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sabato 17 dicembre 2011

L’aziendalismo tecnico non ci salverà.

di Roberto Marchesi


Sull’iniquità della manovra economica redatta dai professori del nuovo governo affidato a Mario Monti (Supermario per gli americani) non c’è bisogno di fare commenti tanto è evidente.

E del resto, dopo i vari passaggi nei soliti teatrini della politica televisiva italiana, è apparso chiaro che nemmeno loro hanno provato a sostenerlo, preferendo trincerarsi dietro la scusa che non c’era tempo per far meglio. La realtà è che, oltre alla scarsità di tempo, c’è anche una evidente scarsità culturale a fare scelte di vera equità sociale, per il semplice fatto che quelle persone hanno studiato molto, e sanno fare bene, si, ma altre cose.

Non per niente li chiamano i “Bocconiani”, cioè gente formata all’Università Bocconi di Milano, che non è certo nota per formare bravi sociologi o politici, ma bensì per formare bravi tecnici nei campi della finanza e dell’economia.
Tradotto sul piano concreto questa è gente abituata a pensare, fin da quando erano ragazzi, e per tutto il tempo della loro carriera, in primis all’interesse del capitale e dell’impresa, anche quando questo va a discapito delle persone, di solito dei lavoratori subordinati.
Normalmente questo è visto, anche nelle società non dichiaratamente capitaliste, come un merito, non come un difetto, specialmente quando c’è da risanare qualche impresa a qualunque costo.

E il “qualunque costo” è proprio ciò che differenzia maggiormente questi “tecnici”, perché loro lo intendono sempre allo stesso modo: tagli a tutti i costi dell’impresa e libertà di licenziare senza riguardo per nessuno allo scopo di tentare di ripianare il bilancio.
Questa crisi è già costata milioni di posti di lavoro negli Usa e in Europa. E non è finita, proprio oggi Citibank, la terza banca per dimensioni negli Usa, ha annunciato il prossimo licenziamento di altri 25.000 lavoratori.

Francamente non è che occorra essere geniali per fare queste cose, basta avere la giusta dose di insensibilità verso le sofferenze inflitte agli altri e il compito diventa tutto sommato abbastanza facile. Ma comunque, è raro che ciò sia sufficiente a risanare una impresa in difficoltà. Potrebbe bastare, forse, (facendo guadagnare tempo all’impresa) quando le difficoltà derivano da una crisi esterna, altrimenti è indispensabile avere la mano leggera sui tagli e i licenziamenti ed attivarsi invece verso un rilancio produttivo ristrutturando gli impianti, diversificando le produzioni e allargando l’area delle vendite. Altrimenti il fallimento è solo rinviato di poco.

Ma una nazione è molto di più che una impresa. Nel caso delle nazioni l’equazione per perseguire il salvataggio è molto più complessa. Occorre avere una cultura superiore e diversa che normalmente un manager non ha in quanto ha una visione limitata all’area operativa dell’impresa (anche nei casi delle imprese più grosse). L’impresa infatti, tanto più se è in un contesto di elevata competizione, non può farsi carico dei risvolti sociali del suo operato, questo è un compito a carico di chi controlla il territorio, ovvero dei politici.
Quindi per fare una manovra veramente equilibrata sul piano sociale il tecnico non basta, è indispensabile che ci sia sempre la mediazione e l’esperienza di qualche illuminato statista per confezionare un piano che sappia coniugare, insieme al rigore e alle concrete possibilità di ripresa economica, un serio rispetto delle persone e del contesto sociale.

Non è un caso che alle nostre orecchie, di questi tempi, arrivino in continuazione sollecitazioni esclusivamente di carattere tecnico: “L’Europa prescrive...”, “I mercati ci impongono...”, ecc. Sono le sollecitazioni tipiche di chi vede il problema solo sotto il profilo “tecnico”, che è una visione sostanzialmente “aziendalista”, la quale in questo caso non è corretta nemmeno sul piano economico, poiché come abbiamo già visto in altre analisi di famosi economisti, anche sotto il profilo economico la ricetta dell’austerity in periodi di recessione è assolutamente sbagliata, e aggrava la situazione invece che risolverla. Tuttavia, anche se alcuni dei “tecnici” scelti da Napolitano (Monti per primo) hanno esperienze più ampie che la semplice esecuzione aziendalista del loro incarico, dai loro discorsi e dalle loro scelte traspira in pieno proprio questo tipo di cultura, dalla quale non si possono più separare ormai. Una cultura che è all’opposto della cultura umanista necessaria a far crescere armonicamente una società civile.

Sul piano dell’economia, in tempi di crisi, i sacrifici alle persone possono essere indispensabili, ma non allo scopo di privilegiare il dio denaro. La persona, la famiglia, il cittadino, devono sempre essere in testa agli interessi di chi governa. Rincorrere i mercati è follia totale. Sperare di soddisfarli è perfino colpevole ingenuità.

C’è un solo modo per vincere questa guerra coi mercati: regolarli seriamente.
Il governo italiano da solo non può farlo, ma almeno potrebbe cercare un’intesa coi partners, e in casa propria qualcosa potrebbe fare e invece non lo fa.

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