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domenica 15 aprile 2012

Senza memoria… senza vergogna!



Dopo 23 anni dall’ammissione di Gorbaciov che dichiarò il massacro di Katin in Polonia di 3000 ufficiali dell’esercito polacco una responsabilità dei comunisti c’è chi ancora in occidente cerca di celare e sviare la realtà, continuando a sostenere che l’eccidio sia stato opera dei nazionalsocialisti. I padroni della storia, gli stessi per cui le Foibe non sono mai esistite e i partigiani erano tutti gente per bene. La vergogna non alberga in certe coscenze.

Massacro di Katyn, un mistero svelato due volte sempre nello stesso giorno

Tredici aprile 1943, 13 aprile 1990, 47 anni esatti per ammettere le proprie responsabilità. Tanti ne corrono infatti da quando Radio Berlino annunciò il ritrovamento di miglia di polacchi assassinati e sepolti in fosse comuni nelle foreste di Katyn presso Smolensk a quando Michail Gorbacëv riconoscerà il massacrò come opera dei soldati con la falce e martello e non la croce uncinata. In mezzo decenni di menzogne, accuse reciproche e mezze ammissioni, con mezzo mondo comunista ancora convinto che la strage, circa 22mila persone uccise con un colpo alla nuca, sia stata commessa dai nazisti e la confessione dei russi frutto di mero opportunismo.
In effetti nella primavera del 1940 a Katyn fu consumato uno dei peggiori crimini contro l’umanità per la sua dimensione, la scientificità con cui venne portato a termine e l’inumano cinismo che stava alla sua base. Ma per capire le premesse del massacro bisogna però fare un passo indietro, esattamente al agosto 1939 quando a Mosca venne firmato il patto russo-tedesco tra i ministri degli Esteri Vjaceslav Molotov e Joachim von Ribbentrop. Esso prevedeva la spartizione della Polonia tra comunisti e nazisti, mano libera alle mire espansionistiche della Germania verso ovest e a quelle sovietiche verso nord. L’immediata conseguenza fu l’ingresso nel territorio polacco dei tedeschi il 1° settembre e dei sovietici il 17 settembre.
Il patto russo tedesco resistette per quasi due anni fino a quando il 22 giugno 1941 Adolf Hitler diede il via all’operazione Barbarossa, aggredendo l’Unione sovietica. Un’invasione che passò anche attraverso l’occupazione della parte polacca sotto dominazione russa. E nell’aprile dell’anno dopo, su indicazione di alcuni abitanti, l’esercito tedesco scoprì i primi corpi. E il 13 aprile Radio Berlino annunciò al mondo il ritrovamento: «È stata trovata una grossa fossa, lunga 28 metri e ampia 16, riempita con dodici strati di corpi di ufficiali polacchi, per un totale di circa 3.000. Essi indossavano l’uniforme militare completa, e mentre molti di loro avevano le mani legate, tutti avevano ferite sulla parte posteriore del collo causata da colpi di pistola. L’identificazione dei corpi non comporterà grandi difficoltà grazie alle proprietà mummificanti del terreno e al fatto che i Bolscevichi hanno lasciato sui corpi i documenti di identità delle vittime. È già stato accertato che tra gli uccisi c’è il generale Smorawinski di Lublino.»
Mosca negò e contrattaccò accusando a sua volte i tedeschi della strage. Le vittime, secondo la versione di Mosca, sarebbero stati polacchi fatti prigionieri dai russi, quindi impiegati in opere di costruzione ad ovest di Smolensk e infine catturati e giustiziati dalle unità tedesche nell’agosto 1941. Una versione subito smentita da una commissione medica indipendente, 12 esperti di altrettanti Paesi, che esaminò i corpi e fece risalire la loro morte al 1940 quando appunto la zona era sotto influenza sovietica. Rimasero tuttavia delle ambiguità perché i russi avevano usato armi e proiettili tedeschi, forse già pensando di far ricadere la colpa sulla Germania in caso di scoperta. E di fatti per 50 anni la vicenda rimase in una sorta di limbo, l’intero mondo comunista, anche in occidente, pronto ad accusare di «propaganda antisovietica» chiunque osasse sfiorare Mosca con il solo sospetto. Primo tra tutti lo stesso governo polacco.
Bisognerà attendere un altro 13 aprile, quello del 1990 quando finalmente, in piena Perestrojka, Gorbacëv, riusumò le carte segrete dell’Nkdv, il vecchio nome del Kgb, la terribile polizia segreta. Si scoprì così che il 19 settembre 1939, due giorni dopo l’invasione, Lavrentij Berija aveva già iniziato ad approntare campi di concentramento per i prigionieri polacchi. Probabilmente in vista del massacro che si svolse poi tra 3 aprile e il 19 maggio 1940. militari, guide, gendarmi, poliziotti e agenti penitenziari, vennero fatti uscire dai campi di Ostashkov, Kozielsk e Starobielsk. Kozielsk e Starobielsk, in tutto 22mila persone circa, di cui 8mila ufficiali. Portati a piccole gruppi nella foresta di Katyn, vicino al villaggio di Gnezdovo, a breve distanza da Smolensk, vennero giustiziati con un colpo alla nuca e sepolti in fosse comune.
Agghiacciante il motivo: indebolire ulteriormente la Polonia appena conquistata.
Poiché il meccanismo di leva polacca prevedeva infatti che ogni laureato divenisse ufficiale della riserva, il massacro avrebbe eliminato automaticamente la classe dirigente del Paese. Ma ancora oggi, a 23 anni dall’ammissione dell’ex Unione sovietica, molti comunisti in occidente, in particolare in Italia, negano questa versione. Per loro Michail Gorbacëv e un «agente della Cia» che ha svenduto la rivoluzione all’Occidente e per meglio infangare i 30 anni di stalinismo e i 70 di comunismo, ha confessato un crimine mai commesso.


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