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sabato 7 aprile 2012

Possiamo ancora dirci Cristiani? Crollano praticanti, matrimoni e vocazioni.



L’edizione di «Sette» del Corriere della Sera in edicola oggi pone al centro del dibattito, un’inchiesta a più mani dal titolo «Possiamo ancora dirci cristiani?».

Cala il numero dei matrimoni cattolici e pure le vocazioni di preti e suore risultano in forte ribasso. Tiene, secondo l’indagine, il numero dei pellegrini nei santuari.

La domanda è: abbiamo la necessità di un’ancora di salvezza in cui credere? La chiesa rispetta ancora i canoni di riferimenti con cui siamo innegabilmente cresciuti?

Scrive Cesare Fiumi. «..Una chiesa come una candela che sempre più velocemente si consuma, non solo perché la fiammella del clero va perdendo numeri e forza di vocazioni, ma perché il cero alla base si va assottigliando. Se nel 2000 (da una ricerca Swg) il 65% degli italiani garantiva una complessiva adesione ai valori cattolici, nel 2009 la percentuale è scesa al 46%: con la centralità di quei valori in calo (dal 95 al 73%) pure tra i praticanti».

Si tratta di dati feroci, quasi glaciali che lasciano poco spazio alle interpretazioni. In questo momento, forse, neanche la forte tradizione identitaria della chiesa presente nel nostro Paese può salvarla dalla tempesta che sta attraversando l’Occidente.

Il relativismo, termine assai abusato e inflazionato può, in parte essere una risposta. Massimo Introvigne nel suo «Il dramma dell’Europa senza Cristo. Il relativismo europeo nello scontro delle civiltà», cerca di affrontare il problema criticando la deriva laicista e anticristiana della cultura contemporanea. Dice: «Ultimamente è la paura di Cristo che fa male all’Europa, la consuma e rischia di ucciderne la civiltà. E solo guarire da quella paura potrà salvarla». Conclude affermando: «Il dramma dell’Europa… si risolve nell’aver voltato le spalle a Cristo e nel tentativo di costruire una torre di Babele europea senza Dio e senza la chiesa, destinata come quell’antica torre a un crollo fragoroso».

Voi, cosa ne pensate?

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