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domenica 22 gennaio 2012

L’Operaio di Ernst Jünger, il testimone del XX secolo.


Il liberalismo si è assicurato da tempo una strana specie di buffoni di corte il cui compito consiste nel dire ad esso delle verità divenute innocue. Si è sviluppato un singolare cerimoniale con cui l’individuo moderno travestito da quasi aristocratico o da quasi abate mette in scena, fra applausi ormai diffusi e generalizzati, e a regola d’arte, la rappresentazione di collaudati colpi di grazia. [...] Dietro quelle marionette che sulle tribune pubbliche già in demolizione logorano i luoghi comuni del liberalismo fino a renderli sottili come un foglio di carta velina, spiriti più fini e più esperti si preparano a mutare lo scenario.
 Ernst Jünger

Ernst Jünger
di Mark Dennison

Il permanere raffermo di ideologie in apparenza conflittuali e de facto autodistruggentesi – marxismo e fascismo – è la giustificazione essenziale da parte del liberalismo di confermarsi quale forma suprema di governo, ossia di sfruttamento e massacro del genere umano come mai si è manifestato, applicato e visto nella storia del genere umano a partire dalla rivoluzione industriale in qua.

L’auspicato superamento non è una necessità vitale sprigionatasi all’indomani della tragica sconfitta del comunismo, che ha prodotto un rifiuto massivo dei tradizionali e truccati schieramenti pseudo-sportivi destra-sinistra, utili a banche e imperialismo. Siamo arrivati al punto che i signori (si fa per dire) deputati temano per la propria incolumità nei pressi del Parlamento, senza che alcuno li minacci. A dimostrazione come gli stessi protagonisti del ludus scenicus abbiano la coda di paglia (troppo dire coscienza) dell’utilità di loro stessi solo per sé medesimi, soffrendo per il carico della vomizione che i cittadini trasmettono loro con i soli sguardi (1).

D’altronde i partiti politici sono tutti la stessa cosa, e le loro differenze illusorie. Sia gli uomini politici che i mezzi in uso dei partiti sono funzionali non al miglioramento della società bensì a nutrire se stessi. I propri rappresentanti recitano la loro “utilità” per unire i vantaggi del funzionario di partito con quello statale in una rotazione senza fine che li rende sempre più ricchi quanto velenosi per il popolo, da cui succhiano la linfa. Eventi come la disoccupazione, la penuria di alloggi, la criminalità nazionale interetnica, il fallimento dell’industria e dell’economia asservita agli istituti di credito, codesti individui li fanno passare come una sorta di fatti naturali; in realtà sono sintomi che palesano la decadenza degli ordinamenti liberali.

Ciascun contrasto e intangibile diversità sono diretti all’omologazione del cittadino che s’illude di un probabile cambiamento riponendo fiducia nel partito e, quindi, consolidando il consenso ossia il sistema stesso. Dice Jünger: “Il consenso è il frutto della pura partecipazione, come quando si prende parte alle votazioni, indipendentemente da quale partito ne tragga vantaggio. Qui le alternative non sono decisioni, ma piuttosto modi di lavoro del sistema”. Traduciamo: i poveracci che votano per i tanti piccì di Serie B o gli illusi che inseriscono nell’urna schede favorevoli ai ducetti eredi di Serie D del grande-partito-della-destra di Serie C, essi poveracci non si rendono conto che quei “comunisti” e quegli altri “fascisti” non hanno mai avuto intenzione alcuna di cambiare le cose, poiché il sistema atlantico di Serie A (ieri Dc+Pci, oggi Pdl+Pd) giustifica(va) le utili presenze del’ “opposizione” colmandole di gettoni premio e biglietti gratuiti per assistere alla partita e a turno scendere in campo.

In un precedente intervento ho rilevato che la belle époque era il periodo in cui la società europea sembrava essere convinta di aver raggiunto un punto di sicurezza, tranquillità, progresso, così come parrebbe nell’opulenza consumistica odierna. Essa, invece, era: fede nella scienza e nella tecnica; ottuso e tronfio ottimismo; convinzione di essere il migliore dei mondi possibili sino ad allora realizzati. In effetti la bell’epoca crollò e fu soffocata dal carnaio del primo conflitto mondiale. Ciò provocò disastri e miserie che erano un prodotto della pratica e del senso dell’ingiustizia che la borghesia e il sistema liberale avevano accumulato dall’industrialismo, e che nel 1915 condussero allo scoppio delle contraddizioni. La “rivoluzione” era a quel punto era una necessità sia marxista che nazionalista, poi fascista, o per sovvertire il sistema di produzione, o per abbattere la borghesia e instaurare forme comunitariste. La crisi del mondo europeo fu analizzata ne L’Operaio. Dominio e forma pubblicato nel 1932 da Ernst Jünger (1895-1998), l’unico grande testimone dell’intero XX secolo. Per cui non è l’oggi che produce l’esigenza di superare gli anacronismi.

In un memorabile saggio Luca Caddeo (2) afferma che Jünger non ha “l’intenzione di criticare la classe borghese per rinsaldarne, attraverso un artificio ideale, il potere; al contrario [...] egli mette sotto accusa il borghese e il suo potere volendo, almeno teoricamente, contribuire alla costruzione di un modello metapolitico che, già a partire dai presupposti, si distingua nettamente sia dal liberalcapitalismo che dal collettivismo”. Il libro del Tedesco indica l’avvento di un protagonista, né classe e nemmeno proletariato, bensì un nuovo tipo umano che si opponga al materialismo economico (comunismo) e agli ideali di una prosperità da bestiame di produzione (liberalismo). Si auspica il tramonto del borghese sostituito dall’operaio quale dominatore della tecnica in guisa di forma, ossia forza costruttiva.

Il volume, di linguaggio scorrevole ma non immediato piuttosto da conferenziere e ricchissimo di sottintesi, rende “visibile la figura dell’operaio, al di là delle dottrine, delle divisioni di parte e dei pregiudizi, come una grandezza attiva che già è potentemente intervenuta nella storia ed ha imperiosamente determinato le forme di un mondo trasformato” afferma l’autore stesso nella premessa alla prima edizione. L’opera è stata tradotta in italiano solo nel 1984 (3) da Quirino Principe (Longanesi), quando l’autore aveva ormai 89 anni.

Nel 1991 passò alla Guanda e sempre a cura di Principe. Nell’eccellente cura del predetto non possiamo, però, evitare di segnalare la distrazione a pag. 174, quando si afferma che l’Urss è “nata il 7 novembre 1917 sulle ceneri della Russia zarista”.

È errato: essa è stata fondata il 30 dicembre 1922 (ebbe definitiva costituzione il 6 luglio 1923).Il predetto 7 novembre, abbattuta la Repubblica Russa di Kerenskij (27 settembre-7 novembre 1917), fu invece creata la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa.

Nel novembre 2010 il testo è giunta alla quarta edizione. Va dato merito alla Guanda di aver tradotto molte opere di Jünger: Il contemplatore solitario; Irradiazioni. Diario 1941-1945; Nelle tempeste d’acciaio; La forbice; Cacce sottili; Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza; Giardini e strade. Diario 1939-1940. In marcia verso Parigi; La capanna nella vigna. Gli anni dell’occupazione, 1945-1948; Eumeswil; Heliopolis; Il cuore avventuroso; Ludi africani; Rivarol, massime di un conservatore; La pace; Boschetto 125; Lo Stato mondiale. Organismo e organizzazione; Il tenente Sturm; Le api di vetro; Due volte la cometa; Sulle scogliere di marmo; Tre strade per la scuola.

Fondata da Ugo Guanda a Parma dal 1932 – lo stesso anno de L’Operaio – la casa editrice, attualmente presieduta e diretta da Luigi Brioschi, si è da sempre distinta per la sua linea editoriale originale e innovativa, rispecchiata in un catalogo che offriva e offre al lettore italiano la grande poesia europea e americana, autori cruciali del Novecento, esponenti delle correnti più vive del pensiero moderno, oltre alla narrativa latinoamericana fino all’eccezionale fioritura irlandese, come dal nuovo romanzo americano alle voci delle letterature più lontane, dalla new fiction inglese alla chemical generation (4).

A tutto ciò si unisce un folto gruppo di autori italiani tra cui Bruno Arpaia, Alessandro Banda, Gianni Biondillo, Antonella Cilento, Guido Conti, Paola Mastrocola, Gianluca Morozzi, Marco Santagata, Pietro Spirito, Marco Vichi.

Note
(1) I soldi non mi servono ma capisco il disprezzo, “la Repubblica”, 12 dicembre 2011.
(2) Luca Caddeo, La metafisica de L’operaio di Ernst Jünger, in “Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari”, Nuova Serie, XXVII (Vol. LXIV), 2009. Caddeo è un giovane studioso sardo. Vive tra Ghilarza e Cagliari. Si è laureato in filosofia e ha conseguito nella stessa materia il titolo di Dottore di ricerca. Insegna nelle scuole pubbliche,
(3) Secondo Simon Friedrich fu Jünger sul finire degli anni Cinquanta a non dare il permesso a Julius Evola di tradurlo in italiano, per cui il predetto scrisse: L’operaio nel pensiero di Ernst Jünger, Armando, Roma 1961.
(4) La chemical generation è un genere letterario sprigionatosi agli inizi degli anni Novanta nelle patrie del liberalismo: Regno Unito ed in seguito Stati Uniti, con radici radicate in beat generation, figli dei fiori, ecc. degli anni Sessanta. Esso porta la “cultura” dell’estasi edonistica che contraddistingue questo periodo ad una dimensione letteraria. I temi: droga, hooligan, depressione, estasi deliranti, ecc; soggetti trattati: quasi tutti ai margini della società; stile di scrittura: volgare nel parlato e attribuente alle opere una forte carica espressiva, riuscendo così ad aumentare il livello di intimità col lettore. Un ulteriore testimonianza del tramonto della sistema liberalistico.


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