Salviamo i nostri Marò

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I nostri due militari devono tornare a casa

Siamo contro ogni genere di Discarica nel nostro Territorio!

martedì 25 settembre 2012

Riapertura della strada provinciale 56 ex 107 bis Scandale - Crotone.



Tratto ripristinato della strada provinciale 56 ex 107 bis Scandale-Crotone                     loc. Giammiglione

Esprimiamo piena soddisfazione per l’apertura della Strada Provinciale 56 ex 107 bis in località Giammiglione. Dopo un  anno di sollecitazioni verbali fatte al presidente Zurlo da parte nostra siamo riusciti a riappropriarci della nostra strada, arteria fondamentale che ci collega alla città capoluogo. La strada fu interrotta definitivamente nel mese di Febbraio scorso a causa delle forti piogge invernali, ma il cedimento del manto stradale fu dovuto anche dalla presenza di una falda acquifera sotterranea, (uno dei motivi per il quale la non si può costruire la famigerata mega discarica di rifiuti speciali).
Così come questo tratto è stato completato a loro dire “in tempi record”, ci auguriamo che anche il resto delle stradi provinciali vengano messe in sicurezza ridotte ormai  a mulattiere per l’incuranza degli ultimi anni. Su queste strade non solo si mette a rischio il buono stato delle auto ma anche la vita di conducenti e passeggeri.
Infine, ne approfittiamo per chiedere al sindaco Vasovino di mettere in sicurezza la strada interpoderale percorsa fino ad oggi, con tanti disagi, dai cittadini di Scandale in località Santa Domenica. Non vogliamo  che venga abbandonata a discapito dei proprietari di quei piccoli appezzamenti di terreno. Signor sindaco non aspettiamo i camion delle pale eloiche!             

Antonello Voce
Presidente circolo "Paolo Di Nella"
Giovane Italia Scandale.



Le foto sono di Area Locale.
 

lunedì 24 settembre 2012

La prevalenza del maiale.



Non bisogna farsi ingannare da quelle fotografie. Il martedì grasso della destra romano-laziale non è soltanto una mascherata tardo felliniana, non è un dramma satiresco: è uno stato dell’essere. E il segreto per comprenderlo sta nel maiale, nella maschera suina indossata sulla scena dai protagonisti maschili di una carnevalata che si può anche equivocare come parodia di un’epoca storica – l’antichità declinata nella penombra inconscia di riferimenti cinematografici moderni: dal toga party di “Animal House” alla lubricità di certi filmetti adolescenziali americani degli anni Ottanta – e che invece rinvia a significati più profondi. La scelta di una maschera obbliga al disvelamento del proprio sé. Il tradizionalista René Guénon utilizzò al riguardo parole illuminanti: “Le maschere di carnevale sono genericamente orride ed evocano il più delle volte forme animali o demoniache, tanto da essere quasi una sorta di ‘materializzazione’ figurativa di quelle tendenze inferiori, o addirittura ‘infernali’, cui è permesso così di esteriorizzarsi”. “Del resto – conclude il Guénon – ognuno sceglierà naturalmente fra queste maschere, senza neppure averne una chiara coscienza, quella che meglio gli conviene, cioè quella che rappresenta quanto è più conforme alle sue tendenze, sicché si potrebbe dire che la maschera, che si presume nasconda il vero volto dell’individuo, faccia invece apparire agli occhi di tutti quello che egli porta realmente in se stesso, ma che deve abitualmente dissimulare”. Questo spiega la presenza di maschere cornute e faunesche nelle celebrazioni primaverili dei paesi mediterranei, lì dove l’uomo (non il maiale) si riappropria di una funzione fecondatrice ancestrale e propizia l’uscita dal buio.
Di qui proviene, oggi, la facile impressione che il generone laziale di centrodestra (ma non solo quello) abbia trasceso il ciclo delle stagioni e abbandonato la finzione di un civismo politico ed esistenziale mal sopportato per troppo tempo: la liberazione notturna nell’indistinto, ove non vige più l’ordine delle regole solari, visibili e dunque responsabilizzanti, li ha precipitati nella più limpida autorivelazione. Maiali, dunque, nemmeno per libera scelta ma per una vocazione intima e occulta. Stabilito questo, ritrova forse senso la citazione antiquaria? I compagni di Ulisse tramutati in porci dalla maga Circe, costretti a grufolare nel suo orto, sono la condensazione simbolica della natura inferiore (“l’animale che mi porto dentro me”, cantò Battiato quando aveva voce), il vortice degli istinti bassi e vischiosi dell’uomo/verro. Del resto è noto a chiunque che il maiale non gode di ottima fama un po’ in ogni latitudine. L’imperatore Giuliano, nel Quarto secolo dell’èra volgare, spiegava così l’interdizione delle carni suine durante le feste patrizie in onore della Grande Madre: “… è bandito dal sacro cibo in quanto totalmente ctonio, sia per la forma, sia per il tipo di vita, sia per il carattere stesso del suo essere. (…) Questo animale non può guardare il cielo, non solo perché non vuole, ma anche perché, per natura, è tale che non può mai sollevare lo sguardo”. Triste condizione, quella del maiale. Ma non bisogna esagerare. La bestia è priva di colpa, come ogni fatto di natura. La porchetta è pur sempre un pasto gioviale e richiama il banchetto sacro dei popoli laziali che si radunavano sul Monte Albano per le feste. Se poi è ancora vero, come usa dire, che del maiale non si butta via niente, non c’è motivo di disperare per il futuro del generone di centrodestra.
di Alessandro Giuli.

domenica 23 settembre 2012

Un tè alla menta a casa di Evola.



Pubblichiamo un articolo di Ugo Franzolin, scomparso due settimane fa,  tratto dal libro “Gli articoli di Evola sul Secolo d’Italia. 1953-1964”, edito dalla Fondazione Evola e curato da Gianfranco Lami.

di Ugo Franzolin
(articolo tratto dal "Secolo d'Italia")

Con il congresso di Pescara nel Movimento Sociale Italiano del giugno 1965 vi furono i cambiamenti al vertice. Vinse il congresso Arturo Michelini, uno dei fondatori di quel partito, nato alla fine del 1946. In precedenza Michelini aveva comprato il quotidiano fiancheggiantore del movimento, Il Secolo d’Italia, proprietà del senatore Franz Turchi, suo fondatore.
Ne era il direttore dal 1964, ma fu chiamato a dirigerlo politicamente Nino Tripodi, un altro dei primissimi del Movimento Sociale, un intellettuale che si era segnalato tra i giovani più promettenti negli anni che precedono la Seconda guerra mondiale, avvocato e – negli anni Cinquanta – parlamentare. Chi però confenzionava materialmente il giornale e aveva quindi stretto rapporto con la redazione, era Cesare Pozzo, giornalista professionista, qualche anno dopo, senatore.
Un giorno Michelini mi chiama. Ero stato assunto al Secolo nel momento in cui il "Meridiano d’Italia", dove lavoravo aveva sospeso le pubblicazioni per trasferirsi da Milano a Roma. Mi avevano affidato la terza pagina che curai fino al 1967 quando passai al quotidiano "La Luna". Una pagina tradizionale, in più, una o due volte la settimana, una pagina monografica, letteratura, pittura, musica e storia.
“Ho qui un articolo di Evola”, mi dice Michelini, “scriverà per noi”. “Acquisto eccellente“, gli dico io, “un pensatore affascinante”, butto lì. Guardo Michelini, che mi guarda di sottecchi. “Sì, certo”, commenta, “ma io leggo i gialli, quando vado a letto la sera, prima di dormire e ho la testa piena delle cose che domattina dovrò fare, come, ad esempio, mandare i soldi alle federazioni, soldi che non ho e devo rifilare qualche balla per tirare avanti”.
Di Julius Evola, a dire la verità, non è che ne sapessi molto. Anzi, diffidavo un po’, come tutti quelli per i quali il fascismo, come nel mio caso, è stato prima un fatto di provincia – le realizzazioni – poi un fatto di guerra, “il sangue contro l’oro”, un semplificare che farebbe trasalire un intellettuale.
Dopo quattro o cinque articoli pubblicati come elzeviro, Evola mi invitò a casa sua per un tè. Abitava a Corso Vittorio.
Molto cordiale. Aveva un grave disturbo alla spina dorsale. Stava sempre seduto in poltrona. Gli feci visita quattro o cinque volte. Non so se gli interessassi. Forse sì, ma perché non avevo quasi niente delle sue letture, perché la mia testa, dopo cinque anni di guerra sui fronti e un anno di galera a San Vittore, era piena di immagini più che di speculazioni sottili.
Il tè era squisito. Glielo dissi. “Aggiungo foglioline fresche di mentuccia”, commentò, “e qualche fiore essiccato di ibisco, addolcendolo, come vede, con zucchero di canna, un dono che amici mi mandano dalla Germania”.
Mentre si sorseggiava il tè, Evola parlava, parlava. Aveva una voce bassa, musicale, due occhi che indagavano. Mi sembrò di capire che avesse studi esoterici, un’altra novità per me, sempre tenutomi lontano da esplorazioni misteriose, più amante dell’uomo che fa, spacca tutto, magari, ma che non sta lì a interrogare l’arcano, o vola in spazi siderali.
Un giorno, mentre Evola mi parlava della Parigi delle avanguardie nella quale viveva, qualcuno citofonò. Una signora che si occupava delle cose domestiche, venne a dire che un ragazzo chiedeva di salutare. Disse il nome, Adriano.
Entrò un giovane, poco più che ragazzo. Aveva una sua composta eleganza, un tratto signorile. Alla presentazione seppi che era il figlio di Pino Romualdi, che mi onorava della sua amicizia, conosciuto a Milano, vicesegretario del Partito Fascista Repubbicano. Conversammo un po’, ma dopo una decina di minuti dovetti salutare e andarmene perché mi aspettava il solito lavoro al giornale.
Prima di congedarmi invitai Adriano a collaborare alla mia pagina. Volevo ospitare dei giovani, voci nuove. Così fu, infatti. Diventammo amici. Io do del tu volentieri ai ragazzi, mi è più facile parlargli, e se loro fanno altrettanto, la cosa mi fa piacere. Eppure con Adriano ci fu sempre di mezzo il lei, anche se il rapporto era cordiale, affettuoso da parte mia e, oso credere, anche da parte sua.
Era preparatissimo, riflessivo, sempre disposto a riesaminare un concetto, ma con dei punti fermi, che erano ormai miei. Gli chiesi di Evola. “Sa”, gli dissi introducendo il discorso, “mi sembra un mago”. Adriano si mise a ridere. “Un po’ lo è”, rispose, “nel senso che sa sublimare intuizioni rare, al limite della visione onirica, il percorso misterioso della vita”.
Ricordo con rimpianto quel tempo. Evola è morto, Adriano, ancora giovanissimo, ci ha lasciati in situazioni tragiche, sul ciglio di una strada, dopo un incidente. Perché rimpianto? Ma perché allora, anche se da posizioni intellettuali diverse, per un proprio carattere, una propria storia personale era bello vivere, essere in attesa di un evento. Utopisti? Forse, ma la nostra utopia non era la carta di credito, o il telefonino, o la curva sud. Eravamo in attesa, ecco, ripeto. In attesa? Sì, certo, che i sentimenti tornassero.
Un giorno Evola mi disse: “Sa, la strada è lunga, interminabile”...

sabato 22 settembre 2012

L’oltraggio di Venezia e il Crocifisso di Vienna.



E’ difficile immaginare un oltraggio contro la fede cristiana più blasfemo e provocatorio di quello che si è avuto al Festival del Cinema di Venezia il 31 agosto con la proiezione del film Paradise Faith, Fede nel Paradiso, di Ulrich Seidl, film  che ha il suo punto culminante in una sequenza in cui la protagonista, l’attrice Maria Hoffstatter, si dedica all’autoerotismo utilizzando come strumento un crocifisso. E’ inutile entrare nei particolari, che sono raccapriccianti, ma sarà bene ricordare che per un cristiano non c’è simbolo più sacro del Crocifisso, che rappresenta Gesù Cristo, l’uomo-Dio, morto sulla Croce per redimere i peccati degli uomini. Tutta la fede cristiana si riassume nella predicazione di Cristo crocifisso.
 Lo scandalo di Venezia non è un episodio isolato, ma si inserisce in un quadro di cristianofobia dilagante. Lo spettacolo teatrale di Romeo Castellucci Sul concetto di Volto di Dio, messo in scena a Milano a gennaio, ha aperto quest’anno le danze. Il Festival di Venezia però è una ben più ampia cassa di risonanza, una vetrina internazionale, che ha visto accorrere giornalisti di tutto il mondo, per riferire senza alcuna indignazione della proiezione del film blasfemo, che ha avuto il premio speciale dalla Giuria.
La Santa Sede, il 12 settembre è intervenuta con un comunicato dal tono fermo: “Il rispetto profondo per le credenze, i testi, i grandi personaggi e i simboli delle diverse religioni è una premessa essenziale della convivenza pacifica dei popoli.” A dichiararlo è stato padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa Vaticana, che non si è riferito però alla blasfemia di Venezia, ma ad un altro film, Innocence of muslims, prodotto in America e considerato alle origini delle violente manifestazioni in Libia ed in altri paesi arabi.
 “Le conseguenze gravissime delle ingiustificate offese e provocazioni alla sensibilità dei credenti musulmani - ha scritto in una nota padre Lombardi – sono ancora una volta evidenti in questi giorni, per le reazioni che suscitano, anche con risultati tragici, che a loro volta approfondiscono tensione ed odio, scatenando una violenza del tutto inaccettabile“. Quanto è accaduto in Libia non sarebbe stato pianificato da mesi da Al Qaida in odio all’Occidente, ma sarebbe stato l’inevitabile conseguenza di “ingiustificate offese e provocazioni alla sensibilità dei credenti musulmani”. Ma perché non vengono definite “ingiustificate” le offese e le provocazioni alla sensibilità dei credenti cattolici come quelle del Festival di Venezia? Solo perché non provocano conseguenze, né gravissime, e neppure modestissime?

Ben pochi hanno ricordato che quanto è accaduto, nella città di Bengasi, è la conseguenza non dell’insulso film anti-Maometto, ma della politica franco-americana di cessione del Medio Oriente all’Islam, che, per nemesi storica,  ha avuto il suo momento principale proprio nel sostegno dato dalla Nato ai fondamentalisti di Bengasi contro Gheddafi. E se tutto il mondo ha protestato contro il film anti-islamico, che per ora è semi-clandestino, e presumibilmente non sarà mai proiettato, nessuno ha protestato contro il film anticattolico, che ha avuto tutte le luci della ribalta ed è destinato a larga circolazione, senza alcuna opposizione.
Il vero problema oggi è questo. Non esiste solo la persecuzione dei cristiani nelle terre di Islam, esiste anche la cristianofobia in Occidente. Ma soprattutto esiste l’arrendismo e la complicità dell’Occidente di fronte a questa cristianofobia. L’autolesionismo degli ambienti ecclesiastici fa parte purtroppo di questo sistema di complicità.

Il Beato Marco d’Aviano sulle colline del Kahlenberg, che dominano Vienna, brandiva il Crocifisso come strumento di lotta e di vittoria, per incitare i combattenti cristiani a liberare la città occupata dai musulmani. Oggi il Crocifisso è ridotto a strumento di sordido piacere da una società edonista che si autodistrugge consegnandosi all’Islam.
di Roberto de Mattei.

venerdì 21 settembre 2012

MA PERCHE' I REGISTI NON RACCONTANO I RISVEGLI?



Bocciata a Venezia e bocciata nelle sale, la Bella Addormentata di Marco Bellocchio ha risuscitato polemiche sul tema eutanasia e paraggi

 Marcello Veneziani - Dom, 16/09/2012

Bocciata a Venezia e bocciata nelle sale, la Bella Addormentata di Marco Bellocchio ha risuscitato polemiche sul tema eutanasia e paraggi.
Il regista ha detto ai cattolici che lo contestavano: avete tanti mezzi, perché non fate voi un film con la vostra versione del caso Englaro? Forse ha ragione.
Ma io rilancio a lui e al magico mondo del cinema un'altra proposta. Di film sul tema di staccare la spina ai malati terminali ne abbiamo visti già tanti. Ma è possibile che a nessun gran regista, sceneggiatore, produttore, attore, venga in mente e al cuore di portare al cinema qualche storia inversa, di condannati al coma irreversibile, a cui volevano staccare la spina, che si sono poi risvegliati? Vi dice nulla il caso di Salvatore Crisafulli, di Luca de Negris, di Luca Mongelli, di Terry Wallis che si risvegliò addirittura dopo 19 anni? Non si potrebbero fare grandi film su storie finite con una resurrezione imprevista, e non solo su eutanasie desiderate?
E ai film dedicati a coraggiosi aborti non si potrebbero affiancare film su Chiara Corbella o su Jenny e su Rosa e su Gianna e su altre ragazze che decisero di dare alla luce un figlio a prezzo della loro vita, capovolgendo sulla loro pelle il motto «mors tua vita mea»?
 Non sarebbero grandi storie, nobili, vere e struggenti, perché nessuno le racconta? È questo il conformismo che indigna e che sconforta, caro Bellocchio. Abbiate più coraggio e spirito libero, ma quello vero. Che sia anche per questo che mezzo cinema è in coma e che i film troppo scontati abortiscono in sala?

giovedì 20 settembre 2012

Villa Chigi Roma - Distrutta targa in memoria di Polo di Nella




"Lascia agli altri le vie dell'infamia: Piuttosto che vincere per mezzo di un'infamia, meglio cadere lottando sulla strada dell'onore"
(Corneliu Zelea Codreanu)

E' stata distrutta a martellate la targa di via Paolo di Nella riportiamo le dichiarazione di Giorgia Meloni e di Azione Universitaria Roma.
"Chi ha distrutto a martellate la targa di via Paolo Di Nella a Roma è un indegno. Spero vivamente che i responsabili di questo atto vigliacco siano individuati e mi aspetto una condanna unanime delle istituzioni e delle forze politiche. L’esempio di Paolo, ucciso a 20 anni da una cieca violenza politica, è forte e vive nei cuori di chi giorno prova a portare avanti le sue idee e le sue battaglie. Un simile gesto offende tutta la nostra città, la nostra Nazione e chiunque crede che la politica sia la forma più nobile di impegno civile"
Giorgia Meloni.
 
"Quello che si è consumato la scorsa notte a Villa Chigi è un atto di vandalismo e violenza che non può trovare alcuna giustificazione né tanto meno una spiegazione razionale. Il vortice di odio che quasi trent’anni fa uccise Paolo si abbatte oggi, con la medesima vigliaccheria, sulla targa che lo ricorda. Paolo era mosso dalla stessa passione e dallo stesso entusiasmo che animano migliaia di giovani impegnati quotidianamente sui territori, nelle scuole e nelle università per rendere migliore la nostra Nazione. Paolo è un esempio che nessuno può permettersi di infangare. Chiediamo al sindaco Alemanno e all’Amministrazione capitolina un’intervento immediato, per ripristinare subito la targa."
Azione Universitaria Roma. 
Il tuo sorriso è fermo li, è una pugnalata dritta al petto, Per chi quel giorno ti aggredi, per chi non conta proprio niente Per chi quel giorno sparí: maledetti dagli dei e da tutta questa gente...



Link:
Paolo Di Nella.

mercoledì 19 settembre 2012

IO SONO EUROPEO...

 
Sono nato qui dove è nata la civiltà, ho messo insieme le pietre a Stonehenge per avvicinarmi al cielo, ho costruito il Partenone e combattuto alle Termopili. Ho vinto con Costantino contro Massenzio e costruito un arco che è divenuto pilastro della storia.
Ho unito il quadrato, simbolo della terra, con il cerchio, simbolo dell'infinità del cielo per costruire l'ottagono del castello del monte. Ho vissuto lassù tra il grigio del castello di bamburgh, e riflettuto all'ombra del monastero benedettino di Subiaco.
Sono arso vivo per difendere le mie idee come Giovanna D'arco in Piazza del Mercato Vecchio.
Sono tornato a combattere la guerra di Cipro,ho poi raggiunto Apremont per raccogliere il bianco giglio nel campo dei ribelli. Sono tornato in Italia per vegliare sui fratelli del Monte Grappa.
Sono tornato a bruciare ancoro in piazza a Praga con Jan Palach per veder nascere dalle lacrime la primavera della Libertà.
Ho picconato il muro a Berlino per poter dire Io Sono Europeo, sono nato qui, dove è nata la civiltà, nell'Europa con il cuore senza rating.
 

martedì 18 settembre 2012

ATREJU, PERISSA: ALFANO E MELONI INFIAMMANO I NOSTRI GIOVANI.

Marco Perissa, Angelino Alfano, Giorgia Meloni e Annagrazia Calabria - Atreju 2012
 
Ringrazio davvero di cuore Angelino Alfano e Giorgia Meloni che hanno chiuso insieme questa mattina la quattordicesima edizione di Atreju. Li ringrazio soprattutto perché insieme hanno entusiasmato i nostri ragazzi, dimostrando che c'è chi vive la politica con la testa e con il cuore. Questo è il PdL che noi vogliamo, quello delle idee, quello dei valori e quello è pronto ad accettare la sfida del nostro tempo senza paura. Ma il ringraziamento più sentito va ai tanti ragazzi che da tutta la nostra Italia hanno riempito questa festa, partecipando attivamente a tutte le fasi della nostra cinque giorni. Loro dimostrano che esiste ancora oggi una generazione senza paura, che sceglie di donarsi senza riserve, senza ricevere un euro, ma solo per amore verso un'idea e una comunità. Sono loro l'esempio migliore per questa Italia, troppo spesso lasciata alla sua disillusione davanti la crisi. La speranza riparte da Atreju"
E' quanto dichiara Marco Perissa, presidente nazionale della Giovane Italia.

lunedì 17 settembre 2012

“Il mio film sui crimini dei partigiani? Non lo inviteranno mai a Venezia”.



di Adriano Scianca.

Possibile che le 136 vittime di Codevigo facciano ancora paura? Possibile che i soldati della Guardia Nazionale Repubblicana, delle Brigate Nere, che i civili uccisi e talora torturati nella primavera del 1945 nei pressi del comune padovano, a guerra finita, da partigiani garibaldini non possano essere ricordati neanche nell’Italia del 2012? Sembra di sì, almeno a giudicare dalle difficoltà che il regista Antonello Belluco sta incontrando nel girare il suo “Il segreto”, pellicola dedicata proprio alla strage dimenticata commessa dai partigiani e ricordata recentemente solo da Gianpaolo Pansa. Pressioni, lettere minacciose, finanziatori che se ne vanno, materiali che non arrivano mai, una sfilza infinita di “no” e tante porte chiuse. Perché, spiega, «certi temi sono ancora tabù e io, che sono figlio di profughi istriani e ho conosciuto Toni Negri, lo so bene. Ma il mio non un film politico, si tratta solo di una storia d’amore che ha sullo sfondo quei drammatici fatti che nessuno vuole più ricordare. Sarà per questo che ci stanno rendendo la vita impossibile...».
Belluco, come vanno le riprese? Pare che ci sia qualche difficoltà...
“Qualche”? Stiamo facendo una fatica incredibile. Se le parlassi di tutte le vicissitudini capitate riempirebbe una pagina solo con quelle. Quando si scopre l’argomento del film dicono tutti di no per qualsiasi cosa, anche le più banali. Il coproduttore, poi, se n’è andato e ci ha lasciato nei guai. Molti politici mi hanno detto di aver avuto pressioni affinché il film non uscisse mai. Ho anche ricevuto due raccomandate dal figlio del partigiano Arrigo Boldrini, il comandante “Bulow” delle Brigate Garibaldi, nelle quali mi si intimava di non andare avanti...
E voi andrete avanti?
Certo. Nonostante tutto il film si farà. Non ci manca poi tanto.
Non è che ce l’hanno con lei perché fa film “revisionisti”, ammesso che questa parola sia così offensiva come dicono?
No, nella mia pellicola non c’è nessun discorso politico, il film parlerà di una storia d’amore, la strage fa solo da sfondo. Io parlo di una famiglia come tante, marginale, in cui, certo, si indossava la camicia nera. Ma questo non può essere considerato una colpa in sé, dato che a quell’epoca tutti portavano la camicia nera. Persino Arrigo Boldrini mi risulta l’abbia indossata...
Vero, nel settembre del 1939 entrò nella Milizia volontaria per sicurezza nazionale prima di passare con gli antifascisti. Magari è proprio per questo che non se ne può parlare.
Peraltro Boldrini ha guidato l’Anpi ed è stato parlamentare, è una figura intoccabile, parlare di certe storie significherebbe mettere in crisi l’Anpi  tutto un certo mondo. Anche se si è sempre dichiarato estraneo all’eccidio di Codevigo, era pur sempre il comandante di una brigata coinvolta in questa brutta storia. E questo non è l’unico argomento tabù. Io sono figlio di esuli istriani e avrei sempre voluto fare un film su quel dramma ma niente, è impossibile, si trovano tutte le porte sbarrate. Di certi argomenti non si vuol proprio sentir parlare.
Qualcuno le darà del “fascista”...
Guardi, Giorgio Almirante diceva che chi non ha vissuto il fascismo non può definirsi fascista, che il fascismo è un’esperienza storica conclusa e io sono d’accordo con lui. Non ho vissuto il fascismo, ho vissuto altri anni e altre problematiche. Quelli di Mazzola e Giralucci, altra storia su cui mi sarebbe sempre piaciuto girare una pellicola. Quelli di Toni Negri, con cui ho persino fatto un esame all’università. Le storie da raccontare al cinema sarebbero tante...
E perché non lo si può fare? L’egemonia di sinistra è ancora così forte?
Altrove non so, ma al cinema assolutamente sì. Non esiste possibilità di entrare se non si è dei loro e se non si propongono storie legate alla loro cultura. Nelle grandi spartizioni politiche, la cultura è sempre toccata alla sinistra. È stata una decisione a tavolino. Anche ai festival, lo vediamo in questi giorni,  girano sempre gli stessi nomi, è un turnover fra le solite facce: Bellocchio, Moretti, Amelio etc. Meglio rassegnarsi: film come il mio non andranno mai ai festival.

venerdì 31 agosto 2012

SENZA PAURA | Atreju 2012 | 12-16 Settembre

 
 
Carissimi, ritorna il fatidico appuntamento  con "Atreju", la festa nazionale della Giovane Italia, che anche quest'anno si svolgerà a Roma nel parco del Celio, dal 12 al 16 settembre
"#SenzaPaura" è il titolo scelto per questa edizione. Perché oggi più che mai vogliamo gridare che non ci stiamo, che non saremo noi ad uccidere i nostri sogni e  non saremo noi a lasciare il futuro nella mani di chi ha abusato del passato compromettendo il presente. Senza paura, quindi, per descrivere il moto d'orgoglio della generazione che, nonostante tutto, ogni giorno scende in campo per combattere la crisi, per uscirne e per concedere ai propri figli un'Italia migliore di quella che ha ereditato.

Il programma ancora in fase di elaborazione, come di consueto verrà svelato i primi giorni di Settembre e affronterà i temi caldi di questa stagione politica e sarà affiancato da tanta cultura, con gli aperitivi letterari che animeranno il tardo pomeriggio e tanta musica ed intrattenimento. Non mancherà il 'Premio Atreju', il riconoscimento che la nostra generazione dà a coloro che si sono distinti per aver vissuto la propria vita, professione o passione, con dedizione e coraggio, diventando esempio.
Sul nuovo portale modalità di partecipazione e informazioni. Per rimanere aggiornati vi chiediamo di seguire Atreju sui canali ufficiali e condividere le notizie:

Fb: Atreju -Pagina Ufficiale-

Twitter: @atreju2012
Atreju è la nostra festa, la possibilità di raccontare la nostra visione del mondo. Atreju è la nostra sfida, siamo certi che anche quest'anno saremo all'altezza!

Marco Perissa                                      
Presidente Nazionale della Giovane Italia. 
Annagrazia Calabria
Coordinatrice Nazionale della Giovane Italia. 

domenica 12 agosto 2012

Il fuoco freddo dell'inferno.




«Inferno» è ormai una parola un po’ desueta, anche nel linguaggio religioso: abbiamo pensato di soffiar via la cenere che si era depositata su questo argomento incandescente (l’immagine del fuoco, come vedremo, è capitale) e di riproporne qualche aspetto. L’inferno è stato un po’ ostracizzato per ragioni diverse. C’è chi lo considera il reperto di un paleolitico spirituale ormai ammuffito e, al massimo, col filosofo francese Jean-Paul Sartre (1905-1980), proclama che «l’inferno sono gli altri», ossia il prossimo crudele o noioso. C’è invece chi afferma in modo perentorio, citando il poema edito postumo (1886) La fine di Satana di Victor Hugo (1802-1885), che «l’inferno sta tutto intero in questa parola: solitudine», la quale è il campo da gioco di Satana. C’è pure la ben fondata convinzione del filosofo ottocentesco americano William James (1842-1910), secondo il quale «l’inferno di cui parla la teologia non è peggiore di quello che noi creiamo a noi stessi in questo mondo». Ed effettivamente, come con la grazia divina accolta e vissuta in noi già si sperimenta il paradiso della salvezza, così chi pecca e odia già è insediato in uno di quei gironi simbolici che mirabilmente Dante ha tratteggiato e popolato nei canti del suo Inferno.

Dopo tutto, già san Giovanni metteva in bocca a Gesù queste parole: «Chi non crede è già stato condannato» (Gv 3,18). Che l’inferno, poi, sia vuoto lo si è ripetuto sbrigativamente sulla base di una riflessione ben più ponderata e articolata del famoso teologo Hans Urs von Balthasar (1905-1988:( si dev’essere invece consapevoli che, se è vero che immensa è la misericordia di Dio, superiore non solo al nostro peccato, ma alla stessa sua giustizia, come già insegnava anche l’Antico Testamento (cf Es 20,5-9; 34,6-7), è altrettanto vero che esiste la libertà umana, presa sul serio da Dio che la rispetta fino alle sue estreme conseguenze, anche quella del rifiuto radicale e totale del bene e dell’amore. Scriveva giustamente la romanziera tedesca Luise Rinser (1911-2002:( «Ecco la mia idea precisa dell’inferno: uno se ne sta lì seduto, completamente abbandonato da Dio, e sente che ormai non può più amare, mai più, e che mai più incontrerà un uomo per tutta l’eternità».

Ebbene, se stiamo alla Bibbia, sappiamo che è centrale un simbolo per rappresentare l’inferno: il fuoco. Anche l’immagine spaziale della Geenna, che in ebraico significava "valle dei figli di Hinnon", attirava con sé l’idea di un incendio, perché era il luogo ove avveniva la combustione dei rifiuti di Gerusalemme e ove si consumavano culti pagani proibiti, nei quali si bruciavano persino figli, immolandoli per placare la divinità (sono le «alture di Tofet» a cui fa cenno Ger 7,30-33). La trasformazione della Geenna e del fuoco in un simbolo infernale è, però, un risultato tipicamente cristiano, legato alle parole di Gesù (il profeta Gioele, al massimo, ricorre a un luogo vicino alla Geenna, la valle di Giosafat, per collocarvi la sede del giudizio divino finale sulla storia: cf Gl 4,2.12-14). Ecco solo un paio di esempi. «Se la tua mano [poi: il piede e l’occhio, ndr] ti è di scandalo, tagliala! È meglio per te entrare monco nella vita, che andare con tutte e due le mani nella Geenna, nel fuoco inestinguibile» (Mc 9,43-48). Nel giudizio finale agli empi è riservata questa minaccia di Cristo: «Andate via da me, o maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi seguaci» (Mt 25,41). L’immagine passerà anche in san Paolo, che destina a «essere bruciata» l’opera malvagia dell’apostolo, perché «la svelerà quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco saggerà quale sia l’opera di ciascuno» (1Cor 3,13-15).

San Giacomo, nella sua lettera, intravede nel peccato di lingua il bagliore delle fiamme infernali: «Anche la lingua è un fuoco! […] essa brucia la ruota della nostra vita ed è poi bruciata essa stessa nell’inferno» (Gc 3,5-6). L’Apocalisse allargherà l’immagine trasformando gli inferi in uno «stagno di fuoco e zolfo», ove sono relegati la Bestia satanica, i falsi profeti, la morte, gli inferi, i vili, gli increduli, gli abietti, gli omicidi, gli immorali, i fattucchieri, gli idolatri e tutti i menzogneri (cf Ap 20,10.14; 21,8). Ora, il fuoco di per sé è nella Bibbia un simbolo divino, come la stessa scenografia delle teofanie attesta (si pensi al roveto ardente del Sinai). Cristo dichiara: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e vorrei davvero che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Il fuoco è, inoltre, il simbolo dello Spirito Santo, come si ha nella scena ben nota della Pentecoste. Ora, è proprio il fuoco divino a rivestire anche un’altra funzione, rivelando un diverso volto di Dio che è, sì, il Salvatore, ma è al tempo stesso il Giudice, non indifferente alle esigenze della morale. Il fuoco è quindi l’amore di Dio, ma è altresì la sua giustizia.

Ecco, allora, il vero significato del fuoco  dell’inferno: è un modo espressivo e incisivo per mettere in scena il giudizio divino sul male. Il Signore non è il "buon Dio" di una certa morale accomodante; egli è il fuoco e, perciò, non può essere manipolato come a noi più piace, non è riconducibile alle nostre manovre e ai nostri diversivi. Egli è, certo, fuoco di amore e di passione profonda, egli riscalda i cuori e scioglie il gelo delle anime infelici. Ma è anche il fuoco che scotta chi tenta di afferrarlo o spegnerlo. La Geenna con il suo ardente focolare è, quindi, il simbolo dell’agire giusto di un Dio libero e ben deciso a ingaggiare con il male la sua lotta vittoriosa. In questo senso aveva ragione lo scrittore cattolico francese Georges Bernanos (1888-1948) quando, nel suo romanzo Monsieur Ouine (1946), non esitava a dichiarare: «Si parla sempre del fuoco dell’inferno, mentre l’inferno è freddo», proprio perché è la mancanza del fuoco benefico dell’amore. Si riesce, così, a comprendere, come spesso si è spiegato, che l’inferno, anche se nella Bibbia e nella tradizione è stato collocato in un luogo, è piuttosto uno stato, una realtà in cui viene a trovarsi la persona peccatrice.

Certo, come si è visto, l’Antico Testamento inizialmente vedeva l’oltretomba come un orizzonte indistinto (lo sheol), dove tutti piombavano dopo la morte. Il libro della Sapienza aveva cominciato a ridurlo a sede dei malvagi, facendone così una dimora infernale, mentre i giusti entravano nella comunione divina, nello zenit celeste, rispetto a quell’oscuro nadir di tenebra e di silenzio.

A questo punto possiamo comprendere quanto sia decisiva e necessaria la categoria di "inferno" espressa attraverso il simbolismo igneo come componente della vicenda umana nella sua libertà di scelta per il bene o per il male, e quanto lo sia anche per lo stesso concetto di Dio, Signore buono e giusto, pronto a tutelare la morale, a sanzionare il male e a premiare il bene. E proprio perché è sganciato dalla materialità spaziale, l’inferno penetra già ora, attraverso la morte, nella storia personale e universale, così come vi si insedia il paradiso. Aveva allora ragione - anche se il suo linguaggio non era del tutto teologicamente calibrato e la sua finalità non era strettamente religiosa - Italo Calvino (1923-1985) quando, nel romanzo Le città invisibili(1972), scriveva: «L’inferno dei viventi è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo è facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte, fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio».

di Gianfranco Ravasi.

domenica 5 agosto 2012

Festa Madonna della Difesa 3 - 4- 5- Agosto 2012

Un pensiero alla Madonna della Difesa 
nel giorno della sua Festa.



"Volgi lo sguardo sopra Scandale che ti consacra il cuor Madre della Difesa a Te sia Gloria e Onore"

giovedì 2 agosto 2012

Giusva e le colpe della strage: "La verità? Fa troppa paura".



Caro direttore,

la strage di Bologna è avvenuta 32 anni fa, le indagini si sono concluse 25 anni fa e la nostra condanna è datata 20 anni. Fu una condanna atipica, dove la procura prima, e le corti poi, sostennero che le prove vere erano state nascoste dai servizi segreti e quindi bisognava per forza affidarsi agli indizi.

L'indizio principale era che le stragi in Italia le fanno per forza i fascisti, nel periodo in questione io e mia moglie eravamo i terroristi fascisti più noti, quindi... «non potevamo non sapere». La sentenza ammetteva che il quadro probatorio non era completo, e sostanzialmente rinviava a una «inchiesta bis» per individuare i tasselli mancanti. Il fatto è che i tasselli mancanti erano molti. La sentenza per la parte che riguardava noi ammetteva che nessun testimone ci aveva mai visti a Bologna, e che quindi non eravamo stati noi a portare la bomba dentro la stazione, ma sicuramente (per il ragionamento di cui dicevamo prima) facevamo parte del gruppo che tale strage aveva organizzato. Veniva rinviato alla «inchiesta bis» l'incarico di individuare gli effettivi esecutori materiali «in loco», individuare l'origine dell'esplosivo, individuare il movente, e individuare i mandanti. Come dicevo, da quella promessa di «inchiesta bis» sono passati 20 anni, e nulla è stato trovato. La cosa, comprensibilmente, crea un certo nervosismo.

Chi ama la vecchia sentenza grida alla luna che il processo non riesce ad andare avanti perché io non confesso chi sono i miei mandanti e gli altri della banda. In linea strettamente teorica potrebbe essere una ipotesi. Però poi di ipotesi se ne possono fare altre, ad esempio che l'inchiesta non riesce ad andare avanti perché sin dall'inizio marcia nella direzione sbagliata. Questa cosa iniziò a dirla pubblicamente Cossiga già nel 1998, quando con Francesca andammo a trovarlo sperando potesse darci informazioni utili per ridiscutere il nostro processo. Ci disse che fogli «firmati e bollati» non ne aveva, ma che la vera pista su Bologna era quella palestinese. Sono passati altri 14 anni, e nel silenzio di molti, alcuni storici dilettanti (nel senso positivo del termine, ossia di gente che fa le cose per passione, non per tornaconto) hanno iniziato a studiare una materia difficilissima, il terrorismo arabo in Italia. Non se ne sa niente, non esistono libri esaustivi né niente. Ma il terrorismo arabo in Italia ha fatto più di 60 morti, e più di 300 feriti. Ma non se ne parla mai, non c'è mai una commemorazione, mai un servizio rievocativo in televisione, mai una lapide da nessuna parte, mai una associazione dei parenti delle vittime. Quando il presidente Napolitano ha istituito la giornata a ricordo delle vittime del terrorismo, nell'elenco preparato dagli uffici del Quirinale non c'era nessuna di queste 60 vittime.

È su questo silenzio che, assieme ad alcuni di questi «storici dilettanti», stiamo ragionando. Silenzio sulle vittime, e sempre scarcerazioni in tempi fulminei dei vari palestinesi arrestati. Che è un po' quello che sta succedendo ancora oggi, quando l'Italia, non importa chi in quel momento sia al governo, cede sempre ai ricatti del terrorismo filo-arabo, e paga tutti i riscatti e non arresta mai nessuno. Dopo che si è scoperto che fisicamente presenti a Bologna c'erano due terroristi dell'estrema sinistra tedesca legata al terrorismo palestinese, è ovvio che le persone ragionevoli si pongano il dubbio se c'entrino qualcosa. È ovvio che se si scopre che tra le vittime di Bologna c'era un giovane dell'Autonomia Operaia romana, le persone ragionevoli si ricordano che solo pochi mesi prima, a Ortona, tre capi dell'Autonomia Operaia romana erano stati arrestati mentre trasportavano un potente missile terra aria per conto di un certo Saleh, dirigente del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina che abitava a Bologna. Viene spontaneo, alle persone semplici, domandarsi se per caso, come era successo pochi mesi prima nelle Marche, anche il 2 agosto a Bologna dei giovani romani stessero aiutando i loro amici palestinesi a trasportare un carico di armi. Se poi ci aggiungiamo che dal carcere in Francia il capo dei terroristi filopalestinesi dell'epoca, Carlos lo Sciacallo, in diverse interviste ha ammesso che la sua «Organizzazione» quel giorno era presente alla stazione di Bologna... Carlos dice che un loro trasporto è stato boicottato dagli americani o dagli israeliani per rovinare i buoni rapporti tra i terroristi palestinesi e i nostri servizi segreti (lo ha scritto diverse volte, e questa tesi è stata confermata da almeno due dirigenti palestinesi ormai in pensione, ma nessuno sembra stupirsene). Cossiga prima di morire in diverse interviste aveva parlato anche lui di un «incidente», ma lo riteneva casuale. 

Un funzionario dei servizi segreti civili italiani fu il primo, mi pare già nel 1981, a dire che si trattava di un incidente, ma venne messo a tacere, e tutto sommato fu facile parlo perché risultava iscritto alla P2. Licio Gelli, senza tutti i ragionamenti e i riscontri che invece aveva fornito Cossiga, parla anche lui da 30 anni di un «incidente», seppure in una maniera un po' grossolana. Io, storico dilettante più scarso degli altri, ancora non ho nessuna convinzione certa su ciò che è accaduto a Bologna. Mi rendo conto però che certi argomenti creano preoccupazione. Mi sembra un buon segno. Però ci vorrà ancora tempo, tanta pazienza e un pizzico di coraggio per avvicinarsi se non alla verità, almeno al contesto della verità.

(di Giuseppe Valerio Fioravanti - fonte: www.ilgiornale.it)

mercoledì 1 agosto 2012

IRLANDA: I DISSIDENTI ARMATI SI UNISCONO SOTTO LA BANDIERA DELL'IRA...


La Real IRA congiuntamene alla RAAD e ad una coalizione di gruppi armati indipendenti si sono uniti sotto all’unica bandiera dell’IRA. Esclusa la Continuity IRA.

Real IRA, Republican Action Against Drugs e gruppi armati minori hanno deciso di formare una ”struttura unificata, con un’unica leadership” al servizio dell’Irish Republican Army.

L’annuncio è partito dalle pagine del Guardian che afferma come la nuova IRA comprenda diverse centinaia di dissidenti armati, tra cui ex membri della Provisional IRA.

La nuova organizzazione paramilitare avrebbe pianificato l’intensificazione degli attacchi terroristici contro le forze di sicurezza e tutto ciò che sia simbolo della presenza britannica in Irlanda (stazioni della PSNI, l’Ulster Bank, Derry Uk’s City of Culture 2013).

Nella dichiarazione che di seguito riporteremo, la nuova IRA puntualizza come la costituzione di una libera, indipendente ed unita Irlanda abbia inevitabilmente sofferto della spaccatura all’interno del movimento repubblicano, facendo chiaro riferimento al “tradimento” dello Sinn Fein reo di aver “venduto” gli ideali repubblicani nell’ambito del suo ruolo all’interno dello power – sharing a Stormont.

Non manca il riferimento al Segretario di Stato, Owen Paterson, responsabile in primis dell’internamento di alcuni elementi di spicco del movimento repubblicano quali Marian Price e Martin Corey.

“I repubblicani “non-conformi” vengono sottoposti a vessazioni, arresti e violenze da parte delle Forze della Corona britannica, altri sono stati internati per decisione della supremazia brittanica. E’ l’Inghilterra, non l’IRA, ad aver scelto la provocazione e il conflitto”.

E’ la prima volta che il movimento armato si riunisce dopo la firma del Good Friday Agreement avvenuta nel 1998.


martedì 31 luglio 2012

In Ricordo di Giuseppe Santostefano.


Giuseppe Santostefano
Il governo antifascista Rumor, nel luglio del 1970, decise di spostare lo storico capoluogo della Regione Calabria da Reggio a Catanzaro assegnando ad essa la sede dell’Assemblea Regionale. I sindacati e i partiti politici cittadini, tranne il Partito Comunista Italia e il Partito Socialista Italiano, diedero vita ad una rivolta popolare, organizzando per il giorno 15 luglio uno sciopero generale. Alcuni manifestanti, radunati davanti alla Prefettura, furono subito caricati dalle Forze di Polizia. I primi feriti. Nel giro di poche ore la città di Reggio Calabria fu completamente bloccata e isolata. Erette le prime barricate all’imbocco delle strade statali e autostrade. Numerosi ferrovieri aderirono allo sciopero, abbandonando i convogli in maniera tale che nessun treno potesse proseguire la corsa. La stessa sera, poco prima della mezzanotte, i carabinieri ritrovarono in via Logoteta, una traversa di Corso Garibaldi, il cadavere di Bruno Labate, operaio e frenatore delle Ferrovie dello Stato, iscritto al sindacato Cgil. Il primo caduto della rivolta di Reggio. Il sindaco, Pietro Battaglia, fu costretto a tirarsi indietro, consegnando al Movimento Sociale Italiano la guida dei rivoltosi e dare continuità alla rivolta contro un regime definito nemico del popolo reggino. Il 17 settembre dello stesso anno, le Forze di Polizia assaltarono il quartiere Sbarre, roccaforte dei “Boia chi Molla” guidati dal sindacalista della Cisnal Ciccio Franco. Arrestato e deportato nel carcere di Bari. Un altro reggino, Angelo Campanella, quarantacinque anni, autista dell’azienda Municipale di trasporti e padre di sette figli, fu colpito mortalmente da un proiettile sparato dalle Forze di Polizia mentre rientrava a casa. Solo nel marzo del 1971, grazie ai rastrellamenti e alle perquisizioni a tappeto, le Forze di Polizia riuscirono a portare l’ordine in città. Alle elezioni politiche del 1972, i reggini, votarono in blocco il Movimento Sociale Italiano eleggendo Ciccio Franco Senatore. A distanza di un anno, dal trionfo del partito di Giorgio Almirante, i comunisti diedero un segnale della loro presenza politica assassinando uno dei più attivi sindacalisti della Cisnal, Giuseppe Santostefano. Il 31 luglio del 1973, durante un comizio del Partito Comunista Italiano, Giuseppe Santostefano, cinquant’anni anni, fu aggredito violentemente da un gruppo di militanti della sinistra extraparlamentare. Morì poche ore dopo in ospedale senza mai riprendere conoscenza. La sua morte sancì la definitiva sconfitta per la città di Reggio.


lunedì 30 luglio 2012

"AMORE E CORAGGIO": RECENSIONE DEL DISCO DEGLI NSP...


"Amore e coraggio" è il titolo del primo album degli Nsp. Un ottimo lavoro, autofinanziato e portato a termine dopo anni di sforzi e di sudore dalla formazione romana. Nove brani e un buon ritmo, per un disco che certamente farà parlare. Una nuova linfa per la musica identitaria, nel solco della tradizione rock, con sonorità accattivanti, una buona qualità di registrazione, buona esecuzione degli strumenti e buona voce. Elementi che non si trovano troppo spesso nei lavori che nascono dal basso e che solitamente vantano grande passione, ma qualità approssimative e dozzinali. Non è il loro caso.

Dirompente il primo brano ("Lma"), che molti avevano già sentito in rete o dal vivo nei concerti degli ultimi anni (quello del luglio 2009 a Casaggì, nel quale si esibirono gli Nsp, ce li fece piacere subito). Notevoli anche le altre canzoni, con buona varietà di temi e un excursus nella storia e nella identità militante della propria comunità di riferimento ("Castrum" e "Solstitium"). Da sottolineare "La mia gente", caratterizzata da un testo di livello, che meglio non poteva esprimere la tensione ideale ed emotiva che sta alla base della nostra scelta di vita. Bella anche "Cinquantatre" dedicata a Trieste e ai moti di rivolta per l'italianità e  "Renuncio", dedicata ad Evita Peron. Un plauso particolare per "Stornello". Simpatica "Archeofà" e orecchiabile "Senza Nome", con buona disposizione di strofe e rime. In tutti i brani e da sottolineare la cura negli accordi e nella sovrapposizione degli strumenti, che non fa mai perdere di livello all'insieme del suono.

Ciò che conta di chi fa musica identitaria, poi, è la condotta quotidiana, la capacità di mettere in pratica quei concetti su se stessi, la volontà di far vivere quelle note nei gesti di tutti i giorni. E' anche per questo che consigliamo questo disco: perchè conosciamo chi lo ha realizzato.

Un grande in bocca al lupo agli Nsp.

Tratto da Casaggì Firenze.

domenica 29 luglio 2012

I progressisti in nome dei gay mistificano anche Platone.



L’Italia - si dice - è sull’orlo della bancarotta economica e il Pd in che modo si candida a governarla? Azzuffandosi sulle «nozze gay». Se questa torrida estate non fosse tragica, sarebbe comica. Perché perfino l’incolpevole Platone viene trascinato a sproposito nell’infuocata querelle che in queste ore ha visto polemizzare la Bindi, Bersani, la Concia e Casini. È capitato sulle pagine di D, il magazine di Repubblica. Nella sua consueta rubrica, Umberto  Galimberti critica il fatto che scienza, psicoanalisi, religione e diritto - a suo avviso - discriminano l’omosessualità considerandola «esclusivamente sul piano sessuale» (a differenza dell’eterosessualità).  A questo punto Galimberti sostiene che Platone combatté proprio questo «pregiudizio negativo nei confronti degli omosessuali» e per dimostrarlo si lancia in un’azzardata escursione nel «Simposio». Da cui cita un passo dove - a suo avviso - «Platone lega opportunamente la condanna dell’omosessualità a un problema di democrazia, a cui forse noi, a causa del perdurare dei pregiudizi, non siamo ancora giunti».

Ora, fare di Platone un teorico e paladino della «democrazia» (oltretutto una democrazia moderna e libertaria) è - a dir poco - surreale. Per sorriderne non occorre neanche aver letto Karl Popper (o il libro di Franco Ferrari, «Platone. Contro la democrazia», Rizzoli).

PAUSANIA, CHI ERA COSTUI?

Ma ancora più sconcertante è vedere attribuito a Platone un pensiero che nel «Simposio» è espresso da Pausania. Si deve infatti sapere che in questo dialogo vari personaggi intervengono esprimendo il loro diverso punto di vista su Eros. La voce con cui si identifica Platone ovviamente non è affatto quella di Pausania o quelle di Aristofane e di Agatone, ma - come di consueto - quella di Socrate che interviene dopo tutti gli altri e che demolisce tutti i discorsi che lo hanno preceduto. In sostanza Socrate guida gli ascoltatori a scoprire che l’amore non è ciò che loro credevano, ma piuttosto l’attrazione che l’anima umana ha per la perfezione e per l’Assoluto (qui si capisce perché il cristianesimo dialogò subito, non con le religioni, ma con la filosofia greca, che vedeva pervasa dell’attesa del Logos divino).

Se poi consideriamo l’intervento di Pausania - quello che Galimberti erroneamente presenta come pensiero platonico - è assai dubbio che si occupi di omosessualità, ma di certo si può dire che è il discorso più misogino che lì risuoni perché attribuisce l’amore per le donne all’Eros dell’«Afrodite volgare» (e lo depreca), mentre l’ Eros dell’«Afrodite celeste» è esclusiva dei maschi. È davvero esilarante che su un magazine femminile quale è  D venga citato come esemplare, edificante e «democratico» un discorso di quel tenore dove Pausania esalta il genere maschile perché «per natura più forte e più dotato di cervello».

ALTRO CHE PERBENISTA

Se poi volessimo sapere cosa veramente Platone pensava e cosa ha scritto sulla pratica omosessuale, scopriremmo pagine che oggi, sulle colonne del giornale di Scalfari e Galimberti, verrebbero subito condannate come terribilmente «omofobe».

Infatti nelle «Leggi», Platone critica quanti hanno «corrotto la norma antica e secondo natura relativa ai piaceri sessuali non solo degli esseri umani, ma anche degli animali». E spiega: «Bisogna considerare che, a quanto pare, il piacere sessuale fu assegnato secondo natura tanto alle femmine quanto ai maschi affinché si accoppiassero al fine di procreare, mentre la relazione erotica dei maschi con i maschi e delle femmine con le femmine è contro natura e tale atto temerario nasce dall’incapacità di dominare il piacere».

Come si vede qui Platone è perfino più «rigorista» della Chiesa per quanto riguarda l’unione dell’uomo e della donna al cui congiungimento fisico la teologia cattolica riconosce anche il fondamentale valore unitivo, cioè dell’amore fra i coniugi. In altri passi delle «Leggi», Platone condanna di nuovo i rapporti sessuali diversi da quelli fra uomo e donna adulti, invitando ad attenersi alle leggi di natura e a cercare sempre e solo l’acquisizione delle virtù. Il filosofo greco sembra considerare perfino come un «pericolo», per l’ordine sociale, gli «amori di donne al posto di uomini e uomini al posto di donne» perché «innumerevoli conseguenze sono derivate agli uomini privatamente e a intere città». Del resto Platone - decisamente lontano e opposto alla mentalità epicurea -  indicando l’esempio di un famoso atleta, Icco tarantino, che per vincere alle Olimpiadi si astenne da tutti i piaceri durante il lungo allenamento, invita a incitare i giovani a fare altrettanto e a «tener duro in vista di una vittoria molto più bella» ovvero: «la vittoria sui piaceri». Platone - con buona pace di coloro che fantasticano di un’antica Grecia libertaria e accusano la Chiesa Cattolica di aver portato illiberalità e sessuofobia - arriva addirittura a chiedere alle leggi di prescrivere la virtù: «La nostra legge deve assolutamente procedere dicendo che i nostri cittadini non devono essere peggiori degli uccelli e di molte altre bestie che, nati in grandi gruppi, vivono fino alla procreazione non accoppiati, integri e puri da unioni sessuali, ma quando giungono a questa età, congiuntisi per proprio piacere il maschio alla femmina e la femmina al maschio, vivono il resto del tempo in modo santo e corretto, attenendosi e saldamente ai primi patti d’amore; dunque essi (i cittadini) devono essere migliori delle bestie».

Questa la prima legge (dove si condannano anche i rapporti prematrimoniali e l’adulterio). E «qualora (i cittadini) vengano corrotti», aggiunge Platone, bisogna escogitare «una seconda legge per loro». Ovvero, se proprio alcuni non resistono all’attrazione dei piaceri senza legge «sia presso di loro cosa bella compiere di nascosto questi atti (…), mentre sia turpe il non farli di nascosto». Questo è il Platone vero, quello che racchiude le leggi nell’«ossequio agli dèi, l’amore pe gli onori e il fatto che non ci sia desiderio dei corpi, ma dei bei costumi dell’anima».

Dell’altro Platone, quello di Galimberti, non si trova notizia sui suoi testi. Voglio aggiungere che siccome a quel tempo sotto la categoria di amore andava anche il rapporto fra maestro e discepolo, e siccome questo rapporto poteva scadere (e scadeva) nella pederastia, c’è un passo di Platone (nella Repubblica, il dialogo filosofico, non il giornale) in cui si legge la condanna di questa degenerazione possibile: «tu stabilirai una legge nella città che stiamo fondando, in base alla quale chi prova affetto (erastés) per il suo ragazzo affezionato (ta paidikà), lo ami e lo accompagni e lo tocchi come farebbe un padre con il figlio; con il suo consenso e avendo come fine la contemplazione e la conoscenza del bello. Mai dunque dovrà accadere o sembrare che si vada oltre questi limiti».

LA FAMIGLIA NATURALE

Qualcuno potrà sorprendersi di scoprire questo Platone, perché da tempo si è diffuso il luogo comune che la famiglia eterosessuale (come fondamento della civiltà) e la legge naturale siano un’invenzione del cristianesimo. In realtà la famiglia fra uomo e donna è stata il fondamento istituzionale esclusivo di tutte le civiltà precedenti il cristianesimo e di tutti i popoli. Da sempre. E la legge naturale ben prima del cristianesimo è stata il fondamento della riflessione morale, in modo speciale nell’antica Grecia. Un formidabile saggio di Francesco Colafemmina, «Il matrimonio nella Grecia classica» vuole dimostrare tutto questo con ricchezza di citazioni (sorprendenti) e brillante scrittura. Il libro di Colafemmina (a cui devo tante preziose indicazioni) intende ribaltare «le mistificazioni contemporanee» e ricostruisce «un’etica matrimoniale condivisa fra ellenismo e cristianesimo». Una lettura preziosa in questi tempi di confusione e di ideologia. Una lettura da consigliare a tutti i nostri spensierati politici.

di Antonio Socci.