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venerdì 6 aprile 2012

C' ERA UNA VOLTA L'ITALIA.



C’era una volta l’Italia. Paese di santi, eroi e navigatori.  Terra del mecenatismo, di pittori della scuola giottesca e di Raffaello, di scultori quali Brunelleschi, Donatello e Michelangelo, di grandi scienziati come Leonardo da Vinci e Galilei. In quell’Italia si costruivano Palazzo Rucellai e Palazzo Farnese; rincorrevano la sommità del cielo San Lorenzo , la Basilica di Santa Maria Assunta e quella di San Giorgio Maggiore; si studiavano il volo degli uccelli, i principi dell’idraulica e i fossili; si ponevano le basi della moderna astronomia e del metodo scientifico e si teorizzava, per la prima volta, il principio d’inerzia.
Fu poi la volta dell’Italia della nuova poesia e del “Melodramma”, della Mirandolina che non voleva andare in sposa a nessuno, facendo tutto a modo suo e del titanismo dell’Alfieri; degli infiniti paesaggi veneziani del Canaletto, della “Caduta degli angeli ribelli” e del “Cacciatore a cavallo” del Tiepolo, nonché dell’ “Amore e Psiche”, del “Teseo e il Minotauro” e dell’ “Ercole e Lica” di Canova, così vive eppure scolpite nella roccia; dell’ingegno e della “Scienza Nuova” di Vico; di Cesare Beccaria che rifiutava la pena di morte e le torture.
E come dimenticare l’Italia che parlava per bocca di Leopardi e Foscolo? Come non ricordare l’Italia di Leopoldo I, duca di Toscana, che per primo aboliva la pena di morte e riformava le leggi civili? Come non parlare di quell’Italia che si ribellava al dominio straniero e che si univa in un crescendo di moti popolari d’insurrezione e di guerre per l’indipendenza, guidata da fieri condottieri? Perché non parlare dell’Italia del movimento dei Macchiaioli, della nascente Scuola di Pozzuoli e quella romantica musicata da Verdi?
Venne, infine, l’Italia tragica e patriottica che non voleva “il barbaro invasor” e che cantava “non passa lo straniero”; dei ragazzi in trincea sulle vette alpine che lanciavano la stampella contro il nemico; l’Italia del Milite Ignoto e degli Arditi; l’Italia delusa di Fiume e della Vittoria Mutilata, del Natale di Sangue; l’Italia che riscattava se stessa e che si liberava dal pericolo della nuova dominazione straniera d’oriente a San Sepolcro il 23 marzo del 1919 e a Roma il 28 ottobre 1922; l’Italia delle bonifiche, delle riforme scolastiche, delle grandi innovazioni legislative in campo civile e penale; l’Italia che pareggiava il bilancio e che si ribellava al capitalismo d’occidente, scegliendo di camminare da sola e con le proprie gambe; l’Italia che segnava record produttivi in tutti i campi dell’economia e che faceva impallidire gli indici di crescita delle potenze europee e atlantiche; l’Italia che vinceva la sua partita con la Mafia e quelle sui campi di calcio con Schiavio, Meazza, Ferrari ed Orsi; l’Italia che diventava potenza coloniale e che aboliva la schiavitù “sotto al sol dell’equator”; l’Italia dei colori e del moto dei futuristi; l’Italia del “Nessun dorma” e di Vitangelo Moscarda; l’Italia di Boccioni, Balla e De Chirico; l’Italia eroica di El Alamein, di Alessandria, di Salò e della Valtellina…
Che bella favola era l’Italia! Una favola che non c’è più; una favola senza lieto fine. Cosa resta, infatti, di quel mondo incantato, fatto di sommi poeti, incommensurabili artisti e pioneristici scienziati? E cosa di quel Paese che aspirava a diventare Patria, a divenire nazione? Poco, molto poco. Residua una terra dai confini geografici virtuali; uno Stato dominato da forestieri; un Paese che non è Patria e che si vanta di aver trucidato senza processo un uomo ed una donna, oltre a migliaia di uomini e ragazzi che preferivano il silente volo delle aquile al rumore assordante delle industrie inumane dello zio Sam. Rimane una schiera di criminali di guerra e di briganti che si è autoproclamata vincitrice e liberatrice di non sa bene cosa e non si sa bene come e quando. Permangono una serie di governi e governicchi collusi con la Mafia e con i partigiani di Tito, che hanno voltato le spalle ai fratelli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, che hanno lasciato morire decine di giovani nelle strade e nelle piazze per capriccio dei servizi segreti e per auto legittimarsi, e che hanno abbandonato veri e propri eroi civili che cercavano di combattere tutto questo, lasciandoli indifesi davanti agli ordigni di Capaci e Palermo. Sopravvivono i cadaveri putrescenti dei partiti della prima repubblica, sebbene abbiano tentato più volte di cambiare foggia; vivacchiano politicanti che hanno realizzato la profezia poundiana sul rapporto tra economia, politica e banche. Ma, soprattutto, dominano schifosi dipendenti della finanza speculativa, della massoneria più aggressiva e delle banche private d’affari, che chiedono sacrifici a tutti, impongono licenziamenti più facili ed indiscriminati, fanno impennare il prezzo del pane e dei carburanti, rubano il futuro ai giovani e li invitano ad andarsene all’estero, negano la pensione agli anziani e regalano il Paese e il lavoro agli immigrati.
Chi l’avrebbe mai detto che quella favola si sarebbe trasformata in una tragedia? Chi avrebbe potuto prevederlo? Sarà la punizione divina per aver mangiato la mela del socialismo nazionale, del corporativismo e della socializzazione (autentici frutti proibiti)? Sarà il castigo del dio denaro per aver osato compiere il “folle volo” di una Patria libera da ingerenze straniere, pronta a divenire luogo di crescita umana, sociale e spirituale per l’individuo? Sarà il ripetersi del mito delle cinque età e, dunque, siamo tutti testimoni dell’involuzione progressiva ed inarrestabile dell’uomo? Non lo so. Per ora so soltanto che siamo uomini tra le macerie. E “ad una cosa soltanto si deve badare: a restare dritti in un mondo di rovine”. Allora, non dimentichiamo gli antichi fasti e i profondi insegnamenti dei maestri. Riprendiamo coraggio. Ricominciamo a credere ai sogni e agli ideali; ricominciamo a credere al tempo delle favole!


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