normali. Quelli sì che sono volgari, malati e deviati! Quelli pensano solo alla gnocca e al calcio; sono incapaci di provare amore, nobili sentimenti e un istinto paterno; non rappresentano il futuro e la speranza della Nazione, anzi l'appestano con i loro rutti da osteria e i loro "camerateschi" peti. Roba poco fine!

A questo punto siamo arrivati, cari miei, a forza di tutelare le "categorie svantaggiate", (ma de che?), a furia di gay pride e di trasmissioni TV e radiofoniche in cui si fa sempre più spesso "outing". Siamo giunti al sovvertimento tra normale e deviante, tra naturale e innaturale; siamo giunti alla dittatura del pensiero, all'obbligo di dover dire questo piuttosto che quest'altro. Mi ribello a tutto questo. Rivendico la mia libertà di poter chiamare un gay "frocio" o "finocchio" e di fare tutta l'ironia che mi pare e piace, nonché di dire che mai e poi mai vorrei un figlio o una figlia omosessuale. Difendo il diritto alla mia sana e naturale eterosessualità, nonché a dire che dei gay e delle loro scelte di vita non me ne frega un cazzo! Tutelo la mia morale e la mia etica, così diverse da quelle della massa, che mi dettano precetti e convinzioni che nessuno si deve permettere di giudicare o, peggio, di mettere all'indice. Non ne posso più di sentirmi dire cosa devo affermare, cosa devo pensare e in cosa devo credere da presentui intellettuali e da veri e propri borghesucci radical-chic, buoni solo a frequentare i salottini buoni del Paese e a dire agli altri come dovrebbero stare al mondo. Pretendo la mia autonomia di pensiero, la mia libertà di parola. Vi sta bene? Mi fa piacere. Non vi  sta bene? Amen. Lanciatemi tutti gli epiteti che volente e attaccatemi tutte le etichette che credete; tanto saranno sempre più onorevoli degli epiteti e delle etichette in cui vi identificate voi, falsi moralisti e ipocriti benpensanti. E' proprio il caso di dirlo: se non vi sta bene, "annate a pijavvela nder culo", come dicono a Roma. Tanto non vi offendete, né vi formalizzate; tanto fa chic e progresso, no?

di Roberto Marzola.

mercoledì 6 giugno 2012

Strauss-Kahn e Plinio Corrêa de Oliveira.



I quotidiani di mezza Europa riprendono da «Le Monde» - che, giacché la Francia non è l'Italia, dovrà rispondere in tribunale per aver pubblicato i verbali riservati di un'inchiesta giudiziaria - i testi dell'interrogatorio dell'ex direttore generale del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn da parte del giudice d'istruzione Stéphanie Ausbart a Lilla il 26 marzo scorso. Molti scrivono che Strauss-Kahn ha cercato di passare dai reati penali che gli sono contestati a questioni di principio nell'ambito di una strategia difensiva, cercando di fuorviare e anche di mettere in imbarazzo il giovane magistrato, una donna di trent'anni. E può darsi che sia così.

Suggerisco però anche un'altra chiave di lettura, ispirata a idee del pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995). Questo profondo osservatore della crisi dell'Occidente nella sua opera principale, «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione», del 1959, aveva descritto la decadenza dell'Europa come un processo di tre Rivoluzioni, che avevano fatto venire meno rispettivamente i tradizionali legami religiosi (la Riforma protestante), politici (la Rivoluzione francese) ed economici (la Rivoluzione russa e il comunismo). Successivamente aveva aggiunto una nuova categoria, la Quarta Rivoluzione, esplosa in Europa con il 1968 e che si presentava come rivoluzione culturale, attaccando i legami microsociali, le famiglie, il legame tra madre e figlio con l'aborto e perfino i legami che ogni persona stabilisce con se stessa con la droga, l'eutanasia, l'ideologia di genere.

In «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» Corrêa de Oliveira menzionava anche una «marcia di eccesso in eccesso» del processo rivoluzionario, qualche cosa che corrisponde alla saggezza popolare depositata in Italia nel proverbio secondo cui «peggio non è morto mai». Sì, non c'è limite al peggio. Dopo il divorzio e l'aborto, dopo l'eutanasia e il matrimonio omosessuale dove può ancora arrivare la Quarta Rivoluzione? Ce lo mostra, con parole a suo modo esemplari, Strauss-Kahn: la prossima frontiera è il «libertinismo intelligente» - sembra di capire, tipicamente francese e da non confondersi con un libertinismo poco intelligente alla Silvio Berlusconi -, che teorizza «cene libertine» - in tempi meno illuminati forse chiamate diversamente - dove «non esiste più l'oggetto, ma solo soggetti», che manifestano il loro «desiderio» non solo in tutti i modi possibili ma in pubblico, perché l'essenza del libertinismo consiste nel guardare e nell'essere guardati.

Non si potrebbe dir meglio, e non hanno torto i commentatori che hanno notato come a tratti sembra che sia Strauss-Kahn a processare la giudice ragazzina, la quale - poveretta - appartiene a un mondo ormai superato e travolto, quello dove esiste ancora il reale, l'oggetto, e - come le spiega con pazienza l'economista socialista - non può capire il «libertinismo intelligente» perché non l'ha mai praticato. Naturalmente, come in tutte le battaglie, ci sono dei caduti: nella stessa tornata d'interrogatori le prostitute ingaggiate per le «cene libertine» hanno affermato di esser state afferrate per i polsi da alcuni degli «intelligenti» commensali per permettere a Strauss-Kahn di praticare a forza forme di libertinismo a loro non gradite. Ma che cos'è il corpo di una prostituta di fronte alla prospettiva di entrare nel glorioso mondo nuovo del «libertinismo intelligente»?

Ecco dunque la risposta a che cosa la Quarta Rivoluzione può offrirci ancora dopo l'aborto e l'eutanasia: il «libertinismo intelligente», cioè l'elogio dell'orgia e della violenza carnale, da parte di qualcuno considerato fino ai recenti guai giudiziari l'uomo più potente del mondo. Molti anni fa - scrivendo in tema di Quarta Rivoluzione su «Cristianità», la rivista di Alleanza Cattolica -, attiravo l'attenzione sul marchese Donatien-Alphone-François de Sade (1740-1814), il quale durante la Rivoluzione francese verificava un'altra tesi di Corrêa de Oliveira, quella secondo la quale in ogni Rivoluzione appaiono «rivoluzionari di marcia veloce», che non hanno successo perché sono in anticipo sui tempi ma annunciano Rivoluzioni successive. Il pensatore brasiliano citava Gracchus Babeuf (1760-1797), che durante la Seconda Rivoluzione anticipò la Terza, il comunismo. Nello stesso modo, de Sade anticipò la Quarta.

Solo che il marchese libertino - anche lui cantore della violenza carnale - finì in manicomio. Mentre sappiamo che oggi de Sade può diventare il primo burocrate del mondo, dirigere il Fondo Monetario Internazionale e decidere il destino d'intere nazioni. Non è questa la perfezione della Quarta Rivoluzione?

di Massimo Introvigne.

martedì 5 giugno 2012

La Destra sì, purché non sia solo un’etichetta.



di Marcello de Angelis.

In Italia manca la destra, sono d’accordo. La Destra come codice di valori però, non come etichetta. Su questo punto credo di aver intuito la lezione di Wojtyla quando disse che non si sentiva la mancanza di un partito che si definisse cattolico, ma piuttosto di politici che incarnassero nella loro vita e nelle loro opere i valori cattolici. In Italia, più della sua storia, sono i valori della destra a non essere più visibili: senso del dovere, senso dello Stato, spirito di servizio, lealtà, sincerità, onestà, primato della politica sull’economia (e quindi patriottismo anche economico) ed etica civile. Chi non si è fatto stordire dal volume della propaganda tecno-comunista sa che è così. E mancando queste poche ma essenziali cose, l’Italia è nelle condizioni in cui si trova. La risposta non può essere però ritornare ad affermare storicamente e verbalmente questi valori quanto invece incarnarli. La destra è l’anima di una nazione e ogni nazione ha la propria. Non è la cultura di una parte ed è per questo che, da sempre, viene da destra la critica all’inadeguatezza delle categorie destra/sinistra. Quindi, rivolgersi solo a quegli italiani che provengono da una storia particolare sarebbe tradire una delle missioni della destra, che è quella di risvegliare quei valori nella totalità dei propri concittadini. Nel ’93 gli italiani premiarono il Msi perché, alla luce degli scandali di Tangentopoli, spiccava per la sua unicità come partito dalle mani pulite. Oggi, per farsi riconoscere come differenti, temo non basti fare un altro partito. Bisogna trovare modi di dimostrarlo oltre le parole.

Il mio appello a tutte le destre (e non solo).



Ritrovare la Destra per Rifondare l'Italia!


di Marcello Veneziani.

Rivolgo questo appello esplicitamente, anche se non esclusivamente, a chi proviene da Destra. Un appello personale, di cui mi assumo intera la responsabilità, non concordato con nessuno. Mi rivolgo a chi proviene da Alleanza nazionale, dal vecchio Msi, dalle esperienze varie e anche non politiche di destra nazionale, sociale e i non allineati. E mi rivolgo apertamente e direttamente a chi attualmente esprime su posizioni diverse il desiderio di ricominciare daccapo. Dico dunque alla componente destra del Popolo delle Libertà, dico alla Destra di Storace, dico a Futuro e Libertà, dico alla galassia di nascenti movimenti, come gli azzeratori di Giorgia Meloni, i patrioti di Elena Donazzan, il Fuori di Galeazzo Bignami, RinascItalia di Elisabetta Foschi, e tutti coloro che in questo momento stanno dando vita a esperimenti, incontri, tentativi di ripartire. Senza escludere la galassia giovanile dispersa o ritrovatasi in comunità e circoli, case e movimenti. Infine considero chi, come me, viene dalla destra sfusa, pensa da anni in libertà e in solitudine, o non è impegnato in nessuna realtà vagamente politica. È ora di ricostruire un soggetto civile, prima che politico e culturale. È ora che si torni ad Itaca, come scrive in un appello che sottoscrivo, Renato Besana. È ora che si tenti, dico almeno si tenti, di ritrovare un motivo comune per rilanciare l’iniziativa politica. Accogliamo come dato di fatto il disarmo bilaterale: Berlusconi e Fini costituiscono inevitabilmente un ciclo concluso. La loro parabola di leader è finita, differiscono i nostri giudizi su di loro, ma non possono essere più motivo di unione né di divisione. Si deve fare un passo oltre. Si chiede un passo indietro anche a coloro che hanno rappresentato in questi vent’anni la Destra e si selezionino giovani, donne e outsider per costituire il nucleo costituente. Non volevamo morire democristiani, ma non ci piace nemmeno finire grillini o montezemoliani. Si può agire all’interno del quadro bipolare, dunque collocandosi sul versante alternativo alla sinistra, ma occorre recuperare una propria linea d’azione e di pensiero. Anche perché nel paese esiste, come dimostra la nostra storia e il presente nel resto d’Europa, un’area che oscilla tra il dieci e il venti per cento, che aspetta un discorso serio di rinascita italiana. La Lega è ormai semidistrutta, il Pdl è dimezzato nei consensi e spappolato nelle sue interne spinte centrifughe, Futuro e Libertà vive con disagio all’ombra di Casini che peraltro gioca in autonomia e dichiara concluso il Terzo polo. Sintetizzando in una boutade sostengo che il Pdl, per accrescere l’offerta politica, deve spacchettarsi in P, D e L, ovvero Popolari, Destra e Liberali. C’è un potenziale bacino di consensi per chi con tempismo e attraverso volti e temi giusti riesce a interpretare il disagio presente, la voglia di futuro ma anche la memoria storica. Come mi è capitato di dire e di scrivere, è il momento giusto, per far nascere un’Altra Storia. Un movimento rigoroso e forte, duttile ai fianchi ma duro al centro, onesto e animato da passione civile, etica e ideale, un amor patrio di quelli che non odorano di stucco e rimmel ma vero e severo, che fa tornare il gusto della politica. Stavolta non si lascia il monopolio dell’etica alla retorica partigiana della sinistra, non si lascia l’esclusiva della sobrietà ai tecnici, non si lascia ai giudici stabilire l’onestà, non si lascia la rabbia popolare ai grillini. Si fa sul serio. Si chiamano i migliori, si usano i tecnici per raddrizzar la barca ma senza dar loro il comando: devono risponderne, e non alle banche o ai poteri esteri ma alla politica e al popolo italiano. Il primo atto è la selezione, la cerca dei dieci, e dai dieci dei cento e dai cento dei mille, per costituire una nuova élite, con fresche energie, scegliendo il meglio che c’è nel paese; il minimo indispensabile tra chi c’era prima, gli altri a casa o in fila senza priorità d’imbarco. E poi un programma essenziale e popolare in una decina di punti per rilanciare su basi effettive una nuova rivoluzione conservatrice italiana, conservatrice sul piano dei principi e dei beni, rivoluzionaria sul piano delle innovazioni pubbliche e sociali. L’alternativa è fingere che nulla sia accaduto, accodarsi ai vecchi capi, assistere inermi alla scomparsa, affondare indecorosamente per non osare. C’è un’estate intera per fondare il nuovo o finire nel nulla. Chi mi legge sa quanto sia lontano ormai da anni, dalla politica; ma, senza mutare indirizzo e soprattutto indole, è tempo di innescare un movimento vitale come quello che sorse, giusto vent’anni fa, con L’Italia settimanale, che fu battistrada di molti eventi e coalizioni. Deponete i rancori, incontratevi, cercate la linea comune. Da soli non ce la fate, andrete al rimorchio se non al guinzaglio o finite fuori dal gioco. Abbiate il coraggio di sacrificare qualcosa e qualcuno per far nascere un vero soggetto politico, in grado di splendere da solo e di allearsi ma in funzione trainante e non passiva, capace di egemonizzare e non di accodarsi. Lo dico per l’Italia, per noi e per chi ha nostalgia del futuro.

martedì 15 maggio 2012

Marcia della Vita e Gay Pride, al Pd manca il senso del ridicolo.



Non si contano più le polemiche legate alla seconda edizione della Marcia per la Vita, l’iniziativa anti-aborto organizzata a Roma e alla quale hanno già aderito numerose associazioni italiane e straniere. La manifestazione, organizzata dall’Associazione Famiglia Domani e dal Movimento Europeo Difesa Vita, ha ottenuto anche il patrocinio del Comune di Roma, una scelta che – figuriamoci! – ha suscitato le critiche del Pd capitolino.

«Il patrocinio del Comune di Roma – si legge in una nota delle donne dell’Esecutivo del Pd Roma unitamente alla Consulta PD Rainbow – è davvero preoccupante». Niente di meno! Si può concedere, come è stato fatto dai sindaci della sinistra, il patrocinio al Gay Pride ma non ad una manifestazione promossa in favore della Vita.

Per il Partito democratico la Vita non è forse il primo valore e il più importante da difendere? Si può difendere la libertà senza difendere la vita? È più scandaloso abortire, uccidere un bambino o consentire che ciò avvenga per disinteresse, perché si abbandona una madre e una famiglia sola, davanti alla sfida da taluni considerata insormontabile di crescere un figlio. Figuriamoci! Il Pd preferisce stigmatizzare, nel suo bel comunicato, le presunte «limitazioni e restrizioni delle libertà individuali della donna e della coppia».

E poi: con tutte le questioni che si possono sollevare ad Alemanno, c’è bisogno di andarsi a cercare questa figuraccia per il patrocinio pro life concesso dal sindaco della Capitale? Roba da matti, che però conferma per l’ennesima volta che questa sinistra sta bene a braccetto a Vasto con Di Pietro e Vendola, non certo con Casini.


sabato 14 aprile 2012

La cosa più imperdonabile della Costituzione ungherese.



di Marcello Veneziani.


«Ecco avanzare in Ungheria lo spettro della reazione... sotto l’egida del clericalismo conservatore con l’intento di tornare al passato, annullando la democrazia e la libertà». È impressionante notare che le stesse parole usate oggi in Europa per condannare la nuova Costituzione ungherese, rea di difendere la tradizione, la famiglia e la sovranità nazionale e popolare rispetto al potere delle banche, siano state adoperate dal compagno Sandro Pertini per sostenere nel 1956 l’invasione dei carri armati sovietici in Ungheria.

Le tesi di Pertini collimavano con le tesi del Pci, anche nella sua ala moderata. Il compagno Giorgio Napolitano, ad esempio, scriveva che l’azione sovietica in Ungheria evitava «che nel cuore dell’Europa si creasse un focolaio di provocazioni» e benediceva l’intervento sovietico per impedire che l’Ungheria cadesse «nel caos e nella controrivoluzione», così contribuendo «in maniera decisiva, non già a difendere gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo». I carri armati e la repressione sanguinosa del popolo ungherese, in nome della pace... Se al posto dei carri armati dell’Urss mettete i carri finanziari della Ue, le parole del 1956 ritornano nel nostro presente. Certo, la dominazione euro-finanziaria è incruenta; lo spread non uccide, anche se talvolta induce al suicidio.

Sto parlando di due cose diverse ma analoghe. Le citazioni dei due presidenti della Repubblica quando erano esponenti del Psi e del Pci, sono tratte da Budapest 1956. La macchina del fango di Alessandro Frigerio uscito in questi giorni da Lindau, con prefazione di Paolo Mieli (pagg. 250, euro 21). Il libro ripercorre la vergognosa posizione dei comunisti italiani in favore dell’invasione militare sovietica e della brutale repressione. E racconta «la macchina del fango» (ma quella vera, originale) della disinformazione filo-sovietica ad opera di intellettuali, stampa ed esponenti della sinistra. Furono in pochi a sottrarsi: onore a Giolitti e a quel rustico galantuomo di Peppino Di Vittorio, o a quei militanti che uscirono dal Partito. Tra i socialisti ci fu una corrente filocomunista, detta dei «carristi», perché favorevoli ai carri armati: Pertini si era già segnalato tre anni prima per le sperticate lodi a Stalin nel giorno della sua morte. Passato sepolto, per carità.

Ma quel che inquieta è che la rivolta degli ungheresi contro il regime comunista fu bollata all’epoca con gli stessi epiteti con cui oggi si marchia a fuoco la nuova Costituzione ungherese, votata dal 70% del Parlamento, liberamente e democraticamente eletto nel 2010. Una Costituzione che cancella quella comunista e filosovietica del 1949. Ma gli eurocrati e i loro alleati politici, intellettuali, tecno-finanziari, preferivano quella precedente.

Sulla nuova costituzione ungherese è stata allestita una disinformazione che somiglia a quella filosovietica del ’56. Cosa scandalizza gli europei di quel testo e perché solo agli ungheresi è proibito riconoscersi nel patriottismo della loro Costituzione? Dio entra nella Costituzione, dicono indignati e allarmati. Vorrei ricordare che Dio è già entrato da due secoli e mezzo nella Costituzione americana e non ha mai fatto danni alla libertà e alla democrazia. Il riferimento alla «grazia di Dio e alla volontà della nazione» era anche la formula dell’Italia libera e unita nata dal Risorgimento. Perché «Dio salvi la regina» britannica va bene e invece non va bene «Dio salvi l’ungherese», molto più democratico perché estende la benedizione a tutto il popolo? La Costituzione ungherese non impone poi una professione di fede ma riconosce al cristianesimo «il ruolo avuto nel conservare l’integrità della nazione». Un riferimento storico, non confessionale. Che avrebbe dovuto fare anche l’Europa in tema di radici nella sua Costituzione. Ma la Carta ungherese sottolinea, e nessuno lo ricorda, «il rispetto per le varie tradizioni religiose».

Alla Costituzione magiara non perdonano poi il riconoscimento della famiglia come base della nazione, bene da tutelare, incoraggiando ad avere figli e concependola formata da un uomo e una donna, come del resto ogni civiltà ha inteso finora nella storia del mondo. Non c’è divieto di altre unioni, c’è lapromozione della famiglia. Un altro suo imperdonabile peccato è il riconoscimento del diritto alla vita e alla dignità umana, la protezione dell’embrione e del feto sin dal concepimento, il rigetto delle pratiche di eugenetica, dell’uso del corpo a scopo di lucro, la proibizione della clonazione, oltre alla difesa di donne, bambini, anziani e disabili. Si può condividere o meno quest’impianto ma non c’è nulla di criminale o disumano, illiberale o antidemocratico.

Ma la cosa più imperdonabile è un’altra: la Costituzione ungherese subordina la Banca Centrale all’interesse nazionale e impone ai suoi vertici di giurare fedeltà all’Ungheria (e il governo ha messo l’imposta speciale sui profitti delle banche). Questa, per gli eurocrati, è la colpa principale e il motivo ultimo per cui vogliono staccare l’ossigeno a giugno all’Ungheria del conservatore Orban. Il proposito indigna perfino il Wall Street Journal che ha denunciato la discriminazione nei confronti dell’Ungheria e il ricatto di negarle i fondi europei assegnati ad altri Paesi.

La disinformazione denuncia poi minacce ungheresi alla libertà di stampa: in realtà è previsto l’obbligo di rivelare le fonti quando è in pericolo la sicurezza nazionale, si prevedono multe, non chiusure o carcerazioni. E si tutela il made in Ungheria, stabilendo ad esempio per le radio di trasmettere almeno il 40 per cento di musica ungherese. (Norme proposte anche dalla sinistra europea per difenderci dall’americanizzazione).

Certo, può non piacere il tono patriottico e l’enfasi religiosa della Costituzione e non mancano aspetti non condivisibili: ad esempio, per colpire il ruolo invasivo della magistratura, si prevedono inaccettabili invasioni inverse, del potere esecutivo sul potere giudiziario. Ma ritenere che un Paese sia eversivo perché tutela la famiglia, la tradizione e la sovranità nazionale e popolare, è roba degna della macchina del fango filosovietica del ’56. Anche se i carri armati oggi si chiamano banche.

martedì 10 aprile 2012

Che fine hanno fatto le “feste comandate”?



Aperti 24 su 24, per 365 giorni l’anno. Un “sogno” per i consumatori incalliti, un incubo per i piccoli commercianti. La legge numero 111 emanata il 15 luglio 2011, recante “disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria”, introdusse nuove disposizioni in materia di orario delle attività commerciali e dei pubblici esercizi, la cosiddetta "deregulation".
La norma, presentata come provvedimento utile al rafforzamento ed alla qualificazione dell’offerta turistica, di fatto, ha portato ad una pressoché totale liberalizzazione degli orari delle attività commerciali e dei pubblici esercizi. Sono state, in pratica, eliminate le “restrizioni territoriali e temporali”: vale a dire che per tutti i Comuni classificati come "turistici", al di là della stagionalità (invernale o estiva) e del rispetto delle feste comandate, la deroga varrà per 365 giorni all’anno e per tutto il territorio comunale. Stesso trattamento per le città classificate come “città d’arte” (praticamente tutte le città capoluogo di provincia italiane) per le quali la possibilità di apertura, per 24 ore e per 365 giorni all’anno, è stata estesa a tutto il comune, periferie comprese.



Lunedì di Pasqua aperto”: così recita uno striscione ben visibile affisso su alcuni dei tanti, troppi, “centri commerciali” che deturpano il panorama delle nostre città, condizionandone persino la loro stessa concezione.
Il pensiero corre immediatamente a quelle povere disgraziate di cassiere, commesse eccetera costrette a lavorare anche in un giorno che dovrebbe essere trascorso in serenità, a casa o all’aperto, con le persone care.

“Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”? Pura archeologia, ormai, perché quelle sventurate non potranno scegliere con chi passare la “Pasquetta”: saranno costrette a lavorare da un meccanismo infernale che sta mettendo il giogo a tutti quanti.
Per quale necessità, infatti, un “centro commerciale” deve rimanere aperto in una giornata che tradizionalmente viene vissuta coi familiari e/o gli amici nella classica “gita fuori porta”, e, per chi è credente e praticante, anche alla funzione del Lunedì dell’Angelo?
La brama di fare soldi dei proprietari dei negozi – secondo la riduttiva ed abusata interpretazione economicista - non basta a spiegare quest’ennesima novità negativa. Di soldi ne fanno già abbastanza. C’è dell’altro.
Nemmeno ci si avvicina alla verità se si pensa alla “competizione” tra attività volte al “profitto”. In regime “liberale”, in fondo, tutte fanno “cartello” e trovano un accordo, col beneplacito delle “autorità”, per i vari turni di apertura nelle festività.
Queste “autorità” sono davvero dei fenomeni di doppiezza e perfidia. In campagna elettorale non ce n’è una che non ponga “al centro” del suo “programma” – poi regolarmente obliato appena arraffata la poltrona – il mitico ed universalmente condiviso “sostegno alla famiglia”.
Vorrei proprio capire com’è possibile “sostenere” una famiglia sbalestrandone i membri da una parte all’altra, tutti in turni di lavoro i più folli ed arbitrari, senza alcun rispetto per le feste comandate né pietà per quello che, a parole, sempre più inquietanti nella loro vacuità, affermano essere il “fondamento della società umana”: la famiglia.
Si badi bene poi che queste “autorità” ricevono il sistematico e convinto appoggio della locale Curia. Ma da quelle stanze, al riparo dalle delizie riservate alla “gente normale”, non arriva nemmeno un timido mugolio contro questa situazione, che vede sempre più i due elementi di base della famiglia, il maschio e la femmina, ridotti a trottole che ad un ritmo forsennato sono dominate da un’unica preoccupazione: “sbarcare il lunario”, accettando ogni tipo di condizione lavorativa, compresa quella riguardante orari e turni.

Questi “uomini di religione” sono ancor più responsabili, perché hanno (o almeno dovrebbero avere) un riferimento chiaro ed inequivoco sul famoso “senso della vita”. Pertanto dovrebbero disporre di tutti gli strumenti necessari per “indicare la via”, fornendo “illuminati” consigli alle “autorità” sulle “cose del mondo”, tra le quali rientra a pieno titolo – tanto occupa la vita delle persone – la sfera del lavoro. Il loro silenzio pesa dunque come un macigno. Talmente sono invischiati nel “mondo moderno”, avendone accettato la logica e l’abitudine ad accompagnarsi ai “potenti”, che pure loro non concepiscono alcuna forma di resistenza, né incarnano un “carattere” in grado di affermare “sì sì, no no”. Sono un puro orpello folcloristico, ma dalle loro bocche non esce più una “parola di verità”. Mi chiedo se anche loro ci credano o no, a questo punto, all’Inferno…
Il resto della combriccola va come deve andare quando non vi è più una guida. Gli uni – i padroni di queste imprese commerciali sempre più enormi, anonime e perciò disumane – sono addirittura convinti di svolgere una “opera buona”, dando lavoro anche nei giorni di festa, mentre gli schiavi, costretti ai ceppi, per non impazzire, pian piano introiettano una qualche “ragione” per questa ennesima riduzione degli spazi e dei tempi da dedicare ad altro che non sia il proverbiale “tirare la carretta”.
La massa beota che si riversa in questi templi dell’acquisto indotto anche il giorno di “Pasquetta” fa il resto: talmente abbrutita da non desiderare più altro che pascolare in mezzo a merci d’ogni sorta per dare fondo a quei tre soldi che illusoriamente “possiedono”.
Ed il tutto - va ripetuto perché è la cosa più vergognosa – con la ‘benedizione’ dei religiosi, che col loro silenzio-assenso si rendono complici di un altro passo verso la dissoluzione della famiglia.
In una situazione del genere, come faccia a non andare in frantumi un matrimonio è un mistero. Infatti i divorzi sono all’ordine del giorno ed è evidente che tra le cause vi sono da considerare anche dei ritmi di lavoro, compresi questi orari “liberalizzati”, i quali fan sì che questi due poveretti, marito e moglie, non riescano più ad incontrarsi, poiché vi sono solo e sempre delle “cose da fare”. Compreso il figlio, o i figli, che non si sa più dove “parcheggiare”, a questo punto persino nei giorni di vacanza dalla scuola (un altro enorme ingranaggio che tritura la personalità umana, e che predispone l’individuo all’introiezione del modello imperante che lo attende da adulto).
Ma è subito pronta la caritatevole soluzione: più “scuole dell’infanzia”, più “asili nido”!
Ora, chi afferma questa cosa, peggio che mai se indossa abiti religiosi, o è un deficiente che non sa quel che dice o un connivente con un sistema perverso, anche se a parole afferma di “sostenere la famiglia”.
Non si fanno certo i figli per piazzarli in un “nido”! Mi sbaglio?
Se questa povera creatura che non desidera altro che la vicinanza alla mamma – e meno al babbo, che subentrerà soprattutto in una seconda fase – viene scaricata a destra e a manca, in mani perlopiù estranee (la “tata”!), quali entusiasmanti risultati ci si può attendere? Sarà, come minimo, un essere con degli scompensi a livello emozionale.
Ma che importa, tanto da adulti – e a volte sin da adolescenti - dobbiamo dare da mangiare ad avidi e incompetenti (perché inadeguati) “strizzacervelli”, no? E a tutta la schiera di “specialisti” che, concependo l’essere umano come una macchina, non trovano mai il bandolo della matassa dei malesseri che esso sperimenta nel corso della sua esistenza. “Ciechi che guidano altri ciechi”…
Più l’uomo si fissa sulla “libertà” e più si stringe la corda al collo. Per questa fisima del tutto moderna (da cui il “liberismo”, il “liberalismo”, fino alle “liberalizzazioni”), non si riesce più a concepire alcun “Ordine”, che è vero perché è conforme alle cose “così come sono”: da qui la fine di ogni “ordine” relativo, anche nell’ambito del calendario e degli orari.
L’obiezione scettica, e perciò “modernissima” nel suo dubitare e relativizzare ogni cosa, è subito pronta: e qual è “l’ordine naturale delle cose”? Il problema è che l’uomo moderno non si ascolta più, non dà più attenzione a quelli che sono i suoi reali (e universali) bisogni, preso com’è dal vortice della necessità (indotta con mille artifici da chi ha interesse a tenere masse di uomini sotto controllo per far andare le loro vite ‘in fumo’) e dalla convinzione – comprensibile per non vivere in una costante lacerazione interiore – che comunque “va bene anche così”.
Se invece i padroni dei “centri commerciali” (assieme a tutti gli altri “padroni”, essi stessi spesso vittime del sistema di cui s’illudono d’avere il controllo) non venissero accontentati su tutta la linea non credo sarebbe un gran dramma. Solo che in questo “mondo moderno” - che ha dichiarato “tanti saluti” a Dio, fa come se non ci fosse, né esistesse un motivo per cui siamo qui – sembra che tutto vada in una unica direzione, verso il basso, o verso la dissoluzione, il che è lo stesso, cambiando solo la prospettiva.
L’uomo non mira ad “elevarsi”, coltivando anche le relazioni familiari in un contesto sano e tranquillo; non fa sì che la sua esistenza sia orientata ad un post mortem il più felice possibile; non ha più nessuno che lo difenda da tutte le “forze contrarie”, incoraggiando e, perché no, imponendo uno stile di vita virtuoso, in linea coi dettami e le indicazioni fornite da quella che si afferma essere (sempre più solo quando c’è da far polemica con altre religioni) la propria tradizione “di origine divina”.
Questa dovrebbe essere la funzione di “autorità” degne di questo nome. Ma quelle che quest’uomo dei “tempi ultimi” è in grado di darsi, non sanno far altro che creargli ostacoli e rendergli la vita impossibile, quando invece tutto sarebbe ‘apparecchiato’ per rendercela facile.
Forse, per ogni “lunedì di Pasqua aperto” c’è qualche famiglia che ‘chiude’…

sabato 7 aprile 2012

Possiamo ancora dirci Cristiani? Crollano praticanti, matrimoni e vocazioni.



L’edizione di «Sette» del Corriere della Sera in edicola oggi pone al centro del dibattito, un’inchiesta a più mani dal titolo «Possiamo ancora dirci cristiani?».

Cala il numero dei matrimoni cattolici e pure le vocazioni di preti e suore risultano in forte ribasso. Tiene, secondo l’indagine, il numero dei pellegrini nei santuari.

La domanda è: abbiamo la necessità di un’ancora di salvezza in cui credere? La chiesa rispetta ancora i canoni di riferimenti con cui siamo innegabilmente cresciuti?

Scrive Cesare Fiumi. «..Una chiesa come una candela che sempre più velocemente si consuma, non solo perché la fiammella del clero va perdendo numeri e forza di vocazioni, ma perché il cero alla base si va assottigliando. Se nel 2000 (da una ricerca Swg) il 65% degli italiani garantiva una complessiva adesione ai valori cattolici, nel 2009 la percentuale è scesa al 46%: con la centralità di quei valori in calo (dal 95 al 73%) pure tra i praticanti».

Si tratta di dati feroci, quasi glaciali che lasciano poco spazio alle interpretazioni. In questo momento, forse, neanche la forte tradizione identitaria della chiesa presente nel nostro Paese può salvarla dalla tempesta che sta attraversando l’Occidente.

Il relativismo, termine assai abusato e inflazionato può, in parte essere una risposta. Massimo Introvigne nel suo «Il dramma dell’Europa senza Cristo. Il relativismo europeo nello scontro delle civiltà», cerca di affrontare il problema criticando la deriva laicista e anticristiana della cultura contemporanea. Dice: «Ultimamente è la paura di Cristo che fa male all’Europa, la consuma e rischia di ucciderne la civiltà. E solo guarire da quella paura potrà salvarla». Conclude affermando: «Il dramma dell’Europa… si risolve nell’aver voltato le spalle a Cristo e nel tentativo di costruire una torre di Babele europea senza Dio e senza la chiesa, destinata come quell’antica torre a un crollo fragoroso».

Voi, cosa ne pensate?

venerdì 23 marzo 2012

La Russia vieta la propaganda gay.



L’Europa non è solo quella di Strasburgo, dove si sfida la logica, la natura e pure l’etimologia, sollecitando la legalizzazione di «matrimoni omossessuali». O quella della Milano progressista e progredita dove si adottano per le scuole elementari libri che esaltano le famiglie con due «papà». Ed esiste un altro tipo umano europeo, rispetto a quello rappresentato da sobri e tecnocratici politici che, come la Fornero, lamentano «gravi ritardi culturali e di apertura mentale», premendo affinché «la diversità» debba essere «fra le cose che i bambini imparano da piccoli».

Ecco, che l’omosessualità, essendo «un valore», vada insegnata a scuola, perché «i semi si gettano fra i bambini» (affermazione un po’ infelice), è un’idea che in certe zone «arretrate» e ancora «incivili» del nostro continente trova una certa resistenza.

A San Pietroburgo, ad esempio, seconda città della Russia, dove è stata varata una norma che mette al bando ogni forma di propaganda dell’omosessualità tra minori. Legge accolta con grande apprezzamento dalla Chiesa ortodossa russa, che ne ha sollecitato «l’estensione subito a tutto il Paese, a vantaggio dei giovani».

Nella stessa normativa – come ha riferito Radio Vaticana – sono contenute misure anche contro la pedofilia. Le disposizioni hanno già scatenato le reazioni contrarie delle sparute organizzazioni di omosessuali, sostenute ed eterodirette da ambienti occidentali, al pari di quei gruppi e ong che - sponsorizzati da organizzazioni come l’americana «National Endowment for Democracy» (finanziata dal Congresso) e la Open Society del narco-speculatore George Soros - hanno inscenato gazzarre di protesta a Mosca e in altre città del Paese, dopo la vittoria di Vladimir Putin alle recenti elezioni presidenziali.

La Chiesa ortodossa, al contrario, considera la legge «uno strumento in più a protezione dei minori». Lo ieromonaco Dimitry Pershin, responsabile dei giovani ortodossi ed esperto della commissione della Duma per la famiglia, le donne e l’infanzia, ha sostenuto — come ha riportato l’agenzia Interfax — che la normativa adottata a San Pietroburgo è «necessaria» e che «dovrebbe urgentemente ricevere lo status federale», venendo applicata, cioè, e «senza indugio», in tutta la Russia.

Secondo l’esponente della gerarchia ortodossa, la legge recentemente approvata a San Pietroburgo «aiuterà a proteggere i bambini dalla manipolazione delle informazioni» sulla sessualità diffuse da organizzazioni da anni impegnate nel tentativo di organizzare a Mosca e in altre città russe manifestazioni e parate come quella del «gay pride». Iniziative che, come noto, hanno avuto ben scarso successo, incontrando l’ostilità, prima ancora che delle autorità, della gente comune, per non parlare della Chiesa ortodossa, che considera tali fenomeni «un attacco all’identità morale, culturale e spirituale russa».

Secondo la normativa adottata — un emendamento alla legge locale sui reati amministrativi, firmata dal governatore di San Pietroburgo, Georgij Poltavčenko — la propaganda dell’omosessualità, del transessualismo e della pedofilia verrà punita con multe varianti dai 5.000 rubli (per le persone fisiche) ai 500.000 (per quelle giuridiche).

di Siro Mazza

lunedì 19 marzo 2012

Famiglia, ultimo baluardo a difesa di una società sana e naturale.


Pubblichiamo una nota, certamente polemica, in merito alle proposte avanzate dall'Europa di una estensione ai paesi membri dei matrimoni gay. Non siamo mai stati favorevoli, come è immaginabile, pur non avendo mai lasciato spazio ad argomenti che potessero essere interpretati all'esterno - e quindi strumentalizzati - in chiave discriminatoria. Dal momento che siamo certi e consapevoli della nostra identità, non abbiamo mai avuto bisogno di discriminare chicchessia, fosse per la razza, l'orientamento sessuale, la fede politica o chissà quale altro parametro. Ma dal momento che questo blog è libero ed ospita liberamente i pensieri dei lettori, diamo spazio ad una riflessione sul tema...


di Alex A.

E' di questi giorni la notizia apparsa su tutti i quotidiani, di un nuovo insulto alla famiglia tradizionale, nucleo imprescindibile per natura di ogni civiltà umana. La notizia parla di un parlamento europeo che promuove una nota di indirizzamento etico-politico in cui si dice ai governi nazionali europei di riaffermare il principio di uguale trattamento di orientamento sessuale.

Andatelo a spiegare a questi dittatori del diritto ideologico forzato che la specie umana si riproduce per natura col rapporto tra due sessi differenti! Per la società come può essere utile un tale indirizzamento moralmente e naturalmente traviante che potrebbe addirittura diventare un'imposizione ai singoli stati europei, magari tramite qualche futuro trattato?

Non se ne capisce il motivo, fatto stà che questa Unione Europea come al solito pone di importanza primaria ciò che più dannoso vi può essere per minare le basi degli stati nazionali sovrani, che sempre si sono retti sulle istituzioni sacre delle famiglie, con un probabile futuro in cui la decrescita della natalità sarà arrivata vicino al livello zero e i pochissimi prossimi nascituri potrebbero crescere nella piena confusione esistenziale di una futile scelta di sessualità.

Nelle varie testate quotidiane si riporta anche un intervento strampalato di una parlamentare europea olandese(guarda caso) che testualmente dice:"il minimo che possiamo fare nell'Ue è applicare il principio di mutuo riconoscimento.Lo facciamo per la marmellata, il vino, la birra: perchè no per i matrimoni e relazioni personali?"

Un intervento che potrebbe benissimo essere uscito dalla bocca di un povero e sfortunato malato mentale; una birra la beviamo per dissetarci, il matrimonio lo facciamo per unirci e procreare, chi ha mai pensato di spalmarsi la marmellata sul fondoschiena per bisogno di sfamarsi? L'esempio calza in rapporto al tema del matrimonio.

Evidentemente queste persone non hanno bene a mente che tutto sulla Terra ha per volere divino e naturale una sua legge che non potrà mai essere contrapposta.


domenica 18 marzo 2012

Pensieri in controtendenza su quarant’anni di conformismo di massa.



Il ’68 è al potere e ci controlla.
La febbre corrosiva del ’68, l’ultimo virus che attraversò le giovani generazioni occidentali, è ben presente nella nostra epoca.
I rivoluzionari di quel periodo e i loro seguaci dominano nel mondo della cultura, della politica, dei sindacati, dell’istruzione, dei media e, ahimé, della magistratura.
I principi dominanti di quella cultura (io ritengo subcultura) sessantottina, che voleva essere rivoluzionaria, si è svilita a conformismo di massa e criterio di vita.
Quella spinta contestatrice ha distrutto i valori della tradizione, dell’educazione, della religione, disintegrando i due pilastri sociali fondamentali: scuola e famiglia. Ci ha lasciato l’eredità di un’ideologia libertina e permissiva sul piano dei valori, dei doveri, dei costumi ma intollerante e repressiva verso chi, come il sottoscritto, non si riconosce in quel movimento libertario e verso chi non vuole adottare quei codici o quei modelli.
Leggendo alcuni scritti di chi ha studiato il ’68 e cito Pietrangelo Buttafuoco, Giampiero Mughini e Marcello Veneziani in primis, discorrendo con chi ha vissuto l’esaltazione fallimentare di quel periodo, a quarant’anni di distanza è arrivato il momento di trarre le conclusioni attraverso una rivisitazione critica ed un’inversione di rotta rispetto al pensiero dominante.
La rivoluzione sognata dal ’68 non ha rovesciato gli assetti di potere, i rapporti di classe, ma solamente i valori e i costumi.
Il movimento sessantottino cercò di far scoppiare un incendio e si è ritrovato in una nuvola di fumo. Fumo ideologico di una generazione che correva dietro fumose utopie. Fumo di molotov e di P38. Fumo di spinelli e allucinogeni.
Gli effetti sociali furono un disastro, devastanti, la scuola, l’università, la chiesa, le istituzioni tutte, la famiglia uscirono peggio di com’erano entrate: demotivate e culturalmente ed eticamente peggiorate.
Alcuni intellettuali come Marcello Veneziani ritengono, con argomenti importanti, che il ’68 non fu nemmeno una novità ma solo un vecchio rigurgito anarchico.
Si cercò di imporre una società fondata sul principio del piacere. S’impose la liberazione sessuale che coincise con l’uso commerciale e consumistico della donna. A tale proposito, vale la pena di sottolineare che coloro che oggi condannano acidamente questa tendenza sono i medesimi che all’epoca la volevano ad ogni costo.
I professori, gli insegnanti delle scuole e università, che un tempo godevano di prestigio, autorevolezza, sono ridotti al rango di animatori o colf. Il professore, oggi, costituisce un antimodello, denigrato in una scala sociale bassa ed esempio di ciò che i ragazzi non vogliono diventare.
Il ’68 ha rinnegato e sbeffeggiato il principio fondante della scuola e cioè che essa si fonda sulla tradizione. Non può esserci scuola se non c’è nulla da trasmettere, da tramandare. La scuola è connessione ad una rete di saperi ed esperienze tra generazioni.
Lo sfascio familiare ha creato una nuova figura tragica (tra l’altro neanche aiutata dal legislatore nel caso sia un padre), errabonda, grottesca: lo sfamiglio (cito testualmente Veneziani), che non è semplicemente un single, ma un profugo, un superstite di un’esplosione che ha devastato la cellula fondamentale della società, la famiglia, appunto.
La famiglia, in questa deflagrazione, è considerata ormai inutile e non il passaggio naturale dalla natura alla civiltà, ciò che dà un senso a quanto creato dalla natura, una prospettiva.
Insomma, né single né sposati, con tutto ciò che negativamente segue, con l’esaltazione della trasgressione intesa come la normalità.
Il ‘68 vide come attori falliti la maggior parte degli antifascisti che fecero la Resistenza e non volevano la libertà ma un’altra dittatura, quella comunista. Portavano avanti il sogno di un totalitarismo più compiuto rispetto a quello fascista, che abolisse proprietà, disuguaglianze, mercato e religione.
Questo egocentrismo generazionale, raggomitolato sulle proprie utopie, ha fallito, proprio come rivoluzione politica, soprattutto laddove pensava di poter rovesciare i rapporti di classe, gli assetti di potere, mentre invece è riuscito nell’unico intento di distruggere i valori della tradizione.

venerdì 16 marzo 2012

L’Europa vuole imporci i matrimoni tra gay.

Il parlamento di Strasburgo chiede il riconoscimento in tutti i Paesi. Dopo aver perso la sovranità economica, ora rischiamo di farci imporre l'etica.


Eppure il "NO" di Angelino Alfano ai matrimoni gay è divenuto ieri di stretta attualità. A Strasburgo, infatti, l’assemblea plenaria ha bocciato un emendamento presentato dal gruppo del Partito popolare europeo che chiedeva di respingere alcuni passaggi del rapporto presentato dalla deputata liberale Sophie In’t Veld sulla discriminazione sessuale e su come combatterla.
I passaggi risultati indigeribili ai Popolari europei sono quelli in cui si chiede appunto alla Commissione Ue di elaborare proposte per il riconoscimento reciproco delle unioni omosessuali tra gli Stati membri che già le ammettono e al Consiglio europeo di «riaffermare il principio di uguale trattamento senza distinzione di religione o credo, disabilità, età o orientamento sessuale».
«Il minimo che possiamo fare nell’Ue - aveva detto la stessa parlamentare olandese In’t Veld nel settembre scorso - è applicare il principio di mutuo riconoscimento. Lo facciamo per la marmellata, il vino, la birra: perché no per i matrimoni e le relazioni personali?» Insomma i governi europei, secondo il Parlamento di Strasburgo, non devono dare «definizioni restrittive di famiglia». E a ratificare questa nota di indirizzo sono stati 342 parlamentari (i no si sono fermati a 322).
Che a Bersani piaccia o meno, il tema delle unioni omosessuali entra quindi a pieno titolo nell’agenda politica interna.
E si deve necessariamente guardare a quanto accade fuori dai nostri confini per calibrare al meglio il dibattito. I paesi dove due uomini o due donne dello stesso sesso possono convolare a nozze sono il Belgio, l’Olanda, il Portogallo, la Spagna, la Danimarca e la Svezia. E dal 15 giugno prossimo nel paese di Amleto sarà possibile celebrare nozze gay anche in chiesa. Il governo del primo ministro Helle Thorning-Schmidt ha infatti completato la messa a punto della legge: «È una mossa naturale e corretta per una Danimarca moderna» ha commentato. I singoli pastori della Chiesa luterana potranno, però, rifiutarsi di celebrare matrimoni religiosi tra persone dello stesso sesso. Sull’argomento si è pronunciato, Oltremanica, anche l’ex premier Tony Blair.
Nonostante la sua conversione cattolica di pochi anni fa, l’ex primo ministro laburista si è espresso non solo per le unioni civili tra esponenti dello stesso sesso (divenute possibili per legge proprio sotto il suo ultimo governo nel 2005) ma anche per la loro celebrazione in chiesa. Un tema questo su cui il governo Cameron intende aprire presto una consultazione pubblica, visto che la strada per la nuova disposizione non è spianata. L’ultimo sondaggio pubblicato a Londra rivela infatti che più della metà degli elettori conservatori sono contro il cambiamento.
E da noi? Il voto di ieri a Strasburgo ha riacceso gli animi di chi si è da tempo impegnato per consentire alle persone dello stesso sesso di unirsi in matrimonio. «Dopo le inutili polemiche, tutte italiane, è Strasburgo a darci una grande lezione di civiltà» sentenzia Anna Paola Concia (Pd).



«Il voto netto del Parlamento europeo - aggiunge Franco Grillini (Idv) - ci dice una cosa molto semplice: l’Italia nei fatti è fuori dall’Europa dei diritti e delle libertà e la destra italiana rappresenta il vero ostacolo alla modernizzazione del Paese».
«L’unità europea - ribatte Carlo Giovanardi (Pdl) - rischia di frantumarsi nella coscienza dei popoli per iniziative come quella della radicale olandese In’t Veld che vuole imporre, contro quanto stabilito chiaramente dai trattati, il riconoscimento dei matrimoni gay. Sudditanza al mercato e deriva relativista sembrano essere ormai gli unici idoli a cui sacrificare questo grande ideale, che rischia di essere sempre più lontano dai valori più radicati di decine di milioni di europei».
Gli fa eco l’eurodeputata della Lega Nord Marta Bizzotto: «Se il Parlamento europeo e la Commissione, dopo aver imposto direttive e regolamenti assurdi, pensano di cambiare anche la definizione di famiglia, si sbagliano di grosso».

venerdì 16 dicembre 2011

Moti di Reggio, Matteoli: “Ciccio Franco punto di riferimento della destra”


Ciccio Franco durante i moti di Reggio
Una figura indelebile nel Pantheon della destra. La storia di Ciccio Franco non si limita alla stagione dei Moti di Reggio, alla rivolta popolare che dal luglio 1970 al mese di febbraio del 1971 fece della città calabrese un centro nevralgico della politica italiana. Ciccio Franco rappresentò e continua a rappresentare la parte viva, pulsante, coraggiosa e indomita del nostro Sud. Un coraggioso esempio, una testimonianza di fedeltà ai valori della legalità e dell’identità tanto più valido oggi, nel ventesimo anniversario della sua scomparsa. “La mia generazione, che viene dal Movimento Sociale Italiano, ha avuto in Ciccio Franco un punto di riferimento. Chi viene come me da una regione difficile come la Toscana ed era di destra lo capisce”. Queste le parole del senatore Altero Matteoli pronunciate a margine del convegno ‘Ciccio Franco una vita per Reggio e il suo comprensorio’ organizzato dal coordinamento regionale e dal gruppo consiliare comunale di Reggio Calabria del Pdl. “Ciò che lui ha fatto a Reggio – ha aggiunto – ed a favore della Calabria e quello che poi ha portato della Calabria in Parlamento è significativo forse di un modo di fare politica che non esiste più e io aggiungo purtroppo. Oggi la politica è fatta con molto meno sentimento di allora e questo certamente non è positivo”.
Per il presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, la giornata di oggi segna “il ricordo di un uomo che ha fatto grandi battaglie nella sua vita a difesa della sua città: un esempio da seguire. Noi siamo cresciuti – ha aggiunto – attraverso i suoi esempi. Credo che in tante circostanze abbiamo dimostrato che quando abbiamo avuto ruoli istituzionali abbiamo messo davanti prima di tutto la città rispetto a qualsiasi altro interesse. È una lezione che dovrebbe insegnare molto a tanti. Ciccio Franco è stato un uomo straordinario, un uomo che ha subito e che ha sempre messo la sua grande intuizione e il suo grande impegno al servizio della città. Battaglie che sono oggi il punto di riferimento del nostro cammino. Credo – ha concluso Scopelliti -che sia giusto e doveroso l’omaggio che oggi tutti gli tributiamo”.