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lunedì 30 aprile 2012

Ricordare la morte di Ramelli? Per la sinistra è una provocazione…



Sono passati quasi quarant’anni dalla tragica morte di Sergio Ramelli. Chi era costui? E cosa rappresenta ancora oggi per molti simpatizzanti della destra cittadina e nazionale? Come recita una piccola targa nei giardini a lui dedicati a Milano, Sergio era uno studente. Uno studente, iscritto al Fronte della Gioventù. Frequentava l’Istituto tecnico “Molinari”, uno dei più rossi del capoluogo. Sergio fu ucciso a colpi di hazet 36 (vi chiedo la fatica di andare a cercare cos’è questo oggetto), sotto casa, mentre stava legando il suo motorino di ritorno da scuola. Lo hanno atteso con pazienza dopo settimane di appostamenti un nutrito gruppo di aderenti ad Avanguardia operaia. S’era deciso, in quei momenti la condanna a morte e il destino di un ragazzo colpevole solo di non seguire l’onda lunga e colpevole della maggioranza conformista assiepata nelle redazioni “con l’eskimo”, nelle fabbriche, nelle università. Sergio non era un violento, non era un facinoroso, non era un attaccabrighe, non era un picchiatore fascista. Era un militante, serio, puntuale, idealista. È stato punito a causa di un tema “libero”. Un saggio nel quale ha voluto scrivere senza reticenze il proprio disgusto verso l’opera estremistica e violenta delle Brigate Rosse. Un’opera che, se da un lato insanguinava il Paese, dall’altro era guardata, invece, con beffarda simpatia (se non ammirazione) da molti autorevoli esponenti della sinistra di allora (vero Sofri?). Basterebbe, infatti, acquistare il film “Milano Burning” presentato, ieri, 29 aprile a Milano presso la sala Corridoni, e ascoltare le farneticanti dichiarazioni dell’ex leader di Lotta Continua per farsi gelare il sangue ed essere proiettati in una folle spirale di morte. Perché, molti di voi ricorderanno, lo slogan più in voga e gettonato in quegli anni: “Uccidere un fascista non è reato”. La storia di Sergio è drammatica anche nella sua evoluzione tragica. Dopo 47 giorni di ricovero ospedaliero capaci di alternare momenti di speranza a momenti di sconforto, il giovane missino viene vinto da una broncopolmonite il 29 aprile 1975. Sembra davvero incredibile, dopo tanti anni, osservare la “Milano democratica rappresentata dalla Cgil” proporsi, invece, di sforzarsi e rileggere obiettivamente quegli anni, come giudice supremo della dicotomica e insulsa contrapposizione delle idee che tanto fece la fortuna dei sostenitori degli opposti estremismi. Ieri pomeriggio, una parte consistente di Milano, non ha potuto piangere in pace un ragazzo  ammazzato selvaggiamente a colpi di chiave inglese in testa perché, tale Rosati della Cgil, considera questo documentario una provocazione. Fate pure il vostro presidio, uomini di rosso vestiti. Capisco perfettamente i motivi che vi spingono a una cosa tanto sciocca. Quella morte, d’altra parte, pesa ancora come un macigno sulle coscienze di coloro che l’hanno voluta. Ma pesa, altresì, come un macigno sulle responsabilità morali dei leader della sinistra che non ne hanno saputo, o voluto, cogliere la portata. Per questo motivo vi segnalo il sito web http://www.milano-burning.com/index.html che vi aiuterà a capire, ad approfondire, ad analizzare, l’omicidio feroce di un ragazzo di destra e lo strazio che ne è seguito per la sua famiglia e per tutta una generazione che non smetterà di combattere per le proprie convinzioni (il costo del dvd è di 12 euro + 2 di spedizione n.d.r.).e

Basterebbe, forse, rifarsi a quanto scritto da Pier Paolo Pasolini (sig. Rosati era fascista anche lui?), per togliere quella patina di livore peloso che alberga ancora nel cuore di molti: «…abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente ad essere fascisti…Nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del male».

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